Urania Collana 1602 : Coyote

gennaio 6th, 2014

coyote prevLa luna maggiore del pianeta Orso, nel sistema 47 Ursae Majoris, ha il poco simpatico nome di Coyote, un animale decisamente infido. Eppure si presenta come un mondo ideale, ricco di una flora e una fauna interessantissime, tanto che l’autore, l’americano Allen Steele, ha potuto ambientarvi una lunga e popolare serie di romanzi. Questo è il primo e ci riporta alle origini della serie, quando l’astronave Alabama, rubata a un’odiosa dittatura terrestre e governata dai ribelli, comincia il suo viaggio a due decimi della velocità della luce, impiegando ben duecentotrent’anni per raggiungere la sua meta. Le sorprese cominciano al risveglio dalla biostasi, quando i membri dell’equipaggio si imbattono nel primo indovinello: il romanzo epico, i “murales” e il misterioso messaggio che Leslie Gillis – un compagno di viaggio risvegliatosi prima del tempo – ha disseminato nella nave come una folle traccia.

ALLEN STEELE Nato nel 1958 a Nashville, in Tennessee, ha vinto il premio Hugo nel 1996 e 1997 con due celebri space opera, La morte di Capitan Futuro e Where Angels Fear to Tread. “Urania” ha pubblicato molti suoi popolari romanzi: Discesa sulla Luna (n. 1270), La fortezza sulla Luna (n..1298), 2049 Contea di Clarke (n. 1321), L’ultimo giorno di William Tucker (n. 1343), Orbita Olympus (n. 1386), L’universo sul fondo (n. 1411) e Galassia nemica (n. 1566).

 

EBOOK DISPONIBILE

 

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“Premio Jacono 2013”

ottobre 15th, 2013

 DA CARLO JACONO A FRANCO BRAMBILLA

 

IL FUTURO CHE SARA’

 

Premio Jacono 2013”

 

19-27 ottobre 2013

 

 Spazio Excalibur

 Corso Genova, 114 – Vigevano (PV)

 premiazione – sabato 19 ottobre 2013, ore 18

 inaugurazione mostra – sabato 19 ottobre 2013, ore 15

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In occasione della Rassegna Letteraria 2013 (http://rassegnaletterariavigevano.jimdo.com), presso Spazio Excalibur, la galleria di Vigevano dedicata all’arte, l’illustrazione e il fumetto, si terrà la VI edizione del “Premio Jacono”, quest’anno assegnato a Franco Brambilla, dal 2000 illustratore delle copertine di “Urania”. Alla premiazione saranno presenti Franco Brambilla, il curatore di “Urania” Giuseppe Lippi, autori e illustratori italiani.

In concomitanza con il premio, sempre presso lo Spazio Excalibur (www.spazioexcalibur.info) sarà allestita la mostra “Il Futuro che sarà”, con opere di Carlo Jacono e Franco Brambilla.

La mostra è aperta dal 19 al 27 ottobre, tutti i pomeriggi dalle 16 alle 19 – ingresso libero

 

 IL “PREMIO JACONO”

Nato per celebrare il maestro dell’illustrazione italiana, conosciuto soprattutto per le migliaia di copertine realizzate per i “Gialli Mondadori” e “Segretissimo”, il “Premio Jacono” è giunto alla sua sesta edizione.

Viene assegnato ogni anno all’autore contemporaneo che maggiormente si avvicina a Jacono, non tanto per lo stile quanto per la costanza della qualità artistica. Le edizioni passate, dedicate ognuna a uno specifico genere (western, spy story, giallo), hanno visto tra i premiati Claudio Villa, copertinista di “Tex”, Victor Togliani, fantasioso creatore di mondi fantascientifici per “Urania” o inquietanti per “Segretissimo” e Giuseppe Rava autore di spettacolari illustrazione di ambientazione storico militare. L’edizione 2013 del premio sarà assegnata a un autore dal grande impatto visivo, che dal 2000 realizza le copertine di “Urania”: Franco Brambilla. Quest’anno, infatti, il focus del Premio è dedicato all’illustrazione fantascientifica, poiché Carlo Jacono è stato uno dei principali collaboratori di “Urania”, la collana con cui Giorgio Monicelli ha fatto conoscere la fantascienza in Italia. Fin dal 1952, e per oltre dieci anni, Jacono ha realizzato le illustrazioni interne dei romanzi per poi dipingere, dal 1958 al 1960, anche le copertine, in sostituzione di Caesar.

