Gérard De Villiers - SAS: Guinea Feroce

Febbraio 3rd, 2012

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Gérard De Villiers - SAS: Guinea Feroce - N°50 - Febbraio 2012

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L’agente CIA Fred Lemon è blindato dentro il suo Range Rover in una strada di Bissau. Fuori fa un caldo micidiale, ma prima o poi dovrà uscire per incontrare il suo contatto. Neanche immagina che la temperatura sarà l’ultimo dei suoi problemi, una volta sceso dal veicolo, e che sarà morto nel giro di poche ore. Non per un colpo di calore, ma per un colpo di machete. Al contrammiraglio Bubo, sanguinario signore della guerra, i ficcanaso proprio non vanno a genio. La Guinea è un inferno africano di cui l’Agenzia si è disinteressata per troppo tempo, consegnandola a narcos colombiani e terroristi di Al Qaeda. Sarà il caso di correre ai ripari. Ma per le imprese impossibili, ad alto tasso di violenza, c’è un solo candidato: Sua Altezza Serenissima Malko Linge, il Principe delle Spie.

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Segretissimo: Robert Doherty - Dossier Mortale

Gennaio 26th, 2012

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Robert Doherty - Dossier Mortale - N°1584 - Febbraio 2012

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Poche persone al mondo conoscono l’esistenza della Cellar. Annidata nel profondo delle strutture d’intelligence USA, l’organizzazione vigila sugli altri servizi. Una specie di divinità onnipotente e inafferrabile con la quale due donne dovranno fare i conti. Neeley, tiratrice scelta segnata dalla morte di un operativo cui era legata sentimentalmente, e Hannah, che da un giorno all’altro si ritrova senza marito,
senza soldi, senza la sua vita. Loro ancora non lo sanno, ma c’è una ragnatela di intrighi e tradimenti che le unisce, un segreto che forze oscure intendono proteggere a ogni costo. Perché il nemico più insidioso si cela nel cuore stesso del potere, quando la Verità è custodita dai guardiani della menzogna.
All’interno, il racconto “Fiori rossi per Leyla”
di Vittorio Falletti e Maurizio Maggi.

Robert Doherty/Bob Mayer

Nato nel Bronx, ha frequentato l’accademia militare di West Point dove si è specializzato in psicologia, prestando poi servizio come comandante di un plotone di fanteria, di un battaglione di scout di una brigata ricognitori della 1st Cavalry Division. In seguito è entrato nelle Forze Speciali, arrivando a comandare un A-Team dei Berretti Verdi. Ha anche prestato servizio come ufficiale del Secondo Battaglione, 10° Gruppo, delle Forze Speciali e con il Comando Occidentale per le Operazioni Speciali nelle Hawaii. Successivamente ha insegnato al Corso di Abilitazione per le Forze Speciali presso il John F. Kennedy Special Warfare Center e a Fort Bragg, al corso di addestramento per i Berretti Verdi. Nel corso della sua vita ha vissuto in Corea, dove ha praticato arti marziali giungendo ai più alti livelli e nel Tennesse dove si è laureato in Scienze dell’Educazione. Bob utilizza tutte queste esperienze per scrivere romanzi e manuali, tra cui «Who Dares Wins: The Green Beret Way to Conquer Fear & Change» e «The Novel Writer’s Toolkit: A guide to Writing Great Fiction And Getting It Published». Su questo argomenti, tiene regolarmente corsi e lezioni.

Qui l’intervista del 2009: http://blog.librimondadori.it/blogs/segretissimo/2009/03/02/intervista-a-bob-mayer-robert-doherty/

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Il Manuale della Spia/3

Gennaio 22nd, 2012

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IL PROFESSIONISTA presenta: IL MANUALE DELLA SPIA

A cura di Stephen Gunn

A caccia di talenti

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Ovviamente ci sono molti modi per entrare a far parte di un servizio segreto. I potenziali candidati possono venire dalle normali agenzie di polizia, dai servizi d’informazione dell’esercito o persino fare domanda come per un normale impiego pubblico. Una mia amica di New York è di origine iraniana. La sua famiglia si trasferì negli USA alla fine degli anni Settanta, prima del colpo di stato che spodestò lo Scià. Il padre aveva svolto importanti incarichi diplomatici e riuscì a procurarle un impiego presso gli uffici newyorkesi della Central Intelligence Agency. La mia amica lavora a un basso livello dell’organizzazione ma, durante la guerra del Golfo, fu più volte interpellata dagli esperti di Langley per le sue conoscenze linguistiche. In qualsiasi modo si arrivi alla fase di reclutamento, in qualsiasi servizio del mondo, il vero e proprio inserimento nell’organizzazione è subordinato a un attento scrutinio della propria esistenza, giustificato da motivi di sicurezza. Abitudini sociali, convinzioni politiche, casellario penale, simpatie per ideologie “sospette”, devianze sessuali, uso di stupefacenti o vizio del gioco… il potenziale agente viene passato al setaccio secondo una procedura che forse non sarà ‘politicamente corretta’ ma ha una sua giustificazione. Qualsiasi punto debole che il nemico possa sfruttare viene considerato una nota negativa e può contribuire all’esclusione del candidato. Più alto è il livello che l’agente ricoprirà nell’organizzazione, più il vaglio diventa severo, anche se la storia ha fornito clamorose smentite. Alcuni dei doppiogiochisti più famosi della storia dello spionaggio passarono alla graticola dei controlli delle loro agenzie. Aldrich Ames, il traditore che provocò la morte di almeno dieci dei suoi colleghi tra il 1985 e il 1994, risultava cristallino per la CIA ; invece sir Murice Oldfield fece una brillante carriera a capo dell’MI6 pur manifestando apertamente la sua omosessualità. Come a dire: talento e fedeltà si possono vagliare secondo regole prestabilite, ma saranno le circostanze a provarle.

Da qui nasce una delle prime regole alle quali l’aspirante spia dovrà sempre tenere a mente. L’apparenza inganna. Può sembrare un’affermazione ovvia, ma diffidare sempre di luoghi comuni o troppo evidenti apparenze potrà salvarvi la pelle.

