Edgar Rice Borroughs

Marzo 20th, 2012

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Due dei più esperti critici italiani del settore - Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco - hanno scritto a proposito di Burroughs: “Tutta questa massa di letteratura, che pure ha fatto vendere più di cinquanta milioni di libri, è quasi completamente priva di ogni valore artistico. Burroughs stesso attribuiva la sua popolarità al fatto che le sue storie non imponevano al lettore il minimo sforzo intellettuale. Non vi è caratterizzazione, eccetto che i Buoni sono buoni e i Cattivi cattivi… I suoi libri sono ottime opere per ragazzi, al livello, per fare un esempio italiano, del miglior Salgari” (nel dizionario Arcana, Sugar 1969). Burroughs appartiene insomma a quella sorta di Legione straniera della narrativa che, pur avendo avuto la capacità di influenzare le fantasie di alcune generazioni di lettori, non possiederebbe virtù estetiche al di là di quelle che servono ad ammaliare i lettori più giovani e meno provveduti. Esempi illustri non mancano nel XIX secolo ma anche nel XX secolo: Salgari stesso, Frank Reade, Edgar Wallace. Se oggi nessuno legge più le avventure degli Hardy Boys, non si vede perché bisognerebbe istruire un processo a favore del loro recupero, o di quello di ERB (come lo chiamavano familiarmente gli appassionati, usando le sole iniziali).
Il motivo di un’eventuale indulgenza, nel caso di Burroughs, va ricercato in due nomi: Barsoom e Tarzan. Il primo è l’appellativo del pianeta rosso secondo il linguaggio dei suoi antichi abitanti. Con Barsoom, lo scrittore che a volte si firmava con lo pseudonimo di Normal Bean (”Testa a posto”), creò in un colpo solo il genere della fantascienza escapista e avventurosa, quella che si sarebbe evoluta più tardi nella space opera. Quanto alla seconda invenzione, l’uomo della giungla, va oltre le innocenti fantasie di poteri e avventure esotiche per entrare nel terreno dell’antropologia, dell’insofferenza psicologica verso un mondo sempre più tecnico e spersonalizzato, cui Burroughs contrappone un mito autosufficiente. Al “libero servaggio” del lavoro salariato, Tarzan preferisce la figura del libero selvaggio, non il primo ma il più celebre di una serie che troverà altre icarnazioni nel XX secolo.

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George R.R. Martin e Gardner Dozois

Marzo 20th, 2012

Due antologisti moderni
per un omaggio speciale
alla fantasia di  Jack Vance

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Ecco la seconda parte della grande antologia dedicata alla Terra morente: la prima è uscita nel n. 1567 del febbraio 2011, mentre la terza e ultima apparirà nei primi mesi dell’anno prossimo. Songs of the Dying Earth: Stories in Honour of Jack Vance (uscito in America nel settembre 2009) presenta una tematica che appartiene per più versi alla storia della fantascienza. Gli autori sono cari al pubblico dei classici come a quello moderno, mentre il mondo del futuro immaginato da Jack Vance, e che è all’origine dell’operazione, non ha quasi bisogno di presentazione.
Crepuscolo di un mondo (Tales of the Dying Earth, 1950) è il testo che ha virtualmente fondato la science fantasy moderna e resta un capolavoro. Oggi, a più di sessant’anni di distanza, George R.R.Martin e Gardner Dozois hanno pensato di invitare una serie di eccellenti scrittori contemporanei a infondere nuova linfa in quel concetto cupo e grandoso: un mondo irriconoscibile, collocato centinaia di migliaia d’anni nel futuro, dove il sole ha cominciato la sua parabola verso l’estinzione. La magia è tornata ad essere una forza operante ma gli abitanti della Terra non hanno dimenticato la scienza: piuttosto, quest’ultima si è evoluta in sapienza arcana, culto dell’occulto, dedita com’è a studiare i misteri del macrocosmo e le pieghe nascoste dello spazio-tempo (ciò che la scienza positiva dei nostri tempi non ha avuto ancora il modo di fare). E se a qualcuno sembrerà troppo antrpomorfica una concezione della storia remota della Terra che veda l’umanità ancora presente sulla scena, bisogna ricordare che si tratta, anche qui, di un’umanità trasfigurata, come alcuni degli autori presenti nella raccolta non tarderanno a dimostrare. Trasfigurata e transumanata non solo grazie alle nuove discipline maturate nei secoli – stavamo per dire: alle nuove tecnologie – ma soprattutto grazie all’opera stessa del tempo. Questa razza decrepita e sfuggente deve qualcosa al grandioso scenario della Macchina del tempo wellsiana, nel cui finale la nostra specie scomparirà del tutto ma che nei capitoli precedenti è destinata a conoscere un’ambigua evoluzione. Idee e visioni che potrebbero aver ispirato i moderni cronachisti della scienza fantastica, e che senz’altro li hanno sintonizzati sul mito della morte planetaria.

