Posizione di tiro – La porta sulle tenebre – Massimo Pietroselli

settembre 19th, 2009

Intervista a cura di Dario pm Geraci

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Amici del giallo, stavolta ci troviamo in compagnia di Massimo Pietroselli, autore dell’ottimo  “La porta sulle tenebre” che proprio in questi giorni, vede la luce, nelle librerie spagnole.

Come di consueto, ecco le nostre cinque domande che ci aiuteranno a conoscere meglio l’autore del mese.

DG: Allora Massimo, come ci si sente sulle pagine del Giallo Mondadori? Tu non sei nuovo a questo tipo di “excursus” tra i periodici Mondadori.

MP: Tutt’altro. Da Urania al Giallo, prima con “Il palazzo del diavolo” e ora con la ristampa della “Porta sulle tenebre”, è un po’ che frequento questi paraggi. Dal 1995, per l’esattezza. Ci si sente in ottima compagnia: la collana del Giallo è una miniera in cui si trova di tutto, una gioia per i collezionisti. Adesso Cornell Woolrich esce in edizioni rilegatissime e raffinate (e magari, con lo strillo “inedito” leggermente esagerato)? Be’, lo pubblicava il GM. E Chase? Idem. E Jim Thompson, David Goodis, John Wainwright, Ruth Rendell. Per non parlare del Catalogo Aureo: Christie, Gardner, Stout, Wallace… E in mezzo a loro, piccolo piccolo, ci sto pure io. Come dovrei sentirmi?

DG: Parlaci di questo romanzo. Cosa ti ha spinto a scriverlo?

MP: Il piacere di raccontare, che dopo il gradimento del mio premio Tedeschi mi ha consentito di tornare presto alle sudate carte. Il piacere di costruire una storia, i rimandi, lo sfondo storico, i personaggi: un puzzle in cui sei autore e solutore ad un tempo. E il fatto che ogni tanto qualcuno mi scrivesse “E allora, il nuovo Quadraccia? Perché il personaggio più amato della serie pare essere l’odioso Quadraccia, piuttosto che il riservato Archibugi. E’ proprio vero: come diceva Kirk Douglas “La virtù non è fotogenica.” Quanto al plot, è piuttosto complesso per poterlo riassumere in breve. Diciamo soltanto che il primo romanzo si incentrava sulla speculazione edilizia, questo sull’intreccio tra politica e affari. Tutto documentato. E per sopramercato, c’è un inglese oppiomane convinto che un serial killer londinese si aggiri per Roma, un bambino forse ucciso e segnato con una doppia W che rimanda a Poe, un giornalista che scompare, un cadavere irriconoscibile che viene ripescato dal Tevere… E poi c’è Roma. Quella prima degli scempi. Quella prima della Grande Svendita.

DG: Ultimamente, il thriller italiano ha spostato la propria attenzione verso gli intrighi economico/politici che riempiono le pagine dei quotidiani negli ultimi anni. Possiamo dire che “La porta sulle tenebre” rientra in questa “new wave” pur facendo riferimento ad un contesto storico diverso?

MP: Questo non so dirlo. Per quanto mi riguarda ho scoperto, studiando il periodo dell’Italia fine XIX secolo, gli stessi discorsi, le stesse facce, gli stessi comportamenti di oggi: per cui capita che, parlando di cose di ieri, si parli dicose di oggi.  Questo è forse l’aspetto più desolante, “noir” delle mie storie: non nasce dalla trama in sé, ma piuttosto dallo sconforto di chi constata che niente è cambiato. Questo forse è qualunquismo, ma posso motivarlo.

DG: I nostri lettori hanno ravvisato uno spiccato senso cinematografico nel tuo modo di narrare. Quali sono i tuoi gusti in ambito cinematografico? Per quanto riguarda invece quello letterario, a chi ti senti più “vicino” come autore?

MP: Davvero hanno parlato di senso cinematografico? Questo mi fa molto piacere, perché in realtà le mie regole narrative, se pure ne ho, nascono dal cinema piuttosto che dalla letteratura. Per esempio, una regola base viene da un produttore americano che, a uno sceneggiatore “impegnato” che voleva lanciare un messaggio, rispose: “Se vuoi mandare un messaggio, lascia stare la sceneggiatura e scrivi un telegramma”. Sacrosanto. Io penso sempre che uno scrittore sia un regista che fa vedere quel che vuole al lettore attraverso l’occhio della fantasia. Può indirizzare la costruzione dell’immagine nel suo teatro mentale, può fare zoom, panoramiche, primi piani: può nascondere dettagli, distogliere l’attenzione, dilatare o accorciare il tempo, montare e smontare scene. E in più può far sentire odori, sapori, umori… Per quanto riguarda il cinema, amo tutti i registi che raccontano per immagini. Diceva John Ford: “Un bel film è quello che ha tanta azione e poco dialogo.” E dunque John Ford, Alfred Hitchcock, Ernst Lubitsch, Orson Welles, Stanley Kubrick, Pietro Germi e tanti altri. Per quanto riguarda la letteratura e mischiando alla rinfusa, direi: Simenon, Graham Greene, Sciascia, Chandler, Ross McDonald, McBain, Stevenson, Dickens… uff. Troppi. Lasciamo stare.

DG: Chiudiamo con qualche anticipazione. A cosa stai lavorando attualmente? Possiamo sperare di ritrovarti ospite tra qualche tempo sulle nostre pagine?

MP: Dunque: ho già accennato su questo blog (animato tra l’altro da conoscitori del “giallo” degni di Rischiatutto) che nella prossima primavera dovrebbe uscire il terzo romanzo della serie “romana”, dal titolo “L’affare Testa di Morto”. Per inciso, la Testa di Morto è un orologio da tasca in foggia di teschio, e viene da “Il piacere” di D’Annunzio. In questa puntata, si parlerà della politica che alimenta guerre per destabilizzare altri governi. Roba mai vista prima. E scopriremo qualcosa di inedito sul riservato Archibugi. Che forse è un po’ troppo riservato… Adesso sto invece scrivendo un romanzo storico ambientato nell’impero di Marco Aurelio, che dovrebbe uscire nelle librerie fra un anno e forse più, dal titolo “L’aquila di sabbia e ghiaccio”. Non è un giallo, ma un romanzo di avventura e intrigo che mi pare stia venendo bene. Ma prima di tutto, il mese prossimo ci sarà, dopo De Pascalis, Luceri e Leoni (tutti amici che saluto con affetto), il mio articolo sul concetto di omissione nel giallo! A proposito, ho preparato pure un casereccio trailer. Casomai vi mando il link.

Grazie per il tempo che ci hai concesso caro Massimo.

A presto e buon lavoro!

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Posizione di tiro – Shangai – AnnaMaria Fassio

agosto 12th, 2009

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 Intervista a cura di Dario pm Geraci

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Innanzitutto la voglio ringraziare per aver accettato l’invito nel rilasciare questa breve intervista e un grosso benvenuto da tutti i lettori del Giallo Mondadori.

DG: Vuole parlarci di Shangai? Cosa l’ha ha spinta a virare così pesantemente sul thriller rispetto al giallo di stampo classico?