La “proposta”

Quale che sia la sua provenienza, il potenziale agente viene comunque vagliato a lungo, la sua candidatura proposta dall’eventuale “cacciatore di teste” che, ricevuta l’approvazione, creerà le circostanze adatte per la “proposta”, l’offerta di entrare nell’organizzazione. Un buon esempio di questa procedura è visibile nel film Spy game di Tony Scott in cui quella vecchia volpe di Robert Redford, individuato un possibile “talento” nel giovane ufficiale Brad Pitt, crea prima una situazione per ammorbidire le eventuali reticenze del soggetto facendolo destinare a Berlino con un incarico tedioso e a contatto con una burocrazia locale della quale il giovane conosce solo sommariamente la lingua e, in seguito, finge d’incontrarlo per caso, ne guadagna la simpatia e, infine, si rivela come agente della CIA offrendo un impiego che può rappresentare la soluzione ai problemi umani e professionali del giovane. Vi sembra una tela di ragno, inumana e poco corretta? Be’, ragazzi questo è il Grande Gioco delle Ombre e tali sono le sue regole…

Questi rigidi criteri di reclutamento sono riservati, però, solo agli agenti che entreranno a far parte del servizio in linea diretta. Come abbiamo visto si tratta di cittadini che, in qualche modo, ricopriranno una posizione ufficiale (anche se spesso ‘celata’ e nominalmente dipendente dal ministero degli Interni). Vedremo in seguito che la raccolta di informazioni si basa soprattutto su agenti stranieri, convinti con il denaro, la lusinga politica o anche con il ricatto a collaborare. Controlli e prudenza sono d’obbligo anche in questi frangenti ma, necessità impone, i criteri diventano assai meno rigidi.

L’addestramento iniziale

Rimaniamo per ora agli agenti ufficialmente assunti da un grande servizio. Nella prima fase della loro attività queste persone, pur dotate delle qualità di base, sono estranee al mondo dello spionaggio. Nella maggior parte dei casi, anzi, ne hanno un’idea piuttosto vaga e, al di là dell’entusiasmo, devono apprendere numerose tecniche di base e, soprattutto, comprendere quali siano i rischi da affrontare. Come vedremo in seguito non tutti possiedono le stesse qualità e la maggior parte degli agenti ricoprirà ruoli molto diversi uno dall’altro. L’iniziale addestramento intensivo cui vengono sottoposti serve anche a valutare le singole potenzialità per affidare a ciascuno il ruolo che più gli si adatta. Ricordando uno dei romanzi preferiti dal J.F. Kennedy, Dalla Russia con amore, di Ian Fleming, sarebbe stato un grave errore destinare Donovan “Red” Grant, un assassino psicopatico dal valore politico quasi nullo, a compiti di raccolta informazioni quanto affidare l’incarico di sedurre James Bond all’intelligente ma orribile Rosa Klebb , missione condotta con successo invece dall’avvenente Tatiana Romanova, una ragazza dotata di un fisico prorompente ma forse non troppo sveglia. L’addestramento preliminare viene impartito a tutti gli agenti del servizio indipendentemente quindi dal loro futuro impiego. Si tratta, in generale, di un periodo concentrato in cinque o sei settimane in qualche località segreta o presso un centro di addestramento delle truppe speciali. Malko Linge raccontava di essere stato addestrato a Forte Bragg, presso la scuola militare dei Berretti Verdi, Nick Carter “Sterminio” e molti altri colleghi letterari dell’America degli anni Sessanta nella “Fattoria” in Virginia, Sam Durell il “Caimano” nelle paludi della Louisiana( nella tenuta del nonno cajun) e molti loro antagonisti russi nella già citata scuola di spionaggio di Kuchino.

In ogni caso non si tratta di una vacanza al Club Mediterranée. Nelle cinque settimane di addestramento il candidato riceve un severissimo addestramento fisico, impara a sparare con vari tipi di armi da guerra e da difesa, apprende i rudimenti del combattimento ravvicinato, e si impratichisce di codici e procedure di sicurezza. Soprattutto viene messo sotto pressione, apprende basilari tecniche di sopravvivenza psicologica per essere in grado di fronteggiare gli imprevisti del suo lavoro. La maggior parte dei candidati ricorda questo periodo come un incubo e con ragione. Lo scopo è quello di mettere alla prova la determinazione e le qualità che il reclutatore ha intravisto nel soggetto. Nessuno pensa che, senza un continuo addestramento, un agente possa affrontare un combattimento corpo a corpo o una sparatoria con le nozioni apprese in cinque settimane. Per il servizio è sufficiente che l’agente ne abbia una conoscenza generale, in seguito, a seconda della specializzazione, tralascerà alcune materie per specializzarsi in altre. A volte il caso o la necessità potranno imporgli di recuperare in una zona del loro cervello nozioni dimenticate e abilità che ha tralasciato. È il caso di uno degli agenti letterari più convincenti degli ultimi anni, Michael Osborne, nato dalla penna di Daniel Silva e protagonista di due ottime spy-story, October e Il bersaglio. Ritiratosi dal servizio e comunque relegato a servizi organizzativi, Osborne dovrà recuperare in fretta l’abilità di tiratore oltre alla prestanza fisica per poter sopravvivere al suo mortale nemico, il killer conosciuto come October.

Un primo consiglio

Chi, come me e i miei colleghi delle sezioni “speciali” quali 007, OSS117, Nick Carter e molti altri, viene impiegato in missioni in cui spesso alla raccolta d’informazioni segue un intervento diretto, lo sa perfettamente. L’addestramento di base, fisico e tecnico, deve sempre essere mantenuto a livelli di efficienza. Essere in buona forma fisica, ricordarsi le procedure per accudire la propria arma, esercitarsi a sparare e mantenere sempre desta la vigilanza, sono le regole basi per la sopravvivenza. Senza eccedere nella maniacale ripetizione delle nozioni base di sopravvivenza, un buon agente dovrebbe sempre essere pronto all’azione. Anche in momenti di apparente tranquillità, lontano dalle missioni operativi, mantenersi in esercizio sarà utile per conservare la concentrazione e la capacità di reagire indispensabili in missione.

- continua

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Gérard De Villiers - SAS: Il sorriso Kabilo

Gennaio 3rd, 2012

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Gérard De Villiers - SAS: Il sorriso Kabilo - N°49 Gennaio 2012

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Quella ragazza libica l’ha colpito per la sua bellezza mozzafiato. Ian Parker, in vacanza a Tunisi, non sta nella pelle all’idea di portarla con sé a fare una gita in barca. E che lei sia pronta a soddisfare i suoi desideri più proibiti, Parker lo capisce quando gli si presenta seminuda sul ponte. Ma un agente CIA non dovrebbe mai considerarsi in vacanza. E tantomeno mettere nelle mani di una sconosciuta un fucile da sub, perché poi succede di ritrovarsi con una fiocina piantata nel cranio. Imprudente Parker. E adesso che lei lo ha colpito sul serio e lui la pelle ce l’ha rimessa, spetta a Sua Altezza Serenissima Malko Linge, il Principe delle Spie, il non troppo sgradevole compito di dare la caccia alla splendida assassina.