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George R.R. Martin, grande autore di fantascienza e fantasy in prima persona, deve aver sentito profondamente i temi trattati da Jack Vance: di qui il desiderio di continuarli in un nuovo volume. Martin è oggi popolarissimo in Italia grzie alle Cronache del ghiaccio e del fuoco, di cui Il trono di spade è il romanzo capostipite. Nato nel 1948, lo scrittore ha esordito con un serie di racconti e romanzi di fantascienza che hanno vinto i principali premi americani: “Canzone per Lya” (premio Hugo 1975) e Il pianeta dei venti (1981) sono tra i più celebri.
Gardner Dozois, nato nel 1947, è un autore di ottima fantascienza ma il suo nome resta legato soprattutto alla carriera di editor per la “Isaac Asimov’s Science Fiction Magazine”. Nel 2009, insieme a Martin, ha deciso di pubblicare un monumentale tributo all’arte di JackVance, Songs of he Dying Earth. Il volume che avete tra le mani ne costituisce il risultato.

G.L.

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Storie dal crepuscolo di un mondo/2

Marzo 5th, 2012

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Sotto un sole morente, gli ultimi rappresentanti della razza umana vivono esistenze di mistero e avventura. Come sopravviveranno i guerrieri, i sacerdoti e i semplici profittatori di questa Terra morente, nel buio e nel gelo che sembrano l’unica promessa? Nei racconti di una grande raccolta moderna – di cui pubblichiamo qui il secondo gruppo – rivive uno dei pianeti “alieni” più affascinanti di sempre, la Dying Earth del maestro Jack Vance, raccontata da Kage Baker, Elizabeth Moon, Lucius Shepard e altri grandi autori.

a cura di GEORGE R.R. martin e GARDNER DOZOIS

Sono nati rispettivamente nel 1948 e nel 1947. Martin è diventato l’autore di fantasy storica più apprezzato in Italia, dove sono notissime le sue Cronache del ghiaccio e del fuoco. Dozois è stato il celebre editor della “Isaac Asimov’s Science Fiction Magazine”. Nel 2009, insieme a George R.R. Martin, ha deciso di pubblicare un monumentale tributo all’arte di Jack Vance.

all’interno, il racconto “il segreto di wernher” di paolo aresi

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Urania Collezione 110: John Carter

Marzo 5th, 2012

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A Princess of Mars (1912), che qui si ripresenta nella classica traduzione di Giampaolo Cossato e Sandro Sandrelli, è il primo romanzo del prolifico Edgar Rice Burroughs e precede lo stesso Tarzan of the Apes, che uscirà l’anno seguente. In John Carter il creatore dell’uomo scimmia inventa un eroe più educato e cortese, l’ufficiale dell’esercito John Carter, capace di battersi con la pistola contro gl’indiani e con la sciabola contro i malvagi uomini a quattro braccia del pianeta Marte, su cui verrà teletrasportato. Non a caso dalle magnifiche gesta di Carter – considerate un classico dell’avventura – la Disney Pictures ha tratto un kolossal dai grandiosi effetti speciali che esce questo mese nelle sale cinematografiche. Edgar Rice Burroughs È stato il più popolare romanziere d’avventura del primo Novecento, con oltre duecento milioni di copie dei suoi libri vendute in tutto il mondo. Nato nel 1875 e morto nel 1950 a Tarzana, in California, città che prende il nome dal suo personaggio più celebre, creò l’eroico John Carter con il romanzo A Princess of Mars, già apparso su rivista con il titolo Under the Moons of Mars. È la prima delle numerose avventure marziane del capitano Carter, un ex ufficiale con un mondo da scoprire.

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Premio GialloStresa

Marzo 5th, 2012

Il festival letterario “Stresa, un aperitivo con…”, insieme alla Città di Stresa e l’Associazione Turistica Pro Loco organizza in collaborazione con Il Giallo Mondadori la prima edizione del concorso letterario per racconti di genere giallo denominato GIALLOSTRESA.
Il premio è aperto a tutti i maggiori di 18 anni. I racconti devono essere ambientati a Stresa (centro, isole, frazioni e Mottarone), redatti in lingua italiana e essere inediti, cioè mai essere stati pubblicati neppure sul web.
Regolamento
1) Il premio è aperto a tutti i cittadini italiani ed europei
2) Le opere devono essere scritte in lingua italiana
3) Le opere devono essere inedite, ovvero non devono mai essere state pubblicate, neppure sul web
4) La lunghezza dei racconti deve essere tra le 15.000 e le 30.000 battute, spazi compresi
5) Ogni autore può partecipare con quanti elaborati desidera, senza alcuna limitazione
6) I racconti devono essere ambientati a Stresa (centro, isole, frazioni e Mottarone)
7) I racconti devono essere inviati in busta chiusa e in 6 copie ciascuno, al seguente indirizzo: Concorso Giallostresa - c/o IAT - Ufficio Turistico “Città di Stresa” - Piazza Marconi, 16 28838 Stresa (VB) Entro e non oltre il 15 maggio 2012
8 ) All’interno della busta con i racconti, i concorrenti devono inserire, ritagliato in originale, il Certificato di Partecipazione (CdP), che si può trovare nelle ultime pagine di Il Giallo Mondadori in edicola (triangolino da ritagliare in basso a sinistra nella pagina con i redazionali della collana). Per ogni racconto partecipante occorre inserire nella busta un tagliando in originale
9) Ogni racconto deve riportare in calce tutti i dati dell’autore: nome, cognome, residenza, recapito telefonico, indirizzo e-mail
10) Gli elaborati non saranno restituiti
11) I racconti verranno esaminati da una giuria composta da esperti del settore e conoscitori del luogo che designerà i finalisti i cui nomi verranno comunicati in occasione della quarta edizione del festival letterario “Stresa, un aperitivo con…” che si terrà nel corso del mese di giugno
12) I racconti finalisti verranno vagliati da una supergiuria finale, composta da esperti
13) Il racconto vincitore verrà pubblicato sul Giallo Mondadori in edicola nel mese di settembre che sarà presentato a Stresa nel corso di una manifestazione apposita alla quale interverrà il Direttore Editoriale delle collane edicola Mondadori Franco Forte, insieme ad alcuni autori e al vincitore del premio. La manifestazione si svolgerà a Stresa il 16 settembre 2012.
14) Oltre alla pubblicazione su Il Giallo Mondadori del primo classificato verranno messi in palio alcuni premi che dovranno essere ritirati personalmente a Stresa nel corso della cerimonia di premiazione : un fine settimana per due persone con trattamento di mezza pensione , un fine settimana per due persone con solo pernottamento, una cena per due persone all’isola Pescatori, 1 biglietto di libera circolazione alle Isole Borromee per due persone, 1 ingresso all’Isola Bella e Isola Madre per due persone, alcuni prodotti tipici di Stresa tra cui margheritine, tisana di Stresa, profumi dell’Isola Bella, Isola Pescatori e Isola Madre e Acqua di Stresa
15) Il giudizio della giuria è insindacabile, non è previsto nessun tipo di ricorso

