A Venezia un…Febbraio, Giallo Shocking!

febbraio 12th, 2014

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Cari lettori de “Il Giallo Mondadori”, questo mese vogliamo regalarvi il resoconto della chiacchierata che abbiamo avuto con Stefano Di Marino, uno dei più grandi scrittori italiani e il più prolifico di sempre. Questo mese, Stefano ci ha regalato una perla “rara” del suo repertorio artistico, andando a confezionare un tipico THRILLING italiano anni ’70.

Non perdetelo per nessuna ragione e correte in edicola. Il volume sarà disponibile per tutto il mese di Febbraio in edicola e in formato EBOOK sul nostro sito inmondadori.it

Buona lettura!

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DPMG Il tuo amore per il thriller italiano anni ‘70 e gli sceneggiati Rai di quel periodo sono stati la leva principale che ti ha spinto a scrivere questo romanzo?

SDM Come ho già scritto in diverse occasioni, oltre all’anima avventurosa e spy, ne ho coltivata una legata al “thrilling italiano”. L’origine è, logicamente, quella che citi, la produzione cinematografica e televisiva degli anni ’70 che ritengo un periodo irripetibile della nostra produzione. Con gli anni ho integrato la mia passione per queste storie con altre suggestioni, in particolare con il mystery alla John Dickson Carr e imparentato con le atmosfere gotiche. Sempre, però, restando nel campo della realtà quando si tratta di identificare i colpevoli.



DPMG Quali sono i tuoi registi preferiti di quegli anni ? Quali ti hanno maggiormente influenzato?

SDM Prima di tutto ho un debito con Biagio Proietti in qualità di sceneggiatore, amico e maestro. Lo conosco da anni e mi sono studiato tutti i suoi lavori, oltre che averne discusso a lungo di persona. Se pensiamo al cinema, oltre all’ovvio riferimento ad Argento, i miei registi preferiti erano Martino, Lenzi e Aldo Lado del quale mi piace ricordare due film che sono rimasti nella mia memoria: “Chi l’ha vista morire’” e “La corta notte delle bambole di vetro”. Poi naturalmente c’è Avati con “La casa dalle finestre che ridono” che è un punto di riferimento ineludibile e Armando crispino, soprattutto con “L’Etrusco uccide ancora”.



DPMG I lettori ricorderanno il tuo meraviglioso ciclo di “Montecristo ‘ per il Giallo Mondadori Presenta.
Che emozione provi però ad essere pubblicato nella collana madre del Giallo Italiano?

SDM “Montecristo” fu concepito per IGMP. È un’opera a cui tengo ancora moltissimo, ma ha uno spirito diverso da quello richiesto nel Giallo che è la testata storica del Mystery in Italia. “Montecristo” è un thriller politico, pieno d’azione, attuale. “Il palazzo dalle cinque porte”, invece, gioca le sue carte sull’atmosfera, sull’intreccio, la ricerca del colpevole. Mi ero ripromesso di non far sparare al protagonista neanche un colpo di pistola. E così è stato.



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DPMG Quali sono a tuo avviso le maggiori differenze tra scrivere per una collana e per la libreria ?

SDM le collane economiche Mondadori sono una grandissima scuola di scrittura. Ti insegnano a restare nel format preciso della testata, nel numero di pagine richiesto. L’atmosfera, le sfaccettature psicologiche, i particolari devono essere studiati con molta attenzione. Non sono ammesse ridondanze o ripetizioni. In pratica non si può … allungare il brodo per scrivere ‘la bella pagina’ come a volte succede nei ‘romanzoni’. Questo non significa usare un linguaggio sciatto o tirato via. Non è facile.


DPMG Se dovessero proporti una trasposizione cinematografica per il tuo romanzo , chi vorresti alla regia e chi proporresti per i ruoli chiave?

SDM. Qui arrivano le dolenti note. Purtroppo(opinione personale e forse non condivisibile) ritengo che cinema e fiction italiani attualmente siano lontanissimi da me. Per “Il Palazzo dalle cinque porte” mi piacerebbe Michele Soavi alla regia, l’unico che credo ancora capace di evocare atmosfere. Bas Salieri, il protagonista, fisicamente è ispirato a un personaggio a fumetti visto oltralpe, non riesco a vedere un interprete particolare. Di sicuro Zemanian è Adolfo Celi come lo ricordiamo e Martina Suzie Kendall dei tempi di “L’uccello dalle piume di cristallo”, “Spasmo” e “I corpi presentano tracce di violenza carnale” che, come sai, è uno dei miei preferiti del genere. Il mio immaginario, in questo senso, lo ammetto, è un po’ retrò.

SDM

Stefano Di Marino si occupa della narrativa d’intrattenimento in tutte le sue forme da oltre vent’anni. Con lo pseudonimo Stephen Gunn firma per Segretissimo la serie Il Professionista dal 1995. Ha pubblicato il saggio C’era una volta il thrillingnell’antologia Il mio vizio è una stanza chiusa (Supergiallo Mondadori, 2009) da lui stesso curata, e Paura sul piccolo schermo in Cripte e incubi (Bloodbuster, 2012). Nel Giallo Mondadori ha pubblicato la trilogia hard-boiled Montecristo e, nella stessa collana, il racconto Donna con viso di pantera in Giallo24. Il mistero è in onda. Dal 2009 scrive romanzi e racconti thriller per la rivista “Confidenze” (Io sono la tua ombraSortilegioAppuntamento a MadridMaschere e pugnaliLa finestra sul lago,Il mare degli inganni e La casa con i muri rosa).

 


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Scorribande giallistiche IV

ottobre 17th, 2013

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Mamma li turchi, anzi i cinesi!..

Continuo queste scorribande veloci  di palo in frasca che mi fanno sentire ancora giovincello scherzoso. Chi vuole qualcosa di più profondo e corposo passi oltre.

Mamma li turchi, anzi i cinesi! Dopo l’invasione del malloppone scandinavo ecco la banda degli occhi a mandorla che si abbatte sull’italico suolo con Xialong Qui, Hiao Bai e He Jagong. Dagli immacolati silenzi nordici ai casini di Shanghai e dintorni. Ma il risultato è sempre lo stesso: il morto ammazzato. Anzi, i morti ammazzati.

Il Berkeley de L’ultima tappa è forte, via. Congetture, ipotesi, supposizioni, certezze che svaniscono fino allo stupendo finale che scombina tutto. Da artista.

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INTERVISTA CON PAUL HALTER di Pietro De Palma

agosto 13th, 2013

Tempo fa ho conosciuto Paul Halter. Il celebre scrittore francese, l’unico che in tempi recenti abbia raccolto con successo l’eredità di John Dickson Carr, scrivendo romanzi e racconti con Delitti Impossibili e Camere Chiuse, vive a Strasburgo: la nostra conoscenza, pertanto, si è approfondita per corrispondenza

Il suo indirizzo email mi è stato fornito da altro mio conoscente, John Pugmire, altro grande conoscitore di Camere Chiuse ed enigmi letterari, che traduce in inglese da alcuni anni, tra l’altro, i romanzi di Halter. John fu invitato anni fa assieme a Igor Longo, a Philippe Fooz, Vincent Bourgeois e Michel Soupart, e a qualche altro critico, al meeting del 2007 di Roland Lacourbe. John, che ho conosciuto due mesi fa, dopo aver letto alcuni miei articoli, soprattutto quelli concernenti le Camere Chiuse, mi ha risposto ed è cominciata una corrispondenza. Un giorno gli ho chiesto la email di Halter, e lui, dopo averlo chiesto ad Halter, me l’ha fornita. Così sono entrato in contatto con Paul Halter.

Ci siamo scambiati impressioni, lui ha voluto leggere degli articoli che avevo dedicato a suoi romanzi, e in anteprima l’ultimo, dedicato a La Quarta Porta, che è molto letto sul mio altro blog, quello in lingua inglese, e che gli è molto piaciuto. Da allora, ci siamo scritti più volte, ancor più quando gli ho detto che avevo conosciuto Igor Longo (che al tempo era stato colui che mi aveva fatto conoscere Halter ed i suoi romanzi).

Un giorno gli ho chiesto se mi avesse potuto concedere un’intervista: era molto tempo che gliene avrei voluto fare una, impostandola diversamente da altre che gli sono state fatte nel tempo, cioè interrogandolo non solo sui suoi romanzi, ma anche sul suo rapporto con il suo lavoro, gli amici, le passioni, gli amori, la sua vita. Ha subito accettato tuttavia sottolineando che, non conoscendo l’italiano e non proprio perfettamente l’inglese, avrebbe preferito colloquiare in francese (alla traduzione ho provveduto personalmente).

L’ intervista tuttavia non ha seguito lo schema consueto, che si adotta quando l’intervistato è lontano, cioè inviare le domande assieme, facendo sì che egli possa rispondervi e restituire il tutto al mittente, magari correggendo qualcosa ma lasciando il tutto inalterato: no, quest’intervista è stata impostata diversamente. Infatti, per merito della mia inesauribile curiosità e della sua amabilità e pazienza (Paul Halter è una persona amabile, gentile e squisita. Chissà perché negli ultimi tempi ho conosciuto solo persone amabili, gentili e squisite: John Pugmire, Roland Lacourbe, Philippe Fooz, Paul Halter. E chissà perché, poi, sono tutte all’estero, mentre da noi…Vabbè è un’altra storia), le risposte alle domande che gli ho posto, hanno generato altre domande e poi altre risposte, dando il via ad una corrispondenza fittissima che ha portato, come risultato finale, alla definizione di un ritratto inedito di Halter, pieno di sogni, di verità, di affermazioni, di negazioni. Un ritratto a 360° che non mancherà di affascinare (e di sorprendere talora: per certi versi ha sorpreso persino me!).

La propongo in occasione della pubblicazione ne Il Giallo Mondadori, del suo romanzo inedito – il diciottesimo ad esser pubblicato in Italia – “La Settima Ipotesi”, Le Septième Hypothèse, tradotto da Igor Longo.

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Buongiorno, Paul. Ti ringrazio per aver acconsentito a rispondere a delle domande. Innanzitutto, ci vuoi raccontare qualcosa di te, in breve: dove sei nato, infanzia, esperienze lavorative, amori, letture, amici. E soprattutto, come sei arrivato un bel giorno a decidere di cimentarti con la scrittura? Il tuo primo romanzo è stato La malediction de Barberousse. Lo hai scritto di getto, nell’imminenza del concorso, oppure vi avevi pensato in precedenza?

Sono nato a Haguenau, e ho trascorso la mia infanzia, abbastanza felice in questi benedetti 60 anni di tempo, senza subire per nulla la terribile “Maledizione di Barbarossa“, anche se poi abitavo a 200 metri dalla Torre di Pescatori (luogo del delitto principale della storia). L’Amore, le ragazze? Certo, ma prima di questo, ero un appassionato di lettura, di misteri. Ho divorato tutta A. Christie dai 12 ai 16 anni. Amavo anche la serie televisiva inglese Chapeau Melon et Bottes de cuir 1 (= Bombetta e stivali in pelle), poi ho sentito (nel 1970) la canzone “Venus” degli Shocking Blue, e ho comprato immediatamente una chitarra, per arrivare a suonare questa canzone . Poi non ho mai abbandonato la mia chitarra, fino a circa i 25 anni. Mi sono sposato, ho condotto una vita tranquilla, e mi sono riallacciato ai miei primi amori: i romanzi polizieschi. Scoperta di Dickson Carr in quel momento. Nuovo colpo di fulmine! Dopo aver letto di lui tutto ciò che era disponibile in francese, ho deciso di seguire questi puzzle, e così è nata La maledizione di Barbarossa … Ero molto motivato e volevo davvero fare qualcosa di speciale. E ho scritto nella scia (di questa) La quarta porta, nello stesso stato d’animo …

Perché “La maledizione di Barbarossa”, nonostante sia stato il tuo primo successo, ha dovuto aspettare numerosi anni prima di essere ripubblicato, mentre “La Quarta Porta”, dopo aver vinto un concorso, è stato immediatamente pubblicato?

A proposito di “Barbarossa” era stato pianificato con Le Masque che questo romanzo sarebbe stato pubblicato un giorno, ma non subito. Le Masque ha voluto aspettare fino a quando io avessi già una certa notorietà, prima della pubblicazione. Non mi ricordo esattamente, ma è possibile che il corretto apprezzamento di John2 mi abbia ricordato che questo romanzo era ancora in riserva e (quindi) ho poi (1995) parlato a Le Masque al fine di pubblicarlo. Quel che è certo è che non ho avuto “dubbi”, perché mi piace questa storia, che è stato per di più il mio primo tentativo.

Il tuo secondo romanzo è stato “La Quarta Porta. Con esso, hai vinto una prima grande competizione e, soprattutto, è stato un successo. Il romanzo, come tutto le tue opere, presenta delle caratteristiche fisse: ha sfide impossibili (2 Camere Chiuse), ha molta atmosfera e un finale d’effetto.
Perché queste caratteristiche sono così importanti per te?


Sì. Per me, scrivere una storia di questo genere, era soprattutto una sfida. (Ricordate a quel tempo ero sotto una buona influenza, dopo aver letto i principali Carr , ma anche Robert Bloch e Fredric Brown). Carr ha detto: Quando ho scritto un romanzo, ho sempre voluto fare qualcosa di speciale, un libro che avrebbe reso tutti gli altri mediocri” 3 Ho cercato di applicare questo metodo con La Quatriéme Porte .. Devo anche dire che avevo appena letto una biografia di Roland Lacourbe su Houdini. Lì, ho sentito che avevo trovato la mia materia! Perché, a suo modo, si può dire, che Houdini fosse anche un maestro de “l’impossibile! “.

Ho spesso notato che i tuoi romanzi contengono citazioni e riferimenti ad autori e opere che hanno avuto un certo effetto su di te: le tue citazioni sono intenzionali oppure no? Per esempio, il racconto del ponte in La malediction de Barberousse, che cita un racconto di Hoch; o i rimandi a opere del passato nel caso de La mort derrière les rideaux: la pensione del L’assassin habite au 21 di Steeman, oppure la figura della zitella di Murder is Easy di Agatha Christie; o la presenza del gatto guercio, come in Poe, nel finale de L’Image Trouble.

Non credo che sia davvero intenzionale. Semplicemente, ho fatto riferimento ad autori, libri che ho amato, che hanno segnato la mia infanzia. La storia del Gatto Nero di Poe mi aveva terrorizzato unitamente al film di Clouzot (L’assassin habite au 21), o ancora Murder is Easy da Agatha Christie, come tu hai giustamente indovinato. Quindi è più una questione di piacere personale che di voler onorare loro, anche se lo meriterebbero alla grande. Inconsciamente o no, io non lo so, ho voluto restituire quello che avevo provato nella scoperta di queste storie e di questi film. Penso che si possano trovare altri riferimenti di questo tipo, nella maggior parte dei miei romanzi. Sta a te scoprirli! E penso che sia abbastanza facile per persone come voi che conoscono bene i loro “classici” …

Come si scrive un romanzo? In altre parole, quale tecnica usi? Immagini la fine della storia e da essa vai indietro sino all’inizio, come fanno alcuni; o hai un idea precisa in mente, o forse prendi appunti, come faceva Agatha Christie e dopo scrivi la trama , più o meno delle linee guida; o anche inizi a scrivere, e poi, man mano che vai avanti, inserisci sempre nuovi cambiamenti in base alle idee che ti si formano in mente?