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Segretissimo: Douglas Lindsay - Stato di emergenza

Dicembre 28th, 2011

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Segretissimo - Douglas Lindsay - Stato di emergenza - N°1583 Gennaio 2011

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Lake Weston, scrittore per bambini: una qualifica che lo ha reso famoso, ma che è anche una prigione. Lui vorrebbe scrivere d’altro, ma per tutti è Lake Weston, scrittore per bambini.
Agli editori interessa solo sfruttare il suo successo. Eppure qualcuno dovrebbe raccontare quello che sta accadendo nel Regno Unito: onnipresenti occhi elettronici che spiano la cittadinanza, intercettazioni telefoniche, leggi antiterrorismo che stanno strangolando le libertà civili… e questi allarmi bomba che diffondono la paura. Qualcuno dovrebbe denunciare che è in atto una cospirazione, e perché non lui? Purtroppo c’è chi pensa che Lake Weston, scrittore per bambini, farebbe meglio a non occuparsi dei grandi. E intende spiegarglielo. Con ogni mezzo.

All’interno, il racconto “El Asesino - Mai più di un colpo” di Rey Molina. La prima avventura di un nuovo, esplosivo personaggio!

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Visti con il Professionista/26

Dicembre 20th, 2011

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VISTI CON IL PROFESSIONISTA:I CLASSICI DEL CINEMA DI SPIONAGGIO

A cura di Stephen Gunn

CASINÒ ROYALE- QUANTUM OF SOLACE

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Dimenticate tutto ciò che avete visto e letto. O meglio ricordatelo bene perché, alla fine, scoprirete che è cambiato tutto, ma non è cambiato nulla. “Non se ne vada, abbiamo bisogno di lei”, dice M al termine di Quantum of Solace e l’agente 007 sotto la neve di Kazan risponde gelido. “Non me ne sono mai andato”. Prima di tutto un concetto. L’uscita del DVD di Quantum of Solace stimola una visione congiunta al precedente episodio Casinò Royale perché si tratta di un’ unica complessa vicenda che si può cogliere in tutte le sue sfaccettature solo in questo modo. Secondariamente, dopo 20 film, anche la serie di maggior successo e longevità al mondo necessitava di un ripensamento. Questo senza togliere assolutamente nulla a tutto ciò che è venuto prima che inevitabilmente porta con sé grandissimi successi e momenti di stanchezza, influenze della moda cinematografica di alcuni anni che ora risultano superati, un distacco via via più marcato dall’opera narrativa di Fleming che, comunque, risaliva degli anni ‘50-‘60. Di fronte a quest’impresa per rivitalizzare il serial, conquistargli nuovi fan senza perdere i vecchi la produzione (Wilson - Broccoli, ossia i resti della famiglia del mitico Cubby lasciato a metà strada dal socio Saltzmann) dovevano affrontare una serie di insidiosi ostacoli. La memoria, il mito alimentato da milioni di fan nel corso di quattro decenni e più, una compagine di intenditori che, tuttavia, ha subito un naturale assottigliamento forse un ricambio generazionale. Il confronto con il passato è stato forse l’ostacolo più alto. Questo anche se il personaggio Bond è passato attraverso le mani di registi differenti, sceneggiatori, maestri d’arme, scenografi e registi che hanno tutti costruito un piccolo tassello della saga pur restando all’interno di un format ancora valido nella sua struttura base. Il problema è che molti appassionati hanno scambiato l’intelaiatura interna per l’esteriorità che ha subito nel corso degli anni influenze dettate dalle mode cinematografiche. In pratica, soprattutto durante l’ ‘Era Moore’ Bond, da apripista del cinema d’azione, diventava un prodotto che ricucinava a modo suo i successi nuovi del momento. Guerre Stellari, Indiana Jones, i road movie di John Badham, la Blaxploitation, persino il Kung Fu si possono ritrovare - spesso elaborati addirittura meglio degli originali – negli episodi dell’epoca. C’è stato un periodo intorno agli anni ‘80 in cui sembrava che il cinema d’azione fosse diventato un prodotto per bambini, accettabile dai ‘grandi’ solo se condito di dosi sempre più massicce di ironia e umorismo sino a trasformare Bond nella caricatura di se stesso. Che tristezza vedere Moore emergere dal sottomarino-coccodrillo e fare allegre battute mentre estrae la spada dalla bocca di un fachiro in Octopussy, film tra l’altro particolarmente ben riuscito in altri momenti in cui la tensione prendeva il sopravvento come l’inseguimento con i gemelli lanciatori di pugnali sul treno nella Germania ovest. Evitiamo di parlare del ridimensionamento del ruolo di ‘sciupafemmine’, punto di forza negli anni ‘60 ma non politicamente corretto venti anni dopo … ed ecco il Bond di Dalton con l’occhio sdolcinato e una sola avventura per film … Certo Brosnan aveva ridato smalto al personaggio anche se al centro di vicende forse sin troppo d’azione, senza intrigo e in qualche modo di routine. Personalmente ho sempre ritenuto che il ritmo delle sceneggiature, le trovate sceniche dei film di Bond fossero per gli anni ‘60 in anticipo di diversi decenni su tutto il resto della produzione. Guardando l’inseguimento sulle paraslitte di Il mondo non basta (girate a mio avviso con scarso mordente nel taglio delle immagini e un commento musicale non adeguato) sembrava di vedere un prodotto televisivo poco convinto. Tutto da rifare?Apparentemente sì , secondo il marketing e l’ufficio stampa ma, alla fine, la vera ossatura bondiana, quella legata ai romanzi originali di Fleming era l’unica soluzione per cambiare tutto senza cambiare nulla che era poi la quadratura del cerchio cercata dai produttori. Casinò Royale e Quantum of Solace sono l’equivalente che ha riportato interesse per la figura dell’uomo pipistrello con Batman Begins e Il Ritorno del Cavaliere Oscuro. Risalire alle origini del mito collegando fili, fornendo spiegazioni sottese, recuperando ciò che c’era di autentico e mescolandolo con la nostra epoca, la situazione politica radicalmente cambiata e il cinema d’azione sviluppatosi in uno spettacolo molto simile al videoclip musicale del quale proprio non si poteva non tener conto.