Per ulteriori informazioni contattare la segreteria del Premio a seguenti recapiti:

e-mail: giallostresa@gmail.com
oppure IAT - Ufficio Turistico “Città di Stresa” Piazza Guglielmo Marconi, 16 28838 Stresa tel. 0323 31308

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Diario Vitt

Febbraio 28th, 2012

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Oggi, febbraio 2012

Quello che avete fra le mani è tutt’altro che un instant-book o un libro d’occasione. In effetti, dopo essere stato concepito all’inizio dell’anno scorso, ha richiesto una lavorazione che si è protratta per tutta l’estate e rappresenta, in un certo senso, l’ultima fatica editoriale di Vittorio Curtoni. Che ne ha seguito la gestazione passo dopo passo.

 

Primavera-estate 2011

Vittorio ha contribuito idee, ha valutato le necessarie esclusioni (come quella del racconto che avevamo scritto a quattro mani, “Non ho bocca e voglio bere”) e ci ha fornito materiali preziosi. Non a caso il pezzo forte del volume, il romanzo Dove stiamo volando, esce in questa edizione con un capitolo inedito che si situa tra quello intitolato “Il silenzio” e il successivo “Luci d’inverno”, in pratica da pagina 38 in poi della vecchia edizione uscita su “Galassia”. Il capitolo in questione, “Il volto”, era stato scritto nel 1972 insieme a tutto il resto, ma all’ultimo momento Vittorio ne aveva dubitato, finendo per escluderlo. Quando ce lo ha mandato, chiedendoci cosa ne pensassimo, l’abbiamo letto con estremo interesse, trovandovi sorprendenti tracce… pasoliniane. In realtà, quel momento icastico in un romanzo già ricco di tensione umana e non solo umana non avrebbe nulla di sorprendente se non fosse racchiuso in una cornice fantascientifica, cioè dell’unico genere che non può permettersi di stupire con le “semplici” visioni di una Rivelazione. Così com’è, l’apparizione del Volto sulla strada di Nuova Parigi costituisce una bella aggiunta al viaggio dei suoi iniziati, dimostrando che il loro itinerario non può essere ridotto alla pura ricerca del mutante. Dove stiamo volando è qualcosa in più, è il percorso di un uomo che già anela a tutto, persino all’impossibile, e vuole elevarsi sulle disgrazie del suo mondo. Ben lieti, dunque, di aver reinserito nel libro quelle pagine sfuggite alla prima edizione di quarant’anni fa.

 

Settembre 2011

Gli altri testi, disposti cronologicamente, sono dati invece senza interventi: Vittorio ha deciso di non revisionarli e anche a noi è sembrata la scelta migliore. Lo stesso vale per l’autobiografia La mia love story con la fantascienza, pubblicata nel 1999 in appendice a un’altra cospicua raccolta personale e riproposta oggi per la prima volta: anche qui, nessun aggiornamento. Per Vittorio Curtoni la love story termina simbolicamente con il millennio, come se dopo il 2000 niente dovesse essere più come prima e al posto dell’amore, avrebbe detto l’interessato in tono pittoresco, cavoli amari. (Anche se l’amore lui lo aveva in pectore: per la fantascienza, per i suoi amici e soprattutto per la moglie Lucia.)

