Antigravità

Urania Collezione 194: Lois McMaster Bujold, “Gravità Zero”

febbraio 27th, 2019

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Lois McMaster Bujold, “Gravità Zero”, Urania Collezione n. 194, marzo 2019

Lois McMaster Bujold, "Gravità zero"

Lois McMaster Bujold, “Gravità zero”, Urania collezione n. 194, marzo 2019

La tecnologia fa presto a diventare obsoleta. Talvolta non si fa in tempo a comprare un modello di telefono cellulare che già ne viene rilasciata una nuova versione, più bella, più veloce, più funzionale.

Lo stesso accade alla potente GalacTech quando la Colonia Beta inventa un modo per generare un campo gravitazionale artificiale, rendendo così obsoleto il suo precedente progetto di punta: i quad, speciali operai geneticamente modificati per lavorare a gravità zero.

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Michael Swanwick

maggio 1st, 2014

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È il celebre autore di Domani
il mondo cambierà, ma Ossa della Terra è un libro indimenticabile

Americano, nato nel 1950, Swanwick ha cominciato a pubblicare racconti nel 1980. La sua narrativa breve è raccolta a tutt’oggi in numerosi volumi: Gravity Angels del 1991, cui sono seguiti A Geography of Unknown Lands (1997), Moon Dogs (2000) e Tales of Old Earth (2001). In Italia se ne sono avute traduzioni in “Millemondi” Mondadori, nell’antologia Cyberpunk dell’Editrice Nord, ecc.

Tra i romanzi, a parte il fantasy The Iron Dragon’s Daughter del 1993, gli altri sono ricchi di riflessioni morali sul presente e il futuro prossimo, e hanno meritato attenzione e considerazione sia da parte della frangia cyberpunk che dei critici interessati a una rinascita della sf “umanistica”, come è stata definita per differenziarla dal filone tecnologico.

Il suo primo romanzo, In the Drift (1985), è ambientato in un mondo alternativo in cui l’esplosione nucleare di Three Miles Island è avvenuta realmente. Nel 1987 esce Vacuum Flowers (L’intrigo Wetware, Editrice Nord): all’apparenza una storia di viaggi nel sistema solare, in realtà una meticolosa descrizione del regime economico che vige nella Fascia degli asteroidi (una spietata plutocrazia commerciale), fino al desolato ritratto di una Terra dominata dalle intelligenze artificiali e totalmente spersonalizzata, visto che è possibile acquistare una nuova individualità sotto forma di microchip e diventare in un batter d’occhio un’altra persona.

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Fredric Brown, vagabondo nello spazio della mente

maggio 1st, 2014

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Il vagabondo dello spazio (Rogue in Space, 1957) è un volume in due parti ottenuto dalla riscrittura di due lunghi racconti apparsi precedentemente su rivista: “Gateway to Darkness” (in “Super Science Stories” del novembre 1949, tradotto in italiano come “Fuga nel buio” ma con il titolo originale tramutato in Rogue in Space) e “Gateway to Glory” (in “Amazing Stories”, ottobre 1950). Il libro che ne deriva ha la particolarità di essere uno dei pochi noir d’ambientazione spaziale e il protagonista Crag, un delinquente della più bell’acqua, sembra quasi il modello su cui Richard Stark plasmerà qualche anno più tardi il suo celebre Parker.

In questa nuova edizione il testo viene proposto per la prima volta in forma integrale, oltre che in una traduzione moderna che ne mette in risalto l’ironia e – nella seconda parte – la critica del modo di vivere americano che forse esporteremo sugli altri mondi. Crag, il protagonista di una vicenda senz’altro in anticipo sui tempi, è il classico lupo solitario del romanzo criminale, il bandito di ventura durissimo e spietato che agisce in un mondo dove si sente, e vuole essere, totalmente solo. È anche la sua caricatura, o almeno lo stereotipo del duro che in un’ideale galleria dell’Anonima carogne figurerebbe al piano nobile, come il ritratto del fondatore.

