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Urania 1661: Ian McDonald, L’Imperatrice del Sole

novembre 24th, 2018

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Ian McDonald, “L’Imperatrice del Sole”, Urania n. 1661, dicembre 2018

Ian McDonald, L'imperatrice del sole

Ian McDonald, “L’imperatrice del sole”, Dicembre 2018,
Urania n. 1661.

Con “L’Imperatrice del Sole” si conclude la trilogia Everness di Ian McDonald. I primi due capitoli, lo ricordiamo, sono “Terra Incognita” (Urania n. 1655) e “Pianeta Parallelo” (Urania n. 1638).

La saga è ambientata in un multiverso in cui convivono innumerevoli versioni del nostro pianeta. Questa volta l’astronave Everness farà un “Salto di Heisenberg” verso una Terra alternativa diversa da tutte le altre visitate in precedenza, una Terra in cui i dinosauri non si sono estinti ma evoluti, diventando i Jiju, la razza dominante di questa realtà, con un vantaggio tecnologico di venticinque milioni di anni rispetto all’umanità. E tanto per mettere un po’ più di carne al fuoco, al momento della comparsa della Everness, in questo universo è in corso una guerra planetaria fra due fazioni rivali per il controllo del Sistema Solare. Chi vincerà? Ma soprattutto, che cosa succederà a Everett Singh, a Sen Sixsmythe e al loro equipaggio?

Arricchisce il volume un’intervista di Annarita Guarnieri (traduttrice della saga) all’autore, incontrato a Milano a ottobre, durante Stranimondi 2018, in cui Ian McDonald risponde anche a delle domande su alcuni interrogativi che rimangono in sospeso alla fine del libro. Per non fare spoiler, però, riportiamo un’altra domanda e risposta:

L’Infundibulum e gli universi paralleli sono alla base dell’intero ciclo, insieme alla fisica quantistica. Quanto di tutto questo è vera scienza e quanta parte è inventata?

Ecco, diciamo che c’è una grossa dose di fantasia, più qualche nozione di fisica quantistica effettiva. È un campo di studio molto complesso, per cui mi sono limitato ad alcune nozioni effettive per poi lavorare di fantasia… mi chiedo a volte quanto ci capiscano gli scienziati stessi!

 

E se se lo chiede l’autore, lo facciamo anche noi! Buona lettura! 😉

 
TERRA INCOGNITA: EBOOK DISPONIBILE
PIANETA PARALLELO: EBOOK DISPONIBILE
L’IMPERATRICE DEL SOLE: EBOOK DISPONIBILE

 

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“Naila di Mondo9″ di Dario Tonani

novembre 19th, 2018

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Oscar Vault logo

 

Oscar Vault

a cura di Beppe Roncari

Preparatevi a farvi (ri)contagiare da Mondo9!

 

Dario Tonani, Naila di Mondo9

Dario Tonani, “Naila di Mondo9″,
Mondadori Oscar Fantastica

A tre anni di distanza dalla pubblicazione delle Cronache di Mondo9 su Urania Millemondi n. 72, veniamo di nuovo catapultati fra le sabbie ardenti del mondo creato da Dario Tonani, dove rincontriamo Naila. La ragazzina senza paura dai capelli rossi si è fatta donna, sta per diventare madre e, unica donna su Mondo9, è diventata Capitano di una nave, la Syraqq.

Di Mondo9 è già stato detto molto: una rinascita per la fantascienza italiana, un mondo coerente e spietato, un’opera pluripremiata, amata e tradotta anche all’estero, persino in Giappone.

Naila è stata definita una protagonista forte e determinata che non rinuncia alla propria femminilità, con la sua carica emozionale, passionale ed erotica.

Si è disquisito sul genere o sottogenere a cui apparterrebbero le storie di Mondo9. Fantascienza sì o no, con sfumature horror, steampunk, weird o new weird. Tutte “divise” che stanno strette a Capitan Tonani e che non colgono il fulcro, o meglio, il “giunto cardanico” della sua creazione.

Quella che è stata trascurata, almeno in Italia, è la dimensione “simbolica” delle storie di Dario, che trovano in Naila la loro figura messianica.

D’altronde, il deserto è lo sfondo per eccellenza delle storie messianiche. È lì che Mosè ha la visione del roveto ardente. È fra le dune di Arrakis che Paul Atreides viene riconosciuto dai Fremen come il tanto atteso “Muad’dib” (Frank Herbert, Dune). È nel Mare della Putrefazione che Nausicaä incontra gli Ohmu, il cui sangue tingerà di blu la sua giubba, come nelle antiche profezie (Hayao Miyazaki, Nausicaä della Valle del Vento). È sul pianeta desertico di Tatooine che Luke Skywalker incontra Obi Wan Kenobi e il proprio destino (George Lucas, Guerre Stellari).