Shanghai è nato dall’esigenza di porre uno stacco tra me i i miei personaggi abituali. Credo che capiti un po’ a tutti gli scrittori.  perché i  personaggi seriali, ancorché molto rassicuranti, talvolta diventano pesanti come certi parenti che ti stanno sempre addosso. Hai bisogno di tirare il fiato e di fare il punto della situazione. C’è anche da dire che mi piace molto cambiare e cimentarmi con storie e situazioni nuove. E poi ero tornata dalla Cina e allora “Shanghai” è stato come prolungare il mio rapporto con una città che ho amato da subito. Una piccola confidenza. I miei antenati erano cinesi, capitati in Italia, precisamente a Venezia, all’inizio dell’Ottocento. Sicché il romanzo è anche un omaggio alle mie antiche, ma mai dimenticate, origini.

DG:  Leggiamo dalla Sua biografia che è allieva nientepopòdimenoche di Ed McBain, una leggenda del Giallo. Potrebbe raccontarci brevemente la Sua esperienza o qualche ricordo legato alla Sua figura?

Ho conosciuto Ed McBain in occasione di un corso di scrittura poliziesca. Quattro giorni di full immersion nel mondo del Giallo e della scrittura. Un’esperienza unica…Dopo il corso abbiamo iniziato a scriverci e, senza presunzione, posso dire che siamo diventati amici. Mister Evan era un uomo eccezionale, di una sensibilità ed umanità incredibili. Mi chiamava “Annamaria, Secondo me”, perché i miei interventi iniziavano spesso con “secondo me”. Una cosa che ricordo di lui è la sua generosità e il suo umorismo. Molto anglosassone, direi. Non si risparmiava mai, anche quando era ormai alla fine ha trovato  il tempo per inviare un breve messaggio ai bambini della mia classe. Stavamo lavorando sulla sceneggiatura degli “Uccelli” e Mister Evan li esortava a non stare troppo vicino alla finestra, soprattutto se in giro c’erano gabbiani e corvi.

DG:  Lei rientrerebbe sicuramente in una ipotetica “Hall of fame” del Giallo Mondadori, avendo pubblicato ormai una decina di romanzi in questa storica collana. Qual è il Suo rapporto con il Giallo e tra tutti i romanzi pubblicati, a quale è rimasta più affezionata?

Il mio rapporto con il Giallo è personalissimo e fa parte da sempre della mia vita. Ho iniziato a leggere mistery intorno ai dieci anni (partendo da zia Agata, ovvio) e da allora non ho mai smesso. Mi piace scrivere Gialli perché ogni volta è una grande sfida. Metto in scena i miei personaggi, tramo e brigo, annodo e riannodo. Mi diverto molto, anche se non sempre sono rose e fiori perché quando scrivo sono  davvero  esigente con me stessa. Penso che “Tesi di laurea” sia il libro a cui sono più affezionata perché ha una storia  forte e importante che mi convince sempre a distanza di anni. Probabilmente lo riscriverei tale e quale. E poi c’è “Gangster” che, ancor prima di “Shanghai”, ha impresso una svolta alla mia scrittura. In “Gangster” l’elemento forte è stata la raccolta della documentazione. E anche per questo aspetto devo ringraziare Mister Evan. Lui diceva sempre: “Sei mesi per documentarmi, tre mesi per scrivere”.

DG: Ora un gioco proposto anche ad alti autori “passati” a fare quattro chiacchiere qui sul blog. Se dovesse scegliere  uno dei Suoi romanzi da trasporre per il cinema, quale sceglierebbe e a chi affiderebbe la regia?

Ahi che domanda! Se dovessi essere proprio sincera direi che mi piacerebbe vedere tutti i miei romanzi sul grande schermo, ma dovendo scegliere….Dunque vediamo… Forse “Shanghai” si presta molto per essere trasposto sul grande schermo. C’è molta azione, molta violenza, e un mondo esotico che affascina sempre. Il regista? Ridley Scott, oppure David Cronenberg. E “Tesi di Laurea”, naturalmente, per la regia di Dario Argento. Dal momento che devo pensare in grande, tanto vale non essere avari, no?

DG:  Purtroppo siamo già arrivati all’ultima domanda, quindi cercheremo di sfruttarla al meglio per dare ai lettori  qualche anticipazione sui Suoi lavori futuri e se vorrà anche un saluto al popolo del Giallo Mondadori.

I miei progetti futuri? Una spy story che dovrebbe uscire nel 2010 su Segretissimo e una ripresa dei miei personaggi seriali, Antonio Maffina ed Erica Franzoni. Poverelli sono lì che aspettano da un anno…

Un grosso abbraccio al popolo del Giallo Mondadori che mi ha seguito in tutti questi anni e al quale va la mia gratitudine.

Grazie per la Sua disponibilità e alla prossima intervista!

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Posizione di tiro – Medicina oscura – Colitto&Rosati

maggio 15th, 2009

Intervista a cura di Dario pm Geraci

Buongiorno Alfredo, buongiorno Edoardo, benvenuti sul blog del Giallo Mondadori. Innanzitutto: Qual è il Vostro rapporto con questa collana? Avete dei ricordi particolari legati al Giallo Mondadori?  

ER: Giallo Mondadori è un pezzo d’immaginario. Per me significa non solo una teoria di grandissimi autori, ma anche direzioni autoriali. Penso, per esempio, a Oreste del Buono, Laura Grimaldi… E che dire dell’illustratore Carlo Jacono? Sono griffe che lasciano il segno. E’ davvero un grandissimo onore vedersi lì, su quella copertina, che ormai fa parte del nostro Dna culturale.   

AC: Ho cominciato a leggere i Gialli Mondadori alle medie. L’idea che un giorno avrei visto il mio nome sulla copertina non mi sfiorava neppure. Fare parte di questa collana è un po’ come essere un passeggero dell’Enterprise…

Veniamo al romanzo attualmente in edicola. Vi cimentate con il medical-thriller, genere che nel nostro paese non è molto “praticato”. Recentemente, Edoardo, abbiamo letto sulle pagine di Segretissimo, un romanzo che ha qualche punto di contatto con questo: “La croce sulle labbra”, scritto con Danilo Arona. Quali sono stati i Vostri punti di riferimento (sia letterari che cinematografici) per la stesura del romanzo? Ci sono stati romanzi, film o serie televisive che Vi hanno colpito particolarmente?  

ER: Il mio romanzo breve non è propriamente un giallo. E forse potrà far storcere il naso ai “puristi” di questa narrativa. E’ più un fantamedical, che s’intrufola nei meandri della genetica e indugia sulla sua anima nera (per usare un termine caro all’amico Sergio Altieri). Con quel sottotitolo, “Una fiaba biotech”, ho voluto rimarcare esattamente tale aspetto (il “C’era una volta”, all’inizio, cerca di mettere in chiaro da subito quest’intenzione…). Con una nota in più: è un plot che verte maggiormente sugli enigmi del corpo piuttosto che sui misteri in corsia. Ecco, allora, nel racconto, qualche mia “svisata” tecnica sulle cose della medicina… E’ vero, però: il medical non è una strada particolarmente battuta in Italia… E’ un fronte, però, che m’intriga, capace anche di svolgere una sua funzione “didascalica” (e qui c’è un po’ di deformazione professionale: sono giornalista medico-scientifico da 20 anni). I miei numi tutelari? Matheson, Crichton e Cronenberg. 

AC: Il mio invece è un giallo. Mentre lo scrivevo, non ho preso a modello nessuno (almeno a livello conscio), ma so bene che Michael Crichton (per la serie E.R.) c’entra qualcosa. Gli autori di riferimento, anche per questo romanzo, sono quelli di sempre: Manchette, Izzo, e tanti altri.