 

IL FUTURO CHE SARA’ – LA MOSTRA

 Se nulla accade a caso è certo una bella coincidenza che Franco Brambilla cominci la sua longeva collaborazione con “Urania” poco dopo che Carlo Jacono ha smesso per sempre di dipingere. I due illustratori non si conoscono ma benché lontanissimi nel modo di lavorare, Jacono artista del pennello Brambilla maestro nell’uso del computer con il quale crea sono modelli tridimensionali, hanno in comune una visione ipertecnologica del futuro.

 Tra le opere in mostra una selezioni di tavole in bianco e nero realizzate da Jacono negli anni 50 per le pagine interne di Urania e alcune copertine sopravvissute alla distruzione dell’archivio Mondadori. Accanto agli originali una selezione delle opere stampate e alcune opere della sua produzione realizzata per i paesi del nord Europa.

 Oltre a questi lavori editoriali vengono presentate le sue “cartoline“ della serie Invading the vintage. Da sempre appassionato di fantascienza, Brambilla, accanto al suo lavoro di illustratore si è divertito a contaminare con i protagonisti delle saghe del cinema e della tv più amate e conosciute le cartoline degli anni ’50/’60 creando un mondo alternativo unico.

 Dopo lo Spazio Excalibur di Vigevano la mostra sarà esposta da novembre 2013 a gennaio 2014 a WOW Spazio Fumetto, il museo del fumetto e dell’illustrazione di Milano, e al MuFant, il Museo della fantascienza di Torino.

 

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“Il problema dei tre corpi” di Cixin Liu

novembre 3rd, 2019

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Oscar Vault

a cura di Beppe Roncari

“Il Problema dei Tre Corpi” di Cixin Liu

 

Cixin Liu, "Il Problema dei Tre Corpi"

Cixin Liu, “Il Problema dei Tre Corpi”, Mondadori Oscar Fantastica

“Non rispondete!

Non rispondete!!

Non rispondete!!!”

 

È questo il contenuto del primo messaggio proveniente da un altro mondo ricevuto da un essere umano secondo Cixin Liu. A leggerlo è la scienziata cinese Ye Wenjie, astrofisica, che rimane ancora più sconvolta nel decriptare la seconda comunicazione aliena:

 

“Questo pianeta ha ricevuto il vostro messaggio.

In questo mondo io sono un pacifista. La vostra civiltà è fortunata che sia stato io il primo a intercettarvi. Vi avverto: Non rispondete! Non rispondete!! Non rispondete!!!

Esistono decine di milioni di stelle nella vostra direzione. Fintanto che non risponderete, questo mondo non sarà in grado di individuare la fonte della trasmissione.

Ma se risponderete, verrete immediatamente localizzati. Il vostro pianeta sarà invaso. Il vostro mondo verrà conquistato.

Non rispondete! Non rispondete!! Non rispondete!!!”

 

Pubblicato in cinese nel 2007 “Il problema dei tre corpi” (semplicemente 三体, “Tre corpi”, in lingua originale) è stato il primo romanzo di un autore asiatico a vincere il Premio Hugo, nel 2015. In Italia è stato pubblicato nel 2017 da Mondadori Oscar Fantastica, seguito nel 2018 da “La materia del cosmo” (黑暗森林, 2008, in inglese The Dark Forest) e “Nella quarta dimensione” (死神永生, 2010, in inglese Death’s End).