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LA NUOVA FASCIA DEGLI ASTEROIDI

giugno 29th, 2012

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DA PLUTONE AGLI OGGETTI TRANSNETTUNIANI

Viaggio ai confini del Sistema Solare

Aosta, Sala conferenze della Biblioteca Regionale, via Torre del Lebbroso 2

giovedì 5 luglio 2012, ore 21.00

ingresso libero

 

Relatore: Dott. Albino Carbognani

Ricercatore all’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta, scopritore dell’asteroide 2007 RT6 Vallée d’Aoste

 

Introduce: Prof. Enzo Bertolini

Direttore dalla Fondazione

Clément Fillietroz-ONLUS

Modera: Dott. Andrea Bernagozzi

Ricercatore all’Osservatorio Astronomico

della Regione Autonoma Valle d’Aosta

 

Plutone, scoperto nel 1930 dallo statunitense Clyde Tombaugh, è stato per 76 anni il nono e ultimo pianeta del Sistema Solare. Nell’estate del 2006 gli astronomi, riuniti a Praga per l’Assemblea generale dell’Unione Astronomica Internazionale, a sorpresa lo hanno riclassificato come ‘pianeta nano’, categoria proposta in quell’occasione. La decisione fece notizia all’epoca e ancora oggi mette in difficoltà insegnanti e alunni quando a scuola si studia il Sistema Solare. Come rispondere alla domanda: perché Plutone non è più ritenuto un pianeta vero e proprio?

La causa di questo cambiamento è stata la scoperta, negli ultimi vent’anni, di una nuova fascia di asteroidi oltre l’orbita di Nettuno, nota come Fascia di Edgeworth-Kuiper, di cui Plutone è uno dei maggiori rappresentanti. Albino Carbognani, ricercatore all’Osservatorio Astronomico a Saint-Barthélemy e scopritore dell’asteroide 2007 RT6 che sarà chiamato Vallée d’Aoste, ci guiderà in un affascinante viaggio a miliardi di km dal Sole, dove la temperatura crolla a -240 °C. Dai ghiacci di Plutone al suo sistema di satelliti, dagli asteroidi transnettuniani a quelli che circolano in prossimità di Giove, scopriremo che probabilmente è anche a questi oggetti così remoti che dobbiamo la presenza sul nostro pianeta dell’acqua, sostanza fondamentale per la vita sulla Terra.

Quest’estate gli astronomi si riuniranno nuovamente per l’Assemblea generale, stavolta a Pechino: ci dobbiamo attendere altre sorprese?

 

Albino Carbognani, laureato in fisica statistica con il massimo dei voti all’Università degli Studi di Parma, ha conseguito il dottorato in fisica del plasma all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Attualmente è ricercatore all’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta, dove è il referente per il progetto di ricerca sugli asteroidi. Nell’ambito del progetto collabora con il Minor Planet Center Minor dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics a Cambridge, negli Stati Uniti, per lo studio astrometrico e fotometrico degli asteroidi; con l’Observatoire de la Côte d’Azur a Nizza e l’Observatoire de Paris, in Francia, per la missione spaziale Gaia della European Space Agency (ESA) e la rete di osservatori del Gaia Follow-up Network; infine con l’agenzia spaziale tedesca DLR a Berlino e l’INAF-Osservatorio Astrofisico di Torino per l’analisi delle proprietà rotazionali degli asteroidi Troiani di Giove. Ha scoperto tre asteroidi della Fascia Principale. È autore e coautore di decine di pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali e di centinaia di articoli di divulgazione astronomica sulle principali riviste del settore. Insieme all’astrofisico Luigi Foschini è autore del libro Meteore. Dalle stelle cadenti alla catastrofe di Tunguska (CUEN, 1999).

 

Le Conferenze di stagione sono un appuntamento del progetto culturale della Fondazione Clément Fillietroz-ONLUS, che gestisce l’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta e il Planetario di Lignan. Si ringrazia la Biblioteca Regionale di Aosta per la preziosa collaborazione.

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Fuoco cammina con me: Ray Bradbury, i libri e l’immaginazione

giugno 7th, 2012

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La scomparsa di Ray Bradbury (1920-2012) ci costringe ad amare riflessioni. Vogliamo ricordarlo qui con un’analisi del suo rapporto con i libri, che sono la più difficile creatura del’immaginazione. Il testo è apparso come introduzione a Era un gioia appiccare il fuoco, l’antologia di racconti sulla genesi di Fahrenheit 451 (Piccola Biblioteca Oscar, 2011).