In verità, io cambio spesso circa il metodo, soprattutto per il punto di partenza, che può essere qualsiasi cosa: un’idea, un’immagine, una sfida, una discussione tra amici, una notizia, che è mi è arrivata. Così, nel caso de L’image trouble (Cento Anni prima), mi sono imbattuto in una copertina di un libro che mi ha molto commosso, senza che abbia compreso il perché. Sembrava una buona partenza della storia, e ho debolezza di credere che l’Image Trouble sia stato un buon successo.
Tuttavia, ho ancora le mie piccole abitudini. Così, ho sempre impostato un piano molto specifico prima di iniziare a scrivere. Ma non tutto è definito, è necessario lasciare un po’ alla sorpresa, all’improvvisazione. E una volta che sei lanciato, delle nuove idee affluiscono … che cerco di usare il più possibile. (Perché è difficile cambiare colpevole nel mezzo della storia!)
In caso contrario, prendo appunti. Li scrivo su un pezzo di carta che metto in una scatola (di scarpe). A volte li rileggo, e metto insieme le mie idee. Infine, la “atmosfera” è cruciale. Questa nozione, devo ammettere, proviene spesso dalle mie letture,da i film che mi hanno segnato. A questo proposito, devo molto a Carr e Christie. Mi dico che voglio fare una storia come The Burning Court, Murder Is Easy, ecc. Allo stesso tempo, cerco di innovare, di trovare una nuova illuminazione per un giallo. Oppure, come ho detto sopra, la riflessione di un amico mi può portare molto. Un giorno, Igor Longo, che stava sfogliando un fumetto di Ric Hochet (Le Double qui tue= Il Doppio che uccide), mi ha detto: “Questa è una eccellente storia di bilocazione! Non hai mai usato questa idea come tema principale”. E così è nato La Corde d’argent  (a proposito, apprezzo e ringrazio Igor per il suo intervento!)
Ma ci sarebbero ancora molte cose da dire! Il design di ogni romanzo ha una lunga storia! Il defunto Fredric Brown ha detto che ci vorrebbero 100.000 pagine per descrivere l’elaborazione di un libro che ne avrà 250! E in fede mia, aveva ragione!

Nella tua carriera letteraria, quanto peso hanno avuto scrittori come Carr, Christie, Rawson, Chesterton, Doyle, Talbot? E chi di loro ha pesato più di altri?

L’influenza di Carr e Christie, è enorme, si capisce. E quella di Doyle, naturalmente. Rawson e Talbot sono venuti dopo. Ma di questi ultimi due, non ho mai cercato di riprodurre qualcosa. Le loro trame sono eccellenti, ma manca il “tocco British”, l’atmosfera, il senso del bizzarro. E a proposito di “Bizzarro”, il maestro del genere, è forse Chesterton (che ha notevolmente influenzato Carr in proposito). Il “Bizzarro” è anche una situazione impossibile di prim’ordine. Qui, l’impossile riguarda il comportamento umano. Perché Tal dei Tali mangia il suo cappello all’uscita della Messa? Ancora una volta, le nostre cellule grigie sono messe a dura prova nello sforzo di dare un senso a tale “nonsense”. Per me, per esempio, “The Club of Queer Trades4 è un top, soprattutto la prima grande avventura.

E gli autori francesi, quale influenza hanno avuto su di te? Chi di loro ha avuto una maggiore influenza su di te? E quali opere in particolare?

Senza grande originalità, citerò Gaston Leroux, e il suo famoso “Le Mystère de la Chambre jaune” (=Il mistero della camera gialla) che Carr stimava molto, e a ragione. Vi è un po’di tutto in questo romanzo: i crimini impossibili, maschere strappate (identità rivelate), colpi di scena incredibili, ecc. Ho letto questa storia molto giovane ed è stata probabilmente la mia prima vera “camera chiusa”. Ho scoperto Arsene Lupin più tardi, nei telefilms televisivi. Era più leggero, l’umorismo ha la precedenza sul mistero, anche se era a volte di qualità. Vindy e Lanteaume, non li ho letti che dopo. (Vindry) è tecnicamente buono, ma manca dolorosamente di romanticismo (lo stesso vale per Boileau). In un libro come A travers les murailles (= Attraverso i muri), c’è qualcosa davvero che manca. Per me, Le Mystère de la Chambre jaune è nettamente superiore. Infine, lo ammetto, questo è un punto di vista puramente personale.Questo è tutto quello che posso dire di autori francesi. Il mio “latte materno” sono stati senza dubbio gli intrighi di A. Christie, nella famosa collezione gialla di Le Masque. Una collezione leggendaria, e non avrei mai immaginato che un giorno io potessi farne parte ! E mai avrei potuto immaginare che Le Masque potesse seguire la devianza “noir” di oggigiorno … ma questa è un’altra questione.

I tuoi finali sono spesso bizzarri e sono concepiti come un coup de theatre, riprendendo la tradizione surrealistica e antirealistica di autori francesi come Leblanc, Leroux, Steeman, Very, Boileau, Narcejac, Vindry. Molto spesso ho notato che i tuoi romanzi – e per questo mi piacciono – sono visionari, fanno dei salti pindarici di fantasia, sacrificando il realismo e la logica dei romanzi di marca anglosassone a ciò. Intendiamoci, è una caratteristica tipica dei romanzieri francesi, soprattutto quelli che ho citato (forse tranne Vindry che è quello più legato a Carr e Simenon che è l’applicazione del realismo e la negazione del surrealismo).

Che peso ha la fantasia rispetto agli altri ingredienti nell’elaborazione delle tue opere?

E l’atmosfera che è sempre molto suggestiva, è il risultato di qualcosa connesso allo stile oppure è qualcosa di innato in te, cioè anche quando eri più giovane riuscivi ad evocare suggestioni intense?

Il grosso problema per un romanzo poliziesco, è che la magia del mistero cessa di operare alla fine, quando tutto è spiegato in dettaglio. Abbiamo bisogno di trovare un escamotage per cui il fascino continui a funzionare sempre. L’esempio migliore resta a mio avviso la fine di The Bourning Court di Carr. In altre parole, trovare qualcosa per accreditare il fantastico dopo la spiegazione finale. Come definizione del romanzo poliziesco, Pierre Véry parlava di “favola per adulti” e io sottoscrivo senza riserve questa dichiarazione. Per i bambini piccoli che siamo stati, quelle storie di streghe, di fate e di draghi sono state una vera e propria scuola di preparazione al romanzo poliziesco! E inconsciamente, penso di cercare di trovare questi primi brividi scrivendo le mie storie. Il tema della fiaba è sempre celata al di sotto. Ne “L’homme qui aimait les nuages” 5 , è ancora evidente. L’eroina sembra essere una fata, mentre il colpevole è il “vento”.
Parlando dell’ “atmosfera”, non so sia qualcosa di innato, ma in ogni caso, mi sembra necessaria per scrivere una buona storia. E tanto che se non la sento, non comincio a dare inizio alla mia storia.

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9) Tu sei francese, ma non solo. Nella tua formazione letteraria, ha giocato un ruolo solo la tua eredità francese oppure anche quella alsaziana?

Francese, sì, ma come ho spiegato sopra, sono stato particolarmente sensibile ai romanzi polizieschi inglesi. L’Alsazia, si trova solo, credo, ne La malediction de Barberousse . Non si dice spesso di un autore che la sua prima opera è autobiografica? Certo, io amo la mia regione natale, ma sono anche appassionato di esotico. E non è certo il mio unico paradosso …

10) Mi ricordo che una volta Igor fece una distinzione tra i due grandi gruppi del Mystery: gli sperimentali ed i tradizionali. I primi sono quelli che non amano chiudersi in una formula, i secondi quelli invece che continuamente rielaborano, variandoli, dei clichè da cui non si discostano, moltiplicando enigmi e misteri. Lui ti poneva nel primo gruppo (Christie, Queen, Halter, Leroux, Steeman) e non invece nel secondo (Stout, Rhode, Van Dine,  Marsh , Sayers, Crofts, e in parte lo stesso Carr). Che ne pensi?

Tengo Igor in alta considerazione (la cultura poliziesca è veramente prodigiosa), quindi non mi permetterò di contraddirlo. In realtà, ho spesso voglia di scrivere le mie storie con nuova illuminazione. Con successo? Non so … Mi sembra sempre di fare bene, ma i miei lettori a volte non sono d’accordo. In verità (e questo è ciò che è grande nel mestiere di un romanziere), io voglio fare veramente, ciò che viene reso nelle mie storie. Mi piace scrivere storie. Altrimenti, come produrre qualcosa di convincente, se non si è sicuri di sé?

11) Ho notato che ci sono dei motivi ricorrenti in alcuni tuoi romanzi: i bambini e i ragazzi per esempio (la fanciullezza), il macabre, la pazzia. In particolare per esempio diversamente dai romanzi di Carr o di Ellery Queen o di Agatha Christie o di Van Dine in cui di solito gli assassini sono sempre soggetti calcolatori, astuti, talora anche vittime, ma sempre nel pieno possesso delle proprie facoltà, i tuoi assassini sono spesso vittime della pazzia, follia, amnesia, cioè soggetti con tare della mente, quasi non fossero responsabili in fondo delle proprie azioni. Che ne dici?

Sì, mi piace il tema della follia. Ciò consente di presentare modelli vari e sorprendente. Interessanti anche i problemi psicologici legati ai bambini (evitando il sacrosanto stupro dello zio!). Direi che i miei criminali sono spesso “ossessionati” da una passione, una fobia, ecc. Per essere più precisi, avrei dovuto dettagliare ognuna delle mie storie, ma vorrei lasciare al lettore la cura di scoprirlo di persona.

12) E ora analizziamo le tue fissazioni: le valigie, la pittura, le tende, per esempio presenti in vari romanzi. Come sono nate ? Ci sono altre fissazioni?

Un giorno un lettore mi ha fatto notare che la maggior parte dei miei titoli presentano spesso elementi d’architettura o delle figure, o entrambi: La Quatrième Porte, La Chambre du fou, La Septième hypothèse, les Sept Merveilles du crime, La Mort derrière les rideaux, etc.. Allora non ne ero cosciente. Le figure apportano di per sé un elemento di mistero: le porte, le finestre. E allo stesso modo puntare sulle “porte”, sulle “finestre”. Una porta socchiusa, una finestra illuminata di notte … questi sono elementi specifici del romanzo poliziesco. E a questo riguardo, mi inquadro in un filone decisamente classico. Le strade, le case per me sono esseri viventi, hanno un anima. Naturalmente, la magia non funziona in un sobborgo moderno. Ma chi ha letto John Ray, per esempio, può capire molto bene cosa intendo.

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13) Nei tuoi romanzi talora si riscontrano delle caratterizzazioni sociali e culturali: forse ho interpretato male, ma talora ho visto una tua negazione dell’aborto, una tua condanna di certi atteggiamenti etici libertari. In sostanza per me tu sei sostanzialmente un credente, cattolico o protestante non importa. Ma sicuramente non sei agnostico. E in un certo senso sei anche tradizionalista. Questi tuoi valori, in un certo senso in contrasto con quelle che sono le tendenze culturali e sociali odierne, e anche il tuo genere letterario (Mystery) in un tempo in cui i Noir vanno per la maggiore, ti ha procurato delle noie?

In realtà, io sono molto tradizionalista. Amo tutte le tradizioni, tutte le epoche. Tutte tranne una: quella odierna. La caratteristica del nostro secolo è senza dubbio la bruttezza che si presenta in tutte le sue forme (musica, architettura, idee sovversive, ecc.) E’ fisicamente impossibile per me seguire questa moda. Ho bisogno di un ambiente pittoresco (cioè tradizionale) per sviluppare una storia. Devo senz’altro rappresentare la figura di un fossile agli occhi dei nostri critici, ma non importa. Uno scrittore deve essere innanzitutto onesto. Avendo fino ad oggi scritto una quarantina di romanzi, ritengo di aver contribuito col mio blocco di costruzione all’edificio dell’enigma. Per il resto …

Ho letto in altra intervista che dal confronto con alcune persone, sono nati alcuni tuoi romanzi: per es. hai raccontato in passato che Le toile de Penelope è stata la risposta a Philippe Fooz che ti sfidava a inventare una Camera Chiusa, in cui ci fosse una ragnatela. E io che invece pensavo che anche quella fosse una citazione, un rimando a due romanzi: uno di Abbot prima, ed uno di Rogers dopo…

Hai prodotto altri romanzi, elaborati sulla base del confronto con altre persone? Che influenza e che importanza hanno i tuoi amici nella tua vita?

Preciso: l’idea di “La toile de Penelope” non proviene da Philippe Fooz ma Vincent Bourgeois, un altro dei miei amici belgi. Questa è per me una sublime idea, che ho subito usato in un romanzo. Colgo l’occasione per ringraziarlo ancora una volta, tuttavia precisando che “le idee” fornite dagli amici sono raramente sfruttate. Ma devo allo stesso modo ancora ricordare Roland Lacourbe, che mi ha fornito una quantità di soggetti molto interessanti, situazioni bizzarre, e che soprattutto ha saputo stimolare la mia passione per il mistero con il suo eccezionale talento di narratore. Tra le altre cose, è lui che mi ha ispirato l’idea de Le Septième Hypothèse (“La settima ipotesi”), riesumando la storia di Arabian Nights Murder (“Delitti da Mille ed una notte”) di Carr. Alcuni lettori d’altronde a ragione hanno messo in chiaro l’analogia tra il mio medico della peste e il “profeta barbuto” di Carr.

16) Nei tuoi romanzi abbondano Camere Chiuse, ma anche elementi sovrannaturali. Condividi in definitiva le stesse idee di Carr. Ma tra te e Carr c’è una fondamentale differenza: il sovrannaturale in Carr finisce laddove interviene il detective, espressione di logica e razionalismo (tranne che in The Bourning Court e in qualche racconto), (mentre) nei tuoi romanzi, invece, il sovrannaturale non è detto sempre che non sopravviva. Nei tuoi romanzi il mondo dei vivi e il mondo dei morti sono spesso intimamente connessi. Perché?

