Dissertando di camere chiuse

gennaio 12th, 2012 by Moderatore

Torna puntuale, l’appuntamento con “La camera chiusa” la nostra rubrica dedicata al mistery nella quale, questo mese, Piero De Palma ci parla di “The hollow man” dell’impareggiabile John Dickson Carr.

Buona lettura!

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Possibili origini della Locked-Room Lecture in “The Hollow Man”, di John Dickson Carr

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Assumendo come punto di riferimento la Locked-Room Lecture in “The Hollow Man” di Carr, dobbiamo rilevare come una prima dissertazione sulle Camere Chiuse risalga purtuttavia a quasi quarantaquattro anni prima.

Infatti Israel Zangwill nel capitolo IV del suo The Big Bow Mystery (1892), elenca tutta una serie di possibili eventualità atte a spiegare una Camera Chiusa:

“Tra i molti prodotti della fantasia, c’erano non poche soluzioni degne di rilevanza, che però fallirono miseramente, come razzi al posto di stelle cadenti. Una di queste era che, nell’oscurità della nebbia, l’assassino era salito alla finestra della camera da letto, dal marciapiede, per mezzo di una scala. Poi, con un diamante, aveva tagliato via uno dei vetri, riuscendo così ad entrare. Nell’andarsene, aveva rimesso a posto il vetro (o un altro che si era portato dietro), ragione per cui la serratura del­la porta non era stata scassinata. Quando fu ribat­tuto che i vetri erano troppo piccoli, un terzo letto­re rispose che il fatto era irrilevante, perché sareb­be bastato infilare una mano per aprire la finestra, per poi ripetere l’operazione prima di andarsene. Questo edificio di vetro fu fatto crollare da un ve­traio: scrisse che era impossibile fissare un vetro da una parte sola dell’intelaiatura, perché sarebbe ca­duto non appena fosse stato toccato e, in ogni caso, lo stucco umido non sarebbe sfuggito all’investiga­tore. Si avanzò anche l’ipotesi che fosse stato tolto e rimesso un pannello della porta e alla fine al nu­mero 11 di Glover Street era stato attribuito un nu­mero infinito di botole e porte scorrevoli, neanche si fosse trattato di un castello medievale. Un’altra di queste teorie ingegnose sosteneva che l’assassino era rimasto nella stanza per tutto il tempo in cui c’era stata la polizia… nascosto nel guardaroba. Oppure che si era messo dietro la porta quando Grodman l’aveva sfondata e che non era stato no­tato nella confusione generale e perciò era riuscito a fuggire, con l’arma del delitto, nel momento in cui l’ex investigatore e la signora Drabdump stava­no esaminando la chiusura della finestra.

A sostegno non mancavano spiegazioni scientifi­che che facevano capire come l’assassino avesse sprangato e chiuso a chiave la porta dietro di sé. Sarebbero state usate delle potenti calamite fuori della porta per girare la chiave e rimettere la spran­ga all’interno. La fantasia della gente fu popolata da assassini con potenti calamite. Unico difetto di tale ingegnosa ipotesi: l’impossibilità. Un fisiologo tirò in ballo i prestigiatori che inghiottono spade (a causa di una particolare anatomia della gola) e dis­se che forse il defunto aveva inghiottito l’arma do­po essersi tagliato la gola. Questo, però, era troppo da inghiottire persino per il pubblico.

Riguardo al­l’ipotesi che il suicidio fosse stato attuato con un ra­soio o soltanto con la sua lama, o anche con un pez­zo di ferro, che poi era affondato nella ferita, non potè essere accettata neanche per un momento…

Tuttavia, forse, il più brillante di questi lampi di genio fu la lettera scherzosa, ma probabilmente non del tutto, che apparve sul Pell Mell Press:

…Egregio signore, vi ricorderete che quando gli assassini del caso Whitechapel sconvolsero l’opinione pubblica, avevo suggerito che l’as­sassino era il coroner della zona. Fui ignora­to. Il coroner in questione è ancora in libertà. E così l’assassino di Whitechapel. Forse tale coincidenza porterà le autorità a prestarmi più attenzione, questa volta. Il problema sem­brerebbe il seguente. Arthur Constant non può essersi tagliato la gola e non può essersela fatta tagliare da qualcun altro. Ma poiché una di queste circostanze si è verificata, tutto ciò è assolutamente assurdo. E, trattandosi di as­surdità, sono giustificato a non crederci. Giacché tale ovvia assurdità è stata messa in circolazione soprattutto dalla signora Drab-dump e dal signor Grodman, mi sento auto­rizzato a non credergli.