Naila di Mondo9 non è da meno. Ha un destino, questo lo sa, o meglio, lo sente, ma riuscirà a portarlo a compimento? È davvero lei il messia destinato a cavalcare e domare la Grande Onda e a portare la pace su Mondo9, “come predicevano le Scritture”?

C’è un solo modo per scoprirlo, leggere il libro e farsi contagiare dal Morbo.

 

Intervista a Dario Tonani

 

Dario Tonani, Cronache di Mondo9

Dario Tonani, “Cronache di Mondo9″, Urania Millemondi n. 72, luglio 2015

“Dune.” È questa la prima parola del tuo libro. È solo una parola o un omaggio voluto?

Curioso come la mente lavori quando crea. Non ci crederai, ma sei la seconda persona che me lo fa notare, a dimostrazione che l’omaggio non era né consapevole né tantomeno voluto. Anche se questo non mi stupisce, e ti dirò che mi fa pure molto piacere perché ho adorato il ciclo di Herbert. Se poi vuoi un piccolissimo aneddoto, l’incipit sono le ultime righe che scrivo di un romanzo, e come sempre, anche in questo caso sono state tra le più tormentate.
 

A proposito, quali sono le tue fonti di ispirazione?

Ogni autore ha debiti di riconoscenza più o meno consci con opere e autori, che hanno finito per entrare in quel tritacarne che è una testa in piena tempesta creativa. Provo a dire qualche nome altro nome: Jack Vance, Brian Aldiss, Philip Reeve. I grandi classici dell’avventura marinaresca: Melville, Conrad, Stevenson. Con una spruzzatina di sabbia alla Mad Max… Insomma, un amalgama decisamente eterogeneo di suggestioni.
 

Il romanzo può essere apprezzato anche da chi non ha mai letto altre storie di Mondo9?

Naila di Mondo9 sta in piedi in modo indipendente rispetto alle storie che l’hanno preceduto. Di fatto, riprende a distanza di trent’anni – no, dico, trenta! – alcuni personaggi e una protagonista, che possiamo tranquillamente considerare come nuovi, anche se li abbiamo magari incrociati da giovani (o da ragazzine) in un Millemondi di tre anni fa. Vogliamo ragionare in termini di saga e spin-off? Le Cronache possono essere considerate un prequel, un antefatto, tutto qui.
 

Dopo Naila, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Mondo9 è un cantiere aperto, credo che ormai non sia un segreto per nessuno. Non posso ancora entrare nei dettagli, ma fidatevi… Il progetto è di arricchirlo e possibilmente renderlo il più multipiattaforma possibile.
 

Grazie, Dario, un’ultima domanda. Come diversi lettori ci chiedono, credi che Naila di Mondo9 potrà uscire su Urania?

Credo che sulla questione sia nato un equivoco di cui un po’ mi sorprendo: Naila non arriverà (o se preferisci, non tornerà) in Urania. La redazione Oscar – e per questo torno a ringraziarla con tutto il cuore per l’attestato di stima – ha dato al progetto di Mondo9 un palcoscenico più ampio, complesso e ambizioso, quello degli scaffali della libreria. Il punto, se mi permetti, è che semmai vengano ripescate da Millemondi le Cronache di Mondo9. Grazie della chiacchierata, e stay tuned!
 

 

Illustrazioni Franco Brambilla.
Booktrailer Diego Capani (Studio Wabbit).

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Intervista tripla ai finalisti del Premio Urania Short 2018

novembre 17th, 2018

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Abbiamo chiesto ai tre finalisti del Premio Urania Short 2018 di mettersi in gioco in un’intervista un po’ particolare, strutturata come una sfida a botta e risposta a distanza, una “intervista tripla”.

Gli intervistati non hanno dovuto fare i conti solo con limiti “di tempo”, ma anche “di spazio”. Leggete come si sono destreggiati magistralmente nelle loro risposte, sempre rimanendo entro i paletti imposti dalla tenzone.

Ricordatevi di correre in edicola per acquistare il n. 1660 di Urania, “Simbionti”, di Claudio Vastano, in cui troverete, per la prima volta nella storia della collana, la scheda per votare e quindi determinare il vincitore del Premio Urania Short! (solo nella versione cartacea)

Che vinca il migliore!

 

Massimiliano Giri,
“I polmoni del nuovo mondo”
 
  Caterina Mortillaro,
“Quid est veritas?”
 