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Fritz Leiber, argentea testa d’uovo

giugno 26th, 2014

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Tra gli scrittori che hanno esordito all’inizio della prima Età d’oro della fantascienza americana, cioè intorno al 1939, Fritz Leiber è il più eccentrico. Anche lui ha pubblicato su “Astounding” e “Unknown”, allora riviste leader del settore, ma si è subito distinto per una voce dal timbro speciale. Rispetto alla pattuglia di autori che si apprestavano a inventare la sf tecnologica, Leiber ha cantato un lungo assolo, parlando di moderni sortilegi più in linea con il mainstream letterario che con il genere. E quando è passato alla sf ortodossa ne ha fatto un uso disinvolto e personale, ponendo quasi dal nulla le premesse della social sf. Anziché celebrare le conquiste di una tecnologia titanica, o il gigantismo dell’uomo che si espande in un universo di stelle e soprattutto di macchine, ha voluto mostrarne il lato in ombra. Leiber è stato un artista dei chiaroscuri, dei terrori che nasconde l’ignoto, delle società future stregate perché è stregata la mente degli esseri umani. Fertile e ossessivo, dotato di un macabro senso dell’umorismo ma soprattutto di una prosa ricca e anti-banale, tesserà negli anni un vero e proprio arazzo in nero dell’America, lasciando intravedere, oltre il tessuto, le meraviglie di un cosmo a più dimensioni che normalmente ci sfiorano soltanto ma che a volte prendono possesso di noi. Per Leiber non sono i razzi a collegarci intimamente allo spazio ma i nostri nervi. Le stelle nere, i vortici dell’assurdo, i mondi inesplorati non rispondono a un navigatore razionale quanto all’inconscio, di cui l’universo è un’immagine specchiata. Visto in quest’ottica, Fritz Leiber non è solo un originale autore del fantastico o un acuto antiutopista, ma una voce che parla con accenti riconoscibili dell’America di oggi e di ieri, della solitudine nelle sue città, dei molti ruoli che donne e uomini sono chiamati a recitare sulla scena della vita (figlio d’arte, è affascinato da un senso del teatro che risalta in buona parte della sua narrativa). Di più, è un uomo colto nel senso in cui lo sono di solito gli scrittori europei: mentre per gli americani quello che conta è il know-how, la cultura sul campo, per il nostro il lato umanistico è importante e le sue sfide sono anche, e soprattutto, sfide della mente.

Nato a Chicago nel 1910, da una coppia di attori come Poe (suo padre, Fritz Leiber senior, è riconoscibile nel ruolo dell’altissimo prete che accompagna Charlie Chaplin alla ghigliottina nel finale di Monsieur Verdoux), il giovane Fritz Reuter Leiber non ha avuto una vita avventurosa né premature esperienze amorose. La sua autobiografia giovanile, uscita anche in italiano nel volume La luce fantasma, si intitola Poco disordine e poco sesso precoce. Questo giovanotto alto, magro e affascinante come il padre, è alquanto solitario; scrive lunghe lettere a H.P. Lovecraft, dal quale riceve incoraggiamento per la sua vocazione letteraria, e gradualmente si sforza di trovare una propria voce. Pubblicherà i primi racconti fantastici su “Unknown” e “Weird Tales”, raccogliendoli più tardi nel volume dal titolo shakesperiano Neri araldi della notte (Night’s Black Agents, 1947). Non si accontenterà di spettri derivati né di imitazioni: c’è della fantascienza nei suoi terrori, ma soprattutto c’è la modernità della notte americana, l’eleganza del palcoscenico. In uno dei racconti più famosi della raccolta, “Fantasma di fumo”, lo smog e i residui tossici dell’industria materializzano uno spettro al passo con i tempi, paragonabile forse solo allo “It” di Theodore Sturgeon, e tuttavia più urbano; ne “I sogni di Albert Moreland” un uomo solo gioca, notte dopo notte, una partita a scacchi contro un avversario fantomatico che vede in sogno: dall’esito della partita dipenderà la sorte del mondo reale. Una scena semplice eppure di grande pathos, dove la tensione nasce dalla disperata solitudine del giocatore. In storie memorabili come “Ai raggi X”, la ricerca dell’ignoto va di pari passo con la rappresentazione di ambienti attuali e personaggi credibili, simili a noi.

