Leigh Brackett di Marte

settembre 18th, 2013 by Moderatore

leigh_brackettLe avventure marziane riproposte in questo volume sono state scritte e pubblicate su rivista tra il 1949 e il 1964, mentre nel 1967 sono state raccolte in volume con il titolo The Coming of the Terrans (Storie marziane). Insieme a quelle contenute nel dittico dei Canali di Marte, da noi pubblicato anni fa (1), formano un ciclo unitario e forniscono un’immagine del pianeta rosso tutt’altro che convenzionale, se per “convenzione” si intendono i dati scientifici ormai comunemente accettati e trasmessi dalle sonde spaziali fin dagli anni Settanta. Oggi sappiamo che Marte è un luogo deserto, con due lune piccolissime e una temperatura vagamente paragonabile a quelle della terra solo all’equatore, perché la maggiore distanza dal sole lo rende un pianeta freddo. Potrebbe essere terraformato, è vero: ma per adesso ci appare come una gelida Death Valley che solo per dimensioni, e grazie alla presenza di un’atmosfera rarefatta, può essere considerato il pianeta più “ospitale” del sistema solare. Tuttavia c’è stato un periodo di tempo abbastanza lungo – dalle osservazioni di Schiaparelli nel 1877 sino agli anni Cinquanta del XX secolo – in cui l’opinione pubblica è stata influenzata dalle prime, azzardate speculazioni su Marte o dalle immagini dei pulp magazine, e il pianeta rosso è stato concepito come un mondo abitabile e abitato, teatro di ogni sorta di fantasie. Un esempio recente lo si è potuto vedere al cinema, con l’epico John Carter prodotto dalla Disney e tratto dai romanzi di Edgar Rice Burroughs: film che mette in scena le antiche civiltà marziane con la disinvoltura di un péplum un po’ aggiornato.

A quegli scenari favolosi si è ispirata Leigh Brackett, la scrittrice nata a Los Angeles nel 1915 e attiva molto presto anche nell’ambiente del cinema. Nel 1946 avrebbe sposato Edmond Hamilton, un altro affermato autore di fantascienza, e collaborato ad alcuni dei primi racconti di Ray Bradbury, trasferitosi a Los Angeles proprio negli anni Quaranta. Brackett ha pubblicato racconti e romanzi di fantascienza, polizieschi (Un cadavere di troppo, Giano), spionistici (Amico mio, fratello assassino, “Segretissimo” Mondadori) ed è morta a Lancaster, in California, nel 1978, un anno dopo la scomparsa del marito; aveva appena completata la sceneggiatura dell’Impero colpisce ancora di Irvin Kershner (1977). Collaboratrice dei pulp ma anche sceneggiatrice affermata per registi come Howard Hawks (Il grande sonno, 1939) e Robert Altman (Il lungo addio, 1973), ha dedicato gran parte della sua opera letteraria alla continuazione del genere marziano.

Quello inaugurato nel 1911 da Burroughs con Under the Moons of Mars, la prima escapade di John Carter, non era il solo esempio a disposizione. Un’abile narratrice degli anni Trenta e Quaranta, Catherine L. Moore, aveva creato un taciturno avventuriero del futuro, Northwest Smith, le cui imprese erano “fantastiche” in un senso più consapevole rispetto a Burroughs e sconfinavano nel gotico. Northwest Smith è un pistolero in cerca di guai su Venere e su un Marte che sembra un paesaggio del West animato da un tocco spettrale. Senza il suo esempio, probabilmente non esisterebbero i colori cupi e le lande romantiche di Leigh Brackett, perché in Burroughs non ve n’è quasi traccia. Nei racconti della Brackett assistiamo a una sintesi di queste attitudini: intrecci senza risparmio d’azione ma anche atmosfere inquietanti e misteriose.

Gran parte della sua produzione, creata tra la fine degli anni Trenta e la metà dei Settanta, è ambientata sul Marte di fantasia cui abbiamo accennato: era nello spirito dei tempi ed era un po’ la politica di “Planet Stories”, la rivista di fantascienza avventurosa su cui sarebbero uscite anche le prime Cronache marziane di Ray Bradbury. Proprio come in Bradbury, vi è in Brackett una sfida cosciente all’immagine del pianeta rosso resa dall’astronomia e dalla fantascienza ortodossa: il suo tentativo non è di costruire un mondo dell’avvenire o della possibilità; al contrario, è quello di appropriarsi di un mondo di sogno, rivendicando le capacità dell’immaginazione. Il risultato è un ambiente crepuscolare, malinconico e dimenticato, una dell grandi creazioni del sottogenere che i critici chiamano planetary romance. (Nell’ambito della fantascienza popolare lo hanno coltivato soprattutto gli americani, da Jack Vance a Marion Z. Bradley, ma vi sono numerosi classici inglesi. Senza voler scomodare il Voyage to Arcturus di David Lindsey o la trilogia di C.S. Lewis, va ricordato che uno dei primi esempi del genere si deve a Edwin Arnold, autore di Lieut. Gullivar Jones: His Vacation pubblicato nel 1905, e che un suo entusiastico continuatore è stato il giovane Michael Moorcock, con un proprio ciclo marziano.)

Nelle parole di Leigh Brackett: “Accanto al pianeta che ci mostrano le sonde io continuo a vedere il mondo polveroso dei deserti, dei letti dei mari morti, il mondo che è stato verde e fiorente un tempo, il mondo delle antiche città dei Canali Inferiori… un Marte di antiche rovine e antica saggezza, di guerrieri e di uomini, di donne e di ibridi… il Marte che non scompare, anche se le sonde spaziali ce ne offrono un’altra immagine. Perché quel Marte io lo conosco, l’ho visto, ci sono stata ed esiste anche ora, forse in un altro angolo dello spazio e del tempo” (2).

Come si sa, l’opera di Leigh Brackett non si limita alla serie marziana, di cui i due volumi proposti nel tempo da “Urania” costituiscono il nocciolo ma non il completamento. Il ciclo conta infatti un romanzo, La spada di Rhiannon (The Sword of Rhiannon, 1953) e alcuni racconti che si possono leggere nella raccolta completa dedicata a questo tema (3). Nella fantascienza di Brackett vanno poi annoverati la space opera La legge dei Vardda (The Starmen, 1952), La città proibita (The Long Tomorrow, 1955, una rigorosa avventura nel futuro plausibile della Terra) e un nuovo planetary romance, La stella amara (The Ginger Star, 1974). Qui il terrestre Eric John Stark – eroe di alcuni racconti marziani precedenti – emigra da un sistema solare ormai troppo esplorato e scopre, intorno a un’altra stella, le insidie del mondo di Skaith.

Giuseppe Lippi

NOTE

(1) In “Classici Urania” n. 248, della stessa autrice (Mondadori 1997).

(2) Cit. in Maestri della letteratura fantastica (Les maîtres de l’étrange, Edena-Paris 1981), p. 190. Ed. italiana a cura di Edy Minguzzi e Fernanda Tosco, Edipem, Novara 1983.

(3) Cfr. Leigh Brackett, Il ciclo marziano, Fanucci, Roma 1990.

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3 Responses

  1. Il Trasfigurato

    Senza piaggeria, grazie per il bel saggio…si impara sempre.

  2. Giuseppe Pinto

    Interessante commento all’opera di Leigh Brackett!

  3. Antonino Fazio

    Concordo, ottimo articolo. Del resto, le presentazioni del Curatore sono sempre di grande livello! :-)

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