Credo che derivi dal mio interesse per il passato. Mi piace quando un puzzle ha le sue radici in un passato misterioso, un sinistro, che fa riferimento ad un caso che si perde nelle pieghe del passato. L’indagine diventa quasi il lavoro di un archeologo. E ‘anche vero che le credenze erano molto più radicate nei periodi remoti. Ciò mi consente di tuffare più facilmente una storia nel soprannaturale. Gli antichi misteri mi affascinano … Darei molto per disporre di una macchina del tempo per tornare indietro e regolare, per esempio, i comandi sulla caduta nell’autunno 1888 nel quartiere di Whitechapel. Potrei anche smascherare il sinistro Jack lo Squartatore …

Siccome tu ne La Quarta Porta, immetti a profusione elementi fantastici, ed essenzialmente lasci in sospeso la reincarnazione di Harry Houdini, come bene si legge in molti altri tuoi romanzi di letteratura fantastica, per esempio il paradosso temporale in L’Image trouble (Cento anni dopo) allo stesso modo di Fear, Burn! di Carr, pensi di essere solo un romanziere di letteratura poliziesca, o anche un romanziere di letteratura fantastica?

Penso di essere nella categoria di scrittori di gialli classici, perché in fondo tutti gli elementi fantastici della storia sono sempre spiegati alla fine, come il paradosso temporale in ” L’image trouble “. Tuttavia, mi è anche capitato di conservare un aspetto fantastico in uno o due dei miei romanzi, come ” Le Chemin de la lumière “, con un ritorno al passato. Questo è senza dubbio un romanzo fantastico, anche se altri misteri si spiegano (l’uccisione della sacerdotessa minoica nel suo tempio circondato da sabbia vergine).

Va notato che il soprannaturale, anche se è evidente, è un elemento chiave delle mie storie, come in Carr. In questo ci distinguiamo da molti scrittori di mistero. Noi amiamo più di altri, le storie di fantasmi. perché in realtà, un problema di camera chiusa non è altro che una storia di fantasmi, poiché solo loro possono attraversare le pareti. E riflettendo, un “mistero” non è di per sé un evento inspiegabile? Quindi, non potremmo definirci come degli “autori di misteri”?

Molto spesso, i tuoi romanzi sono narrati in prima persona, piuttosto che in terza. Questo va, ovviamente, a sollevare il problema della verità di ciò che è stato detto dal narratore, e che può anche essere l’assassino (il che accade in alcuni dei tuoi romanzi, più di uno). Tu adotti il racconto in prima persona (quando capita), per questo motivo, o lo fai per un altro?

Semplicemente, si tratta di una tecnica narrativa, accoppiato con una focalizzazione particolare sulla recitazione. L’uso della prima persona porta il lettore ad identificarsi nel narratore. Ma la terza persona facilita descrizioni accessorie. Ovviamente, devo fare una scelta. Questa è una funzione della storia. E io devo sempre dare priorità alla storia.

19) L’uso della prima persona, identifica il lettore nel narratore, dici.
Siamo d’accordo. Ma l’adozione di questa procedura, per te, è solo una questione di ordine tecnico, o è il frutto dell’influenza di Agatha Christie su di te?

Anche su questo piano (è vero), ho sofferto l’influenza di Agatha Christie. La scoperta del colpevole in The Murder of Roger Ackroyd (“L’assassinio di Roger Acroyd”) è stata una grande sorpresa per me. Ma spesso si dimentica che AC si ripetuta con “la Nuit qui ne finit pas  ” (Endless Night) 6. Un ottimo libro, che mi aveva anche colpito ai suoi tempi. Credo anche che far scrivere “io” quando si parla dell’assassino, fornisce anche qualche bel brivido al romanziere. Se mi ascoltassi, tutte le mie storie avrebbero il narratore come colpevole!

Che valore hanno le traduzioni delle tue opere, sul tuo successo all’estero? Con i tuoi traduttori, ci sono solo rapporti di lavoro o anche relazioni amichevoli? E soprattutto in Italia, qual è il tuo rapporto con Igor Longo? Quanto tempo fa vi siete conosciuti?

In generale, non vi è alcun legame tra l’autore e il traduttore, ma per Igor Longo e John Pugmire (USA), è diverso. Ero in contatto con John prima che cominciasse a tradurre i miei libri. Lui è appassionato di enigmi della camera chiusa, come Igor, anche. Penso che Igor sia uno dei maggiori esperti al mondo per il romanzo poliziesco. L’ho incontrato poco dopo le sue prime traduzioni, quando venne a Strasburgo. Ora sono due amici, e a loro devo un sacco. Entrambi hanno lavorato molto per l’enigma classico. E mi piace cogliere l’occasione per ringraziarli calorosamente. Che Dio benedica le Camere Chiuse!

Oggi pochi autori scrivono mystery (tranne che in Giappone).

Conosco la tua posizione a riguardo della letteratura noir e quindi non ti rifaccio la stessa domanda. Mi piacerebbe sapere se tu abbia incontrato difficoltà in Francia con gli editori circa la pubblicazione dei tuoi romanzi, prendendo in esame la grande maggioranza di scrittori noir, e se tu hai incontrato resistenze ad accettare il mystery in luogo del romanzo noir. E secondo te se vi sia differenza tra il mystery storico e il puro mystery, poiché tutti gli scrittori oggi scrivono mystery storici: evidentemente c’è un’abbondanza di storici, oggigiorno!

Onestamente, no, non ho quasi avuto problemi con le case editrici quando ho ricevuto il premio di Cognac e il premio del Romanzo d’avventura. E dal momento che ero pubblicato dalle edizioni Le Masque, simbolo francese del mistero, mi sentii in perfetto accordo con questa collezione, che mi pubblica ancora 35 romanzi (se non ricordo male.)
Per i gialli storici, sono d’accordo, è diventato una moda da qualche tempo. Non credo che la maggior parte dei lettori apprezzino i dettagli sociali o storici che vengono sviluppati. Se voglio conoscere la vita dei romani o greci dei tempi antichi, compro un libro di storia.
Detto questo, io non metto tutto in un carrello. Ci sono buone sorprese. E torno ancora alla mia cara A. Christie, che ci ha offerto un bellissimo libro ambientato nell’antico Egitto: La Mort n’est pas une fin 7. E ‘una bella storia, che si arricchisce di atmosfera, la magia dell’antico Egitto. A.Christie non è caduta nell’ulteriore trappola della descrizione sociale. Le sue priorità sono come sempre: il romanzo, la storia, i personaggi. Spesso mi capita di rileggere un romanzo di Agatha Christie, ed è sempre con la stessa felicità. Il giorno che fossi stanco delle sue storie, sarei stanco della vita!

Tu hai 57 anni, e puoi dire “ho scritto quasi quaranta romanzi”. Scrivi un romanzo per anno, si può dire. L’ultimo è stato “La Tombe indenne”. Non ti è mai venuto in mente di scrivere storie per ragazzi come Jo Nesbo o l’italiano Giulio Leoni? E, mettendo la parola fine a quest’intervista, cosa fai oltre che scrivere romanzi? Stai lavorando a qualche altro romanzo?

Quest’intervista sarà diffusa non solo in francese ed in inglese, ma sarà posta all’attenzione del pubblico italiano. Vuoi dire qualche cosa?

Ti ringrazio del tempo e dell’attenzione che mi hai riservato.

No, non ho intenzione di scrivere regolarmente romanzi per ragazzi. “Spiral” era un’eccezione, una richiesta del direttore della collezione, che mi aveva già sollecitato per un’altra serie (La Nuit du Minotaure = La Notte del Minotauro). Ci sono troppi vincoli, preferisco scrivere storie per i “grandi”!
Attualmente sto rileggendo il romanzo appena finito Le Masque du Vampire (= La Maschera del Vampiro – titolo suscettibile di essere cambiato). Dopo di che, mi dimenticherò per qualche tempo le “camere chiuse” per ricaricare le mie batterie al meglio, facendo qualcosa di diverso (musica, acquerelli, escursioni), come ho l’abitudine di fare dopo aver completato un libro.

Per concludere, mi sia permesso di parafrasare il compianto John Dickson Carr: “Se i miei lettori potranno divertirsi leggendo anche solo la metà delle storie che io abbia scritto, sarò entusiasta!”.

Vorrei aggiungere che io sono molto felice di essere pubblicato regolarmente in Mondadori, tra l’altro, per le sue belle copertine di libri, che sono fonte sempre d’ammirazione dei miei amici collezionisti.

1 The Avengers, serie televisiva britannica ultrafamosa con Patrick Macnee (John Steed) e tre belle assistenti: Cathy Gale (Honor Blackman), Emma Peel (Diana Rigg), e più tardi Tara King (Linda Thorson)

2 John Pugmire : “The first novel Paul actually wrote was La Malediction de Barberousse… No sooner had I said that than Paul authorized Le Masque to publish it, based, he said, on the fact that I liked it. It came out in 1995”. L’affermazione mi è stata fatta personalmente da John. Sgombra il campo. Paul Halter si ricordò di segnalare a Le Masque che avrebbe potuto pubblicare il libro, una volta saputo che il libro piaceva anche ad uno dei suoi amici più cari. Si fidò cioè del commento di John Pugmire (oltre che del proprio).

3 L’espressione usata da Paul è stata: Carr a dit : « Lorsque j’écris un roman, j’ai toujours envie de faire quelque chose d’exceptionnel, un livre qui frapperait tout les autres de nullité. ». In realtà l’espressione completa e fedele di Carr è: « Mon intention est toujours d’écrire un roman policier véritablement exceptionnel, ce à quoi en toute honnêté j’estime ne pas être encore parvenu. Quand un auteur de mon espèce déclare une chose pareille, il veut en réalité dire qu’il souhaite écrire un roman policier qui frappe tous les autres de nullité. C’est là bien entendu quelque chose d’impossible. Mais on peut toujours essayer. » (Roland Lacourbe, John Dickson Carr, scribe du miracle – Inventaire d’une oeuvre, pag.25)

4 Raccolta di racconti di Chesterton, pubblicata nel 1905. Il riferimento in particolare è al primo capitolo: The Tremendous Adventures of Major Brown

5 L’uomo che amava le Nuvole (inedito in Italia)

6 Nella mia fine è il mio principio

7 Death comes as the End (C’era una volta)

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POSTFAZIONE IDEALE A L’Ultima Tappa di Anthony Berkeley (Jumping Jenny, 1933 – titolo USA: Dead Mrs. Stratton: An Exploit of Mr. Roger Sheringham)

maggio 24th, 2013

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Di Pietro De Palma

Mi son chiesto sempre perché mai questo romanzo in Italia presenti questo insolito titolo, invece che ad esempio “Il salto di Jenny”. Io penso la risposta vada trovata nell’anno nel quale la traduzione di questo romanzo fu approntata, il 1946. Erano gli anni del mitico Giro d’Italia, delle sfide Coppi-Bartali, per cui in definitiva il titolo può esser stato pensato guardando al Giro, che in quell’anno fu vinto da Gino Bartali, e al contempo all’ultimo capitolo del romanzo, “l’ultima tappa”, la tappa finale del romanzo.

Pubblicata nel 1946 nella collana “Il Romanzo per Tutti”, quindicinale del Corriere della Sera, la traduzione di Luciana Crepax fu poi ripresentata dai Classici del Giallo Mondadori, nel 1979 col numero 322, e negli scorsi giorni è riapparsa in edicola col numero 1322: è una pura coincidenza, una casualità che le due edizioni siano distanziate esattamente da mille uscite? In altre parole, dopo mille stampe e ristampe, si è sentito il dovere di dar di nuovo alle stampe questo straordinario romanzo. Che, va detto, nella traduzione di Luciana Crepax, fu “asciugato”, come mi disse tempo fa Mauro Boncompagni, perdendo una quarantina di pagine, pagina più pagina meno. Si tratta più che altro di digressioni o riflessioni o incisi o dialoghi condensati in forma di monologo discorsivo (come il dialogo citato più avanti del Cap. IX, che nella traduzione italiana è ridotto a pochi righi in forma di monologo, come se a parlare fosse sempre Sherringham) che non cambiano sostanzialmente la trama, tranne che in alcuni casi, di cui parleremo. E quindi è anche vero, come dice il buon Mauro, che “per chi non lo ha, è comunque un’occasione da non perdere” acquistare il romanzo in edicola.

Jumping Jenny, dicevamo nel titolo. Perché?

Incominciamo a dire che nella prima pagina del romanzo (versione italiana), Roger Sherringham esclama:

– Stevenson li avrebbe chiamati “jumping jacks”, pupazzi sospesi ad un elastico. Due “jumping jacks” e una “jumping jenny”, visto che c’è anche una donna. Vogliamo chiamarla così?”.

Ma, nella versione inglese, nella prima pagina, il dialogo è un po’ più esteso:

Very nice,” said Roger Sheringham.

It is rather charming, isn’t it?” agreed his host.

Two jumping jacks, I see, and one jumping jenny.”

Jumping jenny?”

Doesn’t Stevenson in Catriona call them jumping jacks? And I suppose the feminine would be jumping jenny.” (dall’edizione U.S.A., Dead Mrs. Stratton: An Exploit of Mr. Roger Sheringham).

Quindi veniamo a sapere che ne parla Robert Louis Stevenson nel suo Catriona. Ma nell’edizione italiana non ve n’è traccia.

Il riferimento, per il lettore italiano, è al capitolo III del romanzo di Stevenson, “I go to Pilrig”:

“…Here I got a fresh direction for Pilrig, my destination; and a little beyond, on the wayside, came by a gibbet and two men hanged in chains. They were dipped in tar, as the manner is; the wind span them, the chains clattered, and the birds hung about the uncanny jumping-jacks and cried”.

Il riferimento è chiaro: Stevenson parla di due tizi appesi ad una forca, incatenati e incatramati, che vengono sballottati dal vento, che fa sferragliare le loro catene. I due impiccati sembrano dei jumping-jacks.

Jumping Jack, in inglese, è termine che si usa per indicare il pupazzo, “la marionetta”: ma siccome il primo in inglese è detto “Puppet”, direi che il termine anche per questo si applica più a marionetta, che, a distanza del pupazzo, è formata di tante parti articolate fra loro che, mediante fili, vien fatta muovere.

Per traslazione, un corpo inanimato sospeso ad una corda e fatto ballare dal vento, può, in modo macabro, essere assimilato ad una marionetta.

Sherringham, però, usa anche il termine “Jumping Jenny”. Questo può dirsi un neologismo inventato da Berkeley, e non era stato già usato da altri, a lui precedenti.