Books have played me a sad turn.”

                                                M.R. James

E’ stato Aldous Huxley a definire Fahrenheit 451 “uno dei libri più visionari” che avesse mai letto, e il romanzo – che non parla di vita vissuta ma delle disavventure di altri libri, in un particolare girone dei dannati – lo è indubbiamente. Un dramma fantastico e laterale che parte dalla messa all’indice della letteratura per sottolineare con struggente nostalgia la fragilità del bello e del buono, i sentimenti della giovinezza del mondo.

Molti avranno letto il romanzo di Ray Bradbury o visto il film di François Truffaut con Julie Christie e Oskar Werner: in un paese industrializzato del futuro che somiglia a un’asettica concezione dell’inferno, si bruciano i libri perché rappresentano il regno dell’arbitrio. Dal (libero) arbitrio non possono nascere che inquietudine e infelicità, dunque insieme ai vecchi tomi si ardono vivi i loro incauti possessori, o almeno quelli che rifiutano di separarsi dalle proprie biblioteche. Costoro decidono di morire sperimentando su di sé il sublime del verso dantesco:

tal, che nel foco faria l’uom felice” 1.

Il compito di appiccare il fuoco spetta ai pompieri, che anziché spegnere gli incendi li attizzano coi lanciafiamme. Romanzo e film sono rimasti vivi nella coscienza per più di mezzo secolo come una sorta di post-Mondo nuovo e soprattutto post-1984 da cui promana un senso di rinnovata angoscia. In Bradbury, infatti, i libri non rappresentano soltanto un punto di riferimento ma sono archetipi, forze della natura (giacché la natura umana è permeata di cultura) di cui anche gli avversari riconoscono il valore simbolico. Di qui il traumatico ricorso ai roghi, l’equivalente dei forni nei campi di sterminio.

Verso i libri si possono avere molti atteggiamenti, dalla catena del bisogno-dipendenza-passione (bibliolatria) fino a estremi di stanchezza, diffidenza e ripulsa. Vi sono naturalmente le posizioni intermedie, di cui è sovrana l’indifferenza, ma i due poli non ci apparirebbero così radicali se i libri non avessero assunto, come dicevamo, un valore simbolico e non fossero circondati da un’allure che anticamente non possedevano. Non soltanto per il loro contenuto, che è un inesauribile serbatoio di conoscenza, ma proprio in quanto idea e progetto: diventare uno strumento dell’immaginazione, un mattone per costruire il futuro. Ecco perché colpire i libri, incendiare la grande biblioteca di Alessandria, è come abbattere gli idoli. Questo pensa il pompiere che non immagina ma vegeta: i libri sono falsi idoli per false speranze, “cose in cui non puoi credere”. Distruggerli vuol dire annientare le riserve psicologiche del nemico. Quanto all’identità di quest’ultimo: chiunque non faccia parte della governance, della classe dirigente o della sudditanza. Nell’immaginazione bradburiana, il cittadino americano erede di Jefferson e di Lincoln si trasforma in suddito nel momento in cui la tecnologia prende il sopravvento sulla morale e le idee vengono inghiottite dall’indifferenza dei media. Il nemico è la dialettica che i libri esprimono, quella che una volta si sarebbe chiamata la ricerca della verità. Oggi che l’unica verità possibile è il dogma o la pratica dell’incoscienza, i libri superstiti devono essere bruciati.

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Lo spazio è la mia patria: Arthur C. Clarke

maggio 21st, 2012

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Incontro con Rama (Rendez-vous with Rama, 1973) è uno dei romanzi più affascinanti di Clarke e, probabilmente, di tutta la fantascienza.

E’ un libro che va al di là delle mode e dei calcoli di convenienza; è un capolavoro dell’avventura moderna e uno dei pochi romanzi ad aver generato tre seguiti che, per ricchezza inventiva, stanno ben alla pari con il testo originario. Questi seguiti, scritti in collaborazione con Gentry Lee, sono: Rama II, The Garden of Rama e Rama Revealed.