 

Giovedì 28 luglio 1949

Vittorio nasce a San Pietro in Cerro (Piacenza). Suo padre, segretario comunale, girava per i paesi del piacentino, al di fuori della cui provincia il nostro non ha mai abitato. A parte il militare, il più lungo periodo di semi-esilio è quello compreso tra il 1975 e il 1978, quando ha lavorato come redattore presso Armenia Editore: tre duri anni di pendolarismo, all’insegna del rifiuto di stabilirsi a Milano. Da ragazzo, nella seconda metà degli anni Sessanta, aveva fatto le fanzine come i veri grandi appassionati. Lino Aldani lo ricordava “con i calzoni corti”, quando Vittorio andava a trovarlo da Piacenza a San Cipriano. Da una sponda all’altra del Po, ecco una storia di (stra)ordinaria provincia.

 

1970-1974

A cavallo degli anni universitari – e mentre ha luogo un’importante maturazione all’insegna dell’esistenzialismo, con le letture dell’amato Sartre, Vittorini, Pavese e altri cavalli di battaglia della modernità – Vittorio approda alla direzione di “Galassia” insieme a Gianni Montanari. La casa editrice aveva sede a Piacenza e i due si erano presentati all’editore Mario Vitali della Tribuna senza conoscerlo e senza particolari raccomandazioni, ma come concittadini. Montanari studiava l’inglese per insegnarlo, Curtoni l’avrebbe imparato sui dischi perché a scuola aveva fatto francese. La rivoluzione di “Galassia” portata dal duo Curtoni-Montanari è totale, soprattutto se si pensa che la precedente gestione, affidata a Ugo Malaguti, si era attestata sull’amore dei classici e la riscoperta di alcuni grandi autori dell’avventura. Non solo i classici scompariranno da “Galassia”, salvo una manciata di eccezioni fra cui Dick (un neoclassico non ancora santificato), ma entrerà in pieno l’avanguardia degli anni Settanta: new wave da una parte (Michael Moorcock, Brian W. Aldiss) e nuovi autori dall’altra: Roger Zelazny, K.M. O’Donnell alias Barry Malzberg, Thomas M. Disch, Mark Geston eccetera. Inoltre, usciranno alcuni importanti autori italiani che Vittorio e Gianni pubblicheranno per geniale intuizione o su incitamento del loro mentore Aldani: Mauro Antonio Miglieruolo, il cui capolavoro Come ladro di notte è stato ristampato anche in “Urania collezione”, e Vittorio Catani che tra qualche mese debutterà a sua volta nella nostra collezione di classici. Su “Galassia”, nel 1972,  Vittorio pubblica inoltre il suo primo e unico romanzo, Dove stiamo volando.

 

1975

Ha concluso il servizio militare e vuole sposare Lucia Parietti, da anni sua fidanzata: per farlo ha bisogno di un posto di lavoro stabile e non può accontantarsi della consulenza per Mario Vitali, che lo paga un tanto a lettura e un tanto a traduzione. Vittorio si offre quindi per un posto di redattore, poi caporedattore alla Armenia Editore ed entra nella fucina delle riviste di parapsicologia “Gli arcani” ed “ESP”. Quello stesso anno, accetta l’invito del suo editore di varare una nuova rivista di fantascienza.

 

Aprile 1976

Esce il primo numero di “Robot”, pubblicazione che deve la sua leggendaria fama alla formula aperta con cui è concepita: racconti brevi anziché romanzi, molta agguerrita informazione, rubriche e dibattiti, un ricco apparato iconografico (era la prima volta che una rivista di narrativa aprisse così vistosamente all’immagine); e ancora tutte le idee nuove sotto il cielo, una spruzzata di polemica politica, l’apertura a giovani collaboratori anche sconosciuti. Ma soprattutto il nerbo, la vis carismatica di un direttore che era il contrario dell’accentratore per partito preso e che, anche quando accentrava eccome, lo faceva in nome di un ideale giacobino di egalité, fraternité, fantascié che finiva per sedurre tutti quanti. Grazie a tali straordinarie doti di comunicativa, capacità di dibattito e attenzione alle nuove tecnologie (quelle di allora, si capisce: la televisione, il nascente cinema di effetti speciali, i fumetti, le fanzine), “Robot” è diventato il primo periodico di fantascienza postmoderno. Questa brutta parola ha in fondo un significato semplice: anziché limitarsi a fare la contemporaneità, si discute di ciò che l’ha generata e lo si mitizza; il moderno viene così osservato come un oggetto da laboratorio, in molti casi arrivando a compiacersene. Fino all’avvento delle collane Fanucci – che certo non sono paragonabili a una rivista – non ci risulta che vi siano stati altri tentativi del genere.

In “Robot” Vittorio ha profuso il suo debordante amore per la fantascienza, le sue doti di curatore e redattore forza-della-natura, un talento visionario che chi è amante della carta stampata non può fare a meno di riconoscere a chilometri di distanza dall’edicola. Era la rivista ideale per il fandom, cioè la comunità degli appassionati, che vi si trovava riflessa ed esaminata al microscopio per la prima volta; era la libera rivista, intrisa di polemica quando occorreva, dei lettori militanti. Quello che oggi si fa su internet, “Robot” lo ha prefigurato sulle tavolette di pietra di un book mensile.