  Valentino Poppi,
“Questioni d’onore”
 
Massimiliano Giri Caterina Mortillaro Valentino Poppi


Presentati in tre parole!

 

Mi chiamo Mork. Vulcanica, intelligente, tenace. Ciao! Sono Valentino.

 
Presenta il tuo racconto in tre frasi!

 

Due anziani cercano di godersi la pensione. Presto, però, capiterà loro qualcosa di spiacevole. La loro vita prenderà una piega inaspettata… Jack vive in un mondo ricco di emozioni e avventure estreme. La sua è una fuga dai limiti soffocanti della quotidianità. Con un solo rischio: non distinguere più la verità dall’illusione. Le leggi fisiche dell’universo non sono uguali per tutti. Qualcuno che ha la capacità di modificarle è appena arrivato nel nostro sistema solare.


Spiega in 333 caratteri perché i lettori dovrebbero votare per te!

 

Votate per me perché sono veramente alieno: provengo da una luna che gira attorno al pianeta Italia, con rotazione sincrona, popolata da 30.000 abitanti, un piccolo mondo. Qui dalle mie parti la fantascienza è davvero originale, diversa, e poi a San Marino (il nome della mia luna) si pagano meno tasse alla federazione galattica! Se volete volare, danzare, esplodere, tuffarvi in emozioni rutilanti, affascinanti, allucinanti; se volete provare un ottovolante di parole dure, veloci, crude, fin giù nell’abisso delle vostre illusioni; se osate chiedere all’uomo nello specchio: “Che cos’è la verità?”… Questo è il racconto per voi! Non potete votare nessun altro! La fantascienza del mio racconto è dura e cattiva. Contiene riferimenti e dettagli che a volte non sono immediatamente visibili, ma che arricchiscono la narrazione man mano che si riescono a cogliere. Se è un genere che vi piacerebbe vedere pubblicato più spesso, ora avete l’occasione per votarlo.

 

 

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What If? Arrivederci, Stan Lee!

novembre 13th, 2018

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Stan Lee - Stan Timmons, Alien Factor, Urania n. 1457, 15 gennaio 2018

Stan Lee – Stan Timmons,
Alien Factor, Urania n. 1457,
15 gennaio 2003

What If? “Che cosa sarebbe successo se…?” è una domanda classica della fantascienza, anzi, è una delle domande base di tutta la letteratura, per non parlare della filosofia e della storia del pensiero umano in generale.

Stan Lee, nato Stanley Martin Leiber nel 1922 e morto ieri, il 12 novembre 2018, all’età di 95 anni, era un maestro di questa domanda, un grande creatore di mondi, anzi di Universi, e di universi paralleli, nati da piccole, casuali variazioni sulla trama della vita. Che cosa succederebbe se una famiglia venisse esposta ai raggi cosmici e assumesse grandi poteri ma anche orribili mutazioni? (I Fantastici Quattro.) Che cosa succederebbe se le radiazioni generassero inaspettate mutazioni sul corpo e sulla psiche degli esseri umani? (Lo Spettacolare Uomo Ragno, L’Incredibile Hulk, Gli X-Men.) Che cosa succederebbe se un antico dio nordico solcasse i cieli nel presente? (Il Potente Thor.) E se un inventore riuscisse a costruire un esoscheletro in grado di farlo volare e diventare forte quasi quanto un dio? (L’Invincibile Iron Man.) E se un super soldato della Seconda guerra mondiale si risvegliasse dall’ibernazione nel ghiaccio artico nel presente, per mettersi alla guida di un gruppo di super eroi? (Capitan America e I Vendicatori.)

Sono solo alcuni esempi.

Forse non tutti ricordano che Stan Lee è stato anche autore Urania. Nel 2003, nel n. 1457, uscì in Italia il suo romanzo di fantascienza “Alien Factor”, a firma congiunta con Stan Timmons. Un piccolo, meraviglioso gioiello del “What If”.

Che cosa sarebbe successo se nella Francia occupata dai nazisti del 1942 fosse precipitato un UFO? Gli Alleati avrebbero avuto le mani legate e avrebbero dovuto affidare il compito di distruggere l’astronave aliena con i suoi segreti a un gruppo di avventurieri, come quelli di “Bastardi senza gloria”.

Letteratura di puro intrattenimento come i fumetti? Sì, perché no? Ma non per questo priva di meriti letterari. A giugno di quest’anno Stan Lee ha fatto il suo ingresso nella Hall of Fame della Fantascienza e del Fantasy del Museo della cultura popolare (MoPOP), insieme a J.K. Rowling.

Prima di dargli l’estremo saluto, vogliamo farci anche noi una domanda spiazzante.