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Ian Watson

giugno 2nd, 2014

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Notissimo per aver scritto il soggetto cinematografico di A.I. Iintelligenza artificiale (il film di Stanley Kubrick-Steven Spielberg tratto dal racconto di Brian W. Aldiss), Ian Watson (n. 1943) ha esordito nel 1969 con il racconto “Roof Garden Under Saturn”, apparso sulla rivista “New Worlds”. A partire dal 1976, questo ex-insegnante d’inglese ed ex-professore di futurologia al Politecnico di Birmingham (con relativi corsi sulla fantascienza) si è dedicato alla letteratura a tempo pieno. Diversi romanzi e molti racconti sono apparsi anche in italiano, dove la sua opera è stata costantemente seguita da “Urania”. Il romanzo d’esordio di Watson, The Embedding (1973), è uscito – con il titolo Il grande anello, 1979 – nella collana “Sigma” di Moizzi, che ha presentato diverse opere notevoli degli anni Settanta; mentre quello stesso anno vede l’inizio delle traduzioni di Watson nella nostra collezione, che fa uscire Miracle Visitors del ’78 come La doppia faccia degli UFO. L’anno successivo, 1980, è sempre “Urania” a proporre un’importante antologia apparsa in Inghilterra nel ’79, The Very Slow Time Machine (Cronomacchina molto lenta). Come autore di racconti Watson è originale e prolifico: ne ha scritti oltre cento.

Benché le sue brillanti short stories continuino ad apparire in appendice a “Urania” e su altre pubblicazioni – una per tutte, la pluriristampata “Convention mondiale del 2080” – bisogna aspettare il 1986 prima di vedere un altro romanzo di Watson nella nostra lingua. E’ Il libro del fiume (The Book of the River, 1983), compendio di quattro parti uscite originariamente sul “Magazine of Fantasy and Science Fiction” e seguito poi da Il libro delle stelle (The Book of Stars, 1984; tr. it. 1988) e Il libro delle Creature (The Book of Being, 1985; tr. it. 1988), tutti apparsi sulle nostre pagine nella traduzione di Laura Serra. In questa edizione omnibus offriamo i due romanzi iniziali, mentre il terzo seguirà su “Urania”. E’ il tentativo di Watson di comporre un vasto affresco a metà tra la fantascienza e il fantastico, e gli conquista le simpatie di un pubblico più vasto. Nel 1990 la “Biblioteca di Nova SF” recupera God’s World del 1979 (Il pianeta di Dio), un romanzo a sfondo metafisico in cui la nostra razza riceve in dono la propulsione interstellare, ma solo un gruppo ristretto di individui viene scelto per raggiungere il pianeta dei donatori e incamminarsi sulla strada di un’imprevedibile trasformazione. Nel 1997 appare su “Urania” L’ultima domanda (Hard Question, 1996), un thriller tecnologico ricco di sorprese, e nel 2000 Superuomo legittimo (Converts). Intanto, nel 1999 l’Editrice Nord ristampa, nelle proprie collane, Il grande anello e La doppia faccia degli UFO, cambiando i titoli a entrambi: diventano rispettivamente Riflusso  e L’enigma dei visitatori. Nel 2002 esce su Urania Il mistero dei Kyber (Under Heaven’s Bridge, un romanzo del 1981 scritto in collaborazione con Michael Bishop). Nel 2004 Hobby & Work fa uscire Draco (id., 2002) e Harlequin (id., 2004). Nel 2005 replica “Urania” con L’anno dei dominatori (Mockymen, 2003), mentre Hobby & Work presenta I figli del caos (Caos Child, 2004).

Tra i romanzi che restavano inediti in Italia, e che “Urania” ha riproposto recentemente, Creatura del fuoco (1988) è uno dei più originali per concezione e sfondo storico, con un richiamo alle scoperte dell’alchimia che non suonerà fuori luogo in chiave fantascientifica; mentre rimangono da scoprire The Jonah Kit (1975), vincitore del premio British Science Fiction; The Gardens of Delight (1980), Deathhunter (1981), Chekhov’s Journey (1983), Queenmagic, Kingmagic (1986), Whores of Babylon (1988) e The Flies of Memory (1990) fra i testi più notevoli.