 

1977-78

E’ il periodo in cui, per mia fortuna, ho lavorato a stretto contatto con Vittorio nella redazione di “Robot” e “Gli arcani”: penso di essere l’unico al mondo a potermi vantare di aver avuto il Curtoni come capufficio! Con noi c’era anche una bella ragazza bionda, Milena, che faceva da co-redattrice nonché segretaria del Grande, ma la forza fantascientifica era rappresentata dal nostro ilare duo. Ai miei occhi, il capufficio Curtoni è una delle figure veramente indimenticabili della mitologia moderna: eskimo verde (erano i tempi), sigaretta che sbuffava, occhiali sulla testa, una vulcanica e frenetica capacità di fare mille cose a tempo di record. Un uomo solo, eppure un esercito; un irritabile, irriducibile, buonissimo sergente della fanteria spaziale.

Sono stato assunto nel settembre 1977 e abbiamo lavorato insieme fino al luglio ’78. A quel punto, e dopo aver pubblicato l’importante raccolta personale La sindrome lunare, il mio mallevadore si dimette dall’incarico per una serie di ragioni personali e, lasciatemelo dire, esistenziali. Vittorio non è mai stato un tipo facile; si rallegrava con grande semplicità delle cose ma bastava altrettanto poco per farlo incupire e io credo disperare. Era stanco di tre anni di pendolarismo sul Napoli-Milano ma non pensava neanche lontanamente di traslocare nel cittadone lombardo; sua moglie, oltretutto, lavorava nella scuola di via Alberoni e avrebbe dovuto chiedere il trasferimento. A Milano Vittorio aveva vissuto negli anni dell’università, quando frequentava la statale, ma Piacenza era dietro l’angolo e ci si poteva tornare tutti i giorni. Andarsene per sempre? Far trasferire Lucia, costringendola ad allontanarsi dalla famiglia? Non era da Vic. Inoltre, si era progressivamente alienato da un editore che lo aveva sì portato in palmo di mano fino a quel momento, definendolo il suo “migliore acquisto”, ma che aveva il grosso problema di voler fare acquisti perlopiù al discount, pagandoli una miseria. Così, quando Giovanni Armenia gli mostrò i rendiconti di “Robot” (che nel suo terzo anno di vita, il ’78, aveva cominciato a perdere lettori come succede a tutti i periodici partigiani e garibaldini, e anche a qualcuno di quelli più beceri), Vittorio non condivise la scelta di correre ai ripari sfigurando la sua creatura. Armenia voleva ridimensionare le rubriche, ridurne la partigianeria, puntare tutto e solo sui racconti. Dal suo punto di vista, voleva salvare “Robot”; da quello del creatore di “Robot”, voleva ucciderla. Perciò, con un gesto che per me ha tuttora dell’intempestivo – e del nefasto, se ci si pensa bene – nel luglio 1978 Vittorio si dimise dall’Armenia, lasciandomi solo per un altro anno; poi l’avventura sarebbe finita nell’amarezza anche per me. Comunque, in quel breve periodo si è fatto di tutto e di più: due mensili completi che creavamo dal dattiloscritto puteolente all’impaginato pronto per la stampa; una collana di libri del terrore firmata a due; una rivistina dell’horror; più tutto quello che noi stessi scrivevamo per contribuire alle testate. Nel 1978 abbiamo pubblicato una Guida alla fantascienza scritta a quattro mani per l’editore Gammalibri; da solo, Vittorio aveva dato alle stampe la sua tesi di laurea sulla fantascienza italiana, Le frontiere dell’ignoto (Nord).

 

1978-89

E’ un decennio silenzioso, per Curtoni, ma neanche troppo. Internet non c’è ancora eppure lui scrive, traduce, dirige, polemizza a distanza. Chiuso in una stanza di via Scalabrini prima, di via Alberoni poi, fuma una sigaretta dietro l’altra, beve birra e usa la macchina da scrivere con l’invasamento inconfondibile dell’autore, o del traduttore-autore. Dopo aver coodinato la sfortunata reincarnazione di “Robot”, “Aliens” (pubblicata dal gruppo Armenia nel 1980), continua a tradurre per “Urania”, lo stesso Armenia e altri. Traduce ogni cosa, spesso col passare degli anni senza la possibilità di scegliere gli autori e comunque trattando tutti allo stesso modo professionale e coscenzioso. Traduce, fra gli altri, molti romanzi rosa della serie “Harlequin” e scopre che gli danno particolare soddisfazione: “Spesso mi dicono di tagliarli e io mi diverto a fare questo lavoro di cucito, togli qui, riaggancia là, asciuga quello che non è strettamente indispensabile”. Quando passa al computer, è la metà degli anni Ottanta: Curtoni conosceva la videoscrittura già dai tempi di “Robot”, per essere il sistema adoperato dalla nostra tipografia Parmense, e si innamora del nuovo sistema di lavoro. In quegli stessi anni dirige la collana di romanzi di fantascienza “Omicron” (un altro esperimento Armenia per l’edicola) e una collezione del terrore, voluta dall’editore per ritentare l’esperimento dei vecchi “Libri della paura”. Fra gli altri, Vittorio vi accoglie un improbabile Sesso della morte di Ramsey Campbell e il romanzo che aveva ispirato Wolfen, il celebre film. Sul finire degli anni Ottanta, arriva al timone della collana di fantascienza varata da Sperling & Kupfer. Nel 1989, mentre il sottoscritto approda alla direzione di “Urania”, Vittorio gli soffia alcuni dei testi migliori per portarli all’altro editore. E’ forse il periodo di maggior distanza fra noi, e non certo per banali motivi di concorrenza. E’ capitato, non capiterà più.