E se Stan Lee non fosse mai esistito? Che cosa sarebbe stato del nostro universo di riferimento e della fantascienza in particolare? Quanti autori cresciuti da ragazzini sulle pagine dei suoi fumetti non avrebbero mai messo mano alla penna?

Addio, Stan, e grazie di aver visitato anche il nostro universo.

Excelsior!

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Intervista a Claudio Vastano

novembre 4th, 2018

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Claudio Vastano

Claudio Vastano, vincitore del Premio Urania 2017

Le nostre congratulazioni più sincere a Claudio Vastano, vincitore del Premio Urania 2017 e autore del romanzo “Simbionti”, in edicola questo mese su Urania n. 1660. Abbiamo chiesto a Claudio di rispondere ad alcune domande e lui è stato tanto gentile da concederci questa intervista. Buona lettura!

 

Ciao Claudio, come e quando è nata in te l’idea di scrivere “Simbionti”?
Buona parte degli argomenti presenti in questo romanzo (come la manipolazione del DNA e le biotecnologie al servizio dell’ambiente) sono legati al mio percorso di studi universitario. Per un certo periodo di tempo, infatti, mi sono dedicato allo studio dei biosensori, microrganismi geneticamente modificati che sono in grado d’indicare la presenza di un dato inquinante nell’ambiente in cui vengono immessi.

 

In che modo sei approdato al Premio Urania? Avevi già in mente di partecipare mentre scrivevi il romanzo? È stato il tuo primo tentativo o avevi già partecipato in passato?
Eh, sì, questo è il mio quinto “giro di ballo” al Premio Urania. Quest’anno, per fortuna, ho avuto più tempo per correggere le spigolosità della trama. Come lettore, invece, seguo i romanzi Urania già dai tempi delle scuole superiori (e quindi da molti, molti anni).

 

Il tuo romanzo si innesta sul filone della fantascienza catastrofista. Quali sono state le tue fonti di ispirazione?
Sicuramente le opere di Michael Crichton, e in particolar modo uno dei suoi ultimi romanzi, “Preda”.

 

Claudio Vastano, "Simbionti"

Claudio Vastano, “Simbionti”,
Novembre 2018, Urania n. 1660

Spesso la fantascienza è uno specchio collocato nel futuro ma orientato sul presente. Questa affermazione è valida anche per “Simbionti”? Quali aspetti della società attuale riflette il tuo romanzo?
“Simbionti” è ambientato in un futuro tutt’altro che lontano e gran parte delle tecnologie descritte nel romanzo esistono già ai giorni nostri. Fino a venti o trent’anni fa sarebbe stato quantomeno azzardato cercare di trasporre un argomento apparentemente “banale” come lo smaltimento degli inquinanti in un romanzo di fantascienza. Negli ultimi tempi, però, abbiamo preso coscienza del fatto che, a causa dell’esplosione demografica e dello sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali, il nostro pianeta è divenuto un ricettacolo sempre più fragile e angusto. E su questo tema – peraltro molto concreto – la narrazione fantascientifica non può che trovare terreno fertile su cui prosperare.

 

Quali progetti hai per il futuro dopo aver vinto il Premio Urania? Scriverai nuovi romanzi di fantascienza, magari un seguito per “Simbionti”, oppure ti concentrerai su altri generi?
La fantascienza è il genere letterario con cui mi sono “fatto le ossa”, e sicuramente non lo abbandonerò. Provenendo da una famiglia di lettori robusti, ed essendo stato circondato fin da piccolo da saggi e romanzi di un po’ tutti i generi, mi piacerebbe esplorare anche altre strade. Al momento sono dietro alla stesura di un romanzo ambientato su Europa, la luna ghiacciata di Giove dove – si ipotizza – potrebbe esistere un vasto oceano sotterraneo. Chissà che non decida di farlo partecipare a una delle prossime edizioni del Premio.

 

EBOOK DISPONIBILE

 

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Giovanni “X” De Matteo Torna su “Urania”

giugno 26th, 2014

 

Una candida conversazione

con il Premio Urania laureato

a proposito del nostro futuro

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Com’è nata l’idea di Corpi spenti e quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

Subito dopo l’uscita di Sezione π², chiacchierando con il compagno di penna Fernando Fazzari, mi sono trovato a considerare l’ampiezza dello scenario che avevo cominciato a delineare. Mi ripromisi di approfondire l’impatto sociale di un’ipotetica Singolarità Tecnologica, in grado di estendere la natura umana oltre i suoi limiti fisici, andando a investigare soprattutto gli angoli più nascosti, quelli in cui si annida la nostra parte più animale e primitiva. Trascorsero tuttavia più di due anni prima che mi decidessi a mettermi seriamente al lavoro. Era l’inizio del 2010. A maggio 2011 avevo una prima stesura, su cui condussi più passaggi di revisione tra l’estate e l’autunno successivi. Per la fine di quell’anno il romanzo era fuori di casa, in cerca di impiego.