Il successo del libro si deve a molti fattori: le accurate ipotesi scientifiche di Clarke, oggi tornate alla ribalta con la paura degli asteroidi minacciosi vaganti nello spazio; la grandiosa immagine di un manufatto exraterrestre – di fatto, un’astronave – che tuttavia è così grande da potersi definire un mondo autonomo e misterioso; il fascino delle civiltà perdute, di cui quella ramana costituisce un perfetto aggiornamento. E naturalmente, l’emozione del primo contatto con un’altra forma di vita intelligente. Ma ci sono altre ragioni, che fanno di Incontro con Rama un nuovo tipo di avventura nello spazio paragonabile a ben pochi altri testi degli anni Settanta o anche successivi (uno di essi è il ciclo di Ringworld di Larry Niven).

I vari elementi del romanzo sono fusi con maestria nel racconto dell’esplorazione che una squadra scientifica umana intraprende a bordo dell’oggetto Rama, arrivato dai confini dello spazio e diretto verso il nostro sistema solare. Questa parte del libro è anche la più vicina allo spirito avventuroso – nel senso di avventura intellettuale – che contraddistingue il Clarke degli anni Settanta, cioè l’uomo che è da poco emerso dalla grande odissea di 2001. Il film di Stanley Kubrick, da Clarke in parte ideato, si poneva nel 1968 come un ponte gettato fra una concezione provinciale del racconto di fantascienza e la sua nuova, più complessa dimensione “multimediale”. Rendezvous with Rama continua, nel 1973, quel discorso e illustra l’idea di pluralità dei mondi, così cara alla sf come alla filosofia, da un punto di vista “alieno”, cioè dall’interno di un’architettura definitivamente estranea all’uomo. La misteriosa, impenetrabile natura di Rama è l’equivalente dell’appartamento rococò in cui è arrivato Dave Bowman in 2001: una volta, naturalmente, che siano state tolte le tende e smontati i baldacchini.

Per la fantascienza d’ambiente spaziale è una sorta di rinascita, ma su basi completamente nuove; basi che devono la loro robustezza, e certo tutta la loro originalità, al penchant metafisico di Arthur C. Clarke, già visibile nelle premesse di 2001 – e cioè nel racconto “La sentinella” – ma anche in altre opere, da “I nove miliardi di nomi di Dio” in avanti.

È accaduto così che un autore ingiustamente tacciato di arido tecnicismo si aprisse a un’esplorazione di orizzonti cosmici impensati, a visioni dell’universo che non sono per nulla aride o tecnicistiche, ma anzi ci riportano alle radici stesse della ragion d’essere della fantascienza.

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Viaggio al termine del purgatorio

ottobre 9th, 2011

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Da non perdere il romanzo di questo mese, un capolavoro offerto nella migliore edizione di sempre.

«L’occhio del purgatorio: “Viaggiare nella causalità” – Il tempo della mosca, quello della mucca e quello dei batteri – L’espediente di Dagerlöff – Cibo già digerito, vino che è già piscio – Critica dell’ideologia quotidiana – “Non vedo più il nuovo” – La fotografia – Vedersi morire allo specchio – Il sole pallido…» E’ il sommario del lungo intervento con cui Wu Ming 1 ha parlato del romanzo di Jacques Spitz alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, il 1° giugno 2011.  Il lettore curioso ne trova la registrazione audio al sito http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4353,  dove potrà rendersi conto di come L’occhio del purgatorio – un piccolo capolavoro del ‘900 – venga accostato non casualmente a un altro grande testo sulla visione del futuro, “Il continuum di Gernsback” di William Gibson. Anzi, in entrambi i casi è possibile tracciare una «differenza tra futuro e “presente invecchiato” simile a quella già introdotta da Fredric Jameson nel suo Archaeologies of the Future (2005)», e quindi «tra “programma utopico” e “impulso utopico”.» Il critico può così «prendere di petto il problema del tempo e del controllo capitalistico sui tempi.» Passando a un piano più esplicitamente politico, Wu Ming 1 parla poi «del rischio che i movimenti subiscano tempi e ritmi del potere e non decidano in autonomia le proprie “scadenze”.» 