Primo fattore. I romanzi di Fleming erano storie della Guerra fredda , a volte più politicamente ispirate ( Dalla Russia con Amore) altre virate verso l’avventura a tutto tondo (Si vive solo due volte) o il noir(Una cascata di diamanti, La spia che mi amò). Insomma Fleming, che era stato giornalista e uomo di intelligence ma soprattutto protagonista del suo tempo, bon vivant, lettore, seduttore e solitario nell’animo, aveva creato una miscela che solo un disattento poteva scambiare per reazionaria. Il cinema, per motivi squisitamente commerciali, accentuò il risvolto avventuroso e apolitico. 007 divenne il raffinato personaggio che Terence Young ricavò dell’eroe dei romanzi forgiandolo a sua immagine e fu proiettato in un mondo di tecnologia spesso esagerata, di bellissime donne, alberghi lussuosi e luoghi da favola. Elementi presenti nei romanzi e nella vita di Ian Fleming, ma non in via esclusiva. Il nero dell’anima, l’anarchismo di fondo di James Bond restarono nei romanzi e si stemperarono in … uno spettacolo per tutti, al cinema. Oggi la Guerra fredda è un ricordo di vent’anni fa, il terrorismo internazionale, la finanza della morte hanno cambiato radicalmente ‘ l’ambiente della spia’, paradossalmente avvicinandolo ad alcuni schemi narrativi presenti in Fleming ed esasperati in alcuni dei film precedenti. Occorreva saperli impiegare nella misura corretta. Forse ‘il pazzo che vuol dominare il mondo’ è ormai un cliché sin troppo usato, ma è credibile l’esistenza di una organizzazione ramificata, corporativa ed extrastatale che persegue il propri fini in maniera, surrettizia e invisibile. Come la Spectre. Come il Quantum. Per esplicito convincimento della produzione la storia del ‘nuovo Bond’ poteva ricominciare daccapo ma non essere un remake di quanto già visto. I film già girati restano una leggenda. Prova ne è Mai dire mai che scimmiotta Operazione Tuono, in alcuni momenti anche in modo divertente, ma lascia l’amaro in bocca … quello del confronto.

Si doveva partire quindi da soggetti originali rielaborati. Casinò Royale era quindi la scelta più logica. Oltre a un telefilm in bianco e nero molto americano(Bond in un paio di battute è chiamato ‘Jim’) ne era stata realizzata una versione farsa sulla quale non sto neanche a soffermarmi. Casinò Royale, oltre essere stato il primo romanzo di Fleming era anche inedito. Perfetto per una nuova partenza. Si trattava in effetti di una storia di Guerra fredda scaturita dalla fantasia di Fleming in seguito a un’esperienza personale vissuta nel secondo conflitto mondiale. La celebre scorribanda di Fleming al casinò del’Estoril, in Portogallo, con l’intento di sbancare gli agenti nazisti che vi andavano a giocare è nota. Bond perse tutto ma ritenne uno spunto per una storia che avrebbe sviluppato molti anni dopo. Le Chiffre, agente della Smersh russa e banchiere dello spionaggio anti occidentale veniva affrontato in una partita di carte e di nervi sulla costa azzurra. Vi si trovava delineato il mondo di Bond, le caratteristiche psicofisiche ma anche i lati oscuri. Conoscevamo Vesper e Mathis e la vicenda, dopo una minuziosa ricostruzione di una partita a carte subiva uno scatto in accelerazione, mostrandoci crudi metodi di tortura (presenti nella novelization ma non nel film La spia che mi amava , scritto da Christopher Wood). E, alla fine, la realizzazione della ferocia del mondo delle spie, delle sue leggi ineluttabili che non permettono di fidarsi di nessuno, né di sbagliare. “La puttana è morta”concludeva Bond con una delle chiusure più riuscite di tuta la narrativa noir del secolo scorso, fedelmente riportata anche nel film del 2006.

Da qui si partiva per ricostruire il Bond degli anni 2000 un personaggio che, prima di tutto doveva conquistare un pubblico nuovo senza deludere il vecchio. Uno che doveva poter indossare lo smoking senza apparire fuori moda e poco trendy.

Daniel Craig, all’inizio contestato, sembra la scelta peggiore e invece si rivela la mossa vincente. Craig è fisico, duro, biondo, meno alto ma prestante. Indossa gli abiti eleganti fatti su misura perché la sua compagna di lavoro e collega considera non adeguato lo smoking da sera che già possiede. In effetti ancor più che nel forsennato parcour (disciplina d’inseguimento senza trucchi importata dalla Francia dove è stata lanciata dal gruppo Ymakasi ) delle prime scene, Bond si delinea in un dialogo con Vesper a bordo del treno che li porterà in Montenegro. Bond non è uno snob. Veste con capi firmati solo perché è convinto che chi è ricco si vesta così ma porta quegli accessori con sufficienza, senza scordarsi di avere goduto di un’educazione superiore solo per i buoni uffici di qualche parente. È uno che si è dovuto guadagnare ciò che ha (Cosa veramente? Una licenza doppio zero acquisita con due omicidi brutali e a sangue freddo? Il diritto di godere di donne e piaceri sinché non deve rischiare la vita?) con sangue sudore e lacrime. È un eroe dark. Vicino al gusto del pubblico più giovane che lo vuole dinamico, violento, adrenalinico. Però riesce a conquistarsi anche i fan del Bond più puro perché in pochi accenni vediamo scorrere nella memoria le note biografiche stese come necrologio della sua presunta morte al termine del romanzo Si vie solo due volte dal suo capo M.

M. appunto. Judi Dench, incarnazione femminile del potere è tutto ciò che resta della famiglia allargata del ciclo precedente. Q, Moneypenny, le varie incarnazioni di Bill Tanner cambiano o scompaiono. Persino Felix Leiter l’amico della CIA cambia pelle e sembra più un rapper di un G-man. Ma Judi Dench resta M. Forse perché dopo Bernard Lee nessuno era in grado di sostituire la vecchia figura di padre vicario del ‘vecchio’ Bond. Non per nulla in Quantum of Solace Bond si concede una battuta riguardo al fatto che la nuova M ami pensare di essere sua madre. Genitrice severa quanto il vecchio capo ma disposta a difenderlo in pubblico quanto a bacchettarlo in privato. Un fortissimo legame sia con la serie cinematografica precedente che coni romanzi che necessitavano di questo dualismo tra 007 e il suo capo. Chissà cosa ne penserebbe Fleming? In effetti, ai tempi dell’inserimento della Dench nella serie il servizio segreto inglese era effettivamente guidato da una donna … Adattare Casinò Royale per il cinema, in realtà, presentava qualche difficoltà oltre alla necessità di rivedere e attualizzare la saga, facendola ripartire dall’inizio. Il romanzo, almeno, nella sua prima parte, è una riuscita ma molto letteraria raffigurazione dell’ambiente del casinò e della partita con le sue fasi alterne. Già il testo, letto oggi presenta pur nella sua misurata scansione narrativa un ritmo non inseribile nelle attuali linee editoriali avventurose che impongono azione dalla prima pagina.