Nel giudizio di John Clute e Peter Nicholls, forse i migliori studiosi contemporanei della fantascienza inglese, “la narrativa di Ian Watson, a volte obbiettivamente ardua nella sua complessità, può essere vista come una vivace rivolta contro l’oppressione intellettuale e politica, ma anche come una dichiarazione dei limiti – almeno per quanto riguarda gli esseri umani – del concetto di realtà. Quest’ultimo, essendo stato creato su misura dei nostri ristretti canali percettivi, risulta soggettivo e parziale; il tentativo umano di accedere a realtà più complesse, attraverso metodi che vanno dalle droghe alle discipline linguistiche, dalla meditazione a un’educazione radicalmente innovata, non sarà mai completamente coronato dal successo. L’umanità è troppo limitata, troppo poca cosa per afferrare la realtà nel suo complesso. Ian Watson è forse lo scrittore di fantascienza contemporaneo che meglio sintetizza questi temi, e il meno illuso”.

 

G.L.

 

 

 

 

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Poul Anderson

giugno 2nd, 2014

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È ben nota a tutti i lettori di fantascienza la distinzione tra due modi diversi di intenderla e interpretarla: secondo tale distinzione esisterebbe, da un lato, una produzione attenta in particolar modo all’evoluzione della tecnologia, con le sue implicazioni sull’esistenza dell’umanità nel futuro. Come illustre precursore di tale concezione normalmente si citano il francese Jules Verne e, all’interno del genere, il suo stesso fondatore, Hugo Gernsback, che nel romanzo Ralph 124C421 + non sembra far altro che elencare situazioni future generate da invenzioni tecnologiche. Dall’altro lato un manipolo non sparuto di scrittori, prendendo le mosse dalle opere di Herbert George Wells, si propone di lasciare in prospettiva lo sfondo tecnologico e di focalizzare le storie sui valori dei protagonisti, sulle ripercussioni morali, psicologiche, sociali, degli eventi futuri. Tale produzione, definita normalmente “umanistica” per distinguerla dalla consorella, denominata “tecnologica” o “hard sf”, conta tra i suoi artefici personalità di rilievo come Theodore Sturgeon, Ray Bradbury, James Ballard e altri.

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Michael Swanwick

maggio 1st, 2014

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È il celebre autore di Domani
il mondo cambierà, ma Ossa della Terra è un libro indimenticabile

Americano, nato nel 1950, Swanwick ha cominciato a pubblicare racconti nel 1980. La sua narrativa breve è raccolta a tutt’oggi in numerosi volumi: Gravity Angels del 1991, cui sono seguiti A Geography of Unknown Lands (1997), Moon Dogs (2000) e Tales of Old Earth (2001). In Italia se ne sono avute traduzioni in “Millemondi” Mondadori, nell’antologia Cyberpunk dell’Editrice Nord, ecc.

Tra i romanzi, a parte il fantasy The Iron Dragon’s Daughter del 1993, gli altri sono ricchi di riflessioni morali sul presente e il futuro prossimo, e hanno meritato attenzione e considerazione sia da parte della frangia cyberpunk che dei critici interessati a una rinascita della sf “umanistica”, come è stata definita per differenziarla dal filone tecnologico.

Il suo primo romanzo, In the Drift (1985), è ambientato in un mondo alternativo in cui l’esplosione nucleare di Three Miles Island è avvenuta realmente. Nel 1987 esce Vacuum Flowers (L’intrigo Wetware, Editrice Nord): all’apparenza una storia di viaggi nel sistema solare, in realtà una meticolosa descrizione del regime economico che vige nella Fascia degli asteroidi (una spietata plutocrazia commerciale), fino al desolato ritratto di una Terra dominata dalle intelligenze artificiali e totalmente spersonalizzata, visto che è possibile acquistare una nuova individualità sotto forma di microchip e diventare in un batter d’occhio un’altra persona.

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Fredric Brown, vagabondo nello spazio della mente

maggio 1st, 2014

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Il vagabondo dello spazio (Rogue in Space, 1957) è un volume in due parti ottenuto dalla riscrittura di due lunghi racconti apparsi precedentemente su rivista: “Gateway to Darkness” (in “Super Science Stories” del novembre 1949, tradotto in italiano come “Fuga nel buio” ma con il titolo originale tramutato in Rogue in Space) e “Gateway to Glory” (in “Amazing Stories”, ottobre 1950). Il libro che ne deriva ha la particolarità di essere uno dei pochi noir d’ambientazione spaziale e il protagonista Crag, un delinquente della più bell’acqua, sembra quasi il modello su cui Richard Stark plasmerà qualche anno più tardi il suo celebre Parker.