Avete adottato due tipi di prosa sostanzialmente diversi, approcciando però il complotto medico con sfumature accostabili. Da ciò sembra trasparire un’idea simile del “marciume” che si cela dietro a certe macchinazioni politico/finanziarie. La domanda che nasce spontanea a questo punto è, se nel momento in cui stendevate i due lavori, Vi siete scambiati delle idee o i Vostri sono stati due travagli indipendenti che hanno partorito lo stesso “mostro”.  

ER: Sono stati “travagli indipendenti”. Ma è sempre trainante l’idea delle manovre occulte dietro quella che dovrebbe essere, invece, una missione dura e pura: la difesa della salute umana. Su un tavolo operatorio siamo in balia di due mani guantate armate di un bisturi… E ci fidiamo ciecamente dei farmaci… E se quelle mani di gomma operano con secondi fini? E se quella pillola fa parte di un test di cui siamo ignare cavie?    

AC: Del tutto indipendenti. È il marciume diffuso anche a livello medico e ospedaliero che determina le eventuali similitudini tra le nostre due storie. Io ho sempre avuto paura dell’anestesia. E quando scrivo, ovviamente esorcizzo i miei incubi…

Leggendo la raccolta non si può fare e meno di pensare ai numerosi casi di “malasanità” che continuano a verificarsi, in modo crescente, nel nostro paese. Lo spunto per la nascita di questo lavoro da cosa è nato? C’è qualche punto di contatto con la realtà o avete preferito non farvi condizionare dai fatti di cronaca?  

ER: Per quel che mi riguarda, direi proprio di no. Mi piaceva l’idea che il corpo potesse essere (cronenberghianamente, mi verrebbe da dire…) il motore dell’azione. Più che dalle questioni di malasanità (un neologismo giornalistico, ma, per inciso, preferisco parlare di  malpractice, che invece fa capo a un singolo idiota che nel curare il malato gli procura un danno), resto affascinato dai mirabili ingranaggi del nostro organismo… Ormoni che ci fanno sentire felici, staminali che ricreano pezzi del corpo danneggiati, neuroni specchio, guarigioni inspiegabili… Sono questi i veri “gialli” della medicina…  

AC: Ho preferito non farmi condizionare da fatti di cronaca precisi. Tuttavia l’enigma centrale del romanzo è stato controllato e ritenuto plausibile da amici medici, e anche la clinica Villa Claudia, pur essendo inesistente, è modellata su una clinica reale, che ho visitato fin nei recessi più nascosti, con la complicità di un amico scrittore che è anche medico.  

Pensate, di proseguire con questo genere, già praticato con successo ad esempio dall’accoppiata Novelli-Zarini, o in futuro vi dedicherete ad altri territori letterari poco esplorati?  

ER: La volontà è continuare a sperimentare sul genere medical. Nella narrativa, il mio carnet è giovane (mi sento davvero “piccino” di fronte ai nomi che svettano in questa collana), contando un paio di romanzi e tre racconti… C’è ancora così tanto da inventare… 

AC: Io per il momento mi dedicherò al thriller storico. Dopo Cuore di Ferro (Piemme) sono previsti altri due volumi. Poi vedremo. Curiosamente, però, anche il protagonista di questi thriller medievali è un medico, Mondino de’ Liuzzi, personaggio realmente esistito.  

Vi ringrazio per il tempo che ci avete concesso e alla prossima; magari nuovamente sulle pagine del Giallo Mondadori… 

AC : Grazie a te, Dario, e a tutti i lettori del Giallo Mondadori!

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Posizione di tiro – Marzo 2009 pt2 – Montecristo/3

marzo 17th, 2009

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Intervista a cura di Dario pm Geraci

Eccoci di nuovo qui, sulla scena del crimine, il Grande crimine, quello con la G maiuscola. Quello con la G di Giallo.

Ma Montecristo, questa entusiasmante trilogia, è un giallo? Io ho l’impressione che sia un romanzo storico e che la storia sia quella del nostro paese. Ic et nunc.

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DG: La trilogia di Montecristo è giunta al termine. Con tre romanzi hai affrescato un panorama molto realistico del nostro paese. Ti reputi soddisfatto o pensi di aver dovuto omettere particolari ancor più duri? 

SDM: Nel complesso sono soddisfatto anche se certe storie uno vorrebbe portarsele dietro sempre. Ma tutte le vicende anche le più complesse nella finzione narrativa devono arrivare a una fine… che però potrebbe fare salti nel passato o nel futuro. Il quadro che ne esce del nostro paese mi sembra completo, però. Eccedere ancora sarebbe stato troppo, una sottolineatura di un concetto già ampiamente sviluppato.

DG:Il personaggio di Dario Massi, è una delle personalità psicologicamente più variegate della Tua produzione. A differenza del Professionista, ad esempio, ha una gamma emozionale più varia e profonda. Pensi di poterlo riutilizzare in futuro o la sua missione si esaurisce con Montecristo/3. 

SDM: Sì Dario Massi non è un personaggio nato come seriale,è, per alcuni versi, più realistico più amaro. Se mi permetti la citazione … poliziotto solitudine e rabbia.  Non so perché ma forse lo vedremo ancora. In quale momento della sua vita  per il momento non lo so ….

DG: Come ti rapporti con il fenomeno della New Italian Epix? Ti senti parte di questa “new wave” o preferisci rimanere una personalità indipendente e non inquadrata? 

SDM: No, non credo di potermi inserire nella New Italian  Epix… Il mio è un universo un po’ a sé che già ne comprende diversi(quello della DSE, quello di Montecristo, di Vlad, di Gangland, del Professionista) Un’epica che mi sento di aver creato io e non da ieri … mi ci ritrovo perfettamente. Insomma sono e mi sento fermamente un battito libero. Se capiterà l’occasione di inserirsi in qualche progetto con amici però, ben volentieri….

DG: Spesso il nome di Stefano Di Marino è accostato al termine “macchina per fare storie”. Questa definizione non ti sembra riduttiva? Non pensi possa stare stretta ad un autore eterogeneo come te? 

SDM: Come ho ripetuto più volte mi ritengo un ‘ narratore’, uno che racconta storie un po’ perché questa è la sua natura e alla fine non sa fare altro. Il ‘termine ‘ macchina per fare storie’ è un concetto differente, sembra più meccanico, senz’anima. E alle mie storie io ci credo sino in fondo…

DG: L’ispirazione di Dumas, con il terzo capitolo è stata svelata. La tua scelta è stata molto interessante. Contaminare un romanzo poliziesco con elementi classici è un’attività purtroppo poco sfruttata dal panorama autoriale europeo. Se dovessi scegliere un romanzo e un autore che ha influenzato il Tuo modo di raccontare storie, quale sceglieresti? Naturalmente Salgari non vale, l’accostamento è troppo marcato. 

SDM: Mi metti con le spalle al muro. Come dissi una volta  nell’epigrafe di un  Urania(I  predatori di  Gondwana che era Il Corsaro Nero in versione fantascientifica) mi piacerebbe raccontare una storia che siano tutte le storie…. In realtà non ho un solo autore di riferimento, ma centinaia cinematografici e letterari. Diciamo che è la cultura popolare stessa, intesa come  insieme di storie ed emozioni dove l’intrattenimento nasce dalla passione e dalla fantasia che attingo. In questo senso riprendere Dumas ha un suo senso. Ma solo se mescolato a Scerbanenco,ai poliziotteschi (passami il termine…) allo spionaggio alla Le Carré e a Vidoq, per dire solo alcune cose che sono entrate in Montecristo.