 

1990-2000

All’arrivo di internet, intorno al 1995, è tra i primi entusiasti dell’intreccio/groviglio che l’email rende possibile. Da allora in poi, niente sarà più come prima: dopo anni di relativa solitudine, Vittorio torna in pieno nel suo ruolo di maître à penser della fantascienza italiana, questa volta grazie all’aiuto delle mailing list e del rinato senso di famiglia che gli appassionati scoprono nell’era digitale. Come sempre, aiuta i giovani e meno giovani che gli chiedono consiglio; riappare alle convention del settore dopo anni di latitanza; ne organizza di proprie (a sfondo librario-mangereccio, con pantagruelica cena finale: dette Piacon perché svolte rigorosamente a Piacenza, sotto casa sua). Come il grande regista ai tempi della serie televisiva Alfred Hitchcock presenta, Curtoni conosce una popolarità straordinaria, pari se non superiore a quella di cui aveva goduto ai tempi di “Robot”, perché adesso è alonata di leggenda. Al congresso annuale della sf italiana, l’Italcon, miete regolarmene premi come miglior traduttore, autore e poi curatore. Nel 1999 corona il millennio pubblicando da Shake la sua prima raccolta personale di racconti in vent’anni, Retrofuturo.

 

Nel nuovo millennio: 2001-2007

Per quanto intimamente pessimista e a tratti depresso (un male cui cercherà di porre rimedio con alcuni anni di psicanalisi), il Vittorio del duemila è però un gran facitore. Come sempre. Se la professione di traduttore, alla lunga, lo stanca e lo lascia svuotato, tanto che è costretto a concedersi intervalli sempre più lunghi fra un lavoro e l’altro, quella di scrittore di racconti e curatore non conosce sosta. Fino a quando, nel 2003, la nuova casa editrice Solid (oggi Delos Books) gli offre l’opportunità di rilanciare “Robot”, facendo rinascere la creatura dalle sue ceneri. Sulle prime Vittorio è perplesso, ma finisce col cedere alla tentazione e si ributta nell’avventura editoriale che ha segnato la sua vita. La nuova “Robot”, che esce tuttora dopo otto anni, è identica alla vecchia nel format e proprio mentre scriviamo vara la propria edizione digitale. Non più venduta in edicola, un canale sempre più difficoltoso, è presente in una rete di librerie ed è diffusa per abbonamento, mentre dal numero 64 del novembre 2011 può essere scaricata sul proprio iPad. La casa editrice promette che arriverà presto anche la versione per Android.

 

2008-2011

Affezionato non solo alla città di Piacenza, ma al quartiere in cui vive ormai da anni, Vittorio finirà per comprare un nuovo appartamento al piano di sotto rispetto al vecchio. La coppia Curtoni vi si trasferisce tra la fine del 2007 e i primi del 2008, l’anno in cui Vittorio scoprirà di essere ammalato di tumore all’intestino. Seguono tre anni di battaglia con la malattia, tre interventi e numerosi cicli di chemioterapia. Abbandona progressivamente il lavoro, decide che comunque vadano le cose non farà più il traduttore professionista. Facendo due conti, si accorge di poter finalmente andare in pensione. Ma i traduttori è destino non ci vadano mai e così è stato anche per lui. Gli amici lo seguono da vicino e da lontano, anche se le festose Piacon sono abolite; a tutti Vittorio ripete parole d’incoraggiamento, dice che sta bene, addirittura – dopo le operazioni riuscite – che non si è mai sentito meglio. Il sollievo dei periodi di non-chemio è tale da farlo rinascere ogni volta da se stesso. Quello che lo ucciderà, da ultimo, non è il male che dall’intestino si è trasferito malignamente al fegato ma il suo cuore. La mattina di martedì 4 ottobre va a piedi all’ospedale di Piacenza per fare un nuovo iniettorato di chemioterapia. Non ne ha nessuna voglia, anche perché la volta precedente, in settembre, durante la seduta si è sentito male e ha subito uno shock anafilattico (notizia che non era trapelata fra gli amici). Il 4 ottobre il cuore, che aveva già denunciato qualche problema alla vigilia dell’ultima operazione, non ha più retto e un infarto massiccio ha avuto ragione di lui. Inutili un’ora e mezza di tentativi in camera di rianimazione.