 

Che cosa rappresenta per te la Sezione Pi Quadro e che funzione hanno, nella tua immaginazione, i personaggi che la compongono?

Dei guastafeste, in un mondo in cui le convenzioni e le convenienze spingono chiunque altri ad allinearsi con le direttive del potere. Di primo acchito sono una squadra di personaggi male assortiti, con i loro vizi e tormenti più o meno privati. Ma in una polizia corrotta e mercenaria, questo manipolo di rinnegati, sbandati e scansafatiche diventa l’ultima guarnigione in difesa di un ideale di giustizia ormai quasi del tutto dimenticato.

 

I tuoi non sono i primi romanzi in cui la città di Napoli – e, in senso più ampio, il meridione d’Italia – hanno un ruolo fantascientifico, ma certo sono tra i più popolari. Vedi nel Sud altre potenzialità, scenari per nuovi romanzi?

Il Sud è come il Texas, per dirla alla Lansdale: uno stato mentale. Ha un potenziale enorme, che va al di là della semplice scenografia, in quanto rappresenta un territorio di frontiera (il centro del Mediterraneo) e un contesto marginale lambito dalle direttrici dello sviluppo. Per questo offre un punto di vista privilegiato sui cambiamenti che coinvolgono la nostra società e si presta a sviluppi narrativi dei tipi più diversi. Incarna meglio di altri posti l’assenza di quello che Sterling chiama “il senso del futuro”, e questo lo rende ancora più interessante come ambientazione fantascientifica.

 

In Corpi spenti, una bella fetta del sud è sul punto di staccarsi dal resto del paese. Come mai negli ultimi venti-trent’anni si è parlato tanto di “disunità”?

Il discorso delle due velocità dell’Italia è stato sbandierato per anni, senza tuttavia che nessuno si interessasse davvero ad adottare misure strutturali per compensare questo divario. Difficile credere che non ci sia stato qualche tipo di interesse da tutelare, unito all’incompetenza in cui eccellono i nostri politicanti. Nel romanzo metto in scena quello che chiamo “Secessione Controllata”, inteso a gestire il problema nel modo più semplice che sia dato ai governanti, cioè sbarazzandosene. Una sorta di “strategia della lucertola”, con il paese che si lascia dietro una parte di sé per avere salva la vita di fronte alla crisi.

 

Come riconduci Corpi spenti al filone più vasto della narrativa speculativa contemporanea? E al connettivismo?

Corpi spenti trasfigura in chiave distopica il nostro presente: l’autonomia del Mezzogiorno diventa l’occasione per creare una sorta di zona franca, che sconfina nell’incubo delle megalopoli cinesi e delle maquiladoras sorte sul confine messicano. Corruzione, connivenza delle autorità, criminalità organizzata, femminicidio, dipingono il ritratto di un Mezzogiorno ridotto a una “riserva di caccia”, in cui generalmente è il più forte a prevalere. Inoltre il nucleo tematico del romanzo si richiama direttamente al postumanesimo, interrogandosi su come evolverà la società per effetto delle onde di progresso sempre più ravvicinate innescate da uno sviluppo fuori controllo.

Venendo al connettivismo, il movimento nasce con l’intento di attuare una sintesi tra le diverse anime della fantascienza: quella più speculativa, quella più attenta al sociale, quella più interessata alle ricadute del progresso scientifico, quella che cerca di proiettarsi al di là dell’umanità come oggi la conosciamo. Ho cercato di operare la stessa sintesi sulla materia che è alla base di Corpi spenti.

 

A che punto si trova oggi il movimento connettivista?

Quest’anno ricorrerà il decimo anniversario della pubblicazione della prima versione del Manifesto e la passione non ci ha ancora abbandonati. Continuiamo a mettere in cantiere nuovi progetti. Next (la rivista curata da Sandro Battisti, che nel 2011 si è aggiudicata il Premio Italia), la webzine  HYPERLINK “http://www.next-station.org” www.next-station.org che curo insieme a Salvatore Proietti, i nostri rispettivi blog, le antologie tematiche le altre iniziative non solo editoriali che ci vedono in prima linea, costituiscono solo la punta dell’iceberg.

 

La fantascienza italiana sbarcherà alla prossima Worldcon di Londra, tu stesso interverrai ad un panel con Arielle Saiber. Pensi che questo influirà positivamente sullo sviluppo del genere?