E’ sicuramente un termine non presentato a caso da Berkeley, ma fortemente allusivo, come tanti altri qui. Nel suo caso, se volessi analizzare l’etimologia del nome, dovrei dire che Jenny è una derivazione di Eugene. Eugene a sua volta deriva dal greco Ευγενιος (Eugenios) che a sua volta deriva dalla parola composta greca ευγενης (eugenes) , formata dall’unione delle parole ευ (bene) e γενης (nascita). Se volessimo ancora andare indietro, γενης deriva da γίγνομαι, verbo greco antico che significa anche “nascere”. In sostanza, Anthony Berkeley, secondo me, avrebbe fatto dare il nome di Jumping Jenny, al pupazzo appeso con le fattezze di donna, perché Jenny, in inglese, è forma femminile di Eugene. Il fatto interessante è che anche la moglie di David Stratton, la vittima, ha un nome, Ena, che è una forma femminile di Eugene, ed entrambi i diminutivi significano anche “ben nato”, well born.

Ecco perché il pupazzo viene chiamato proprio Jenny, Jumping Jenny: perché ha la stessa origine del nome di Ena Stratton. E si badi bene: il nome viene assegnato al pupazzo, ben prima che il fatto delittuoso avvenga.

E’ come se Ena sia stata in quel momento predestinata a morire. E Berkeley abbia detto, tramite il suo detective, che Ena “morirà”.

Potrei parlare di predestinazione, ma..non credo si tratti precisamente di quello. Io sono sicuro invece, che questo romanzo di Berkeley è uno di quei romanzi concepiti come un puro gioco intellettuale, al pari del Cluedo, senza apparentemente pretendere null’altro. E come in tutti i giochi, Berkeley fornisce delle piste, vere e false.

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Scorribande giallistiche III

maggio 10th, 2013

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Arieccomi!…

Visto il successo strepitoso degli altri pezzi (tutti i membri della mia famiglia li hanno letti) continuo con queste scorribande che sono in perfetta sintonia con la mia saltellante personalità

Ora siamo in tre. A scrivere. Dopo Jonathan è arrivata Jessica che succhia il latte come un’idrovora. E’ bella cicciotta, faccia tonda, occhi blu. Dice di non perdere tempo a fare sempre quel bischerone di nonno e incominciare subito (lo capisco dai ciondolamenti della testa). Anche Jonathan è d’accordo alzando il dito pollice e facendo l’occhiolino.

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“La Canarina Assassinata”. Il trionfo della deduzione e dell’erudizione di Philo Vance

aprile 22nd, 2013

Nuovo articolo a firma del nostro amico Piero De Palma.

 

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La Canarina assassinata è uno dei più bei Gialli dell’Età d’Oro del romanzo poliziesco.

Quando lo scrisse, Wilard Huntigdon Wright, aveva già pubblicato The Benson Murder Case, 1926 “La strana morte del Signor Benson”, romanzo che aveva ottenuto un buon successo. Ma è senza dubbio proprio con The Canary Murder Case, 1927 “La Canarina assassinata” e poi con The Greene Murder Case, 1928, “La Tragedia di Casa Greene”, che si impose come il più grande autore della sua epoca: due romanzi che fecero scuola.

Antitetici è bene dirlo: così come “La Tragedia di Casa Greene” è una vicenda di morte che si svolge claustrofobicamente in una dimora in cui sono costretti a vivere gli eredi di una fortuna, ed in cui aleggia dal primo all’ultimo istante un’atmosfera greve e plumbea, ne “La Canarina Assassinata”, l’atmosfera è invece frivola e salottiera, molto più leggera, ma al tempo stesso complicata.

I tre romanzi assieme formano una ideale trilogia

Da un certo punto di vista, si può dire, a mio parere, che sia uno dei più grandi romanzi polizieschi che siano mai stati concepiti. Oggi, che le soluzioni vandiniane sono state fatte proprie e poi superate da tanti grandi scrittori a lui successivi, Van Dine sembra essere Pollicino, e a taluni le sue soluzioni fanno ridere. Invece, non si può pensare alla letteratura poliziesca degli anni ’30, senza inchinarsi reverenzialmente dinanzi a Van Dine. Perché senza di lui non ci sarebbero stati Ellery Queen, Charles Daly King, il primo Rex Stout.

E dei romanzi di Van Dine, i due che hanno avuto più influsso sui posteri sono stati proprio The Canary Murder Case e The Greene Murder Case. In particolare The Canary Murder Case, ebbe un effetto dirompente all’epoca: fu in testa per parecchi mesi alle classifiche dei libri più letti.

Julian Symons nella sua opera critica più famosa, Bloody Murder, riportò il giudizio di un altro critico, Howard Haycraft, scrivendo che “ ..his second book, The Canary Murder Case 1927, broke all modern publishing records for detective fiction at the time” (Julian Symons, Bloody Murder, Penguin Books, 1985, pag.101).

Più in là a testimoniare il grandissimo successo riportato da questo romanzo e dal successivo romanzo, che sconvolsero la letteratura poliziesca del tempo, dominata dagli autori britannici, Symons affermava che “It was said that he had lifted the detective story on to the plane of a fine art, and by his own account he was the favorite crime writer of two Presidents” (op. cit. pag. 102).

Ma perché The Canary Murder Case ebbe tutto questo successo? Analizziamo la storia.

Innanzitutto chi è la Canarina? Prendendo a prestito la stessa prosa di Wilard Huntigdon Wright “..Margaret Odell aveva ricevuto il soprannome di Canarina in seguito a una parte sostenuta in un elaborato balletto orni­tologico delle Folies, dove ogni ragazza aveva una gonna che richiamava qualche uccello. A lei era toccato il ruolo della ca­narina; e il suo costume di satin bianco e giallo, insieme alla massa di luminosi capelli biondi e la carnagione bianca e ro­sea, l’avevano distinta agli occhi degli spettatori come una creatura di notevole fascino. Prima che trascorressero 15 giorni, tanto concordi erano stati gli elogi della critica e così regolari gli applausi del pubblico che il Balletto degli uccelli divenne il Balletto della canarina e la signorina Odell fu pro­mossa al rango di quella che caritatevolmente potrebbe esser definita première danseuse, con l’attribuzione di un valzer in assolo e una canzone interpolata appositamente perché desse prova delle sue molteplici grazie e talenti.

Alla chiusura della stagione, la ballerina aveva lasciato le Folies e, durante la successiva e spettacolare carriera nei luo­ghi di ritrovo della vita notturna di Broadway divenne popo­larmente e familiarmente nota come la Canarina. Fu così che, quando la trovarono brutalmente strangolata nel suo apparta­mento, il delitto fu definitivamente denominato: l’omicidio della Canarina” (S.S. Van Dine, The Canary Murder Case,“La Canarina Assassinata”, trad. Pietro Ferrari, Il Giallo del Lunedì, L’Unità/Mondadori, 1992, pag.7).

La Canarina è Margaret Odell, attricetta e soubrette di locali di serie B, di night club, che è poi diventata famosissima in certi ambienti di Broadway. Conosce il suo ruolo e sa quale sia anche il giudizio che le riservano negli ambienti borghesi di cui lei rappresenta il richiamo: nel balletto non fa altro che fare il verso ad un uccello e mostrare le gambe. Ma si illude di poter scalare la società e conquistare un suo posto importante. E’ un po’ lo stesso discorso che fa la puttana di un Bordello di lusso (la prostituta sogna un amore impossibile con un bel cliente che oltre che utilizzarla per il suo piacere, la introduca nel mondo “normale”) il discorso di Margaret Odell, che, finito lo spettacolo, si ritrova nel grigiore della vita i ogni giorno, da cui esce temporaneamente solo nel volgere di uno spettacolo in cui uomini facoltosi in ghette, cilindro e marsina, fanno la coda per vederla , magari dondolarsi su un’altalena, su un trespolo, su cui lei, La Canarina, mostra le gambe.

E’ chiaro quindi che Margaret Odell, come farebbe una qualsiasi mantenuta, cerchi qualcuno che le assicuri, almeno nel suo mondo fatto di lustrini e pailettes, una certa onorabilità e almeno l’illusione di aver scalato quella società che invece non la accetterà mai. E’ la società degli anni ‘venti, in cui la grande crisi economica portò sul lastrico decine di migliaia di persone, ma che favorì anche l’arricchimento maggiore di chi già era ricco.

La Canarina ha molte amicizia maschili e non lo nega: i suoi accompagnatori la sfoggiano come oggi si farebbe con una Ferrari Testarossa, le altre donne la invidiano o ne parlano male, lo immaginiamo, ma lei pensa di poter usare queste amicizie, per i suoi scopi, che sono quelli di far carriera. Ha raccolto le confessioni di chi stava tra le sue gambe, ed un bel giorno decide di far il gran passo: decide di forzare la mano ad uno dei suoi amanti, e metterlo con le spalle contro il muro. E’ facile pensare, e poi lo si saprà, a cosa aspiri La Canarina: non vuol più essere “La Canarina”, ma una signora del Jet-Set, appartenere a quell’ambiente di cui ha conosciuto “tanti validi esponenti”. Solo che non capisce una cosa molto semplice: chi mai sposerebbe una “Canarina”? Ma lei si illude. E come tale resta vittima dei suoi stessi sogni.

Un bel giorno “La Canarina” vien ritrovata morta, assassinata, strangolata.

L’immagine che ne da Van Dine è terribile:

Il capo era rivolto all’indietro, come per una costrizione violenta…i capelli, disciolti, ricadevano dalla nuca sulla spalla nuda come la cascata raggelata di un liquido dorato; aveva perso ogni bellezza; la pelle era esangue, gli occhi vitrei; la bocca era aperta e le labbra convulse. Il collo, sui due lati della cartilagine tiroidea, mostrava orribili lividi scuri. La Canarina indossava un leggero abito da sera di pizzo Chantilly nero sopra ad uno chiffon color crema. Sul bracciolo del divano aveva gettato una cappa di un tessuto dorato, bordata di ermellino…a parte i capelli arruffati, una delle spalline dell’abito era stata strappata e il sottile pizzo del corpetto si era aperto in un lungo squarcio..una scarpetta di satin si era sfilata ed il ginocchio destro era contorto in dentro vero il divano, come se la poveretta avesse cercato di liberarsi dalla soffocante morsa del suo antagonista: Le sue dita erano ancora piegate,senza dubbio come nel momento in cui si era arresa alla morte” (S.S. Van Dine, “La Canarina Assassinata”, trad. Caterina Ciccotti, I Classici del Giallo, Barbera Editore, 2010, pag.22-23).

Dal sopralluogo effettuato dalla polizia emerge che mancano dei gioielli, che invece avrebbero dovuto esserci, secondo quanto afferma la sua domestica: quindi si è portati a identificare l’assassinio, come l’effetto di una rapina, o di un furto in appartamento, finito male (per Odell).

Tuttavia, questo è il giudizio della polizia per bocca del Procuratore Distrettuale di New York, F.X. Markham, che conduce le indagini. Di diverso avviso sarà il giudizio di Philo Vance, amico del Procuratore, osservatore imparziale e di geniali intuizioni, che salverà anche questa volta la Polizia da una figuraccia, e che invece sonderà una strada che nessuno aveva intravisto.

Philo Vance è una evoluzione di Sherlock Holmes, radicale: se eredita da Holmes l’attenzione ai particolari, agli indizi, non è però un applicatore integerrimo di essi. Infatti gli indizi che magari porterebbero a orientare le indagini in un certo verso, devono accordarsi ad una ricostruzione psicologica che in base ad essi spieghi tutti i quid rimasti insoluti. E per far questo, Philo Vance, diversamente da Sherlock Holmes, sonda l’anima e la mente dell’uomo, con l’attenzione che il buon Conan Doyle non aveva contemplato per il suo Sherlock Holmes. Si raffrontano così due diversi ideali: quello umanistico, attento alla psicologia e alle altre arti scaturenti dalla passione e dal gusto (Pittura, Scultura, Musica) di Philo Vance; e quello scientifico, analitico, di Sherlock Holmes.

Tuttavia, Philo Vance, osserva alcuni particolari, e in virtù della sua capacità di vedere al di là del mero indizio, ne dà una spiegazione tale che la visione di un omicidio susseguente ad un tentativo di rapina finisce per crollare miseramente.

Normalmente, quando si parla di questo romanzo, tutti individuano la sottigliezza del ragionamento di Van Dine, nella spiegazione della Camera Chiusa, in effetti “immaginifica”: spiegare non tanto come l’assassino e il testimone siano potuti entrare, quanto come essi siano potuti uscire, visto che il portiere quando va via, spranga sempre dal di dentro il portoncino che porta nel cortile interno al palazzo (l’uscita posteriore) con un chiavistello, in tale maniera che chiunque entri nel palazzo stesso, dopo la sua uscita, debba passare per forza davanti al centralinista, impressiona; e impressionò in quel tempo, moltissimo.

Ma ancor di più impressionò il pubblico dei lettori (e dei critici) l’aver inventato un modo che dilazionasse in avanti nel tempo l’azione delittuosa, cioè dopo che il suo accompagnatore della sera assieme al centralinista l’avessero sentita parlar e rispondere alle domande fatte da loro fuori della porta.

Se tuttavia la soluzione della Camera Chiusa e l’espediente per far apparire accaduto dopo, un omicidio che era stato invece commesso prima, rappresentano i mezzi con cui l’investigatore inchioda l’assassino, e che sono messi in chiaro da chiunque analizzi questo romanzo, pochi, pochissimi o nessuno, hanno esaminato gli altri momenti della deduzione vandiniana.

Secondo me, un altro momento in cui Van Dine impressiona il lettore è quando fa argomentare Vance molto molto sottilmente, sulla posizione relativa al corpo della vittima e sugli strappi subiti dai suoi abiti: se davvero Margaret Odell fosse stata affrontata in un corpo a corpo, immaginando che si sarebbe difesa con tutte le proprie forze, per quale motivo un innocente mazzolino, che le è stato ritrovato in grembo, non sarebbe stato scagliato altrove? Per terra, per esempio? E inoltre se così fosse stato, il collo non sarebbe stato rivolto all’indietro, ma la vittima sarebbe dovuta cadere avanti. Quindi… il delitto non si è consumato così, e si è tentato, con una messinscena, di depistare le indagini: lo strangolamento è avvenuto dal di dietro, quando la vittima non si aspettava che chi le stava dietro la strangolasse, ergo si fidava di lui/lei. Ma ci sono gli strappi del vestito! Altra messinscena: gli strappi sono stati fatti post-mortem per confondere il ragionamento degli investigatori.

Secondo ragionamento molto sottile è quello, concernente la chiave dell’armadio: per quale motivo essa è posta internamente all’armadio, quando comunemente essa invece dovrebbe esser infilata nella serratura esternamente?