In questa nuova edizione il testo viene proposto per la prima volta in forma integrale, oltre che in una traduzione moderna che ne mette in risalto l’ironia e – nella seconda parte – la critica del modo di vivere americano che forse esporteremo sugli altri mondi. Crag, il protagonista di una vicenda senz’altro in anticipo sui tempi, è il classico lupo solitario del romanzo criminale, il bandito di ventura durissimo e spietato che agisce in un mondo dove si sente, e vuole essere, totalmente solo. È anche la sua caricatura, o almeno lo stereotipo del duro che in un’ideale galleria dell’Anonima carogne figurerebbe al piano nobile, come il ritratto del fondatore.

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Michael John Harrison

marzo 24th, 2014

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Dopo il successo di Luce dell’universo 

e Nova Swing, torna su “Urania”

un grande della sf britannica

 

Michael John Harrison è nato il 26 luglio 1945 e vive nella zona occidentale di Londra, facendo il critico per il “Times Literary Supplement” oltre che il romanziere.

Il suo sito internet è all’indirizzo:  HYPERLINK “http://www.mjohnharrison.com/index.htm” http://www.mjohnharrison.com/index.htm Ha pubblicato il primo romanzo, The Pastel City, nel 1971: “Urania” lo ha tradotto nel n. 809 con il titolo La città del lontanissimo futuro. Nel 1982 il successivo romanzo In Viriconium ha vinto un premio indetto dal quotidiano “Guardian”. Dopo due raccolte di racconti, The Ice Monkey e Viriconium Nights, sono usciti Climbers (1989) e il graphic novel The Luck in the Head in collaborazione con Ian Miller. Del 1992 è il nuovo romanzo The Course of the Heart, e del 1997 Signs of Life; nel 2000 è la volta della raccolta di racconti Travel Arrangements. 

Light (2002), tradotto come Luce dell’universo nel supplemento n. 26 di “Urania” del febbraio 2006, ha vinto il premio James Tiptree 2003.

Ad esso è seguito Nova Swing (2006, tradotto con lo stesso titolo nel n. 1559 della nostra collana). Il romanzo trova momenti di autentica grandezza nella descrizione di Saudade, “la città che sorge a diecimila anni luce da casa”, e della colossale perturbazione galattica nota come Fascio Kefahuchi, un frammento della quale è caduto nei pressi del suo abitato. A questo classico della fantascienza moderna fa seguito oggi il terzo capitolo del trittico, Lo spazio deserto (Empty Space, 2012), che condivide alcuni personaggi e situazioni con i primi due: Vic Serotonin, lo spericolato esploratore della singolarità; l’elusiva creatura nota come Shrander e Sandra Shen, che alcuni dicono sia un avatar di Shrander.

Qualche lettore si sarà accorto del nostro continuo interesse nei confronti degli scrittori briannici: da Peter F. Hamilton ad Alastair Reynolds, da Kim Newman a M. John Harrison, ci sembra siano questi i più caratteristici innovatori di un tipo di romanzo avveniristico che è sempre più difficile distinguere dalla sua controparte letteraria o mainstream.

 

G.L.

 

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Michael Moorcock

febbraio 18th, 2014

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Nato a Londra nel 1939, Moorcock ha impresso il segno a tre decenni della fantascienza britannica. Negli anni Sessanta ha diretto la storica rivista “New Worlds” – favorendo il decollo della cosiddetta new wave inglese – e ha pubblicato i suoi primi romanzi di fantascienza, imboccando nuove strade rispetto agli esordi fantastico-avventurosi. Tra i frutti di questo lavoro vi è I.N.R.I. (1966, premio Nebula ’67), romanzo che abbiamo ripubblicato con successo nel n. 102 di Urania collezione, e che, pur facendo uso di un luogo tipicamente fantascientifico come il viaggio nel tempo, lo sfrutta per arrivare a una narrazione mitologica. I racconti fantasy di Moorcock, del resto, avevano gettato le basi per una concezione unitaria del genere: le avventure di Sojan lo spadaccino e, successivamente, i pastiche burroughsiani di Marte, le gesta del principe Corum e quelle di Elric di Melniboné, la sua creatura più famosa, hanno in comune l’idea che tutte le storie possibili siano ambientate su altrettanti piani della realtà: e che miriadi di storie, su miriadi di livelli, formino nell’insieme il Multiverso in cui rientra tutta la produzione moorcockiana. Nella saga fantasy del principe Corum (sei romanzi pubblicati fra il 1971 e il 1974) il concetto viene chiarito in modo definitivo, sicché tutto quanto prende vita in Moorcock è collegato, niente appare casuale.