Siamo ancora in attesa di conoscere se l’organizzazione approverà o meno la nostra proposta. Tenere un panel sul connettivismo sarebbe un’opportunità unica, ma in ogni caso saremo a Londra per sfruttare l’occasione di una WorldCon sulla soglia di casa nostra. Uno scrittore di fantascienza che voglia davvero guardare al futuro deve imparare a guardare al di là delle barriere, a partire da quella linguistica.

 

Infine, a cosa stai lavorando adesso?

Sono da poco all’opera sul seguito di Terminal Shock, la novella hard sci-fi di ambientazione spaziale pubblicata lo scorso anno in e-book da Mezzotints. E c’è sempre qualche racconto in attesa di sviluppi, a cui cerco di dedicarmi nei ritagli di tempo.

 

(A cura di G.L.)

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Fritz Leiber, argentea testa d’uovo

giugno 26th, 2014

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Tra gli scrittori che hanno esordito all’inizio della prima Età d’oro della fantascienza americana, cioè intorno al 1939, Fritz Leiber è il più eccentrico. Anche lui ha pubblicato su “Astounding” e “Unknown”, allora riviste leader del settore, ma si è subito distinto per una voce dal timbro speciale. Rispetto alla pattuglia di autori che si apprestavano a inventare la sf tecnologica, Leiber ha cantato un lungo assolo, parlando di moderni sortilegi più in linea con il mainstream letterario che con il genere. E quando è passato alla sf ortodossa ne ha fatto un uso disinvolto e personale, ponendo quasi dal nulla le premesse della social sf. Anziché celebrare le conquiste di una tecnologia titanica, o il gigantismo dell’uomo che si espande in un universo di stelle e soprattutto di macchine, ha voluto mostrarne il lato in ombra. Leiber è stato un artista dei chiaroscuri, dei terrori che nasconde l’ignoto, delle società future stregate perché è stregata la mente degli esseri umani. Fertile e ossessivo, dotato di un macabro senso dell’umorismo ma soprattutto di una prosa ricca e anti-banale, tesserà negli anni un vero e proprio arazzo in nero dell’America, lasciando intravedere, oltre il tessuto, le meraviglie di un cosmo a più dimensioni che normalmente ci sfiorano soltanto ma che a volte prendono possesso di noi. Per Leiber non sono i razzi a collegarci intimamente allo spazio ma i nostri nervi. Le stelle nere, i vortici dell’assurdo, i mondi inesplorati non rispondono a un navigatore razionale quanto all’inconscio, di cui l’universo è un’immagine specchiata. Visto in quest’ottica, Fritz Leiber non è solo un originale autore del fantastico o un acuto antiutopista, ma una voce che parla con accenti riconoscibili dell’America di oggi e di ieri, della solitudine nelle sue città, dei molti ruoli che donne e uomini sono chiamati a recitare sulla scena della vita (figlio d’arte, è affascinato da un senso del teatro che risalta in buona parte della sua narrativa). Di più, è un uomo colto nel senso in cui lo sono di solito gli scrittori europei: mentre per gli americani quello che conta è il know-how, la cultura sul campo, per il nostro il lato umanistico è importante e le sue sfide sono anche, e soprattutto, sfide della mente.

Nato a Chicago nel 1910, da una coppia di attori come Poe (suo padre, Fritz Leiber senior, è riconoscibile nel ruolo dell’altissimo prete che accompagna Charlie Chaplin alla ghigliottina nel finale di Monsieur Verdoux), il giovane Fritz Reuter Leiber non ha avuto una vita avventurosa né premature esperienze amorose. La sua autobiografia giovanile, uscita anche in italiano nel volume La luce fantasma, si intitola Poco disordine e poco sesso precoce. Questo giovanotto alto, magro e affascinante come il padre, è alquanto solitario; scrive lunghe lettere a H.P. Lovecraft, dal quale riceve incoraggiamento per la sua vocazione letteraria, e gradualmente si sforza di trovare una propria voce. Pubblicherà i primi racconti fantastici su “Unknown” e “Weird Tales”, raccogliendoli più tardi nel volume dal titolo shakesperiano Neri araldi della notte (Night’s Black Agents, 1947). Non si accontenterà di spettri derivati né di imitazioni: c’è della fantascienza nei suoi terrori, ma soprattutto c’è la modernità della notte americana, l’eleganza del palcoscenico. In uno dei racconti più famosi della raccolta, “Fantasma di fumo”, lo smog e i residui tossici dell’industria materializzano uno spettro al passo con i tempi, paragonabile forse solo allo “It” di Theodore Sturgeon, e tuttavia più urbano; ne “I sogni di Albert Moreland” un uomo solo gioca, notte dopo notte, una partita a scacchi contro un avversario fantomatico che vede in sogno: dall’esito della partita dipenderà la sorte del mondo reale. Una scena semplice eppure di grande pathos, dove la tensione nasce dalla disperata solitudine del giocatore. In storie memorabili come “Ai raggi X”, la ricerca dell’ignoto va di pari passo con la rappresentazione di ambienti attuali e personaggi credibili, simili a noi.