C’erano quindi, quella sera, in quella stanza, tre persone: Margaret Odell e due altre persone, di cui una nascosta nell’armadio. Chi è stato l’assassino e chi il testimone? L’assassino ha anche rubato in un secondo tempo, oppure è stato l’altro a rubare? Le due persone presenti nell’appartamento, nei loro diversi ruoli, sono legate ad un altro ragionamento che si fa largo allorché Philo Vance nota come un porta-documenti sia vuoto, e come un portagioie di acciaio sia stato apparentemente forzato con un attizzatoio di ghisa: se davvero ci fosse stato un ladro avrebbe certamente usato uno strumento più idoneo per far saltare il coperchio, piuttosto che usare un attizzatoio. Tanto più che un esperto chiamato da Vance ne corrobora la tesi: che cioè vi son stati due momenti diversi nell’effrazione: quello rozzo con l’attizzatoio, che non ha sortito altri effetti se non di ammaccare il coperchio, e quello altamente professionale, effettuato con uno strumento di acciaio, probabilmente un grimaldello. Perché mai si sarebbe dovuto portare dalla camera vicina un attizzatoio inadeguato a far quello che ha fatto il grimaldello?

In parole povere, Vance postula l’azione in due momenti separati, da parte di due diverse persone. Ecco una primo fatto accertato, di grande importanza: nell’appartamento, quella sera, la sera del sabato, due persone sono state lì, probabilmente in un tempo successivo alla morte della Canarina. Il che non vuol dire necessariamente che entrambi avessero partecipato all’omicidio.

Fatto sta che il secondo ignoto visitatore sarà ucciso e solo dopo la sua morte Vance, individuando l’espediente per ritardare la morte, darà un volto all’assassino. In questo caso l’espediente sarà direttamente messo in relazione all’attività dell’assassino.

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Poison in Jest : analisi di un romanzo di rottura

gennaio 15th, 2013

Un nuovo articolo di Pietro De Palma in esclusiva per il blog de “Il Giallo Mondadori”.

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Lo Speciale N. 68 del Giallo Mondadori “Veleni Letali”,uscito nell’inverno 2012, prima di Natale,  propone 2 romanzi, il primo di John Dickson Carr, il secondo di Hillary Waugh, ed un racconto di Anthony Berkeley: di Carr è proposto “Piazza Pulita” (Poison in Jest), assente da oltre trent’anni dall’edicola; di Waugh, un romanzo ancor più difficile a trovarsi, “Veleno in Famiglia”, ( Pure Poison); di Berkeley, il rarissimo “Il Baratttolo Sbagliato” (The Wrong Jar). Tuttavia, sebbene le opere di Waugh e di Berkeley possano essere oggetto di attenzione al pari dell’opera di Carr, è chiaro che l’attesa dello Speciale da parte di molti, era giustificata dal fatto che vi fosse presentata “Piazza Pulita”, di cui molti lamentavano la non pubblicazione da molti anni a questa parte.

Poison in Jest è una delle opere senza personaggio fisso di Carr.

Apparve nel 1932. A quel tempo, l’unica serie fissa che Carr avesse allestito, era quella di Bencolin, di cui erano usciti quattro titoli (It Walks By Night, 1930; Castle Skull, 1931; The Lost Gallows, 1931). Nel 1932 uscirono altri due titoli: The Waxworks Murder, che meritò anche l’edizione americana: The Corpse In The Waxworks; e Poison in Jest, appunto.

Vediamo la storia.

Jeff  Marle va a trovare il giudice Quayle. Nella sua casa imponente vi vive tutta la sua famiglia assieme a lui: la moglie, i 4 figli (Matt, Clarissa, Jinny, Mary), il genero e marito di Clarissa, dottor Twillis, più il personale di servitù. In origine, i figli erano cinque: c’era anche Tom, che aveva però preferito andar via da casa e pertanto era stato diseredato.

Nella casa regna la tristezza,  il risentimento tra vari rappresentanti della famiglia, e nei confronti del giudice, che crede sia odiato da molti, e un orgoglio mal interpretato, perché ai fasti di un tempo, di cui sono rappresentanti le vestigia della casa, tra cui una magnifica statua dell’imperatore Caligola, cui manca una mano, fa da contraltare la miseria effettiva, giacchè il capofamiglia non ha più nessun soldo, i figli fingono che siano ancora i Quayle di un tempo, mentre l’unico che tiene in piedi la baracca è il dottor Twills, che, agiato, foraggia le necessità del vecchio.

Ecco quello che Marle trova al suo arrivo. Il giudice teme per la sua vita, parla di un suo manoscritto, e, nel mentre, accadono due oscuri fatti: qualcuno tenta effettivamente di uccidere il vecchio giudice avvelenando il sifone del seltz con idrobromuro di joscina, di cui il medico ha una bottiglia contenente circa 300 mg nella sua stanza, in virtù dei suoi trascorsi come psichiatra; e nello stesso tempo, l’avvelenatore cosparge il pane tostato della moglie del giudice, con dell’arsenico.

Il dottor Twills, rivela a Marle di avere dei sospetti su chi possa essere l’avvelenatore e teme nuovi sviluppi visto che la bottiglia contenente la joscina gli è stata sottratta. Prima che possa però arrivare al dunque, viene avvelenato mortalmente con lo stesso alcaloide.

A gestire le indagini è il Commissario di Contea Sargent. Ma se è vero che almeno ufficialmente è lui il responsabile dell’inchiesta, in realtà dietro di lui si muovono Marle, che è un poliziotto, e soprattutto un investigatore privato, Pat Rossiter, innamorato della figlia di Quayle, Jinny, chiamato lì e annunciato da un telegramma spedito prima dell’omicidio di Twills: è lui che risolverà l’enigma.

Nella casa c’è un’atmosfera di morte e di pazzia: il giudice è ossessionato da una mano bianca che si muove e gli appare (sarebbe quella persa dalla statua), qualcuno ride nel momento in cui Twills muore, qualcuno tenta di avvelenare il giudice Quale e la moglie con due diversi tipi di veleno, il giudice parla di complotto, Twills nei suoi appunti, vergati prima di morire, ha scritto che qualcosa è stato bruciato nel caminetto, ha lasciato degli strani ghirigori che potrebbero riferirsi ad uno schizzo di persona ed una formula chimica, quella della morfina. In realtà sul braccio del giudice viene individuata una serie di segni causati da iniezioni (morfina?): l’ossessione della mano quindi sarebbe il frutto di allucinazioni? Oppure la morfina viene data per altro?

Fatto sta che con un’abbondanza di indizi e di persone sospettate, Sargent non sa che pesci prendere. Si ricava solo che qualche giorno prima si era parlato di avvelenamento allorché si era ricordato il caso della Marchesa de Brinvilliers e del suo amante, il Cavaliere di Saint-Croix, celebri avvelenatori del secolo diciottesimo. E che quindi qualcuno ne aveva ricavato l’idea base.

Si sono sentiti dei passi, che la signora Quale, attribuisce ad una donna, prima che lei venisse avvelenata: passi veloci, passettini. Abbiamo un’avvelenatrice? Chi? La signora Quayle è esclusa: per quale ragione si sarebbe avvelenata? Rimangono quindi le altre due figlie: Jinny e Clarissa.

Ci sarebbe qualcuno del personale, ma viene presto escluso. A sua volta, il padre rilancia l’ipotesi di un avvelenatore maschio: mentre ricorda gli aventi di qualche giorno prima, ricorda che in quel mentre era entrato il figlio Matt ed aveva sentito tutto (ma del resto, interrogato, il giudice Quayle si affretta a dire che la porta era aperta e quindi chiunque avrebbe potuto sentire l’oggetto del suo discorso); Matt però era quello che aveva portato alla madre il pasto, in cui il pane era avvelenato.

Insomma di carne sul fuoco ce n’è in abbondanza.

Pat Rossiter arriva a casa: è Jeff che lo trova per la prima volta, ed il ritratto che ne fa è di un pazzo, se non di un personaggio altamente bislacco: “C’era un uomo seduto per terra, che stava parlando ad una scala. In una mano teneva un vecchio secchio di legno, e nell’altra qualcosa che assomigliava a una calza rotta. Una coperta incrostata si sporcizia gli pendeva dalle spalle…Sospirò e cominciò ad alzarsi in tutta la sua sorprendente statura, togliendosi la polvere dall’abito. Aveva un orrendo cappello piantato indietro sulla testa, e dal labbro inferiore gli pendeva un mozzicone di sigaretta spento…con l’espressione più felice che avessi visto su faccia umana…Poteva avere la mia stessa età, con una faccia simpatica e vivace, begli occhi ed un’eterna aria di curiosità.Aveva le spalle forti come un uomo di mare, ed era avvolto in uno strano mantelloverde: le sue scarpe erano fra le più grandi che avessi mai visto e portava una cravatta con i colori di Harrow…Ho sempre desiderato fare l’investigatore, dopo essere stato licenziato da tutti i posti di lavoro..Sedette sullo scalino..con la coperta sporca gettata sulle spalle.Buttando via il mozzicone, tirò fuori cartine e tabacco e mi guardò quasi con aria di trionfo…Dicevo che sono un po’ strano..Il vecchio, là dentro mi considera come un veleno!” (Speciale del Giallo Mondadori N.68, Dicembre 2012, John Dickson Carr, Poison in Jest, traduz. Iti Dussich Knowles, cap. 11, pagg. 87-88-89).

Jeff gli annuncia che il dottor Twills è stato assassinato e ci sono stati due tentativi di avvelenamento. Rossiter si mette all’opera, anche con metodi non proprio ortodossi, per esempio quando chiede ai presenti, di provare a fare degli schizzi, delle prime cose che fossero venute in mente:

“..Tracciate un disegno. – Che cosa? – Tracciate un disegno, ripetè l’altro, con tono fermo e diventando serio. – Ma non capite l’importanza di fare un disegno? Non ne vedete l’importanza profondamente psicologica che avrà sulla soluzione del caso? – No, che mi venga un accidente se ci capisco qualcosa – disse Sargent. – Che disegno? – Uno qualsiasi. – Ma sentite – suggerii con la massima calma possibile – che senso ha tutto ciò? Io non so disegnare e credo neanche Sargent. – Ah, ma questo è il punto, non lo capite? Se aveste saputo disegnare, non ve l’avrei chiesto, vi pare?” (op. cit.  pag. 104).

Questi metodi, alcuni come Sargent ritengono possano essere ascritti ad nuovo modo di investigare, altri come Marle li reputano delle stranezze, altri come il dottor Reed, il medico amico di Quayle, li definiscono delle “stupidaggini”. Persino Virginia Quale,  Jinny, “la ragazza” di Rossiter, è arrabbiata, convinta che l’investigatore, che lei ha chiamato a casa con un telegramma, stia combinando una delle sue.

Fatto sta che, per strano che possa sembrare, anche questa caratterizzazione psicologica dell’inconscio avrà una spiegazione nella soluzione finale. Rossiter, incompreso, deriso, strano e bislacco che possa sembrare, riuscirà a individuare l’assassino, non prima però che sia riapparso “il figliol prodigo”, Tom;  e che nella cantina, egli, l’omicida,  abbia piantato un’accetta nel cranio di Clarissa.

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Appuntamento imperdibile!

novembre 20th, 2012

Per tutti gli amanti de “Il Giallo Mondadori”!

Non mancate.

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Scorribande giallistiche II

novembre 14th, 2012

Un excursus leggeretto e un po’ pazzetto in qua e là. Come viene, viene…

Parto dalla nostra Agatha e dalla sua autobiografia dalla quale si evince che in fatto di mascalzoni andava per le spicce. Al malcapitato delinquente due opzioni: bere la cicuta od offrirsi volontario per le sperimentazioni al posto degli animali. Un po’ forte ma per certi disgraziati maledetti anche poco.

 La quale Agatha, tanto per rimarcare il suo ingegno, fu l’autrice del finale più interessante e “strano” (diciamo pure inverosimile in accezione positiva) di quel libro buttato giù a ventiquattro mani che è “L’ammiraglio alla deriva”. Insomma di quel parto miracoloso dei membri del “Detection club” (spiegazione inutile che già sapete tutto) il cui capitolo risolutivo era toccato ad Anthony Berkeley. Finale, il suo, nella norma, mentre la Regina del giallo ci infila un travestimento uomo-donna che è tutto una goduria. In più c’è la Marple che fa una testa così al povero ispettore Rude.

 

Dimezzando le mani esce “Veleno”, mica male anche questo se ad iniziarlo è una certa Dorothy L. Sayers e ho detto tutto, come diceva Peppino in un famoso film con Totò. Emma Farland, vedova, (e fin qui niente di strano), ricca (le cose si complicano) pensa che ci sia tra i suoi infidi eredi qualcuno che la stia avvelenando. E infatti perde peso ogni secondo ma nessuno le crede. Il solito, terribile finale, tocca allo scrittore David Hume le cui ultime parole dopo l’impresa furono “Che Dio mi scampi e liberi dal ripetere in avvenire una simile esperienza”.

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A proposito di Berkeley, citato in precedenza, è uscito “uora uora” per la benemerita Polillo “Uno sparo in biblioteca” del 1925, in cui fece la sua prima apparizione l’investigatore dilettante Roger Sheringham che abbiamo già visto alle prese con il celebre “Caso dei cioccolatini avvelenati”. Oltre che per i suoi libri Berkeley è ricordato anche per la frase perentoria “Quando troverò qualcosa che mi renderà di più delle detective stories, mi dedicherò a quello”. E fu di parola, perché ad un certo punto smise di scrivere gialli. Rimane il mistero di che cosa abbia trovato ma di sicuro non una cosa brutta.

Alla morte di Rex Stout tutti piansero anche per quella di Nero Wolfe. Ma se il primo rimase inchiodato nella tomba, il secondo risuscitò per opera di Robert Goldsborough che riuscì a ricostruire con ottima fedeltà i personaggi immortali. Anche se Archie Goodwin beve liquore al posto del latte (orrore!). Sempre sul grande Nerone si sa che in uno dei racconti bellici (quelli meno riusciti) si addestra con il cuoco Fritz Denner, fa pure la dieta e mi viene da scompisciarmi dal ridere in ogni caso.

René Raymond, meglio conosciuto come James Hadley Chase, famoso per le famose orchidee che non voleva dare a Miss Blandish, rimane ancor più famoso per la “sua” America che è come la Malesia di Salgari (già sentita mille volte). Mai vista, o poco vista, reale più di quella reale. Oltre che sul noir, Chase si buttò anche sulla spy-story, il cui eroe è Mark Girland, donne ai suoi piedi, alcol in bocca senza misura. E siccome Chase non era un bischero, verso gli anni ottanta, visto il vento che tirava (leggi Kaminski, Bloch, ecc…) si sposta sul leggero, ironico e sofisticato, (vedi “Delitto ad opera d’arte”) a dimostrazione che un talento naturale svaria anguillesco da tutte le parti. Solo con i pederasti come Kendrik ironizza mica tanto.

A proposito di Kamisnki citato, o meglio di Stuart Kaminski, oltre ad avere creato un bel personaggio come l’investigatore Toby Peters (modelli Sam Spade e Philip Marlowe, però lui è più scalcagnato) ci ha lasciato, con i suoi gialli, praticamente un ritratto del cinema americano degli anni Quaranta. Ora ci fa entrare nel set de “Il falcone maltese”, ora in quello de “Il mago di Oz” ecc.. dove troviamo una serie di attori del tempo indimenticabili. Tra cui anche Ronald Reagan dimenticabile, dimenticabilissimo. 

