Visti con il Professionista/11 – Il Maratoneta

luglio 20th, 2009 by Alessio Lazzati

VISTI CON IL PROFESSIONISTA:I CLASSICI DEL CINEMA DI SPIONAGGIO

Il Maratoneta

A cura di Stephen Gunn

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Comincia con una sgranata sequenza d’epoca, quest’ottimo film di spionaggio sui compromessi dell’America, sulle generazioni cresciute all’ombra del mito statunitense della democrazia e del successo. Abebe Bikila , leggendario maratoneta, taglia il filo di lana. Thomas Babe Levy, giovane studente ebreo, timido ma testardo, ne segue le orme correndo senza grande talento a Central Park. È ignaro che, nello stesso momento, un tragico ma fortuito incidente d’auto sta per innescare una macchina inesorabile di cui diventerà involontario granello di polvere. Siamo a metà degli anni ’70 e, quando la CIA e FBI non sono in grado di intervenire, entra in gioco la Divisione, un reparto super segreto e sporco dell’intelligence americana. La Divisione, dal termine della guerra, ha stretto un patto con Christian Szell, torturatore nazista rifugiatosi in Paraguay ma con un’ingente riserva di diamanti nascosta in una banca newyorkese. In cambio di informazioni sui suoi ex camerati, Szell recupera poco per volta la sua fortuna (frutto di rivoltanti ruberie nei lager) tramite il fratello Klaus e un agente della Divisione, Scylla. Questi altri non è che il fratello di Babe, Doc, e si finge raffinato uomo d’affari.

 

In realtà Doc è un po’ uno 007 in salsa americana. Ricercato, dongiovanni e letale. Tanto che la morte accidentale del vecchio Klaus nell’incidente che vediamo nella prima sequenza convince Zsell che Doc lo voglia derubare. Il vecchio nazista prima mette in campo il suo killer preferito, lo strangolatore cinese Chen, poi decide di mettersi in viaggio lui stesso per recuperare i diamanti di persona. Il tarlo che qualcuno possa derubarlo all’uscita della banca lo spinge a paranoiche misure di sicurezza.

 

Doc, intanto, è consapevole di non essere più quello di una volta e teme di essere messo in disparte dai colleghi, in particolare dall’infido Peter Janeway.

 

Insomma la faccenda s’ingarbuglia sino ad arrivare a Babe che ne avrebbe già abbastanza dei suoi problemi personali. Il giovane, decisamente più idealista del fratello e aderente all’immagine liberal del suo interprete ( Dustin Hoffman) vorrebbe riabilitare a ogni costo l’immagine del padre, indagato e suicida durante la caccia alla streghe di McCarthy negli anni 50. Unica consolazione la comparsa della polposa Elsa, studentessa svizzera che parla con accento francese ma che intuiamo subito di origini tedesche, quindi probabilmente legata a Szell.

 