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Ian Watson

giugno 2nd, 2014

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Notissimo per aver scritto il soggetto cinematografico di A.I. Iintelligenza artificiale (il film di Stanley Kubrick-Steven Spielberg tratto dal racconto di Brian W. Aldiss), Ian Watson (n. 1943) ha esordito nel 1969 con il racconto “Roof Garden Under Saturn”, apparso sulla rivista “New Worlds”. A partire dal 1976, questo ex-insegnante d’inglese ed ex-professore di futurologia al Politecnico di Birmingham (con relativi corsi sulla fantascienza) si è dedicato alla letteratura a tempo pieno. Diversi romanzi e molti racconti sono apparsi anche in italiano, dove la sua opera è stata costantemente seguita da “Urania”. Il romanzo d’esordio di Watson, The Embedding (1973), è uscito – con il titolo Il grande anello, 1979 – nella collana “Sigma” di Moizzi, che ha presentato diverse opere notevoli degli anni Settanta; mentre quello stesso anno vede l’inizio delle traduzioni di Watson nella nostra collezione, che fa uscire Miracle Visitors del ’78 come La doppia faccia degli UFO. L’anno successivo, 1980, è sempre “Urania” a proporre un’importante antologia apparsa in Inghilterra nel ’79, The Very Slow Time Machine (Cronomacchina molto lenta). Come autore di racconti Watson è originale e prolifico: ne ha scritti oltre cento.

Benché le sue brillanti short stories continuino ad apparire in appendice a “Urania” e su altre pubblicazioni – una per tutte, la pluriristampata “Convention mondiale del 2080” – bisogna aspettare il 1986 prima di vedere un altro romanzo di Watson nella nostra lingua. E’ Il libro del fiume (The Book of the River, 1983), compendio di quattro parti uscite originariamente sul “Magazine of Fantasy and Science Fiction” e seguito poi da Il libro delle stelle (The Book of Stars, 1984; tr. it. 1988) e Il libro delle Creature (The Book of Being, 1985; tr. it. 1988), tutti apparsi sulle nostre pagine nella traduzione di Laura Serra. In questa edizione omnibus offriamo i due romanzi iniziali, mentre il terzo seguirà su “Urania”. E’ il tentativo di Watson di comporre un vasto affresco a metà tra la fantascienza e il fantastico, e gli conquista le simpatie di un pubblico più vasto. Nel 1990 la “Biblioteca di Nova SF” recupera God’s World del 1979 (Il pianeta di Dio), un romanzo a sfondo metafisico in cui la nostra razza riceve in dono la propulsione interstellare, ma solo un gruppo ristretto di individui viene scelto per raggiungere il pianeta dei donatori e incamminarsi sulla strada di un’imprevedibile trasformazione. Nel 1997 appare su “Urania” L’ultima domanda (Hard Question, 1996), un thriller tecnologico ricco di sorprese, e nel 2000 Superuomo legittimo (Converts). Intanto, nel 1999 l’Editrice Nord ristampa, nelle proprie collane, Il grande anello e La doppia faccia degli UFO, cambiando i titoli a entrambi: diventano rispettivamente Riflusso  e L’enigma dei visitatori. Nel 2002 esce su Urania Il mistero dei Kyber (Under Heaven’s Bridge, un romanzo del 1981 scritto in collaborazione con Michael Bishop). Nel 2004 Hobby & Work fa uscire Draco (id., 2002) e Harlequin (id., 2004). Nel 2005 replica “Urania” con L’anno dei dominatori (Mockymen, 2003), mentre Hobby & Work presenta I figli del caos (Caos Child, 2004).

Tra i romanzi che restavano inediti in Italia, e che “Urania” ha riproposto recentemente, Creatura del fuoco (1988) è uno dei più originali per concezione e sfondo storico, con un richiamo alle scoperte dell’alchimia che non suonerà fuori luogo in chiave fantascientifica; mentre rimangono da scoprire The Jonah Kit (1975), vincitore del premio British Science Fiction; The Gardens of Delight (1980), Deathhunter (1981), Chekhov’s Journey (1983), Queenmagic, Kingmagic (1986), Whores of Babylon (1988) e The Flies of Memory (1990) fra i testi più notevoli.