 

Ritorniamo sulla spy-story con sua Altezza Serenissima Malko Linge (un agente della CIA) del giornalista francese Gérard de Villiers. Questo gran figlio di buona donna dagli occhi d’oro ogni tanto accusa qualche malanno come un certo vecchietto con un piede e tre quarti nella tomba (vi ricorda qualcuno?): rene, occhi, prostata, colpo della strega e perfino le ignobili emorroidi lo rendono edotto che siamo uomini e non caporali. Va da tutte le parti, perfino in Yemen e in Perù (qui ha pure l’artrosi e una diarrea, ma si rifà con il Pisco sour e il sesso che non manca mai). Suoi nemici uomini ben piantati in carne ed ossa muniti di aggeggi sparatutto ma anche certe ragazze dalle mille sfumature (tanto per restare in tema di oggi). Miranda, Ines e Angelina. Miranda lo vuole fare nella in piscina, no, non sopra (troppo facile) ma sott’acqua; Ines, invece, che è una giornalista, sulla rotativa mentre si stampa il giornale (mi pare giusto); Angelina, la meno complicata delle tre, si accontenta di avere come guardone un puma nero (altrimenti si blocca).

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E, sempre parlando di spy-story, occhio alla riproposizione delle mitiche avventure di Chanche Renard su “Segretissimo” e non vi dico il nome dell’autore. Diciamo che è un vero professionista che passa anche da queste parti.

 

Se Miss Marple beveva liquorini, Slim Callaghan, creatura di Peter Cheney, affoga nel whisky e soda o giù di lì. Soprattutto al “Gatto verde”. E se Patrick, il barman, sbaglia e gli rifila una Coca-Cola si becca una pallottola. Certi errori sono imperdonabili (“Mai un momento di quiete”).

 

Ricordo Alan A. Milne, non tanto per quello che scrisse, cioè “Il dramma di Corte Rossa”, quanto per quello che ne dissero gli altri. In primis Raymond Chandler che gli dette del dilettante, poi Rex Stout che lo trovava, invece, incantevole (il libro), ed infine Alexander Woolicott per il quale era uno dei tre migliori mystery di tutti i tempi. Come a dire de gustibus con quel che segue.

 

Ne uccide più la gola della spada ma anche certi reperti antichi e le monete non scherzano (mi è venuta così). Trenate di morti ammazzati, per esempio, intorno ad un dollaro del 1805 o ad un penny del 1954 della Zecca inglese mai entrato in circolazione. E poi ci mettiamo tutti quegli oggetti o opere d’arte che portano sfiga secolare come quadri, gioielli di vario tipo, vasi etruschi e greci, un’icona della Grande Caterina di Russia e le porcellane di Sèvres che sono così carine a vedersi. Senza i collezionisti il giallo sarebbe ben più misero e povero. Di cadaveri, si capisce.

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Soprattutto i libri rari e antichi scatenano gli appetiti più impensabili (un famoso investigatore fissato con questi è Cliff Janeway di John Dunning). Stavo leggendo un articolo in proposito. Seimila furti nelle biblioteche italiche solo nei primi sei mesi dell’anno in corso (notate la “s” come scivola). Devastata la Biblioteca dei Girolamini di Napoli. Proprio da chi doveva difenderla dai furti (Quis custodiet custodes?). Certo con quello che valgono certi testi la tentazione ci sta. Il breviario di due santi è arrivato a un milione di euro (e poi dicono che le preghiere non contano). Ultimo giallo letto in proposito “Il metodo Cardosa” di Carlo Parri, Mondadori 2012. Qui a creare sangue versato un libro antico del Cinquecento in cui è incollato un manoscritto, forse dell’anno Mille (lo vogliono in tanti, pure gli americani) copiato in latino criptato dal fratello minore di Giovan Battista della Porta, che svelerebbe i segreti del teletrasporto (se ho capito bene). Sul successo del libro e sul roseo futuro dell’autore mi ci gioco le palle (e non dite per quello che contano a questa età, via!). Proprio nel momento in cui scrivo è uscito “I cospiratori” di Bill Pronzini, Mondadori 2012, e qui di mezzo ci sono otto libri autografati (tra gialli e hard boiled) che valgono mezzo milione di dollari spariti dalla biblioteca di un collezionista. Biblioteca praticamente inaccessibile e dunque il classico mistero della camera chiusa. Senza il morto, per ora…

 

Se non sono incunaboli od oggetti rari a creare esseri irrigiditi ecco che ci si mettono pure famose scacchiere e pubblicazioni scacchistiche. Come in “Il maestro di scacchi” di Massimo Salvatorelli, Piemme 2012 in cui la “interpretazione” di certi documenti permetterebbe di arrivare al “tesoro di Garibaldi”. In parte storia vera, in parte inventata, uno squarcio di Risorgimento, passioni scacchistiche, personaggi storici famosi come il Generale e famosi scacchisti come Serafino Dubois, indagini, domande, riflessioni, dubbi e incertezze, atmosfere inquietanti fino all’epilogo.

E a proposito di scacchi non si trova pubblicazione più o meno tinta di giallo in cui non spuntino fuori. Anche nel post-noir “Strane cose, domani” di Raul Montanari, Baldini Castoldi Dalai 2012, dove il protagonista principale gioca a scacchi in internet con un ragazzino. Però si aiuta con un software, birbantello. In Il caso Maloney di Graham Hurley, time Crime 2012, “L’indagine era diventata una partita a scacchi, uno contro uno. Finora Oomes aveva giocato in modo eccellente, aveva ancora tutti i pezzi, ma stava iniziando a mostrare la prima piccola breccia nella sua difesa e l’SOS annullato era una crepa che Faraday non poteva permettersi di ignorare. Come tutti i bravi scacchisti, poteva arrivare a Oomes di soppiatto, da dove lui meno si aspettava” (283). In L’isola dei cacciatori di uccelli di Peter May, Einaudi 2012, per quanto riguarda la casa di Minto “Il salottino era spartano e pulito, privo di foto o ninnoli, fatta eccezione per una scacchiera su un tavolo vicino alla finestra, con gli scacchi disposti in varie posizioni sui quadrati avorio e neri” (259). Sono scacchi di Lewis i cui originali (alcuni pezzi) “sono in mostra al Museo nazionale scozzese di Edimburgo” (260). Tanto per portare tre esempi recenti su millanta.

Se c’è da leggere, bene. Se c’è da leggere ed investigare ancora meglio. Così dovettero pensare i lettori americani (anni Trenta) de “Il caso Claudia Cragge” di Patrick Quentin, un giallo con allegati una serie completa di indizi per risolvere il caso: rapporti di polizia, fotografie, scatole di sigarette, carta con macchie di sangue, perfino una bustina di cipria ecc.. Per i più bravi una bella soddisfazione, per i più testoni una busta con la soluzione e la confessione dell’assassino (va bene, la busta c’era in ogni caso).

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Ellery Queen mica era un fessacchiotto (nessuno l’ha mai detto ma mi piaceva questo inizio). Per attirare l’attenzione di una più ampia variegata schiera di lettori scrisse “Il re è morto” dove ci infilò la spy story, il giallo archeologico e il mistero della camera chiusa. Tiè!

 

Veniamo a noi. O meglio, veniamo ai nostri insuperabili G.M. Con il nuovo corso di Forte, coadiuvato dall’inimitabile (e di’o po’o) Boncompagni, si stanno riscoprendo eccellenti prodotti: di Carr, Biggers, Pronzini, Armstrong, Japrisot, Innes, Perry, Chesterton e via discorrendo. Il sottoscritto, che non ha paura di muovere la sua linguaccia se c’è da criticare, ora è in uno stato di sovrana  beatitudine e dispensa lodi per ogni dove (perfino nelle sue “Letture al gabinetto” qui http://theblogaroundthecorner.it/category/ospiti/letture-al-gabinetto/ ).

Vorrei anche attirare l’attenzione sugli scrittori relegati in fondo ai libri. Qualche lettore del blog si è lamentato che non si parli mai di loro, cioè di quello che scrivono nell’apposita rubricaI racconti del giallo”. Di seguito miei brevi commenti su alcune recenti letture, a dimostrazione che l’attenzione verso il nuovo c’è, esiste, ed il nuovo non è per niente male.

 

1)    “Come una palla di fuoco” di Andrea Franco. Un morto bruciato al centro di un cerchio, un gioco fantasy con mostri, guerrieri, ladri e maghi, una palla di fuoco, una moglie che tradisce. La classica vendetta di un marito cornuto? Oppure…oppure…Un racconto costruito con intelligente eleganza.

 

2)     “La pistola nello zaino” di Aldo Selleri. Storia di un colonnello cileno sterminatore di comunisti che sta per pagare il fio dei suoi misfatti. Storia di un amore finito. Semplice e bello.

 

3)    “Il veleno dell’iguana” di Alan Vendì. Storia di un professore e di una sua allieva. Sogni infranti di adolescente ed ora il prof. è lì legato davanti a lei. Un po’ scontata la prima parte, buono il finale con una punta di commozione.

4)    “Polvere” di Riccardo Carli Ballola, su un tema piuttosto sfruttato ma costruito e svolto con delicatezza: la pedofilia. Un uomo che ritorna al suo paese, i ragazzi della parrocchia che giocano. Un incontro a casa con il vecchio parroco che fa riemergere una ferita di dolore. Il tempo che gira a vuoto. La morte.

5)    “Datteri, seta e polvere nera” di Marco Philip Massai. Un’impresa assai rischiosa quella di Lagâri, volare “sul maestoso Falco di Ferro, sospinto dal potere del fuoco” fino alle nuvole davanti al sultano Murad IV. Impresa riuscita ma non si riesce a capire perché Lagâri è ancora vivo se un tale dichiara di averlo ucciso. Piacevole e ingegnoso racconto.

 

6)    “Sotto la pelle di Partenope” di Emilio Daniele. Napoli, sul finire dell’Ottocento. Un prete morto d’infarto su una puttana uccisa, una trascrizione dei segni sulle bugne della chiesa di Gesù che ha una bella importanza per un testamento segreto. Tra nobiltà decaduta, guappi e vicoli malfamati.

 

7)    “Come foglie al vento” di Antonella Mecenero. Roma, autunno 77 a.C. Irzia, una delle amanti del famigerato Gneo Cornelio Dolabella, viene uccisa con quattro coltellate. Su richiesta del fratello si mette alla ricerca dell’assassino addirittura Giulio Cesare in persona che deve sostenere una accusa in tribunale contro lo stesso Dolabella. Ricerca del colpevole ma, soprattutto, una “indagine” sul mondo degli uomini e delle donne del tempo dove entrambi i sessi sfoderano le loro armi per farsi largo nella società e primeggiare. Racconto semplice e delicato che fa riflettere.

 

Per chi ama approfondire il mystery c’è Sherlock magazine di Luigi Pachì, per altri generi come il fantasy, la fantascienza, la spy story c’è Writers magazine di Franco Forte. Quest’ultimo è anche un vero e proprio laboratorio di scrittura. Buttatecevi, buttaviteci, buttatevici… insomma abbonatevi!

 

Nuovi aggeggi per leggere al posto del cartaceo: l’ipadde, l’ipodde, l’ipudde. Da questa stronzata si capisce che sono tagliato fuori.

 

Dopo il gialletto rosa e le famose sfumature che hanno fatto uscir gridolini di piacere da tutte le parti ecco il gialletto grigio e riprendo un pezzo, volutamente sgangherato, che dà l’idea di dove si sta andando a finire “Classico il caso di uno mettiamo pure che sia un commissario che sta con la mogliera ma che non vuole più starci e non ha il coraggio di levarsi dalle palle da una vita di merda e mettiamo che si innamori di una più giovane (perché mai di una più vecchia?) la quale più giovane vuole un bene dell’anima al suddetto commissario così dolce e quieto sì però è pure attratta da uno altrettanto più giovane di lui più birbetto e mascalzoncello e allora sai i tremori i dubbi gli assilli i vaneggiamenti con la mogliera che anch’essa piccinina santa non sa a che santo votarsi appunto e cerca conforto con le amiche e pure il gatto si è fatto triste e malinconico con i baffi che gli cascano sotto il mento. Se poi nell’ambaradan sentimentalesco ci infili anche una divorziata che da pulzella aveva fregato il ragazzo dell’amica del cuore diventato suo marito che l’ha lasciata e ora freme per uno che però da sempre amico innamorato della stessa amica del cuore di prima (ci siamo?) e allora giù sospiri pianti e alti guai e non c’è nemmeno una bella ruzzolata sul letto o uno stringer famelico di chiappe ma appena accennato un bacetto piccolo così e va a finire che non si combina niente e quello va via da quella e da quell’altra e il commissario di prima si ritrova solo soletto con la mogliera che si è levata lei dalle palle e la morosa in preda a dubbi assillanti che ci vuole una pausa lunghina di riflessione e noi lettori a buttar giù dagli occhioni intristiti secchiate di lacrime e a gridare maledetto il mondo e maledetto il momento in cui si è letta questa storia. Li mortacci!”.

Per rimanere in tema di sfumature anche il sottoscritto, che non vuole rimanere fuori dal giro, ha già buttato giù un suo canovaccio, già pubblicato nel blog di Sartoris, alias Omar Di Monopoli, cercando di inserire la storia nel contesto giallo a me più congeniale. In breve (ma breve, breve) l’assassino è un giovanottone psicopatico superdotato con un pisello di cinque chili che trasporta in carrozzina. Questo tizio, fissato con il kamasutra, fa all’amore con le signore-signorine conquistate in giro per il bambino  esposto che è tanto caruccio tutto il suo babbo, seguendo con preciso ordine le posizioni del sacro testo, praticamente uccidendole mentre sono al culmine del piacere. Amore e morte allo stesso tempo. Al compimento dell’ultima posizione schianta anche lui e si va tutti a casa. Titolo “Il batacchio infernale”, casa editrice Sottoachitocca 2012. Piuttosto greve ma di sicuro effetto. Ora sto preparando “Il randello dell’avvocato” per le edizioni Checidòchecidòchecidò (specializzate in questo genere di narrativa) con uno stile più raffinato e dannunziano per signore e signorine di un certo rango. Senza farla tanto lunga posso anticiparvi che le vittime, dopo avere subito sevizie di ogni tipo, vengono uccise a “randellate” in testa.