Sullo schermo tutto deve procedere ancor più velocemente e la necessità di mostrare il viso nuovo e adrenalinico di Bond impone una “pre missione” totalmente nuova che si agganci alla vicenda principale. Forse per questo Casinò Royale è il più lungo film di Bond mai realizzato, quasi due ore e mezza. Cominciamo da… 00 . Praga, un palazzo moderno in netta contrapposizione con l’iconografia classica della capitale ceca. Ascensori con sostegni tubolari, modernità. Eppure neve, un bianco e nero che sa d’antan. Bond smaschera un residente del servizio scoperto a vendere segreti. E contemporaneamente un flashback che lo mostra durante il primo dei due omicidi richiesti per diventare agente doppio zero. Un bagno squallido con un avversario lercio. Una scazzottata violenta, ottimamente coreografata ma spettacolare più per l’impressione di violenza e brutalità che per la tecnica. Niente karatè o mosse da arti marziali anni ‘70. Per la verità le sequenze close combat dei film di Bond sono sempre state attente a mescolare realismo, violenza e spettacolarità. Ma è proprio l’ambiente, un bagno pubblico che si sbriciola letteralmente sotto i colpi dei due nemici a creare subito l’impressione che il nuovo agisce in un mondo dove non sarà un gadget sofisticato o una battuta a toglierlo dai guai. Il suo primo nemico muore “male” e il secondo peggio. A sangue freddo. La sezione doppio 00 si delinea per ciò che è. Una squadra di assassini.

E poi di corsa in Madagascar. Un’altra sequenza dove Bond suda, sanguina, uccide e forse commette anche l’errore di uccidere un pesce piccolo invece di pensare al quadro più ampio come lo rimbrotta M al suo ritorno. Però trova una traccia e inceppa il piano di Le Chiffre. Questi ci viene presentato per brevi scene. È un agente lui stesso di una potenza occulta di cui Mr. White è enigmatico burattinaio ma non capo. La sequenza in Uganda tra bambini soldato, guerriglieri, pioggia battente ci invia un altro importante messaggio. Il mondo in cui Bond si muove è quello dello spionaggio di oggi. Il denaro ha sostituito l’ideologia, le manovre finanziarie (l’allusione alle speculazioni seguite all’11 settembre sono più che evidenti). Ancora una volta ‘ sembra’ tutto differente. Ma la seconda sequenza in cui vediamo Le Chiffre perdere lacrime di sangue durante il poker, lo yacht con la bionda, i giocatori,il lusso ci ricordano che, infine, il mondo non è cambiato. È solo passato del tempo. E Bond, fedele al suo modello di agente capace di analisi e ragionamento oltre che di violenza, segue testardamente una pista. Intercettazioni via internet, navigatori, passaggi al computer. Fumo negli occhi. La tecnologia che una volta sembra fantascienza oggi è a portata di tutti. Il modo in cui viene usata crea tensione, però. La sezione della storia tra le Bahamas e Miami non è avaria di emozioni care agli appassionati bondiani. Lo stesso glamour di Solange, dell’albergo sulla spiaggia rimandano alla vecchia serie mentre il folle inseguimento con l’autobotte sulla pista di atterraggio e l’attentato fallito proiettano Bond nel presente e, al tempo stesso, creano l’antefatto necessario al nodo centrale. La partita. Le Chiffre ha perso i soldi dei suoi clienti terroristi. Per sfuggire alla loro vendetta e a quella della sua organizzazione deve giocare d’azzardo. A questo punto siamo già catturati, il ritmo può rallentare, farsi più disteso come un viaggio nelle foreste del centro Europa mentre scopriamo particolari psicologici sul protagonista e il suo vero interesse sentimentale: Vesper. Vesper è una donna speciale. È la femmina che provoca e compete con Bond, la donna che porta il nodo d’amore algerino al collo,che gli contesta il suo ego ma che è palesemente già sua. Meno scontato il contrario. Eppure a poco a poco è esattamente quello che avviene. Prima (o forse dopo,la finzione cinematografica mescola le carte) di Tracy Draco, Bond ama Vesper .

Alla fine in maniera così disperata da non rassegnarsi a perderla. E qui inizia la trasposizione del romanzo nella cornice del Montenegro che suggerisce un’Europa balcanica nella memoria dello spettatore. In realtà il Montenegro oggi è uno scenario devastato. Quello che vediamo è un attento collage di ambientazioni ceche usate sia negli interni che negli esterni. Una cornice sofisticata, asburgica che contrasta con le immagini ultramoderne iniziali e le ruvide atmosfere africane. Qui al casinò, in uno scenario che ha qualcosa di ‘asburgico’ Bond ritrova tutto il suo glamour perché senza quello l’evidente matrice basata sul successo dei film dedicati a Jason Bourne dai romanzi di Ludlum interpretati da un sin troppo giovane ma dinamico Matt Damon, avrebbero cancellato il mondo di Bond. A questo punto s’impone un’osservazione sulle luci. Nei film della prima serie, soprattutto quelli con Connery, imperava un’illuminazione artificiale tipica di quegli anni con colori molto staccati, tanto da sembrare artificiosi. Senza accorgersene lo spettatore percepiva ancor più che dallo svolgersi della storia, che il mondo di 007 era parallelo ma non coincidente al nostro. Era larger than life come il suo eroe. E accettando il gioco tutto diventa possibile dai gadget all’azione più funambolica. Oggi il cinema non si fa più così. Le sequenze d’azione sono più rudi e filmate con un montaggio più frenetico e la luce ci appare quasi naturale, senza artifizi. Realtà e fiction si avvicinano anche nella percezione sensoriale. In realtà non è esattamente così. Le luci del nuovo Bond sono moderne, quasi vere ma ugualmente “lavorate”. Basti pensare alla sfumatura più calda dell’inseguimento iniziale di Quantum of Solace a Limone sul Garda che al cinema appariva abbastanza simile a quella di quei giorni (credetemi c’ero…) segnati dalla pioggia. Nel DVD c’è un alone più caldo che cambia totalmente la percezione dello spettatore. Allo stesso modo tutta la sequenza del casinò riporta la storia in un ambiente raffinato dove la sceneggiatura porta sulla pellicola la partita in tutte le sue fasi, necessariamente dilatate. Il poker sostituisce il baccarat, ma le fasi del gioco sono abilmente intersecate da momenti personali che vedono soprattutto delinearsi i rapporti tra Bond e Vesper. E naturalmente Mathis, animato da un eccezionale Giannini, collega, amico, forse traditore. Mentre il gioco procede con alti e bassi bond ha modo di battersi con un gruppo di terroristi venuti a intimidire Le Chiffre, spiegarci il dosaggio del suo famoso cocktail, finire quasi avvelenato (qui viene sostituita la trappola del bastone animato utilizzata invece nel cortometraggio americano con Barry Nelson e presa dal romanzo ) . Alla fine il defibrillatore diventa il gadget che i nostalgici chiedono a gran voce. Leiter recita il suo ruolo di alleato che permette a Bond di rientrare in gioco nel momento in cui tutto sembra perduto. Visi fortemente caratterizzati ci introducono nel mondo dei giocatori professionisti. La modella Verushka, Nancy Kwan, un nero che potrebbe essere il fratello di Mr. Big, un giapponese dalla lunga chioma bianca, altre facce che sfilano ma restano imprese come esterni ed interni del casinò. Alla fine Bond vince e si permette anche alcuni brevi intermezzi che, senza necessità di digressioni, mostrando la personalità, i dubbi che si abbinano al carattere di Vesper, al suo segreto celato nel nodo d’amore algerino che porta al collo. Poi la vicenda riprende con la scoperta del presunto tradimento di Leiter e una sequenza di incidente stradale da antologia.