Negli anni Settanta il nostro crea alcune tra le opere più impegnative: la cosiddetta sequenza del “Campione eterno” – in cui rientrano le avventure di Corum e che vede in I.N.R.I. una sorta di premessa generale, perché i protagonisti della serie saranno tutti uomini del destino, eroi/antieroi dei rispettivi miti – e le Cronache di Jerry Cornelius. Quest’ultimo, personaggio ricorrente in una serie di romanzi ai confini tra science fiction e postmoderno, è una creatura ambigua che si muove in un mondo futuro distorto, apocalittico e grottesco dove i molti problemi dell’umanità sono giunti alla resa dei conti. In The Final Programme, ad esempio (da cui Robert Fuest trasse il film omonimo, ribattezzato in Italia Alpha Omega, il principio della fine), un trio di malfattori si impossessa del programma studiato dal padre di Jerry per combattere la fame nel mondo e lo usa ai propri fini, favorendo la nascita diun nuovo, mostruoso messia.Negli anni Ottanta Moorcock è tornato alla fantasy, suo antico amore, e al romanzo tout-court, con opere mature e personali. In questo periodo ha completato il ciclo di Elric di Melniboné, il principe albino dalla spada fatata e il tragico destino che resta una delle creazioni più originali nel campo della fantasia eroica, ma si è dato anche al fumetto e alla sistemazione della sua vasta produzione in una serie di edizioni accurate e pressoché onnicomprensive. In seguito si è trasferito in America, dove ha portato la sua cultura ed esperienza, senza abbandonare idealmente il vecchio continente: recentemente è stato ospite di Lucca Comics dove gli appassionati italiani hanno potuto festeggiarlo calorosamente.

Tanto affetto e considerazione poggiano però soprattutto sulla memoria, perché a differenza che sui mercati librari più maturi, oggi di Michael Moorcock in Italia si trova soltanto la ristampa del ciclo di Elric, passata dalla Nord a Fanucci, mentre la lodevole iniziativa di rimettere in circolazione il Programma finale (riproposto dallo stesso editore nel 2006) non ha avuto praticamente seguito. Eppure si tratta di un narratore chiave, senza il quale buona parte della fantascienza degli anni Settanta non sarebbe stata possibile. Un narratore che speriamo di poter proporre anche in futuro, su queste pagine e su Urania, per riprendere il discorso che riguarda il versante fantascientifico della sua produzione.

Dopo I.N.R.I. (che era uscito da MEB nei remoti anni Settanta), bisognava ripubblicare almeno due romanzi tradotti su “Galassia” quarant’anni fa: Il corridoio nero e Il veliero dei ghiacci. Lo faremo quest’anno, partendo con il volume di Urania collezione che avete fra le mani e proseguendo in agosto con uno straordinario Millemondi tutto-Moorcock dove appariranno Il veliero dei ghiacci, Il campione eterno e I riti dell’infinito. Dopodiché si dovrebbero affrontare i romanzi inediti di Jerry Cornelius, cioè tutti meno uno, il già ricordato Programma finale: i primi sono A Cure for Cancer (1971), The English Assassin (1972), The Condition of Muzak (1977, vincitore del premio letterario indetto dal “Guardian”), giù giù fino a The Entropy Tango (1981), The Alchemist’s Question (1984) e Firing the Cathedral (2002).