“Tempus fugiolit”, come sentenziò uno dei miei allievi più preparati. Il tempo vola e ruba pezzi di vita. Volti, sorrisi, abbracci, speranze, emozioni. L’amico che stava seduto con te sui banchi di scuola, quello che ti passava le sigarette perché non avevi mai una lira in tasca, la ragazza di cui eri innamorato non ricambiato  E così fuggono via i miti che hanno spruzzato d’oro la tua giovinezza. Una stretta al cuore. Per fortuna c’è ancora qualcosa a cui restare aggrappati. La salvifica ironia toscana lasciatami in eredità dal mio babbo tra un calcio in culo e l’altro e Jonathan che cresce come un drago. E vai!!!!!!!!!!!!!!!!

Un caro saluto da…

Fabio e Jonathan Lotti

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King Arthur’s Chair : L’etica in Carr

ottobre 8th, 2012

Questo mese abbiamo il piacere di presentarVi un nuovo articolo del nostro amico Pietro De Palma.

Su richiesta dell’autore, teniamo a precisare che l’articolo contiene degli SPOILER, che potrebbero rivelare parti determinanti per lo sviluppo del racconto.

Buona lettura a chi ha già avuto il piacere di leggere questo gioiello di Carr e un augurio doppio a chi lo recupererà ora e leggerà, in seguito, l’articolo qui presentato.

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Pubblicato per la prima volta nell’Agosto del 1957, nella rivista Lilliput, a firma Carter Dickson (pur avendo come personaggio principale Gideon Fell), il racconto King Arthur’s Chair, ebbe anche un altro titolo : Death by Invisible Hands, utilizzato per l’edizione americana. Apparve infatti sull’ Ellery Queen Mystery Magazine dell’Aprile 1958, e la stessa illustrazione per la copertina vi fu improntata.

E’ uno straordinario racconto “dark”, in cui il tema del doppio fa capolino ovunque, pieno di simboli e significati metaforici, connessi con alcuni dei “sette peccati capitali”, un racconto che amo particolarmente. Oltretutto, il lavoro è una delle tante variazioni di Carr sulla Camera Chiusa, ed in particolare sulla variazione della spiaggia: un delitto viene commesso su una spiaggia, senza che vi siano le impronte dell’assassino, ma solo quelle della vittima. Carr scrisse altre opere utilizzando questa sottospecie di ambientazione: ricordiamo per esempio una delle sue opere maggiori, e ancor oggi poco conosciuta che è The Witch of the Low Tide, “Un Colpo di pistola”, romanzo di poco successivo (1961) al periodo del racconto.

Qui il problema è particolarmente complesso, ma la soluzione che viene proposta è straordinaria: direi che è uno dei migliori racconti di Carr, proprio per la soluzione ineccepibile, ma anche per la struttura del racconto, quantomai interessante.

Innanzitutto la storia.

Dan Fraser, è innamorato di Brenda Ray. Lei gli ha dato appuntamento alla sua villa sul mare, dove abita assieme alla cugina povera, Joyce Ray. E’ però un tempo pessimo per vedersi. E’ una sera calda, quella in cui lui la rivedrà. Calda e afosa. Le nubi gravano e ogni tanto un fulmine squarcia l’oscurità, illuminando la notte ed il mare. Dan deve affrontare una discesa per nulla agevole con la sua auto, prima di arrivare alla casa. Tuttavia, stranamente la trova al buio.

E’ una casa ricca di decorazioni, com’è nella natura di Brenda, che lei chiama “la casa del re”. Ma, diversamente da come Dan si aspetterebbe, è immersa nel buio: il buio della notte ed il buio causato dalle luci che le finestre dovrebbero irradiare tutt’attorno, che invece non vede. Lasciata l’auto, si accorge che le tende sono tirate del tutto. L’atmosfera, gravida di elettricità (i fulmini) e oscuri presentimenti, convince Dan che c’è qualcosa che non va. La villa sembra disabitata. Sembra, perché quando lui si affretta in direzione della porta d’entrata, si accorge che è chiusa, ma non a chiave, e quando la apre, si vede inondato dalla luce, che si spande dall’interno.

Neanche il tempo per riflettere ed una porta si apre: una figura femminile si staglia. Non è Brenda, ma sua cugina Joyce. I loro sguardi si incrociano. E’ come se dialogassero, come se confessassero l’un l’altro i propri desideri più segreti, è come se parlassero una lingua che mai fino a quel momento avevano scandito. Fatto sta che capiscono, in un solo istante che si sono sempre amati. O meglio, Dan capisce che l’ha sempre amata, e che quella per Brenda era solo un’infatuazione, Joyce, l’ha sempre saputo. Dan si aspetterebbe di trovare Brenda. Vorrebbe a questo punto incontrarla, ma non per passare con lei una notte infuocata, quanto, per una sorta di correttezza morale, confessarle che ha capito di non amarla e che invece ama la cugina povera. Ma Brenda non c’è. Perché è morta. L’hanno trovata la mattina. Ora la casa è illuminata, perché tutti sono andati via da poco: il cadavere, il medico legale, la polizia, l’ispettore Tregellis, il grande detective amico della Polizia, Gideon Fell.

La situazione è cambiata: ora Joyce non è più povera, ma ricca. E soprattutto ora Dan è libero di amarla; e non devono neanche rendere conto a Brenda, lui e Joyce. Tuttavia Dan pensa che Brenda sia morta, affogata, dopo una nuotata.

No – disse Joyce. – E’ stata strangolata.

Strangolata?” (John Dickson Carr : King Arthur’s Chair (1956) – “Mani Invisibili” – Trad. Mauro Boncompagni – Gli Speciali del Giallo, N. 52 del 2007, Mondadori, pag. 429).

Strangolata, significa assassinata, non più solamente morta. Se qualche minuto prima la situazione per Dan e Brenda pareva essersi miracolosamente risolta, ora essa ritorna intricata, molto più di quanto si potrebbe pensare. Assassinata significa uccisa da un assassino. E la polizia su chi concentrerà la propria attenzione? Su chi quella mattina avrebbe potuto avere l’occasione (e allora avrebbe vagliato gli alibi) ma anche le ragioni di farlo (il movente). E doveva essere un movente valido per uccidere.

Nella villa oltre che Joyce, e naturalmente Brenda, sono presenti altri due soggetti, amici delle due cugine: Toby Curtis e Edmund Ireton. Ma chi quella mattina avrebbe avuto l’occasione e un motivo più che valido per uccidere, sarebbe stata proprio Joyce: l’invidia del patrimonio, e la gelosia nei confronti della sorella, per Dan.. Due moventi più che validi per assassinare. Ecco perché Joyce cerca di far comprendere a Dan che la dichiarazione d’amore avrebbe dovuto fargliela tempo prima, ma non in quel momento. Perché fornirebbe alla polizia immediatamente la certezza che la cugina povera, cioè lei, abbia avuto a che fare nell’eliminazione fisica della cugina ricca.

– Qualsiasi cosa dovessi dirmi,o pensassi di dovermi dire…

– Su.. di noi ?

– Su tutto! Ti rendi conto che devi dimenticarla e non accennarne mai più? Mai più!” (op. cit. pag. 431).

Però, c’è un problema cui la polizia sta dedicando la sua attenzione, pare. Che concerne il modus agendi dell’assassino. E’ noto che Brenda, quando si recava a nuotare, portava una sciarpa annodata al collo ed un copricostume, sopra il costume da bagno; poi il copricostume e la sciarpa li abbandonava su The King Arthur’s Chair, sul “Trono di Re Artù”, uno scoglio a forma di sedia che era vicino al mare: si sedeva, fumava e poi andava a fare il bagno. Tuttavia non si riesce a capire come l’assassino abbia potuto strangolare Brenda: se l’assassino l’avesse strangolata alle sue spalle, lei poi sarebbe caduta faccia in avanti. Ma così non è: Brenda è stata trovata nella sabbia. E del resto nessuno può averla affrontata, dalla parte del mare, emergendo dall’acqua, perché sulla sabbia del bagnasciuga, si sarebbero dovute ritrovare delle orme, che invece non ci sono. E che Brenda sia stata strangolata, lo prova la sciarpa che aveva intorno al collo oltre al copricostume: mentre il primo è stato abbandonato, la seconda è penetrata così a fondo nella pelle, che quelli della polizia non sono riusciti a rimuoverla.

Oltre a questo, c’è il problema della individuazione del possibile colpevole: nessuno avrebbe potuto ucciderla. Ireton, era appena arrivato; Curtis stava facendo del tiro a segno con un fucile cal. 22 sul retro della casa; e la stessa Joyce, per sua stessa ammissione, era in casa. Tutti e tre sono usciti e l’hanno vista: e nello spazio di sei metri sulla sabbia, non c’erano orme.

Detto così, il problema è insolubile. La polizia brancola nel buio, anzi è meglio dire, brancolerebbe se…non ci fosse Gideon Fell, casualmente in vacanza da quelle parti, in Cornovaglia, e arrivato accompagnato dalla polizia.

Gideon Fell ragiona e suppone quello che sarebbe potuto accadere. Innanzitutto elimina il problema delle orme: se non ci sono, significa che non ci sono mai state. Quindi l’assassino o l’assassina (nel caso sia stata Joyce, o una delle due cameriere, che però non avrebbero avuto alcun motivo ad uccidere chi forniva loro un lavoro) non ha mai percorso il tratto di sabbia. E allora? Come ha potuto materialmente strangolarla? Volando?

No. Non si è mai mosso materialmente dalla casa.

Questa è la soluzione sorprendente di Carr: l’omicida non ha lasciato orme, perché non ha ucciso la vittima strangolandola, ma usando qualcosa che simulasse lo strangolamento, e fosse anche estremamente rapido.

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Partendo da questo presupposto, Fell ricostruisce, interrogando i presenti, le loro mosse.

E individua l’omicida. Inchiodandolo alle proprie responsabilità.

Ma prima che ciò possa accadere, a dare la misura del dramma è un altro personaggio, quasi un altro detective. Mentre Fell è il detective che vede la natura materiale del peccato, Ireton qui è il detective che ne mette in rilievo la natura spirituale. Ireton è la coscienza, la voce di Carr.

– Il salmista ci dice – attaccò seriamente – che tutto è vanità. Qualcuno di voi ha mai notato..e che Dio mi perdoni se lo dico..che il tratto più sorprendente di Brenda era la sua vanità?…

Una vanità spaventosa. Se qualcuno avesse tentato di grattare quella vanità abbastanza in profondo, la nostra cara Brenda avrebbe commesso un omicidio.

Non è che sta considerando la situazione a rovescio? – chiese Dan. – Brenda non ha commesso nessun omicidio. Anzi, è stata Brenda…

Ah! – esclamò il signor Ireton. – E in questo ci potrebbe essere una lezione, non crede?

Senta, non vorrà mica dire che si è strangolata da sola con la sua stessa sciarpa, eh?

No, ma mi ascolti bene. La nostra Brenda, indubbiamente, aveva molte passioni e molte fantasie. Ma c’era solo un uomo che lei amava e voleva sposare. E non era il signor Dan Fraser.

Allora chi era? – chiese Toby.

Lei.

Lo stupore di Toby era troppo genuino per essere stato simulato…

Che il cielo mi aiuti! – disse – ma io non lo sapevo! Non mi sarei mai immaginato…” (op. cit. pag. 432). Più in là in un dialogo innocente, parlando di una persona, individua l’arma dell’omicidio, senza che se ne sia ancora fatta menzione (op. cit. pag. 434). Ma lo fa senza coscienza, quasi che parlasse non per sua volontà, ma che fosse espressione della volontà divina. E’ come la Sibilla che parla non per volontà propria ma del dio che la possiede, descrivendo esattamente quello che è avvenuto.

Sarebbe potuta essere una commedia degli equivoci, se non fosse finita in dramma: lei ama lui, lui ama lei ma non sa di essere amato, anzi pensa che lei ami un altro, che è innamorato di lei a parole, ma in realtà ama un’altra. E poi c’è un assassino che strangola non avvicinandosi, ma usando uno strumento fantomatico. Insomma, un gran casino. Ma se vediamo bene, casino proprio non è, appare semmai.

Il racconto, a parere mio, più che un “giallo” è un “nero”, un racconto che se non sapessimo essere della seconda metà degli anni ’50, si sarebbe tentati dal ritenerlo un’opera scritta nei primi anni ’30, magari sotto l’influsso di Bencolin. E’ un manifesto etico, pieno di significati simbolici, quasi una condanna dell’eccessivo fasto, del il trionfo dell’apparenza, del narcisismo: in altre parole una condanna della Vanità.

Questa sorta di manifesto metaforico, io direi si strutturi su almeno “quattro piani mistificatori”: la mistificazione è presente in varie espressioni, che vanno dalla personalità dell’assassino e dell’assassinata, a quelle degli altri attori del dramma, alle stesse manifestazioni poste in essere, tra cui il piano omicida.

Il primo potrebbe essere la mistificazione dei sentimenti: Brenda ama Toby, così come Toby ama Brenda. Ma entrambi sono permalosi e vanitosi: nessuno dei due vuole abbassare la testa per confessare di essere innamorato dell’altro, e quindi simulano indifferenza, quando non arrivano a punzecchiarsi vicendevolmente. E così facendo entrambi ignorano di essere amati, l’uno dall’altro. E’ un amore che non si dona, ma che si nutre di se stesso e quindi destinato a contorcersi. Per es. Toby non sa di essere amato, ma a sua volta la ama, disperatamente struggendosi per l’amore che ella dimostra per Dan. A sua volta, Dan, credendo di aver fatto colpo su una donna bellissima, si convince di esserne innamorato, mentre è solo veramente innamorato di Joyce, il cui amore lui trasferisce su Brenda. E nel mentre, Joyce lo ama.

Il secondo piano mistificatorio è attinente alla psicologia dell’omicida: egli spiega agli astanti, sostituendosi al detective di turno, come l’assassino non possa essersi avvicinato alla vittima: né dal mare, “perché il punto più elevato dell’alta marea, dove l’acqua avrebbe potuto cancellare le orme, si trova a più di sei metri davanti alla sedia”; né alle spalle, perché “dal lastricato della terrazza alla parte posteriore della sedia ci sono almeno sei metri”; né spiccando un salto, perché “un campione olimpico in buona forma forse ci sarebbe riuscito, se avesse avuto un punto per prendere la rincorsa ed un punto per atterrare. Ma le cose non stavano così. Non c’era nessun segno sulla sabbia” (op. cit. pagg. 434.435). E così facendo dimostra come l’assassinio non possa essere spiegato: senza arma, e senza la possibilità di dimostrare l’assassinio, il caso non può che essere archiviato. Ma a questo punto appare il deus ex machina, che fino a quel momento non è stato presente, Gideon Fell, che risolve l’enigma.

Il terzo piano, riguarda lo strumento usato per uccidere, utilizzato come arma per uccidere.

Di per sé non è un’arma per uccidere: lo diventa solo se viene utilizzata in un certo modo. Ed è stato proprio il modo di usare lo strumento a causare la situazione impossibile.