Con la sua esistenza ricca e tormentata (un’infanzia difficile, rapporti di lavoro contrastati, la grande amicizia poi interrotta con Gianni Montanari, l’avventura di “Robot”, l’amore degli appassionati e dei concittadini quando aveva cominciato a collaborare con il quotidiano “Libertà”), Vittorio ha rappresentato al meglio l’espressione secondo cui lo scrittore è un uomo d’azione. Nel mondo sommerso e tutto sommato poco cosciente della fantascienza italiana, è stato una voce lucida e un’intelligenza per molti versi unica. Non c’è, per quanto mi sforzi di pensare, chi come lui sia stato altrettanto “autore” in tutti i ruoli che ha ricoperto, altrettanto presente in ogni racconto, editoriale, traduzione o proposta. La sua fantascienza non era quella astrale, tecnica o mostruosa, anche se volentieri sconfinava nell’orrore. Era comunque un orrore credibile che nasceva dai tormenti dell’esistenza. La fantascienza nella quale credeva era di stampo umanista, di radici terrene, di un realismo a volte meticoloso. Se nei racconti ha esplorato il buio e la speranza che lottavano dentro se stesso (e che trovano la massima sintesi in Bianco su nero, l’ultima raccolta personale del 2011), in “Robot” e nelle altre collane da lui dirette ha commentato in lungo e in largo ciò che la fantascienza ha rappresentato nella modernità. Una piaga aperta, una bell’avventura nata dai brutti sogni, il tentativo di dare una risposta artistica al tormento di un mondo tecnologico sì, prodigioso all’apparenza, ma profondamente insensibile.

In una parola, Vittorio, tu sei un un magnanimo (perché i lungimiranti questo sono) che tuttavia non è stato ricompensato. Non abbastanza.

 

Giuseppe Lippi

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Mike Resnick

Febbraio 27th, 2012

resnickautograph.jpgNato nel 1942, scrittore e allevatore di cani, Mike Resnick ha esordito nel 1965 con il romanzo burroughsiano The Forgotten Sea of Mars e per molti anni ha scritto ogni genere di narrativa commerciale, dalla fantasy avventurosa debitrice di Edgar Rice Burroughs (The Goddess of Ganymede, 1967 e Pursuit on Ganymede, 1968) ai libri erotici, invariabilmente firmati con pseudonimi. Questo lungo periodo della sua carriera corrisponde perfettamente al ritratto del “paperback writer” senza soldi e senza speranza cui il mercato in trasformazione degli anni Sessanta-Settanta permetteva di sopravvivere in modo sempre più incerto, e di cui ci hanno lasciato memorabili trasposizioni la canzone dei Beatles (“Paperback Writer”, appunto) e romanzi come Il mondo di Herovit di Barry Malzberg e Addio Sheherazade di Donald E. Westlake. Quest’ultimo è la storia di un romanziere softcore che non sa più cosa inventare per eccitare il suo pubblico fantasma; il primo, invece (da noi tradotto nel volume speciale per il cinquantesimo di “Urania”), è l’odissea di un autore di fantascienza vecchio stampo che non riesce più a sopravvivere nella giungla dei tascabili ed è messo di fronte al totale sfruttamento della sua creatività.

Tra i romanzi fantascientifici di Resnick, che si è scostato un paio di volte dal genere ma ha sempre finito col ritornarvi, si segnalano Redbeard (1969), un’avventura post-atomica ambientata nella metropolitana di New York, e una novelization della serie Battlestar Galactica scritta dopo una lunga assenza dal settore. Negli anni Ottanta ha dato vita a due cicli avventurosi: i Racconti del Centro Galattico (con i romanzi Sideshow, 1982, The Three-Legged Hootch Dancer, 1983, The Wild Alien Tamer, 1983 e The Best Rootin’ Tootin’ Shootin’ Gunslinger in the Whole Damned Galaxy, 1983) e  i Racconti della Cometa di Velluto (Eros Ascending, 1984, Eros at Zenith, 1984, Eros Descending, 1985 ed Eros at Nadir, 1986). Il primo è ambientato in un luna-park, il secondo in un bordello spaziale.

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Più impegnativi i racconti della raccolta Bwana & Bully! (1981), seguiti dai romanzi Ivory: A Legend of Past and Future (1988), Paradise: A Chronicle of a Distant World (1989) e Purgatory (1993), in cui Resnick affronta i problemi del colonialismo in vari paesi dell’Africa trasferendoli su scala interplanetaria. Si inseriscono nella stessa vena Inferno (1994, con lo stesso titolo su “Urania” n. 1257) e i racconti o romanzi brevi “Kirinyaga” (1988) e “The Manamouki” (1990), entrambi vincitori del premio Hugo. Il romanzo breve “Seven Views of Olduvai Gorge” (1994), ambientato in Africa e imperniato sulle origini dell’umanità, ha vinto nel 1995 il premio Nebula per la sua categoria.

Su “Urania” sono già usciti numerosi romanzi di Mike Resnick: The Soul Eater (1981, col titolo Il divoratore di anime nel n. 978, una sorta di Moby Dick in versione fantascientifica), Walpurgis III (1982, con il titolo Il pianeta di Satana, n. 984), The Branch (1984, Il tronco di Davide, n. 990), The Dark Lady, (Ritratto in nero, n. 1092), e i già citati Purgatory (Purgatorio, n. 1253) e Inferno (id., n. 1257).  Il killer delle stelle (Widowmaker, 1995; in “Urania” n. 1449) presentava le avventura di Jefferson Nighthawk, assassino noto su molti mondi con il nome di Fabbricante di Vedove.