DG: Sesta domanda, eccezione per la rubrica, ma doverosa per un mostro (ormai) sacro e (finalmente) consacrato. Per quale motivo, secondo Te, un’opera come Romanzo Criminale sale alla ribalta e viene sdoganata al grande pubblico cinematograficamente ed editorialmente mentre Montecristo (ma potremmo citare anche Ora Zero e Sole di fuoco) deve ritagliarsi il Suo (prezioso) spazio, con più fatica? 

SDM: Domanda da plotone di esecuzione. Qui dovrei sollevare recriminazioni e parlare in qualche modo di pesi e bilance che poi sono quelli che , anche al di fuori della narrativa, regolano l’andamento del mondo. Non lo farò, io credo che il lettore questa risposta possa  ricavarla da sé. Preferisco parlare di me. Io vado per la mia strada per quanto tortuosa possa essere. Racconto le mie storie che piacciano o meno, che siano promosse o meno..è già molto così… credo che anche a Dario Massi piacerebbe vivere in un mondo diverso, ma deve sopravvivere in quello che gli è stato dato…. Io comunque al mio lavoro ci credo. altrimenti come potrei avere la pretesa che ci credano anche gli altri?

PS: Non perdetevi il link del trailer realizzato da un grandissimo fan dell’autore. “Lucius Etruscus”

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Posizione di tiro – Ferro e fuoco – Romano De Marco

marzo 4th, 2009

Intervista a cura di Dario pm Geraci

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1)”Ferro e fuoco” esce in un momento di grande fermento per la letteratura di genere italiana. Sergio Altieri, ha recentemente affermato che la produzione italiana, in campo editoriale, è attualmente la migliore a livello mondiale. Come ti collochi in questo scenario? Avverti un carico di responsabilità entrando a far parte di questo mondo in questo preciso momento storico? 

Sono assolutamente d’accordo con l’affermazione di Altieri e questo fa sì che io avverta non solo una grande responsabilità, ma anche e sopratutto una certa “ansia” riguardo alle aspettative venutesi a creare intorno al mio romanzo. È comunque una sensazione piacevole, di grande stimolo per me, visto che sono fortemente intenzionato a continuare a raccontare le mie storie, alimentando un vero e proprio sogno divenuto realtà. Questo mondo, come giustamente lo definisci, lo sto conoscendo e apprezzando giorno per giorno. È fatto di professionisti che pongono la passione, la competenza tecnica e il rispetto del lettore davanti a ogni altra cosa. Credo sia questo il motivo per cui la qualità delle opere prodotte in Italia ha un valore aggiunto, rispetto alla oramai stereotipata ripetitività di certa produzione estera. Io intendo dare il mio contributo con l’umiltà e, soprattutto, con quel rispetto che io stesso, come lettore, esigo.   

2)Il Tuo romanzo è fortemente contaminato da elementi, non solo letterali, ma anche cinematografici e provenienti dal mondo del fumetto. Vuoi parlarci delle Tue influenze? 

In effetti, le suggestioni alla base della storia sono innanzitutto visive e affondano le radici nella mia smisurata passione per il cinema di genere degli anni 70. Sopratutto il “poliziottesco” e il cinema di arti marziali, che hanno contribuito in maniera sostanziale alla formazione del mio immaginario e quindi della mia cultura. Nel delineare i personaggi ho attinto ad un intero universo di icone di quel cinema, ma senza spingermi in una operazione filologica o citazionistica. Ho voluto rendere omaggio ai miei miti, attualizzandoli e facendoli interagire con caratterizzazioni ispirate a persone reali, gettandoli all’interno di una vicenda che ha molto di cinematografico. Penso che anche la mia passione per la narrativa e per i fumetti (vanto una collezione personale di oltre 7000 pezzi) siano riconoscibili nelle cose che scrivo.      

3) Com’è nata l’idea che ti ha portato a scrivere “Ferro e fuoco”? Pensi in futuro di dargli un seguito? 

Devo essere sincero: ancor prima di avere in mente, nei particolari, la trama di Ferro & Fuoco, c’era in me l’idea di creare una serie. Questo perché tendo ad affezionarmi ai personaggi, ho sempre avuto il desiderio di poterne narrare l’evoluzione, soprattutto nelle interazioni a livello di rapporti personali. Non credo nella serializzazione “statica”. Per dare un’idea dei miei gusti, posso dire che sono un fan devoto di THE SHIELD, che ritengo quanto di meglio sia stato prodotto nell’ultimo decennio in fatto di serie televisive. Il seguito di Ferro & Fuoco c’è già, si intitola CODICE DI FERRO. Sono attualmente al lavoro sul terzo capitolo e posso assicurare che la voglia di scrivere, il divertimento e la passione che provo nel farlo continuano ad aumentare in maniera preoccupante. Cosa ne sarà di questi miei lavori, lo stabiliranno la Mondadori e, sopratutto, coloro che leggeranno Ferro & Fuoco.  

4) Questo mese, il Giallo Mondadori pubblica due romanzi (il Tuo e quello di Stefano Di Marino) aventi fortissimi punti di contatto. Entrambi, infatti, descrivono un paese “stuprato” da interessi politici ed economici in cui criminali di piccola e media taglia agiscono in funzioni di oscuri burattinai. Pensi che il Giallo Italiano stia intraprendendo una nuova strada o credi che la finzione sia fortemente condizionata da questo preciso momento storico (come avvenne con il cinema degli anni 70)? 

Ho avuto da poco il piacere di conoscere Stefano Di Marino, grazie alla comune frequentazione di un noto social forum. Lo ritengo un grande professionista (mai definizione fu più azzeccata) oltre che una persona squisita dal punto di vista umano. Indubbiamente i nostri interessi, i nostri gusti in fatto di cinema, narrativa e quant’altro sono convergenti, oltre al fatto che io sono un suo abituale e appassionato lettore. Devo dire, in tutta sincerità, che la sua narrativa ha un respiro più ampio, più globale rispetto alla mia, anche se con questo non intendo sminuire il mio romanzo. Semplicemente rilevo una differenza nel nostro modo di impostare le storie e di raccontarle. Credo che ciò sia dovuto anche al fatto che lui,  dall’alto della sua imponente produzione, possa permettersi di spaziare all’interno di un universo narrativo che vanta molte figure mitiche, situazioni ricorrenti, scenari consolidati. Inoltre, la sua indiscutibile competenza tecnica, le sue esperienze di vita e di viaggio, la sua visione globale della situazione internazionale, ci pongono su due piani sicuramente diversi. Io, probabilmente, tendo più a concentrarmi sui personaggi, sulle situazioni “locali”, sui volti… le mie storie sono basate su un diverso tipo di tensione e di ritmo narrativo.Credo, comunque, che la diversità all’interno di un unico “mondo” di narratori possa essere anche e sopratutto una ricchezza per i lettori e mi sento onorato di essere, in qualche modo, accomunato a Stefano.
Riguardo alla seconda parte della domanda, sono certo che il momento storico italiano che sta giustamente ispirando importanti opere in bilico fra la letteratura e il saggio sociologico (una su tutte: Gomorra di Saviano) debba essere di ispirazione anche per la narrativa di genere che, benché assolva allo scopo di intrattenere e divertire, può (nel suo ambito) servire comunque ad informare e far riflettere. Cito, a tale proposito, la saga di MONTECRISTO dello stesso Di Marino
 

5)Ultima domanda ormai diventata un must per gli ospiti di questo spazio: Se dovessi immaginare un regista dietro la macchina da presa di “Ferro e fuoco”, chi sceglieresti? 