Alla fine la tortura, feroce, sadica al limite dell’ambiguità sessuale. La faccia sporca dello spionaggio, mai vista nella serie precedente ma presente sia nel romanzo di Fleming che nel corto con Nelson (dove Le Chiffre sta per amputare un dito del piede di Bond che urlava scosso dalla sofferenza). Ma anche qui la sceneggiatura attinge sapientemente dal romanzo creando un “contro climax”. Contrariamente alle regole del filone il nemico principale di Bond muore a venti minuti dalla fine. Ucciso da Mr. White che così ci dimostra che il vero avversario è un altro. Un’organizzazione per ora indefinita e senza nome, spietata con i propri agenti che sbagliano e diabolica con gli avversari. Bond è ferito nel corpo e nell’animo. Recupera le forze in uno scenario da favola italiano e conquista per sempre la bella Vesper. Le scena sulla spiaggia mi hanno ricordato il medley musicale della storia d’amore tra Bond e Tracy in Al Servizio di Sua Maestà ma certamente l’epilogo veneziano ripesca suggestioni cinematografiche di Dalla Russia con amore. Torna il passato, l’uomo con la benda nera e , amaramente, Bond viene travolto dal turbine di odio e passione di fronte al tradimento di Vesper. La sequenza veneziana che si conclude con la morte di lei è tra le più strazianti della serie. ripescata ormai priva di vita, Vesper lascia una nuova ferita sul viso di Bond. Ma gli lascia un ultimo regalo proprio quando 007 riallaccia i rapporti con l’MI6 e pronuncia la famosa frase( “la puttana è morta”) quasi per autoconvincersi. Scopre un indizio sulle motivazioni che hanno spinto Vesper a tradire e una traccia che lo porta, ancora una volta in uno scenario italiano fuori dal tempo, Mr. White. Gli spara in una gamba e recupera il denaro sottratto. E dopo due ore e mezza di attesa si annuncia con il fatidico “Il mio nome è Bond, James Bond”. E a questo punto ci rendiamo conto di essere solo al principio.

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Quantum of Solace recupera il titolo di un racconto inserito in Solo per i tuoi occhi, una short story che dimostra quanto Fleming non si considerasse vincolato dal format dell’avventura seriale. Bond è solo un testimone di un racconto dove non c’è violenza o spionaggio, solo un’amara considerazione sulla vita di coppia.

Il film comincia a tutto gas, proprio dove era terminato l’episodio precedente come per sottolineare la ricostruzione del mito. Vorrei ricordare ancora una volta che l’ambiente fisico in cui inizia l’inseguimento NON È realmente Limone sul Garda. È un luogo di quella geografia indefinita che rende l’universo di Bond parallelo al nostro. Tra sparatorie, incidenti, primi piani, ombre e luci, si passa dal lago alle cave di Carrara sino alle strade medioevali di Siena dove il palio è un elemento di caratterizzazione ma estraneo alla vicenda. È il set italiano con le gallerie di mattoni, i tetti di coppi, un’atmosfera vagamente gotica che importa. L’immagine è funzionale allo svolgimento della vicenda. E questa ci fornisce dopo una buona dose di adrenalina alcuni elementi importanti. Prima di tutto scopriamo che anche Mr. White è un ingranaggio di un’organizzazione che potrebbe essere la nuova Spectre.

In effetti il Quantum è qualcosa di ancor più sfuggente, quasi non viene nominato nel corso del film. Sappiamo che è una piovra tentacolare, invisibile persino agli apparati di intelligence perché li ha infiltrati. Profondamente. Non solo perché una delle guardie del corpo di M si rivela un killer disposto a sparare sulla ‘signora’ per favorire la fuga di Mr. White, ma perché, come scopriremo in seguito, del Quantum fa parte anche il consigliere del Primo Ministro. Il tradimento e la corruzione vengono a minare l’immagine della famiglia allargata inizialmente evocata per mostrare l’MI6 nella prima serie. Trevelyan di GoldenEye era un incidente di percorso, un agente uscito dagli schemi per una vendetta personale. C’è, ovviamente una ragione per questo inserimento che non deve sfuggire allo spettatore attento. Sicuro, immediatamente dopo c’è un altro ‘parcour’ che ci mostra un Bond adrenalinico e psicologicamente quasi fuori controllo per il desiderio di vendicare e capire Vesper ma la ragnatela di inganni è destinata a portarci a un dialogo tra Bond e Mathis rimasto inedito in tutta la serie cinematografica e che oggi s’impone. La storia procede giocando abilmente con le nuove tecnologie, gli interni algidi e modernissimi e gli scenari “sporchi” di Haiti. Si profila una nuova missione e un nuovo agente del Quantum. Dominique Greene, finto ecologista in realtà manovratore di colpi di stato. Entra anche in scena la sensuale Kurylenko che incarna la tipica Bond Girl in cerca di vendetta, c’è persino il volto marcio della CIA affiancato però a quello leale incarnato da Leiter. Il Quantum sovvenziona terroristi ma, abilmente, la sceneggiatura si tiene lontano dal Medio Oriente come un tempo faceva con la Guerra tra blocchi. Interessi economici giocati a discapito dell’ambiente, dittatori sadici sono obiettivi e nemici che tutti possono apprezzare senza essere costretti a schierarsi politicamente. La vicenda procede con un abile incastro di azione sincopata e di indagine che dai caraibi ci porta a una delle mie sequenze preferite. L’infiltrazione di Bond all’incontro segreto del Quantum nella cornice futuristica del teatro dell’opera di Bregenz e con la sua mise en scene alternativa della Tosca, la sparatoria senza suoni sono uno dei punti più alti del film. Ci rivela molto del complotto in atto e, soprattutto, delle sue diramazioni che arrivano a portare Bond ‘fuori’ dal suo stesso servizio. Non è la prima volta , è vero, ma in questo caso Bond può far ricorso solo all’amico con cui ha un conto in sospeso a livello personale. Mathis lo ritroviamo ancora una volta in Italia, in pensione, parzialmente compensato per le torture subite ingiustamente dai ‘buoni’, ma carico di amarezza. E qui arriva, direttamente dalle pagine di Fleming, l’osservazione su come, passando gli anni, amici e nemici si confondano. Il rapporto tra Bond e Mathis è intenso, psicologicamente difficile e perfettamente inquadrato in poche battute. Mathis perderà la vita tra le braccia di Bond. “Vogliamo perdonarci?”