Per farla breve, signo­re, cosa ci garantisce che tutta la storia non sia soltanto frutto di fantasia, inventata dalle due persone che per prime hanno trovato il cor­po? Quali prove abbiamo che non siano state proprio loro ad aver sfondato la porta e rotto le serrature e le spranghe e a richiudere tutte le finestre prima di chiamare la polizia? …L’ipotesi del nostro scrittore non è poi così originale come lui la ritiene. Non ha lui, in fondo, guardato con gli occhiali di coloro che continuarono ad insistere che l’assassino di Whitechapel non era altri che il poliziotto che aveva scoperto il corpo? Qualcuno trova sem­pre il corpo, se si trova.

Redattore capo P.M.P.

(Israel Zangwill, The Big Bow Mystery, “Il Grande Mistero di Bow”, traduz. Leda Armstrong, I Classici del Giallo Mondadori, N.606 del 1990, pagg.48-51).

Come si vede, si può parlare già di una dissertazione, anche se impropria, che comprende varie ipotesi, anche se non si può ancora parlare di conferenza: la conferenza ha infatti un che di cattedratico, e perciò tende a dare sistematicità e organicità alle proprie ragioni. Qui invece la materia è ancora affrontata in maniera ingenua e informale, senza alcun tentativo di classificarla. Tanto più che, se vi sia la volontà di enumerare una serie di possibilità, essa è propria di Zangwill, e la si capta attraverso la lettura delle pagine indicate; non esiste invece alcuna dichiarazione circa l’enumerazione delle possibilità di commettere l’omicidio in una Camera Chiusa, che possa corrispondere in effetti alla volontà di creare una conferenza, né tantomeno viene creata nell’opera una possibilità sostanziale che ciò avvenga, mediante un personaggio del romanzo che, come farà Carr con il Dottor Fell di quarantaquattro anni dopo, illustri una conferenza a ciò dedicata. Nonostante ciò, vengono già gettate delle basi che saranno utilizzate di lì a venire. Quello che poi voglio far notare è che proprio qui, per la prima volta,e non in Le mystère de la chambre jaune di Gaston Leroux (1907), viene introdotta la possibilità che anche un poliziotto possa essere l’omicida.

Dopo questa prima dissertazione, devo registrare non tanto un’altra, quanto piuttosto uno studio, il primo in tal senso sulla Letteratura Poliziesca, che contiene anche una trattazione sulle Camere Chiuse: seppure in scala assai ridotta, è comunque assai importante, tanto più che fu elaborata da Carolyn Wells, una scrittrice che riveste una certa importanza nella storia del Mystery in quanto gettò altre basi per il genere a venire, essendo molto lodata sia da Carr che dai Queen. Robert Adey nel suo Locked Room Murders and Other Impossible Crimes: A Comprehensive Bibliography, cita molte Camere Chiuse contenute in romanzi di Carolyn Wells, tuttavia  piuttosto ingenue. E’ da dire anche che, nel tempo in cui scriveva la Wells, per la soluzione delle Camere Chiuse, spesso si usavano passaggi segreti, escamotages che già ai tempi di Chesterton erano stati abbandonati, soprattutto perché la mera scappatoia nascosta in un pannello della libreria, nel vano di un camino, in una botola nascosta, se ai tempi di Lupin era funzionale all’atmosfera avventurosa che si respirava nelle storie feuelliton, in tempi posteriori era stata sostituita dalla consapevolezza che solo con la forza della ragione si sarebbe potuto spiegare l’inghippo, e l’esistenza di un passaggio segreto avrebbe sminuito l’edificio deduttivo.

La Wells è ricordata però oltre che per le sue storie, anche per il primo tentativo di dare sistematicità ed organicità alla materia letteraria del genere poliziesco, con una sua “Tecnica della Storia del Mistero”, The Technique of the Mystery Story (1913), opera ricordata in The Grandest Game in the World, saggio sulla Letteratura Poliziesca, di John Dickson Carr: “Quando fu pubblicata The Technique of the Mystery Story di Carolyn Wells, nel 1913, la compianta signorina Wells già parlava di trucchi antiquati” (John Dickson Carr, Il più splendido gioco del mondo, The Grandest Game in the World, trad. A.M.Francavilla, pag. 331, in La Porta sull’Abisso, The Door To Doom, Mondadori, Altri Misteri, 1986).