Visto che sognare non costa nulla, se dovessi scegliere un regista straniero direi, così senza rifletterci troppo, Stuart Baird. Alcuni dei suoi lavori li ritengo dei veri e propri gioielli del genere action (fra tutti U.S. MARSHALL, un film che è fra i miei preferiti in assoluto). Scegliere un regista italiano, sarebbe un po’ più complicato. Veri e propri professionisti del genere d’azione, purtroppo, non ci sono più, da quando, all’inizio degli anni 80, il cinema di genere ha avuto il suo canto del cigno con gli ultimi squallidi episodi della saga di Nico Giraldi. Dovendo andare a pescare fra i “vecchi leoni”, un regista molto versatile, che penso sia ancora in grado di dire la sua, è Ruggero Deodato. Ma nel caso, eventualmente, chiederò consiglio a te che sei un esperto…

PS: Non perdetevi assolutamente il bellissimo booktrailer di “Ferro e fuoco”, ecco il link:http://www.facebook.com/home.php?ref=home#/video/video.php?v=1068316594857&ref=nf

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Posizione di tiro – Chris Grabenstein

gennaio 15th, 2009

Intervista a cura di Dario pm Geraci

Questo mese la rubrica “Posizione di tiro” valica i confini Italiani e Vi porta dritti negli Stati Uniti alla scoperta di un vero talento del new-thriller: Chris Grabenstein che questo mese il Giallo Mondadori ospita con il romanzo “Giro di killer”. Buona lettura.

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DG: Ciao Chris e benvenuto sul Blog del Giallo Mondadori: Vuoi cominciare parlando di Te ai lettori?

CB: Ciao Italia! Prima Vi voglio dire quanto io ami il Vostro paese. Diversi anni fa, mentre stavo lavorando a degli spot commerciali per una marca di pasta in scatola (la Chef Boyardee) , ho avuto la fortuna di poter visitare città come Milano, Roma e Orvieto. Si, pasta in scatola! Con una salsa zuccherata al punto giusto. Noi americani sappiamo essere rudi qualche volta. Ad ogni modo ho filmato diversi stupendi spot televisivi insieme a Giuseppe Tornatore, che ha vinto tra l’altro un Oscar per “Nuovo cinema paradiso”. Pensate che mi ha anche permesso di toccare la statuetta. Come avrete letto dalle mie note biografiche, le mie prime esperienze nel mondo della scrittura sono state con delle agenzie pubblicitarie. Infatti, il mio primo direttore fu James Patterson, il più venduto scrittore di thriller americano e, probabilmente, del mondo. Negli anni ’80 abbiamo scritto insieme delle pubblicità per una marca di Hamburger. Quando lavori a degli spot commerciali, devi imparare ad attirare l’attenzione del pubblico velocemente e ciò è arduo da imparare. Io ho provato ad applicare lo stesso stratagemma per i miei romanzi. 

DG: Cosa ci puoi raccontare circa la Tua produzione narrativa?

CB: Sono dei romanzi “tutti d’un fiato”. Io generalmente lavoro a tre differenti serie di romanzi. Il mio “FBI Holiday Thriller” con protagonista Christopher Miller, un agente speciale che all’età di 50 anni crede di aver già trascorso i migliori anni della propria vita. Ma sbaglia di grosso! Miller è l’unico uomo in grado di fermare gli assassini e i terroristi in “Slay Ride” e in “Hell for the Holidays”- Poi, lavoro alla serie con protagonista John Ceepak. Una serie mystery che include titoli come “Tilt a Whirl”; “Mad mouse”; “Whack a mole”; “Hell hole”, e “Min Scrambler” (che verrà pubblicato negli Stati Uniti durante il 2009).Questi gialli hanno luogo in una amena località turistica lungo le coste del New Jersey, i luoghi descritti da Bruce Springsteen. L’eroe, John Ceepak, lascia sua moglie a causa di un rigoroso codice d’onore: Lui non mente, non bara, non ruba e non tollera coloro i quali commettono tali atti. Il suo braccio destro è un giovane ventiquattrenne che lavora part-time come venditore di poltrone. Insieme rendono frizzante e leggera la lettura di queste avventure a sfondo giallo. Infine, ho appena iniziato a scrivere una serie di eccitanti “ghost-stories” per ragazzi. “The crossroads” è il primo romanzo e sarà seguito a breve da “The hanging hill”, che racconta la storia di un teatro abbandonato.

DG:Quali sono i tratti distintivi della Tua scrittura?

CB: Beh, due sono le mie peculiarità. Primo, i personaggi. Se ripensi a tutti i romanzi che hai letto, non ricordi la storia, ricordi i personaggi. Pensa al film “ L’uomo ombra”, Ricordi chi lo interpretò? Ricordi Nick e Nora?Secondo, Io scrivo storie dal ritmo serrato che vanno lette come se si fosse sulle montagne russe: Un attimo prima stai ridendo, quello dopo urli di terrore. Riesco a tenere sveglio più di un lettore dopo la mezzanotte, vogliono leggere il capitolo seguente. Mi piace anche pensare che i miei libri vadano oltre al mero gioco del “Whodunit” e tocchino qualcosa di più profondo. Penso che facciano riflettere i lettori, almeno un po’.

DG:Cosa puoi dire circa le tue “ispirazioni”? Le capti dalla realtà o sono puramente fantastiche?

CB: Le ispirazioni per i miei eroi vengono da fatti reali. John Ceepak è stato modellato sulla figura di diversi uomini che conosco: un nipote che ha preso parte alla Guerra del Golfo, un capitano dei Vigili del fuoco di New York, diversi membri del Parlamento che ho conosciuto ad un matrimonio. Danny Boyle, il narratore dissacrante sono io, solo più giovane.Christpher Miller è stato creato solo seguendo il pensiero che mi ha colto quando ho raggiunto i cinquant’anni e mi sono chiesto cosa sarebbe capitato alla mia vita e alla mia carriera. Infine Zack, il ragazzo protagonista delle mie ghost stories, è ciò che ricordo di quando avevo dieci anni. Tutte le storie, naturalmente, sono tratte dalla realtà e “filtrate” nonostante io tenti sempre di basare I miei “casi” su fatti realmente accaduti e comprovati. Sfortunatamente molti dei crimini della Supremazia bianca, raffigurati in “Hell for the holidays” sono basati su gruppi terroristici attivi qui negli Stati Uniti, inclusi i loro attentati in collaborazione con Al Quaeda. I mafiosi Russi di Brooklyn descritti in “Slay ride” sono basati su storie reali tratte dai titoli di testa dei maggiori quotidiani Newyorkesi. Tutti i casi trattati dalla serie Ceepak, sono strutturati partendo da casi di omicidio realmente esistiti. Voglio essere certo che la psicologia dei miei “cattivi ragazzi” sia corretta, così gli permetto di compiere le loro diavolerie ricalcando fatti tragici reali.

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DG:Quali sono I tuoi gusti personali di lettore? Essi incidono sul tuo modo di scrivere? Ti senti influenzato dagli altri prodotti in tema di fiction (tv, cinema) o no?