Basta una frase per suggellare un ’amicizia virile che dieci scene di dialogo non avrebbero saputo ricreare meglio. In verità Bond è diventato come il deserto di Atacama dove, assieme a Camille(la Kurylenko) cerca le prove della colpevolezza di Greene. È divorato dall’odio e dalla sete di distruzione. Un atteggiamento che costa indirettamente la vita a una giovane agente che finisce ricoperta di petrolio come Jill Masterson moriva placcata d’oro da Goldfinger. Ma di tempo per le rievocazioni proprio non ce n’è. Affiancato solo da Camille, Bond sfugge alla CIA e grazie a un indizio fornitogli da Leiter affronta i suoi nemici in un albergo modernissimo, un incubo nel deserto. La partita contro il Quantum è vinta anche questa volta ma il trionfo non è totale. Bond e Camille non finiscono neppure sotto le lenzuola,ognuno consapevole degli incubi dell’altra e rispettoso dei sentimenti reciproci. Epilogo a Kazan, in Siberia, dove il falso fidanzato di Vesper si appresta a tendere un’altra trappola a una giovane agente canadese. Bond lo ha rintracciato e … ha un conto in sospeso da chiudere.

Non sappiamo ciò che avviene tra i due ma, quando Bond emerge nella notte siberiana trova M e la informa che l’uomo è ancora vivo. A quel punto getta il famoso nodo d’amore algerino che ha tenuto come feticcio della sua vendetta per tutto il secondo film e annuncia “Non sono mai andato via”. Partita chiusa? Non ancora ma il ciclo delle origini si può dire concluso. Certamente ritroveremo il Quantum e Mr.White e altri nemici, altre donne, altre emozioni e nuovi scenari, ma la formazione della leggenda è ormai completa.

Nel rispetto di una tradizione riscritta con attenzione.

Schede tecniche. Genere spie d’assalto

Casinò Royale (id)-USA-UK2006- durata 139’- regia di Martin Campbell sceneggiatura di Neal Purvis, Robert Wade e Paul Haggis dal romanzo omonimo di Ian Fleming. Interpreti . Daniel Craig: James Bond- Eva Greene. Vesper Lynd- Giancarlo Giannini: Mathis-Mads Mikkelsen: Le Chiffre. Realizzato da Columbia, Eon Pictures è disponibile dal 2006 in edizione mono disco e de luxe in doppio disco

007 Quantum of Solace(id) USA-UK-2008- durata 109’- regia di Marc Forster- sceneggiatura di Neal Purvis, Robert Wade , Paul Haggis, ispirato al racconto Un quantum di sicurezza pubblicato nella raccolta Solo peri tuoi occhi di Ian Fleming. Interpreti. Daniel Craig:James Bond- Olga Kurylenko(Camille)- Mathieu Alamlric: Dominic Greene- Giancarlo Giannini: Mathis- realizzato da Columbia,Eon Pictures è disponibile dal 2009 in edizione a disco singolo e de luxe a disco doppio

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Gérard De Villiers - SAS: Perfida Manila

Dicembre 6th, 2011

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Gérard De Villiers - SAS: Perfida Manila - N°48 Dicembre 2011

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Il presidente delle Filippine, Ferdinando Marcos, non deve avere molti amici, se a Manila si organizzano contro di lui un complotto al mese e una dozzina di attentati all’anno. Roba da dilettanti, certo, nulla di cui preoccuparsi. Questa volta però è diverso. È in corso un’operazione segreta per eliminarlo, denominata June Bride. È stato ingaggiato un sicario dall’estero, uno che non sbaglia. Un professionista. Come un falcone che si alza in volo, uccide e torna a posarsi sul braccio del suo mandante. Per sventare un piano così micidiale ci vuole un altro professionista, uno che sbagli ancora meno.
Uno come Malko Linge, il Principe delle Spie.

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Iris e Roy Johansen - Tuono negli abissi

Novembre 27th, 2011

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Iris e Roy Johansen - Tuono negli abissi - Segretissimo N°1582 - Dicembre 2011

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Tutti lo cercano. Da sempre. Nessuno lo ha mai trovato. Ora la CIA lo vuole a ogni costo, ma non è l’unica a dargli la caccia. Non si tratta di una persona, né di qualche documento top secret. È un tesoro antico di duemila anni. Quando l’architetto navale Hannah Bryson viene incaricata di ispezionare un sottomarino nucleare russo in disarmo, acquistato come attrazione turistica da un museo del Maine, non sospetta di imbarcarsi in una sfida letale, per lei e per chi le sta attorno. Un attimo prima è con suo fratello a bordo del Silent Thunder , un attimo dopo lui è morto, la testa fracassata da un colpo sparato a bruciapelo. Hannah scoprirà presto che un mistero insondabile aleggia tra le paratie del sottomarino. Un mistero che riemerge dagli abissi della storia.

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Premio Tedeschi 2012 - Il Bando

Novembre 25th, 2011

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Bando premio Tedeschi 2012

Il Giallo Mondadori bandisce il premio Alberto Tedeschi, edizione
2012, per il miglior romanzo giallo italiano inedito.

Il concorso si svolgerà secondo le seguenti norme:

1 - Il concorso è aperto a tutti i cittadini italiani.

2 - Sono ammesse solo le opere in lingua italiana, inedite, mai
pubblicate neppure parzialmente. I romanzi dovranno avere una
lunghezza minima di 200 cartelle dattiloscritte e una massima di 250.
La cartella dattiloscritta deve essere di 30 righe di 60 battute
circa, per un massimo di 2000 battute a cartella, spazi vuoti compresi.

3 - Si può partecipare con un solo elaborato. Non sono ammesse le
opere di vincitori di precedenti edizioni.