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Carolyn Wells dedica in particolare il Paragrafo 6 “The Locked and Barred Rooms”, del Capitolo XVII “Falses Devices“, della sua “Tecnica”, proprio alle Camere Chiuse e Sbarrate:

A situation greatly beloved of mystery-mongers is a crime committed in a room so locked and barred that there is apparently no possible ingress.

This was the case in Poe’s “The Murders in the Rue Morgue,” and the later explanation of how the intruder entered is simple, ingenious, and satisfactory. But since then, hundreds of stories have been written around a crime committed in a sealed room, with solutions of varying interest.

The plot is usually the same. The barred doors necessitate a forcible breaking in to discover the crime. Then, owing to the fact of the locks and bars, the dead man found in the room is adjudged a suicide. But, of course, later developments prove it to be murder and finally disclose how the murderer could get in and out and yet leave everything bolted on the inside.

Often a secret passage is the solution, but this is trite; and to invent a cleverer explanation is the aim of the ambitious author. Gaston Leroux succeeded perfectly, in his “Mystery of the Yellow Room,” and few authors can touch the simple subtlety of his idea.

Zangwill went at the matter deliberately. To quote from the introduction to “Big Bow Mystery”:

“For a long time before the book was written I said to myself that no mystery-monger had ever murdered a man in a room to which there was no possible access. The puzzle was scarcely propounded ere the solution flew up and the idea lay stored in my mind till years later.”

This particular problem and its solution, in Zangwill’s hands, is a masterpiece; and though incidentally in his book he tells of many suggested solutions, none compares with his own in simple though daring ingenuity.

A writer does well to use this always arrestive plot, if he have some new and interesting explanation to offer.” [1]

Dopo questi due, fino a Carr, non vengono ascritti altri esempi di dissertazioni o comunque di studi che interessino il tema in oggetto, cioè quello delle Camere Chiuse. Nondimeno, possiamo però rilevare esempi di classificazioni, di ipotesi, discussioni e permutazioni di tipo matematico, che presentano parecchi punti in comune con la Conferenza del Dottor Fell, e che possono spiegare su quali fondamenta  John Dickson Carr abbia potuto erigere il suo castello, escludendo ovviamente l’analisi e la lettura dei romanzi polizieschi che potessero riguardare la soluzione di delitti avvenuti in camere Chiuse: ossia, in altre parole, quali fondamenta formali, Carr abbia avuto alle spalle per creare il suo capolavoro.

Per prima cosa, deve essersi guardato alle spalle, e deve aver attinto a qualcosa che aveva scritto precedentemente, ancor prima che cominciasse la sua carriera di romanziere: nel 1928 infatti aveva scritto un suo illuminante racconto, The Murder in Number Four, “Assassinio al numero quattro”.

In questo racconto, che aveva una soluzione talmente tanto vicina a quella elaborata da Israel Zangwill, da esserne ritenuta una filiazione, Carr esplora per la prima volta la forma della dissertazione. E lo fa, facendo sì che Bencolin illustri a Sir John Landevorne la sua posizione:

“-Che bella scacchiera, vero? – osservò dopo un poco (è Bencolin che parla ora: n.d.r.)

-Una partita a scacchi può essere un’impresa terribile e affascinante quando bisogna giocarla a rovescio e con gli  occhi bendati. L’avversario comincia col re in posizione  di scacco e tenta di rimettere i pezzi nelle posizioni in cui si trovavano all’inizio. Ecco perché non si possono applicare regole o leggi matematiche al delitto. Il miglior  giocatore di scacchi è quello che riesce a visualizzare la scacchiera come lo sarà dopo la sua mossa. Il miglior investigatore è quello che riesce a visualizzare la scacchiera com’era stata prima che lui trovasse i pezzi disposti a casaccio. Deve possedere tanta immaginazione da intuire le occasioni che il criminale ha avuto, e da agire come il criminale avrebbe agito. E’ una grande, orrenda battaglia tra due immaginazioni opposte. Nessuno è più portato di un investigatore a fare un mucchio di pompose e macchinose chiacchiere su ragionamento, deduz­ione e logica. Troppo spesso dice “ragione” quando in realtà intende “immaginazione”. Io invece mi rifiuto di ammettere che una pedanteria da due soldi come la ragione venga confusa con una qualità assai più elevata.