I due fratelli si ricongiungono a New York, si abbracciano, litigano, discutono sul senso delle loro vite, tutto in un’unica serrata sequenza. Alla fine, pur avendo personalità agli antipodi, si vogliono bene. Ma Doc intuisce immediatamente che Elsa ha agganciato il fratello con qualche scopo nascosto. In effetti, nella sua paranoia di essere derubato, Szell ha attivato tutta un’organizzazione di nazisti e chiesto aiuto a Janeway, convinto più che mai che Doc voglia derubarlo. In un drammatico confronto con il nazista, Doc perde la vita ma si trascina sino a casa del fratello sussurrandogli qualcosa d’incomprensibile. Da qui cominciano realmente i guai del povero Babe che non sa più a chi credere e viene sequestrato nel pieno della notte. Arriva a questo punto una sequenza rimasta famosa. Szell lo tortura praticandogli senza anestesia una seduta dentistica. Ma Babe… non ha nulla da raccontare. Janeway inscena un finto salvataggio per indurlo a parlare. Da questo momento in avanti, tradito, picchiato, torturato, Babe subisce il tipico capovolgimento da antieroe a giustiziere molto caro al cinema americano di quegli anni. Costretto a dar prova delle sue doti di maratoneta, corre mezzo nudo in una New York spettrale, batte tutti in astuzia e smaschera pure Elsa. Janeway ha deciso di coprire il nazista sino a quando avrà recuperato i suoi diamanti ma non oltre. La Divisione ormai considera anche lui un investimento poco redditizio. Ma in una resa dei conti finale all’interno di una villa nel Jersey, Babe fa fuori due killer nazisti e Janeway che a sua volta ha ucciso Elsa. L’uomo della Divisione ha, però, rivelato al giovane il nome della banca in cui il criminale di guerra sta recuperano i diamanti. Una nuova riuscita scena di tensione oppone due mondi per l’ultima volta all’interno di una stazione idrica di central Park. I vecchi contro i giovani. Ebrei e nazisti. Avidità e desiderio di giustizia. Soprattutto un Babe duro ma ancora scosso dai dubbi e armato di pistola a uno Szell senza indecisioni, disposto a tutto pur di difendere i “suoi” diamanti e armato di un pugnale nascosto. Uno scontro di personalità che è un po’ il paradigma di tutto il film. Sarà l’avidità a perdere il tedesco che si ucciderà in una rovinosa caduta veruna scala nel tentativo di recuperare i diamanti sporchi di sangue. A Babe non resta che lanciare la pistola nel fiume e riprendere a correre con il sogno di correre una maratona vera. Il film ha una trama un po’ pasticciata, è vero, e a volte le motivazioni appaiono casuali. C’è tuttavia una grandissima atmosfera, retta dalla recitazione di protagonisti e comprimari sempre all’altezza. C’è, a una visione più attenta, un sottotesto sulla libertà, sulla democrazia, sui compromessi del sogno americano e gli intrallazzi del governo mescolati con agghiaccianti dichiarazioni di patriottismo. In particolare c’è uno scambio di battute tra Janeway, funzionario amministrativo costretto a collaborare con i nazisti e Szell, convinto di essere stato derubato del giusto compenso per il suo sacrificio. Disgustato dai metodi brutali d’interrogatorio del nazista, Janeway dice: “Io però credo nel mio Paese.” E Szell (con il viso di Laurence Oliver) risponde: “Anche noi ci credevamo.”

 

È in questo gioco di fedeltà mal riposte, di tradimenti continui tra fratelli, tra agenti della stessa parte, persino tra amanti, che il film prende corpo grazie anche a una splendida fotografia di Conrad Hall e a una serie di sequenze rimaste nelle antologie del filone. Non solo la tortura dentistica con la ossessiva domanda “È sicuro?” rivolta al povero Babe, ma anche il suo rapimento nel bagno, il duello nella camera d’albergo di Parigi tra Doc e Chen, la fuga nella New York notturna e gelida dei quartieri ispanici. Una storia che sposta il fulcro della spy-story all’interno dell’America e dei suoi apparati ma gioca con i meccanismi tipici del genere nel modo più efficace. Il Maratoneta e il libro dai cui fu tratto non invecchiano. Una visione decisamente consigliata.

 

SCHEDA TECNICA

 

Genere: Il Nemico Siamo Noi

 

Il Maratoneta( Marathon Man), USA 1975 di John Schelsinger- sceneggiatura di William Goldman dal suo romanzo omonimo. Durata 126’. Interpreti: Dustin Hoffman: Thomas Babe Levy- Roy Scheider: Doc “Scylla” Levy- Laurence Oliver:Christina Szell- Marthe Keller: Elsa- William Devane: Peter Janeway- – del film Paramount sono state ristampate diverse versioni in DVD facilmente recuperabili sul mercato con colori e tracce audio rimasterizzate.

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7 Responses

  1. il professionista

    Mi sembra che i commenti sopra siano spam… ricominciamo….

  2. Kurt Dehn

    Gran film!
    Ricordo una scena che ha rovinato la piazza a tanti dentisti…
    In effetti sarebbe da rivedere oggi, a distanza di anni.

  3. il professionista

    qule “E’ sicuro?” mi perseguita ogni volta hce vado dal dentista…non so perchè ma vedrei bene un nostro amico nella parte di laurence Olivier!

  4. Langley

    Sì, proprio il film da vedere la sera prima di andare a sedersi sulla sedia del dentista! Il mio dentista poi lo ha definito “il film-condanna della categoria dei dentisti”.

  5. Casval Som daikun

    Sono convinto che quel nostro amico dentista saprebbe far soffrire con poco.
    IL film è invece uno dei classici che amo assieme ai Tre Giorni del Kondor

  6. il professionista

    sì dell’epoca in cui redford e Hoffman avevano tutti i ruoli buoni- intendo interessanti- nel thriller politico.

  7. Kurt Dehn

    Laurence Olivier mi farebbe meno paura dell’amico dentista.
    Un conto è un attore, seppur bavo, un conto è un sadico professionista!

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