CB: I miei scrittori preferiti sono Stephen King e Donal Westlake (intervista rilasciata prima della morte dell’autore citato). Ho cercato di leggere tutto quanto hanno prodotto. Cerco di non leggere thriller mentre ne sto scrivendo uno e mi butto nei saggi storici e di costume. A volte la realtà è molto più bizzarra della finzione! Naturalmente sono poi molto influenzato da ciò che guardo al cinema e in televisione, cerco di scrivere romanzi che siano compatibili con i prodotti d’azione trasmessi. Penso di scrivere dei “film mentali”! 

DG: Grazie per la bella chiacchierata Chris: vuoi aggiungere qualcos’altro per il pubblico italiano?

CB: Grazie molte a tutti Voi che leggete o leggerete i miei romanzi. Ah!,….il Tennessee non è così calmo come l’ho descritto in “Hell for the Holidays” (Ho vissuto in Tennessee per dieci anni quando ero giovane).  Poi, un’ultima cosa..Io amo Orvieto e spero di poterci tornare il prima possibile per bere un po’ di vino e gustarmi le deliziose bruschette del Ristorante “Orso”! 

Per maggiori informazioni sull’autore, potete consultare il Suo sito personale all’indirizzo: http://www.chrisgrabenstein.com/  

Qui il booktrailer di “Hell for the holidays”: http://it.youtube.com/watch?v=mz15uTeRb6E&eurl=http://www.chrisgrabenstein.com/thrillers.php

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Posizione di tiro – Il mio volto è uno specchio – Enrico Luceri

dicembre 17th, 2008

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Intervista a cura di Dario pm Geraci 

Questo mese, abbiamo intervistato Enrico Luceri, il vincitore del Premio Tedeschi 2008. Un occasione imperdibile per conoscere meglio un autore che impareremo a conoscere nel tempo. Buona lettura 

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Possiamo iniziare con una domanda banale? Ora che ha vinto il Premio Tedeschi, cambierà qualcosa per il Luceri narratore? Pensa in qualche modo che il premio la proietti nell’”olimpo” dei professionisti?

Penso che la risposta “politicamente corretta” più adeguata e convenzionale sarebbe: è un punto d’arrivo e di partenza, ecc. ecc. C’è del vero e del giusto, ma nel mio caso la situazione è diversa. Leggo i Gialli Mondadori dall’Agosto del 1970. Lo ricordo bene, il primo giallo è come il primo amore, non si scorda mai, e quello poi era indimenticabile, per me che ero adolescente: “La morte fa l’autostop” di Chase (scusa se è poco!). Da quel momento è iniziata una storia, un legame che dura ancora oggi. Quasi quarant’anni di Gialli Mondadori (ma anche altre collane dello stesso editore, gli Omnibus gialli, gli Oscar del crimine, e così via), cioè la mia vita fino a ora: se ne pesco a caso uno dalla libreria e guardo la data di pubblicazione, probabilmente affiorerà un ricordo (più sbiadito o più nitido a seconda dei casi) di quel periodo, vicino o lontano che sia. Gioie e dolori, delusioni e speranze che si riflettono (un altro specchio, ma questo non è un volto) nelle copertine del grande Carlo Jacono o di qualche altro artista. Il Giallo Mondadori è una presenza costante, familiare, un amico che non tradisce. E se qualche volta capita di restare delusi da questo amico (perchè magari un romanzo si è rivelato inferiore elle mie attese), è meglio valutare con calma e serenità il suo comportamento (cioè rileggere quel libro, senza pregiudizi), per scoprire che forse è stato tutto un malinteso (e il romanzo in fondo era valido). Per quasi quattro decenni il Giallo Mondadori è stato lo specchio (ancora!)che Alice guarda affascinata, e io con lei. Il premio Tedeschi mi ha permesso di attraversare lo specchio. Adesso sono dall’altra parte, non so quanto ci resterò ma come nelle favole ci sto bene e non vorrei più tornare indietro.

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Da dove nasce l’idea de “Il mio volto è uno specchio”? Leggendo il romanzo, verrebbe da chiedersi se l’abbiano influenzata maggiormente i romanzi che ha letto o i film che ha visto.

Ogni storia che ho scritto, romanzo o racconto o soggetto cinematografico, nasce da un’esperienza, o un ricordo, su cui la mia fantasia costruisce una trama. Quest’ultima viene poi piegata alle esigenze narrative di genere per mezzo di riferimenti più o meno indiretti a film o romanzi. Nel caso del romanzo “Il mio volto è uno specchio” oltre alla citazione esplicita de “La sposa in nero” di Irish/Woolrich (ma anche al film di Truffaut), sono presenti situazioni ispirate a un paio di romanzi di Biggers con Charlie Chan(“La donna inesistente” e “Il cammello nero”, del quale ho scritto qui (http://romagiallofactory.blogspot.com/2008/07/recensioni-charlie-chan-e-il-cammello.html) e dell’inevitabile Christie di “Un delitto avrà luogo”. Nel descrivere l’ambiente claustrofobico di “Villa sul lago” avevo in mente “L’albergo delle tre rose” di De Angelis (di cui ho scritto qualcosa qui (http://romagiallofactory.blogspot.com/2008/12/recensioni-lalbergo-delle-tre-rose-di.html). Il cigolio ossessionante del ventilatore, che ritorna nella memoria di un personaggio in maniera quasi traumatica mi ricorda un’analoga scena dal film “Angel Heart” di Alan Parker. Infine, i momenti che precedono alcuni omicidi vengono descritti attraverso il punto di vista di un personaggio in una costruzione simile alle inquadrature di certi film thrilling di qualche anno fa, come le soggettive argentiane.

Il romanzo, si ricollega in qualche modo alla tradizione del “gotico italiano”; a tratti paiono comparire echi scapigliati e scene che riportano alla mente certi film italiani degli anni ’60. Quelli di Freda, Bava, Polselli..E’ una cosa voluta o  Le è venuta così, in modo naturale?

Sono oltre dieci anni che scrivo, consapevolmente intendo. Inconsciamente si può dire che lo faccio dagli anni ’70 del secolo scorso: durante l’estate, quando i cinema e le arene erano un sollievo alla noia e al caldo, ho trascorso ore e ore incollato alla sedia a vedere la grande stagione del thrilling all’italiana. E naturalmente leggevo tanti gialli. Insomma, per quasi due decenni ho costruito a mia volta le storie che avrei voluto vedere o leggere, con la fantasia e l’immaginazione stimolata da quelle pagine e quelle sequenze. Quando ho cominciato a scrivere sul serio, mi è sembrato naturale fondere queste due influenze: il giallo classico, cioè un “whodunit” aggiornato ai tempi, immerso nell’atmosfera di tensione e suspense creata in maniera quasi cinematografica. Su questo argomento ho scritto un breve saggio pubblicato in tre puntate qui http://www.milanonera.com/?p=562 http://www.milanonera.com/?p=563 http://www.milanonera.com/?p=564 

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Se dovesse descrivere il suo modo di fare letteratura, oggi, come lo definirebbe? Vede in Italia, i margini per la rinascita di un certo tipo di “Giallo”?

Scrivo gialli con la consapevolezza di non voler fare nulla di diverso. Questa struttura mi permette di costruire meccanismi diversi uno dall’altro e al tempo stesso molto simili, realistici e verosimili (e quindi né reali né veri altrimenti sarebbe un saggio e non un’opera di narrativa), con la precisione e la cura di chi crede in quello che fa e non si cura delle mode effimere e passeggere e delle critiche mossa da pregiudizi e interessi personali. Credo che il giallo inteso in senso tradizionale possa sopravvivere solo se ci sarà una richiesta dal “basso” (inteso non in senso limitativo), cioè dal pubblico dei lettori, perchè fra gli addetti ai lavori c’è una corrente (molto influente) che non nasconde la sua ostilità verso le trame classiche.