Se questo programma può sembrare ambizoso (e indubbiamente lo è), bisogna aggiungere che servirebbe soltanto a dare un’idea del vulcanico Moorcock. Poi bisognerebbe rileggere i romanzi del lontano futuro che il nostro ha costruito intorno alla figura di un personaggio simile a Jerry Cornelius – anche nel nome – ma forse ancora più ambiguo e “spiazzato” nel tempo: Jherek Carnelian. La serie è composta da tre titoli principali – An Alien Heat, The Hollow Lands e The End of All Songs, rispettivamente del 1972, 1974 e 1976 – più la raccolta di racconti Leggende alla fine del tempo, che ha visto la luce anche in italiano nel n. 7 di “Robot” speciale; infine, dal romanzo del 1977 The Transformation of Miss Mavis Ming. Si tratta di racconti fantastici “dal clima sognante”, come dice John Clute, ambientati in un’epoca lontanissima in cui gli esseri umani hanno poteri semidivini, ma anche, in parte, nel XIX secolo inglese, epoca nella quale Carnelian farà ritorno innamorandosi per la prima volta.

Infine, si potrebbero riesaminare il ciclo bellico di von Bek – solo un titolo apparso da noi, Il mastino della guerra del 1981 – , quello dell’Etere, i romanzi fantasy come Gloriana… In realtà, non è un programma che possiamo sostenere da soli qui a “Urania”. Dovremmo essere fiancheggiati da un editore generalista – ad esempio, i nostri cugini “Oscar” – che ci assicurasse una permanenza in libreria dei titoli migliori. Lo stesso I.N.R.I., con la sua devastante carica polemica ma anche con il suo uso brillante del mito cristiano, meriterebbe di essere conosciuto tra i lettori di narrativa tout-court.(Il romanzo descrive una sorta di palingenesi alla rovescia: il protagonista Karl Glogauer arriva all’epoca di Cristo in una macchina del tempo che sembra una placenta e “nasce” al mondo del passato ma anche del mito. Si tratta, all’apparenza, di un mito capovolto, ma in effetti le tappe della tragica odissea di Glagauer ricalcano fedelmente quelle del Messia perché così dev’essere, fino alla conclusione sulla croce e al grido umanissimo che gli esce dalla gola quando si rende conto che sta per morire al posto di nostro Signore: It’a lie! It’s a lie! Let me down!)Un romanzo iconoclasta? Non soltanto: piuttosto, un romanzo che moltiplica le icone creandone di proprie e facendo riecheggiare l’urlo della vittima – del figlio dell’uomo – attraverso le gallerie del tempo, fino alle estreme conseguenze. Il personaggio di Karl Glogauer tornerà in una seconda avventura, Breakfast in the Ruins – A Novel of Inhumanity del 1972, dando vita così a un proprio mini-ciclo all’interno del più grande mosaico che riguarda il Campione eterno.

Quanto al Corridoio nero che vi accingete a leggere o avete appena letto, uscito nel 1969 precede di poco i devastanti romanzi di Barry Malzberg degli anni Settanta, da Beyond Apollo a The Falling Astronauts, ed è evidente il debito del geniale narratore americano nei confronti dell’inglese Moorcock, che inventa l’ambiente dello “spazio disturbato”, anzi folle: mutuandolo da Ballard o da Dick ma portandola a perfezione. Così, un anno dopo 2001 odissea nello spazio, Moorcock firma la prima odissea tutta psichica della fantascienza moderna; allucinazioni? Realtà multiple? Invasioni mentali? Tutto è possibile in questo romanzo a più livelli che si legge come un implacabile diario di bordo.

Oltre ad averci dato alcuni tra i più originali racconti fantastici del suo tempo, Michael Moorcock ci ha messi di fronte al fatto che non esiste una vera separazione tra realtà e fantasia, tra “oggi” e “domani”, tra mito e storia. Ogni cosa è parte del Multiverso e può apparire davanti ai nostri occhi in forme cangianti. In un artista visionario, tutto ha rilevanza e ci riguarda. Non saranno gli effetti speciali della fantasy o della sf ad attenuare l’impatto sociale della visione, il realismo che sottende le nuove forme del mito. Anzi, come afferma John Clute nell’Encyclopedia of Science Fiction, “i romanzi di Michael Moorcock mescolano fantascienza, fantasy e verismo sociale inglese. Per questa ragione costituiscono un bel passo avanti rispetto alla narrativa popolare e trascendono i limiti del genere, anche se non abbandonano mai la materia e le preoccupazioni delle origini”.

 

Giuseppe Lippi

 

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