4 - I romanzi dovranno essere inviati al seguente indirizzo:

PREMIO ALBERTO TEDESCHI 2012
c/o IL GIALLO MONDADORI
20090 SEGRATE (MILANO)

entro e non oltre il 30 maggio 2012. Vale la data del timbro postale.

Avvertiamo che non si accettano manoscritti e che i dattiloscritti non
saranno restituiti.

Le opere dovranno essere inviate in due copie e i concorrenti dovranno
indicare chiaramente le proprie generalità, i propri dati anagrafici e
il domicilio, nonché il numero di telefono e l’indirizzo e-mail. Sarà
cura della redazione comunicare a tutti i partecipanti, esclusivamente
via e-mail, i nomi dei finalisti al Premio, che saranno anche
pubblicati sul blog del Giallo Mondadori (www.giallomondadori.it). Non
verranno fornite ulteriori informazioni sulle opere in concorso.

attenzione: per poter partecipare è indispensabile ritagliare e
allegare al dattiloscritto copia in originale del Certificato di
Partecipazione (CdP) che si trova nelle ultime pagine di ogni
fascicolo del Giallo Mondadori.

5 - Una giuria composta da esperti esaminerà i dattiloscritti, assieme
alla redazione, e deciderà il vincitore.

IL ROMANZO PREMIATO SARÀ PUBBLICATO NELLA COLLANA IL GIALLO MONDADORI
ENTRO L’ANNO

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Il Professionista: perché scrivo Segretissimo

Novembre 11th, 2011

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Perché scrivo Segretissimo? Prima di tutto perché lo leggo da tutta una vita. O forse sarebbe meglio dire che ‘posso scriverlo proprio perché lo leggo sin da quando ero ragazzino’. La spy-story non è un filone facile da affrontare. Decisamente aver visto un paio di film di 007 e letto qualche SAS non è sufficiente. Neanche per un narratore di thriller, già sperimentato. Io vi posso parlare della mia esperienza in merito che, ovviamente, non fa testo ma forse può fornire qualche indicazione a chi volesse cimentarsi con la narrativa di spionaggio, almeno nella collana Mondadori che ha compiuto cinquanta anni e di storie ed eroi ne ha visti passare di ogni genere.

Segretissimo ha uno stile suo che è anche differente dalla spy-story come genere nato con i primi del secolo e portato a livelli letterari da autori come Deighton e LeCarré. Quello di Segretissimo non è esattamente un mondo differente, parallelo diciamo, e richiede una certa dimestichezza con i suoi ritmi e le sue tematiche per poter essere praticato con successo. Prima di tutto Segretissimo nasce agli inizi degli anni ’60, prima cioè dell’esplosione del fenomeno cinematografico Bond del quale sicuramente beneficerà ma che in effetti non ne è all’origine. Di fatto Alberto Tedeschi non amava i romanzi di Fleming e solo con riluttanza accettò di provare una collana da affiancare al Giallo basata su storie ‘ nere’ decisamente più violente, con molto più sesso di quelle del Mistery classico. OSS117 di Jean Bruce furoreggiava in Francia da già da più di dieci anni e, inizialmente, la collana era dedicata unicamente all’eroe di Jean Bruce. Le copertine non avevano il cerchio ed erano realizzate da Pinter che è un altro grandissimo dell’illustrazione pulp italiana. Il suo stile era più evocativo. In seguito con la nuova veste grafica, la numerazione azzerata, subentrò Carlo Jacono che riuscì a catturare gli elementi principali del filone.

Io credo che gran parte della fortuna della collana sia da ricercare nella chiarezza dei contenuti così come venivano mostrati al pubblico. Vicende forti, avventurose, spesso esotiche, di rapida lettura in cui si muovevano uomini decisi a tutto e donne pericolose. Credo che fosse esattamente questo che il lettore cercava allora in Segretissimo e, sono convinto che anche oggi, magari rinnovata per stare al passo con i tempi, cerchi la stessa formula. Io venivo dalla lettura di Salgari, per cui avevo la testa piena di paesi lontani, scimitarre, tradimenti, agguati. Avevo tredici anni quando lessi il mio primo Segretissimo ( ‘Sayonara’, Sam Durell ) e di certo quel pizzico di erotismo suggerito nelle copertine e presente nella vicenda non mi era sgradito. Anzi era un elemento fondamentale. Gli eroi di quegli anni erano molto simili uno all’altro, versioni internazionali dei detective dell’Hard Boiled, proiettati ai quattro angoli del mondo contro organizzazioni potentissime e tentacolari. No, invece non credo che il risvolto politico (spesso piuttosto marcato come nei romanzi di Nick Carter) avesse una reale importanza. Quello che cercavo era l’avventura, la descrizione abbozzata ma precisa di ambienti esotici, il dialogo fulminante e l’azione descritta in maniera realistica. L’intrigo, il doppio gioco, ma anche l’amicizia, l’onore e sì anche il sentimento e persino la seduzione, giocavano un ruolo fondamentale. Il segreto stava nella miscela, nell’equilibrio tra i vari elementi. Il protagonista era il re della vicenda, doveva essere subito chiaro chi era per il lettore che doveva identificarsi. Una formula fumettistica? perché no? Dopotutto i fumetti ci hanno regalato magnifiche saghe che non hanno nulla da invidiare a certi romanzi scritti. In un Segretissimo d’annata non si poteva bare con il lettore. La storia doveva avanzare a ritmo forsennato, indizi e false piste s’intrecciavano con agguati, seduzioni, mortali confronti. L’eroe era sempre in scena, a lui toccava trovare l’indizio rivelatore, compiere le azioni più spericolate. Se mai il riflettore era puntato sui comprimari c’era sempre un motivo. La caratterizzazione di un nemico, l’incontro tra due comprimari finalizzato a informare il lettore di un particolare importante. Poi si tornava a seguire l’agente, a vivere con lui. E nell’abbinamento della copertina tra la donnina semivestita, il panorama esotico e l’immancabile arma da fuoco era racchiusa la formula per un Segretissimo perfetto. Che forse non era un’opera di letteratura alta, ma onesta sì. Il lettore era attirato dalla copertina con una promessa di qualche ora trascorsa in compagnia di un tipaccio, delle sue pupe e dei cattivi del caso. Magari in un luogo lontano, assolato o gelido, ma distante, tanto da far galoppare la fantasia. L’essenza del Pulp. E quando ho cominciato a scrivere Segretissimo ( Sopravvivere alla notte,1992) avevo assorbito come lettore tutti questi concetti. Ho cercato di metterli in pratica scrivendo storie che, come lettore di Segretissimo, a me per primo dovevano piacere. Né più né meno. Facile,no?

Stephen Gunn

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