Se aprissimo il “cassetto” di Enrico Luceri, cosa troveremmo? Quali sono i Suoi programmi per il futuro (immediato e su larga scala)?

Ho ancora diversi inediti: due romanzi e un’antologia di 16 racconti. Ma anche una “dispensa” ben fornita di idee e soggetti: le scalette di altri quattro romanzi e una dozzina di racconti. Solo il futuro dirà quale di queste opere troverà per prima il proprio destino editoriale. Nella seconda metà del 2009 un mio saggio su una particolare tematica del giallo verrà pubblicato in appendice al Giallo Mondadori.  E poi mi auguro di continuare a leggere quello che mi piace e a scrivere quello in cui credo. Che poi sono la stessa cosa. Ma la motivazione vera, profonda, irresistibile che mi spinge a scrivere (finora quasi 2200 pagine!) è una sola. Non è la fama, o il successo, o il guadagno, o la rivincita verso qualcuno o qualcosa. Niente di tutto ciò. È il mio desiderio, la mia speranza, diciamo pure la mia necessità di sentirmi amato. Se fra tutti i lettori del romanzo “Il mio volto è uno specchio” ci sarà qualcuno che troverà fra le righe l’impulso, forse irrazionale, di provare affetto per me, ebbene questa sensazione elementare mi sarà di conforto e sollievo più di ogni altra ricompensa.

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Posizione di tiro – Rosso come il sangue – Stefano Pigozzi

novembre 5th, 2008

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Intervista a cura di Dario pm Geraci

Posizione di tiro.Un caricatore da 5 colpi.Faccia a faccia con i protagonisti del Noir Italiano. 

Cari lettori del Giallo Mondadori, siamo giunti alla seconda puntata della rubrica “Posizione di tiro”. Nello scorso episodio avevamo incontrato Stefano Di Marino in occasione dell’uscita di “Montecristo/2 – Giorno Maledetto”. Ora è il turno di un altro straordinario autore italiano, che, con il Suo primo romanzo “Metal detector” ha segnato in maniera indelebile il filone del “nero” italiano. EccoVi di seguito una imperdibile mini-autobiografia dell’autore stesso e successivamente l’intervista che ci ha rilasciato.

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Stefano Pigozzi – Biografia ( non autorizzata) Modenese, nato all’ombra della Ghirlandina, Stefano Pigozzi è di sana e robusta costituzione. È impiegato amministrativo presso un importante industria alimentare. Sposato ( molto felicemente). Un figlio di quattordici anni (molto sventuratamente).Fin qui tutto bene, no? Aggiungiamo che è patito di Harley-Davidson ( che non possiede perché non se la può permettere, maledizione), e  denunciamo che a suo tempo ha buttato nel cesso una laurea in Fisica e Matematica ( peggio per lui, fesso!). Ha delle debolezze: negli ultimi tempi ruba l’I-Pod del figlio e si fa overdose di Gun’s, Ac-Dc e Jimi Hendrix.Poi c’è questo particolare: scrive romanzi noir.  Ma perché si è messo a scrivere? Quella roba lì, poi? Bene; la risposta, secca ma vera, è che l’ ha fatto  per soldi. Il nostro amico, sino ai quaranta o giù di lì, non ha mai scritto una riga, ma in quei tempi aveva iniziato a guardarsi intorno per trovare un modo per integrare lo stipendio: insomma, racimolare altro “grano”.  Un esperienza di secondo lavoro come montatore di gru, sospeso a venti metri con nient’altro attorno a cui aggrapparsi se non l’aria, lo convince a tentare altre strade. Mettersi a  scrivere racconti è una di queste. Ma si guadagna, in Italia, scrivendo racconti? La risposta è no… se non sai dove cercare. Ma se invece t’indirizzi verso un certo “ mercato”… Così inizia a scrivere “ novelle” per riviste femminili: racconti “noir-rosa” regolarmente, a volte profumatamente,  pagati. Proprio come Scerbanenco, gente! Prosegue così per alcuni, divertenti,  anni. Si applica ( perché non è poi così fesso) e le cose ama farle come dio comanda; insomma,  il mestiere arriva ad impararlo (per dire, studia Bremond, Todorov, Barthes, Greimas… ma sì, anche Eco) I suoi racconti continuano ad essere pubblicati, ma comincia ad avere qualche difficoltà a piazzarli. “ Bello… ma un po’ troppo “duro” per il nostro pubblico femminile. Un po’ troppa violenza e sangue, francamente. Vuole togliere la scena dello squartamento con le forbici da sarta, per favore?”Ed allora? Allora arriva James Ellroy ed il suo “White Jazz”, il romanzo più scarnificato e be-bop del maestro losangeleno. Bang! Una rivelazione, come “ la luce” in chiesa che incanta John “Joliet” Belushi: “Beeeello… voglio scrivere un romanzo come questo!”Il romanzo è “Metal detector”. Vince il premio Tedeschi 2006. Serg Altieri, il “violento” ma illuminato editor della Mondadori, condensa tutto in una frase “ Steve, my man! One shot, one kill!”. Adesso esce questo “Rosso come il sangue” , ed in cantiere c’è il terzo. Bene, è tutto… per il momento.

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Stefano, fino a pochissimo tempo fa non Ti volevi considerare uno “scrittore” professionista. Adesso, con l’uscita del Tuo secondo romanzo come cambiano le carte in tavola? 

Quando mi riproporrai la domanda con il vento del Pacifico che ci costringe a chinare il capo sul bordo cosparso di zucchero del bicchiere ghiacciato di Daiquiri ( preparato con succo di cedro, non limone, mi raccomando,), ed indossando Rayban a specchio agiteremo la mano per rispondere al saluto delle ragazze in bikini che ancheggiano sul litorale… ecco, allora potrò rispondere “ Diavolo, sì. Ho fatto un po’ di soldi con i miei romanzi. Non è incredibile? Certo che questa casa sulla spiaggia mi sta davvero prosciugando”No, seriamente… ho un tale rispetto della professionalità che al momento non posso definirmi uno “scrittore professionista”. Quando potrò dedicare alla scrittura 25 ore al giorno, allora sì.  

 “Rosso come il sangue” può essere definito un sequel del Tuo bello e fortunato “Metal detector”, vincitore del premio Tedeschi e cult-book degli ultimi anni nel panorama del noir italiano. Cosa è cambiato (se qualcosa è cambiato) nel Tuo modo di scrivere e/o vedere le cose dopo quell’esordio?

 Un sequel? Sì, certo… ma, forse, più semplicemente posso affermare di aver ripescato alcuni personaggi, ed anche un certo milieu, e di averli “frullati” in una nuova storia con quell’ atteggiamento di convenienza che un autore ha nei confronti dei propri personaggi. Nessuna “empatia”: li sbatti di qua e di là costringendoli a tirare fuori tutto quello che possono dare. Poi li abbandoni. In fondo, questo è l’unico modo per farli “vivere” realmente, ed è l’unico atto d’amore che l’autore può compiere nei loro confronti. Un aneddoto: il titolo originale del nuovo romanzo era “Tripla A” ed indicava le iniziali dei personaggi; un giorno ricevo una telefonata un po’ preoccupata dell’editor (a cui mi inchino): “Ragazzo, rischiamo di trovarci dei guai con la potentissima “AAA -American Automobile Association”. Trovami un titolo diverso, ok?”. Ed ecco “Rosso come il sangue”.Una costante rispetto a “Metal detector è il ritmo della narrazione: questo per mantenere una “voce” riconoscibile ( una scelta anche di comodo, ammettiamolo). A proposito di “stile”… i periodi secchi, le ripetizioni, certi accorgimenti retorici, sono tutti finalizzati ad ottenere un ritmo dum-dum-dum: può piacere oppure no, ma è comunque una scelta consapevole. 