Come antologista ha curato, fra l’altro, l’antologia di “recursive science fiction” – storie di fantascienza sul mondo della fantascienza – Inside the Funhouse, da noi tradotta in “Urania” n. 1273 col titolo Fantashow. Starship Mutiny (2005), il romanzo che presentiamo oggi, inaugura un’intensa serie spaziale che ha già prodotto altri due romanzi.

G.L.

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Premio Urania 2012

Febbraio 22nd, 2012

Arnoldo Mondadori Editore bandisce per il corrente anno il premio Urania per il miglior romanzo di fantascienza italiano inedito.

Il concorso si svolgerà secondo le seguenti norme:

1 - Sono ammesse solo le opere in lingua italiana, inedite, mai pubblicate neppure parzialmente, né partecipanti ad altri concorsi nello stesso anno. I romanzi dovranno avere una lunghezza minima di 200 cartelle dattiloscritte e una massima di 300. La cartella dattiloscritta deve essere di 30 righe di 60 battute circa, fino a un massimo di 2000 battute, spazi vuoti compresi.

2 - È consentito partecipare con una sola opera.

3 - Il contenuto dovrà essere strettamente fantascientifico. Non saranno accettate opere di fantasy o di horror.

4 - Non è ammessa la partecipazione di autori già pubblicati in Urania o collane a essa collegate.

5 - I romanzi dovranno essere inviati a mezzo plico raccomandato al seguente indirizzo:

PREMIO URANIA 2012

c/o URANIA - ARNOLDO MONDADORI EDITORE 20090 SEGRATE (MILANO)

entro e non oltre il 30 novembre prossimo. Vale la data del timbro postale.

Avvertiamo che non si accettano manoscritti e che i DATTILOSCRITTI NON SARANNO RESTITUITI.

Le opere dovranno essere inviate in due copie e i concorrenti dovranno indicare chiaramente le proprie generalità e il domicilio, nonché il numero di telefono e l’indirizzo e-mail. Sarà cura della redazione comunicare a tutti i partecipanti, esclusivamente via e-mail, i nomi dei finalisti al Premio, che saranno anche pubblicati sul blog di Urania (http://blog.librimondadori.it/blogs/urania). Non saranno fornite ulteriori informazioni sulle opere in concorso.

ATTENZIONE: per poter partecipare è indispensabile ritagliare e allegare al dattiloscritto copia in originale del Certificato di Partecipazione (CdP), che si trova nelle ultime pagine di ogni fascicolo di Urania.

6 - Una giuria composta da esperti esaminerà i dattiloscritti, assieme alla redazione, e deciderà il vincitore il cui romanzo sarà pubblicato su Urania nel prossimo anno.

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Urania Collezione 109: Dove stiamo volando

Febbraio 2nd, 2012

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L’unico romanzo scritto da Vittorio Curtoni torna dopo quarant’anni di assenza dal mercato e in un’edizione imperdibile, con un capitolo inedito. Soppresso dall’autore all’epoca della prima edizione, è qui ripristinato per sua volontà e arricchisce il sapore di questa odissea nel futuro di un’Europa mutante. Poche volte la fantascienza è stata così vicina al vero, poche volte ha affrontato il tema della sopravvivenza con tanto coraggio. Dopo il romanzo, una nutrita scelta di racconti e la fondamentale autobiografia La mia love story con la fantascienza, pubblicata per la prima volta nel 1999.

Vittorio Curtoni (San Pietro in Cerro, PC, 1949 - Piacenza 2011) è il maestro del rinnovamento nella fantascienza italiana. Lo svecchiamento linguistico e tematico, la bruciante sincerità di cui è stato capace nella sua narrativa, il carisma di editor che lo hanno contraddistinto sia al timone di “Galassia” che della sua creatura prediletta, “Robot”, ne hanno fatto un autore di primo piano e un brillante mediatore culturale. Questo volume, preparato in ogni particolare da lui stesso, è un vademecum curtoniano che non può mancare nella biblioteca di ogni appassionato.

(vai alla visualizzazione completa del volume)

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Gli ammutinati dell’astronave (1579)

Febbraio 2nd, 2012

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La Teddy R - o Theodore Roosevelt, astronave da combattimento con il compito di proteggere l’ammasso della Fenice - ha un comandante che si chiama Makeo Fujiama e un primo ufficiale che risponde al nome di Podok ed è (incidentalmente) una femmina Polonoi. Ma la figura chiave, a bordo della sferragliante nave da guerra, è un’altra: il secondo ufficiale Wilson Cole. Wilson ha ottenuto risultati strepitosi nel conflitto che oppone la Repubblica alla Federazione nemica,
ma la disciplina non è il suo forte. Ecco perché si trova sulla Teddy R ed ecco perché, all’inizio del romanzo, già scalpita per cambiare rotta e dirigersi verso tutta un’altra parte della galassia…

Mike Resnick È nato a Chicago nel 1942, ha vinto cinque volte il premio Hugo e una volta il Nebula. Di Resnick “Urania” ha già pubblicato i romanzi Purgatorio: storia di un mondo lontano (n. 1253), Inferno (n. 1527) e Il killer delle stelle (n. 1449). Starship: Mutiny (2005) è il suo primo romanzo di sf bellica.

All’interno, il racconto “La rivolta dei miracolati” di Samuele Nava

(vai alla visualizzazione completa del volume)

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