Nel giudizio di John Clute e Peter Nicholls, forse i migliori studiosi contemporanei della fantascienza inglese, “la narrativa di Ian Watson, a volte obbiettivamente ardua nella sua complessità, può essere vista come una vivace rivolta contro l’oppressione intellettuale e politica, ma anche come una dichiarazione dei limiti – almeno per quanto riguarda gli esseri umani – del concetto di realtà. Quest’ultimo, essendo stato creato su misura dei nostri ristretti canali percettivi, risulta soggettivo e parziale; il tentativo umano di accedere a realtà più complesse, attraverso metodi che vanno dalle droghe alle discipline linguistiche, dalla meditazione a un’educazione radicalmente innovata, non sarà mai completamente coronato dal successo. L’umanità è troppo limitata, troppo poca cosa per afferrare la realtà nel suo complesso. Ian Watson è forse lo scrittore di fantascienza contemporaneo che meglio sintetizza questi temi, e il meno illuso”.

 

G.L.

 

 

 

 

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Poul Anderson

giugno 2nd, 2014

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È ben nota a tutti i lettori di fantascienza la distinzione tra due modi diversi di intenderla e interpretarla: secondo tale distinzione esisterebbe, da un lato, una produzione attenta in particolar modo all’evoluzione della tecnologia, con le sue implicazioni sull’esistenza dell’umanità nel futuro. Come illustre precursore di tale concezione normalmente si citano il francese Jules Verne e, all’interno del genere, il suo stesso fondatore, Hugo Gernsback, che nel romanzo Ralph 124C421 + non sembra far altro che elencare situazioni future generate da invenzioni tecnologiche. Dall’altro lato un manipolo non sparuto di scrittori, prendendo le mosse dalle opere di Herbert George Wells, si propone di lasciare in prospettiva lo sfondo tecnologico e di focalizzare le storie sui valori dei protagonisti, sulle ripercussioni morali, psicologiche, sociali, degli eventi futuri. Tale produzione, definita normalmente “umanistica” per distinguerla dalla consorella, denominata “tecnologica” o “hard sf”, conta tra i suoi artefici personalità di rilievo come Theodore Sturgeon, Ray Bradbury, James Ballard e altri.

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Charles Sheffield

giugno 2nd, 2014

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Laureato in fisica, inglese ma da sempre in America, 

è uno scrittore che sa cosa voglia dire “hard sf”, 

la nuova fantascienza tecnologica.

 

Verso la fine degli anni Settanta vi è stato, in America, un imprevisto rifiorire della fantascienza tecnologica. Stimolata dall’esempio di autori che si erano affermati nei primi anni del decennio, fra i quali vanno subito indicati Larry Niven e David Gerrold, altri scrittori cominciavano a intravvedere le possibilità della nuova hard sf.  Negli anni Ottanta e Novanta sono apparsi sulla scena scrittori intelligenti e maturi che hanno saputo sfruttare questa occasione: Gregory Benford, Greg Bear, Roger McBride Allen, Allen Steele e lo stesso Sheffield, fino al caso clamoroso di Greg Egan (tutti ospitati nelle nostre edizioni). Charles Sheffield, nato nel 1935, è inglese di origine ma si è stabilito negli USA fin dalla metà degli anni Sessanta. Laureato in fisica e scrittore anche in campo scientifico, è da tempo considerato uno dei migliori autori di “hard sf” che il nostro genere letterario ci abbia dato dopo Niven. Di lui abbiamo pubblicato numerosi titoli: Quake pianeta proibito (n. 1274), Le lune fredde (n. 1305), Memoria impossibile (n. 1345) e Punto di convergenza (n. 1359). Charles Sheffield è autore altresì di numerose opere di divulgazione e saggistica. Nelle Sfere del cielo (2001) riprende l’ambientazione e alcuni personaggi di Caccia a Nimrod (The Mind Pool, 1993, pubblicato in Italia dall’Editrice Nord), romanzo di cui può essere considerato un seguito leggibile anche in modo autonomo.

Un mondo per gli Artefici (Divergence, 1991) è ambientato nello stesso universo di Quake, pianeta proibito (1990) e del successivo Punto di convergenza (1997), entrambi già tradotti nella nostra collana. Si tratta del cosiddetto “Heritage Universe”, dove scoperte e tecnologie di razze antichissime avranno un impatto inatteso sula civiltà umana: un tema poi ripreso e sfruttato da numerosi autori e che si rifà a un’originaria concezione di Arthur C. Clarke.

 

G.L.

 

 

 

 

 

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