A differenza del Tuo lavoro precedente, qui in “Rosso come il sangue” hai deciso di spostare parte dell’ambientazione in territorio extra-italiano? Questa decisione è stata frutto unicamente di una necessità narrativa o c’è altro dietro questa scelta? 

Si parla, spesso in termini positivi, di contaminazione dei “generi” letterari differenti, vero? Bene, da appassionato lettore – oltre, naturalmente, di GM- di Segretissimo, ho voluto strizzare l’occhio alla spy-story ( e qui, inviando un tributo ammirato all’Italian Legion, permettimi di lodare/salutare direttamente un maestro, “il professionista” Stefano Di Marino: ero un suo fan ed ora, potermi definire suo “collega”, mi da alla testa più del Daiquiri…) Ho quindi aggiunto un tocco di spy introducendo l’affaire del “gas russo”; ma, chiariamo, i temi tipici della spy-story qui sono solo accennati. Ho le radici ben piantate nel noir e mi ci trovo bene (ed attendo sempre che qualcuno pubblichi un bel saggio con un titolo del tipo “ Quando il Noir vinse il Nobel”)  

Gli ultimi anni, sono stati molto significativi per la narrativa “di genere” italiana e per il noir in particolar modo. Cosa prevedi per il Tuo futuro di scrittore e come si evolverà secondo Te la condizione del “genere” in Italia nei prossimi anni?

 Il siderale e bellissimo “ Non è un paese per vecchi”, hai presente? C’era tutto: noir, western, horror. C’era tutto, un esempio di contaminazione a cui ho già accennato, ma con l’intento di mostrare i limiti della contaminazione stessa, di come i meccanismi possono/devono incepparsi.Quindi credo che i “generi” continueranno ad esistere per classificare opere con caratteristiche e pubblico ben definito ( esigenza anche dell’industria editoriale) ma certamente proseguirà una sorta di ibridazione che dovrà però essere assolutamente ben strutturata e controllata per evitare di divenire un blog incomprensibile. Per quel che mi riguarda sto lavorando al nuovo romanzo che completerà una trilogia Metal detector. Mi sto sforzando di rendere tutto più cupo… più noir, appunto. Sto cercando di far sanguinare letteralmente le anime dei personaggi… non so, forse sto pure esagerando… Quanto al noir in Italia… siamo su onda lunga che credo proseguirà nel tempo: il noir, “ un colore che sporca”, è molto in tono con i nostri giorni. 

Facciamo un gioco. Se una casa di produzione cinematografica Ti proponesse la riduzione di un Tuo romanzo per il cinema, quale sceglieresti e chi vorresti dietro la macchina da presa? 

È un gioco, d’accordo… ed allora, subito, inizio barando perché ti rispondo “Rosso come il sangue” e dietro la macchina da presa resuscito un mito… Don Siegel. Gente, ricordate il masterpiece “Chi ucciderà Charley Varrick”? ed ancora “ Contratto per uccidere”? ( ispirato ad Hemingway, per tornare al noir/letteratura alta).  Ma, credimi, non mi sono montato la testa citando questo mostro sacro… ho solo colto l’occasione offerta dalla tua domanda per manifestare un sincero atto d’amore nei confronti di quel cinema e di quel “linguaggio”. Un amore che credo sia condiviso da tutti i lettori di questo blog.

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Posizione di tiro – Montecristo/2 – Stefano Di Marino

settembre 4th, 2008

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 Intervista a cura di Dario pm Geraci

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Posizione di tiro.Un caricatore da 5 colpi.Faccia a faccia con i protagonisti del Noir Italiano. 

Stefano Di Marino, classe 1961. appassionato di narrativa di genere da sempre. In tutte le sue forme. Romanzi, fumetti, film. Ha scelto di scrivere e dal romanzo d’esordio Per il sangue versato (1990) ha pubblicato più di 60 romanzi tra spionaggio, thriller, avventura contemporanea e storica. A volte con vari pseudonimi trai quali il più noto è Stephen Gunn con cui firma la serie il Professionista(Segretissimo).Appassionato viaggiatore, fotografo, istruttore di sport da combattimento, coltiva una particolare passione per la cultura orientale.

Chi è Dario Massi. Da dove viene e dove andrà.

SDM. Dario Massi è un uomo scomodo. Fuori dal suo tempo. Forse dalla nostra realtà. Ma crede ancora nella giustizia. Di certo è un uomo segnato. Uno che,alla fine, vorrebbe degli affetti, Giustizia, amicizie, cose così. Ma gli è capitato di finire all’inferno. Ma ha trovato il modo di sopravvivere. E questo  ha un prezzo. Molto alto. Dove andrà…in luoghi oscuri e molto, molto pericolosi. Dai quali non è affatto sicuro che esca…

Quali sono le maggiori differenze tra questo Tuo ultimo personaggio e il Professionista?

SDM. Dario è un personaggio più cupo. Meno avventuroso. Più legato al contesto di Montecristo che non è una serie ma un lungo romanzo diviso in tre parti. È un protagonista e non un eroe. Ha certamente dei legami con i commissari dei poliziotteschi  anni 70. Lo spirito è un po’ Poliziotto solitudine e rabbia. Ma sono anche passati 30 anni. Diciamo che Massi è un personaggio più Noir del Professionista che  ancora si concede dei momenti più leggeri…

Montecristo. Perché questo titolo, Dumas è stato fonte di ispirazione?

SDM. Devo dire che è un nome di fortissimo impatto e non solo per le suggestioni letterarie. Nel terzo episodio si vedranno le eventuali parentele con l’opera di Dumas che però è solo un’ispirazione. Per comprendere bisogna svelare il segreto di cosa è veramente Montecristo. E per questo dovete leggere…

In un ipotetico quadro strutturale del Tuo lavoro, Montecristo dove si colloca?

SDM. Tutti i miei romanzi, compresi  quelli del Professionista, fanno parte di un unico universo. Montecristo sta sulla linea iniziata con Pista cieca, L’Ombra del Corvo, Ora Zero e Sole di Fuoco. Storie che seguono un filone ma che hanno di volta in volta protagonisti differenti. Posso dirlo. C’è un collegamento molto nascosto con Lacrime di Drago, ma è molto presto per parlarne…

La costruzione di Montecristo dal punto di vista narrativo, come del resto Ora Zero e Sole di fuoco, è molto cinematografica. Quali sono state le tue maggiori fonti di ispirazione?

SDM. Io divoro libri, fumetti, film, serie televisive a ritmo continuo. Montecristo non ha una sola fonte di  ispirazione. Volevo scrivere un thriller su un colpo di stato in Italia. Il gioco dei rimandi sarebbe infinito, però, rispetto ad altri romanzi questo è il più… indipendente da un particolare format. Per esempio Ora Zero aveva una forte connessione con la struttura di  24. Ma narrativa scritta e filmata hanno delle differenze.

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