L’attualità del romanzo, e più che l’attualità la sua profondità, non sono dunque in discussione. A quasi settant’anni dalla sua pubblicazione originale e a poco meno di quaranta dalla prima edizione italiana, per merito dell’Urania di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, il libro conserva tutta la sua freschezza artistica, che ce lo fa amare anche a prescindere dai temi importanti che tocca. Il suo argomento è il vedere e, purtroppo, il vedersi calati in un universo caotico ed estraneo. Ma cosa vuol dire “vedere”? Facendo alcune ricerche su internet – mezzo indispensabile ancorché sospetto, e che funziona meglio come caleidoscopio che non come disco combinatore – abbiamo cercato invano una risposta compiuta come quella che viene dal romanzo. Ci siamo imbattuti, di volta in volta, nel blog di una persona che stava perdendo la vista; in varie voci enciclopediche su Dante e San Lorenzo, protettore delle anime del Purgatorio; sulla notizia (ghiottissima) di alcuni inediti di Jacques Spitz da poco usciti in Francia, e, dulcis in fundo, nel sito della Wu Ming Foundation con il pezzo riportato sopra.

Ma vedere significa ben altro. Fra le altre cose, vuol dire amare Jacques Spitz come lo amiamo dal giorno della sua fulminea rivelazione (1973). Tenere una copia di consultazione dell’Oeil du Purgatoire sempre pronta, in una tasca segreta delle ghiandole lacrimali. Tornare a parlarne come di un indispensabile vademecum della Visione assoluta: quella che non fa affidamento soltanto sulla potenza del cristallino, della retina e del nervo ottico, ma – come l’ultra-vista di Superman – su una rifrazione d’ordine superiore.

Nel romanzo, a permettere lo sviluppo di tale straordinaria facoltà è un bacillo (c’è una ricetta chimica anche dietro la scoperta dell’invisibilità da parte di Griffin, l’inventore di Wells diffidente della razza umana quanto lo è il Poldonski di Spitz). I sali wellsiani e il parabacillo della lepre siberiana, tuttavia, non sono che lo scalino per salire al livello dell’ottica trascendente, quella che comprende nei suoi calcoli la nozione d’infinito. Grazie all’esperimento del biologo Dagerlöff e alle disavventure della sua cavia involontaria, il pittore Poldonski, frasi proverbiali come “La bellezza è nell’occhio di chi guarda” o il suo opposto, “Sembra tutto giallo all’occhio dell’itterico”, acquistano un senso più ampio e definitivo. Lungi dall’esprimere un trionfo di soggettività visuale, quelle intuizioni testimoniano un fatto sorprendente ma in fondo semplicissimo: l’occhio trasformato – l’occhio interiore – percepisce il panorama autentico, cioè la situazione del mondo; mentre quel che vediamo alla luce di tutti i giorni è un’ipocrita frazione dell’esistente. E non solo dell’esistente ma del possibile: perché in Spitz, come in Wells, il risultato consiste in un allargarsi esponenziale della possibilità.

Circostanza propizia, nell’Occhio del purgatorio Poldonski era un guardatore acido già prima dell’esperimento. Si direbbe un uomo con i peli sulla pupilla, se la frase avesse un senso (e forse ora ce l’ha). Artista senza il genio che vorrebbe, amante senza il cuore che ci vorrebbe, spregiatore del consesso civile a parte le prostitute o le avventure facili che ha collezionato in numero di 300, questo Don Giovanni della Parigi bohèmienne si sente amico soltanto della porta di casa… quando rifiuta di aprirsi per lasciar entrare un visitatore.

A paragone di una simile essenzialità, di una simile durezza, la narrativa corriva e non-filosofica di altri autori del tempo perde ogni forza. Essenzialità dell’implacabile ironia spitziana scavata nella roccia del presente; durezza come nei sottoprodotti biologici che rifiutano di uscire da dove dovrebbero, e che costa sforzi penosi espellere quando pure lo si può. La conclusione di Poldonski è lapidaria: “Dicono che il mondo fa cag…, una volgarità che non ha nemmeno la scusante di essere esatta. So benissimo che esistono le coliche, ma non è certo quella la soluzione…!”

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Bibliografia italiana di James White

giugno 5th, 2011

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A cura di Andrea Vaccaro

(I titoli dei racconti sono in tondo, fra virgolette, quelli dei romanzi in corsivo. Le opere sono indicate in ordine alfabetico di titolo italiano, senza tener conto dell’articolo.)