Del resto quest’arma produce un suono caratteristico che può essere facilmente confuso con un altro. E la mistificazione riguarda appunto l’uso di questi due strumenti in maniera tale che l’uso di uno mistifichi l’uso dell’altro.

Il quarto ed ultimo piano, concerne la mistificazione dei sospetti che possono essere solo Joyce Ray, poi Edmund Ireton, infine Toby Curtis.

Joyce è la prima ad essere sospettata per la ricchezza acquisita in seguito alla morte della cugina. Poi c’è Edmund Ireton ( che a suo dire vuole proteggere Joyce): egli ha consigliato Dan di non far parola a nessuno del sentimento reciproco che hanno scoperto di sentire vicendevolmente, pena la possibile accusa di omicidio rivolta a Joyce. Tuttavia l’amico Toby Curtis (strano che si chiami come Tony Curtis che megli anni ’50 fu famosissimo come attore!) gli rinfaccia di aver usato un modo di fare, diretto a far accusare direttamente Joyce invece di proteggerla: perchè invece di ammonire in separata sede Dan a non dire in giro che era innamorato di lei e lei di lui, gliel’ha gridato in maniera tale che tutti nella casa ne fossero, volenti o nolenti, a conoscenza? In realtà non vi è un sospetto, ma due. Anzi tre, perché Fell comincerà a parlare del fucile. Già perché è il fucile cal. 22 l’arma usata per mistificare il suono dello strumento usato invece per uccidere Brenda. Chi possedeva il fucile e si era esercitato per la mattinata? Toby. Quindi anche lui è sospettato. Anche se qualcun altro potrebbe averlo usato in sua assenza.

Il racconto può avere però anche un’altra lettura: accanto ai quattro piani su cui si struttura la storia, io in questo racconto, vedo molte manifestazioni del doppio: alcune possono essere casuali, altre no, e comunque i doppi connessi alla personalità dell’omicida, della vittima, dell’arma, e di alcune situazioni del racconto, fanno riferimento ad un oggetto presente a profusione nella casa. E l’individuazione della natura doppia di tanti oggetti, situazioni, soggetti, usati simbolicamente, è da mettere a parer mio in riferimento alla “morale” del racconto. Mi spiego.

Innanzitutto doppia è l’atmosfera che accoglie Dan : il buio che avvolge la casa sulla spiaggia, il lampo che squarcia l’oscurità e illumina fugacemente la scena del delitto, mentre dentro tutto è illuminato, può essere una metafora: il buio dell’indagine viene squarciato da qualche supposizione che qua e là comincia a diradare le tenebre, fino ad arrivare alla luce della soluzione. Ma è anche il buio, le tenebre (il male) contrapposto alla luce (il bene). Fuori della casa il male ha portato ad un omicidio, ma sarà nella casa che Fell svelerà il movente e come sia stata uccisa Brenda. E da chi.

Doppia è la natura dei sentimenti delle persone che vivono in quella casa: carnefice e vittima, si contrappongono e si confondono, tanto che alla fine l’assassino non si dimostrerà che la vittima di Brenda, quando non di se stesso. Ma doppie sono anche le personalità di chi si muove: Ireton è colpevole o innocente? Amico o nemico? Toby è innocente o colpevole? Giudice o reo? Dan è davvero estraneo alla vicenda o vi è coinvolto? Joyce è davvero innocente o è un’assassina astuta?

Doppia è la possibilità di come l’omicidio sia stato perpetrato: l’assassino era davanti oppure dietro la vittima?

Doppia è la natura dell’amato e dell’amante, di chi ama e di chi viene amato.

Ma doppio è anche il significato dell’uso di un’arma, che non è solo quello che appare ma anche altro: un fucile, cal. 22, con cui Toby faceva il tirassegno. Il fucile ha una natura doppia: spara ma anche mistifica il rumore che produce, cosicché si pensi che anche quando si sente un certo rumore esso venga associato allo sparo mentre non lo è.

Due sono le cameriere presenti in casa.

Due sono le cugine: una povera, l’altra ricca.

La presenza di due cugine, una povera, una ricca, tra l’altro mi da modo di evidenziare una curiosità: nel 1940, di Norah Lofts (pseudonimo, Peter Curtis) fu pubblicato il primo di quattro romanzi, Dead March in Three Keys (che con il titolo “Marcia Mortale in Tre Tempi”, fu pubblicato nel 1950, in Italia, dalla Casa Editrice Aldo Martello, nella serie “I Gialli del Veliero”). Si tratta di un bel romanzo, che potrebbe essere proposto ancor oggi, un thriller, in cui il lettore vede pianificato un omicidio per interesse. Gli attori di questo dramma sono tre: due cugine, Antonia ed Eloisa, la prima povera ma molto estroversa con gli uomini, la seconda ricchissima ma estremamente chiusa; e Riccardo, l’amante di Antonia, povero anche lui, che per calcolo sposa Eloisa, tradendola di continuo con Antonia, finchè…

A me interessa sottolineare solo come Carr potesse aver letto il romanzo, che ottenne un robusto successo nei primi anni ‘40, e avesse potuto trarre l’idea di due cugine di censo completamente diverso, che contendono l’amore ad un uomo, che anche qui è veramente innamorato della povera e solo apparentemente della ricca. Però qui la situazione è opposta: quella estroversa è quella ricca, e timida è invece la povera, che però avrebbe comunque le ragioni per uccidere, ma che invece, in ragione proprio della propria umiltà, non sembrerebbe vi pensi affatto.

Due ancora sono i carnefici e le vittime di questo racconto: sempre loro, Brenda e l’omicida. Nel mentre Brenda ne è la vittima, dell’assassino è anche il carnefice, perché è lei che lo ha spinto ad ucciderla.

E cosa è ancora doppia? La vanità : la vanità di Brenda e la vanità di Toby. Ma anche la La Vanità che non ha consentito loro di essere felici. Del resto si potrebbe pensare sin dall’inizio che gli unici soggetti vanitosi in questo piccolo dramma siano Brenda e Toby. In realtà, anche Ireton potrebbe essere vanitoso. E’ rappresentato vestito in maniera ricercata, da snob. Con sul viso l’espressione bonaria di un satiro, quando non beffarda. Dice di essere stato uno zio putativo di entrambe le cugine: ma che era in realtà? Era solo un amico discreto o amava qualcuna delle due?

E sicuramente lo è Dan. Ma la vanità di Dan non è quella di Brenda: Dan crede di essere affascinante, non perché egli ci creda in fondo, ma perché la stessa Brenda gliel’ha fatto credere, irretendolo. La vanità di Brenda è diversa: ella crede davvero di essere affascinante e superiore agli altri. E’ la Femme Fatal, e come tutte le femmine fatali ha un destino amaro. Nel MedioEvo la sua vanità, che è anche superbia, sarebbe stata condannata senza appello, e lei probabilmente sarebbe stata punita duramente. Perché la Vanità (assieme alla Superbia) era connessa col Male. Vanitas Vanitatum. Uno dei sette peccati capitali.

E’ la vanità il movente dell’assassinio, uno strano movente, in verità. Non c’è odio, avarizia o cupidigia, ma vanità. Che è prodotta dall’eccessivo narcisismo, dall’eccessivo innamoramento di se stesso, della protezione della propria più intima natura, che non dev’essere per nulla svelata, perché da ciò vi sarebbe un indebolimento della propria personalità. Per una volta tanto, vediamo come l’assassinio non sia il prodotto dell’odio, ma dell’amore, anche se non rivolto ad altri ma a se stessi. Anche l’amore qui è doppio: amore di se stesso, ma anche amore dell’altro. Se non ci fosse stato l’amore verso un altro, non si avrebbe avuto paura di essere deriso e messo a nudo. Narcisismo, e Vanità. L’opposto dell’umiltà, che sembrerebbe essere il connotato di Joyce, invece.

L’assassino è quindi un debole, che, deriso per la propria debolezza, cioè dell’amore che prova, uccide. Se fosse stato forte, non avrebbe avuto paura della propria debolezza. Lui però non lo è. Deve simulare all’esterno di non essere debole, ma lo è, e proprio questa sua doppiezza nell’animo è la causa del suo reato, del peccato mortale.

L’apparenza che è commessa alla vanità, al bello, a ciò che si vede, è già messa in evidenza

all’inizio del racconto quando si dice che la casa sul mare veniva chiamata “la casa del re”, per via di tutte le decorazioni che Brenda aveva voluto che l’abbellissero, esternamente e internamente.

Ma l’apparenza e la vanità sono rappresentate da un oggetto, che si trova all’interno della casa, di cui, come abbiamo detto prima, vi è profusione, e che ha un forte valore simbolico: lo specchio.

Brenda era vanitosa, ed in quanto innamorata di se stessa, aveva bisogno dello specchio. Degli specchi. Che erano numerosi in casa.

Ed è in ragione dello specchio che il racconto, talora, è così costruito sui doppi.

Il doppio è da mettere in diretta relazione con lo specchio: lo specchio infatti riflette una visione, creando il suo doppio. I due doppi, solo apparentemente sembrerebbero essere uguali, mentre sono antitetici, vicendevolmente. Il doppio è l’opposto, l’anima nascosta, la parte nascosta di noi. Anticamente si pensava che gli specchi, duplicando la realtà, avrebbero potuto imprigionare l’anima nell’immagine riflessa dallo specchio. Ecco perché alcuni coprivano gli specchi alla morte di qualcuno per permettergli di raggiungere l’oltretomba.

Ma lo specchio genera un’immagine di sé, permette di vedere la propria bellezza. Che può essere positiva o negativa. Quando è negativa, è legata al narcisismo e all’attaccamento dei beni terreni. Come tale, questa visione della vita, e quindi di se stessi, rimanda al Male, e ai due peccati capitali cui si ricollega: Vanità e Superbia. Tanto che nella Firenze del 1497, con il Rogo delle Vanità, durante il Martedì Grasso, i seguaci di Girolamo Savonarola bruciarono gli specchi.

Ecco allora già due simboli chiave del racconto: lo specchio ed il doppio che viene generato da esso e in esso.

Ma c’è un altro simbolo: è l’arma usata per uccidere.

“ – Il vero strumento? E quale sarebbe questo rumore?

Lo schiocco di una frusta di pelle di serpente – rispose il dottor Fell”( op. cit. pag. 441).

Non è il fucile, che è servito solo a distogliere l’attenzione, illudendo i presenti che il rumore sentito fosse uno sparo, mentre invece era il rumore di una frusta. Ma è una frusta di pelle di serpente. Una frusta da mandriano. Che usata abilmente è stata avvolta al collo di Brenda, mentre era ancora seduta sul Trono di Re Artù con il collo avvolto da una sciarpa. Del resto la sciarpa era essenziale alla messinscena: se non ci fosse stata, si sarebbe visto sul collo il segno della frusta. Appoggiata alla curva della roccia dietro il sedile, la frusta, tirata verso l’omicida, l’aveva soffocata in pochi secondi. Poi, dovendo svolgerla dal collo, l’omicida aveva dovuto dare uno scatto verso l’alto, che aveva sollevato Brenda e l’aveva lasciato cadere nella sabbia, creando la situazione impossibile.

Il terzo simbolo non è però la frusta in sé, ma il materiale di cui è fatta: la pelle di serpente.

Non è stato il serpente, il male, Satana sotto mentite spoglie, a suggerire alla donna che era nuda? Eva molto spesso è ritratta col pomo, ma anche con lo specchio: superbia e vanità, sono spesso associati. Come in questo caso, perché vittima e carnefice sono espressione di debolezza: superbi e vanitosi.

Nell’ultima scena, tutti e tre i simboli sono presenti.

Fell inchioda l’assassino, che è ritratto mentre si specchia, e man mano che indietreggia si trova con le spalle vicino ad un altro specchio. E gli specchi sono dovunque:

L’Ispettore Tregellis era riflesso dappertutto negli specchi, con la lunga frusta arrotolata sopra il braccio” (op. cit. pag 444);

lo specchio è come se ci rimandasse la faccia non evidente dell’assassino, quella che Fell mette in luce, la sua anima votata al male, il suo doppio:

Guardatelo, tutti quanti! – disse il dottor Fell. – Persino quando viene accusato di omicidio, non riesce a togliere lo sguardo da uno specchio” (op. cit. pag. 443);

a conclusione dell’arringa di Fell, arriva l’Ispettore Tregellis che brandisce la frusta.

Ma più che una frusta sembrava che stesse portando una corda..la corda del capestro” (op. cit. pag. 444).

La frusta che è formata da pelle di serpente.

In sostanza l’assassino è inchiodato alle sue responsabilità, ed è come se il serpente, il male del peccato originale, che aveva instillato nell’uomo la superbia e la vanità, ora reclamasse il suo prezzo: la morte e la dannazione, per chi lo ha scelto consapevolmente, mediante l’impiccagione.

Ma la vera condanna dell’assassino non si avrebbe senza un colpo di scena. La ricostruzione di Fell è perfetta, ma così raccontata in un’aula di un tribunale non avrebbe nessuna ragion di essere accettata, perché vi sono indizi, c’è l’arma dell’omicidio, c’è la presunzione che essa possa esser stata usata dall’assassino medesimo (che è un ricco possidente in Sudafrica, dove si usa il tipo di frusta rinvenuto), ma parrebbe che non ci fosse alcun testimone presente. Ed invece..

Invece la Provvidenza divina, il fato, la Giustizia divina, chiamatela come volete, che non può permettere che un assassino, che ha ucciso con l’aggravante diremmo noi “dei futili motivi”, cioè per cattiveria, vada impunito, si materializza ancora una volta in un racconto di Carr.

E’ rappresentato da una delle due cameriere, Sonia, infatuata dall’omicida. E’ come se qualcosa di sovrumano, che sfugge all’umano raziocinio, alla pianificazione di un delitto perfetto, si inserisse, una piuma che fa inceppare un ingranaggio ritenuto inceppabile, messo in moto inconsapevolmente ed inconsciamente da quello stesso vizio, la vanità, che è stata alla base dell’omicidio. Il desiderio di essere belli a tutti i costi, produce infatuazione in quelle donne che sono soggette a questo tipo di fascino esteriore. Una di queste è Sonia.

“…Vi avevo anche avvisato di aver interrogato le cameriere, Sonia e Dolly, le quali oggi avevano fornito solo risposte incoerenti. Mio caro signore, lei sottovaluta il suo fascino personale.

Sembra che Sonia..abbia sviluppato una certa simpatia per lei. Quando stamattina ha sentito quell’ultimo “colpo” isolato, ha guardato di nuovo fuori dalla finestra. Ma lei non c’era…E questo l’ha colpita talmente che è corsa fuori sulla terrazza anteriore e si è accorta che lei era lì. L’ha vista, insomma.” (op. cit. pag.443).

E’ come se Carr emettesse un giudizio di massima, ancora una volta: il male non paga mai.

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