“Astronave a grappolo” (“Grapeliner”, New Worlds # 88, nov. 1959)

Urania n. 421, Mondadori, 1966

Urania n. 770, Mondadori, 1979

L’astronave del massacro (All Judgement Fled, If, dic. 1967-feb. 1968)

Urania n. 518, Mondadori, 1969

Urania n. 840, Mondadori, 1980

Millemondi n. 7, Mondadori, 1996

Millemondi n. 33, Mondadori, 2001

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Guido Morselli e la fantascienza

marzo 22nd, 2011

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Esiste, come ho avuto occasione di scrivere in varie occasioni, una vena sotterranea che percorre tutta la narrativa italiana del Novecento, che nel suo complesso viene genericamente etichettata come “verista”, “realista”, “neorealista” e simili. Una vena sotterranea che sarebbe improprio definire una vera e propria “tradizione”, perché non è mai stato un filone evidente e riconosciuto come tale pur avendo avuto grandi nomi a rappresentarlo, ma che è sicuramente un impulso, una curiosità, una eccentricità che ha contagiato più o meno quasi tutti gli autori italiani e che di solito non viene mai fatta emergere con il dovuto interesse critico: ed è la vena di quel che io definisco complessivamente l’Immaginario. Certo, si dirà, tutta la narrativa è etichettabile come tale, non trattandosi di saggistica, ma bisogna intendersi sul significato delle parole che si adottano. Personalmente definisco Immaginario quel che sottintende la sua etimologia, che viene da imus, cioè profondo, e dal profondo della ispirazione di un artista non può che venire in superficie quel che si potrebbe definire un mundus imaginalis, per usare il termine coniato dall’orientalista francese Henry Corbin in una accezione però più settoriale e filosofica: vale a dire quella serie di simboli primigeni che hanno costituito il sottofondo della mitologia, generale e personale, dell’umanità tutta e dell’uomo singolo, e che il mondo moderno disprezza o svilisce. Insomma, come qualcuno l’ha definito, si tratta di un vero e proprio “Intramondo” che parla attraverso i simboli. Ed esso non ha nulla a che vedere con quel che comunemente s’intende per Realismo e narrativa realistica o neo-realista. Talché, nell’ambito dell’Immaginario comprendo alcuni aspetti di quella che oggi comunemente si chiama “narrativa di genere”: da un lato la narrativa non razionale come il fantastico e l’orrore, dall’altro la razionale, come la fantascienza, e gli ormai innumerevoli sottogeneri che a loro si collegano e che ormai vengono accettati senza troppi problemi filologici. Ad esempio, la science fantasy, la heroic fantasy, la urban fantasy; ovvero, la fantastoria, l’ucronia, il cyberpunk e lo steampunk, tanto per fare qualche nome spesso più noto con i termini inglesi che italiani.

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George R.R. Martin e Gardner Dozois

marzo 3rd, 2011

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Due antologisti d’eccezione per un tributo alla fantasia onirica di  Jack Vance

Quando abbiamo avuto tra le mani l’imponente raccolta americana compilata da Martin e Dozois e dedicata ai mondi di Jack Vance, anzi al suo mondo immaginario per antonomasia, la Terra morente, abbiamo subito pensato: “Epix!” E in effetti, Songs of the Dying Earth: Stories in Honour of Jack Vance (uscito in America nel settembre 2009) sembrava l’ideale per riempire tre corposi volumetti della nostra consorella dedicata alle devianze di tutti i tipi. Devianze dell’immaginazione, beninteso, che di trasgressioni si è sempre nutrita. Invece, riempirà tre numeri di “Urania” a cadenza anuale perché nel frattempo”Epix” ha chiuso i battenti… Quando siamo stati costretti a prendere questa dolorosa decisione – o meglio, quando l’editore è stato costretto a prenderla per noi – ci siamo detti che dei numerosi titoli già acquistati alcuni erano particolarmente adatti a un travaso nelle pagine di “Urania”: vuoi perché la tematica fantastica sconfinava nei parametri della fantascienza, vuoi perché gli autori – in questo caso Vance, Martin e Dozois – erano cari anche e soprattutto al pubblico della sf.

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