Ma stia a sentire – obiettò sir John. Supponiamo di prendere a esempio il caso di stanotte. Lei ci ha fornito una ricostruzione del delitto, d’accordo, e forse lo ha fatto grazie all’immaginazione. Però, non ci ha spiegato come faceva a sapere che le cose erano andate proprio in quel modo. È stata la ragione a dirglielo, no? E comunque, come ha fatto a risolvere l’enigma dell’assassinio di Mercier?

Questo è  proprio un esempio di quanto cercavo di spiegarle. Se ne dicono tante dell’investigazione criminale che a volte un investigatore si chiede perché la gente creda che lui agisca in un certo modo. Gli scrittori di romanzi polizieschi vogliono che l’investigazione sia una scienza, sot­topongono le persone sospette alla “macchina della verità” e gli propinano test freudiani… dimenticando che un inno­cente è sempre nervoso e si comporta da colpevole assai più del criminale stesso, perfino a livello di sistema neurovege­tativo. Dimenticano che le loro macchine vengono usate da quella che è la meno obiettiva e la più irriducibile di tutte,.. la macchina umana. Quanto all’investigatore che si basa sulla psicologia, quello va a pescare il tipo d’uomo che può avere commesso il delitto, si aggira finché non trova il suo tizio e allora dice: “Ecco l’assassino” che le prove gli diano ragione o no. Col suo permesso, questo è il mio giudizio: tutte balle. Non esiste uomo incapace di commettere un de­litto in ogni circostanza; dire che un delitto audace è stato necessariamente commesso da una persona audace, equi­vale a dire che uno scrittore ubriacone non può scrivere che di bevande alcoliche, o che un pittore ateo non è in grado dì dipingere un quadro di soggetto religioso. Invece, spesso è il beone che scrive i migliori opuscoli in favore della tempe­ranza, è l’ateo che trova gli argomenti più convincenti per propagandare la religione”

(il brano è tratto dal mio primo articolo su questo Blog: La prima produzione di John Dickson Carr: i quattro racconti di Bencolin, del 2009: http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/2009/09/07/la-prima-produzione-di-john-dickson-carr-i-quattro-racconti-di-bencolin/#more-4481 ).

Poi,deve aver guardato a J.J. Connington (Alfred Walter Stewart), un autore britannico della Golden Age del Giallo, che comincia ad operare negli anni Venti. Connington era famoso non tanto per la complessità dei suoi romanzi, ma invece per l’inventiva e per l’atmosfera, straordinarie.

Connington fu da Carr molto stimato e di ciò si trova una testimonianza illuminante nel suo migliore saggio The Grandest Game in the World , trad. in Italia come “Il Più Splendido Gioco del Mondo”:

 “Gli anni ’20, qualunque cosa possiate dire contro questa decade, rigurgitavano alla lettera di materia grigia. Quale poteva essere una delle migliori ambientazioni per un bel delitto? J.J.Connington ci fornì la sua personale risposta con Murder in The Maze[2] . Qualcuno ha mai usato una camera oscura, quella strana specie di periscopio, per assistere da lontano a sinistri eventi? Di nuovo risponde Connington in The Eye in the Museum” (John Dickson Carr, La porta sull’abisso, pagg.321-322).

Se è evidente che dalle parole di Carr emerge la sua stima per Connington, in maniera ancor più illuminante, la critica specializzata ha posto in rilievo che ..The scene at the end of Chapter 4 of The Case With Nine Solutions, in which the detective chillingly reconstructs the maid’s murder, reminds one of similar reconstructions to come by Dr. Fell in Carr’s books. The plotting technique of the early chapters in which the author gradually reveals and interconnects several different crime situations, also has some similarities to Carr’s, and might have influenced him. Just as in Carr, we first see the puzzling and sinister aftermath of each crime, then gradually the detectives penetrate to the underlying events leading up to the situation. It reminds one of such Carr novels as Death-Watch (1935) or Death in Five Boxes (1938). The whole investigation takes place at night, in lonely and mysterious buildings, and has a macabre flavor. Various characters in the story are introduced in the middle of the ongoing investigation, and the detectives track their movements before and during the crime, during their interrogations. All of this could have served as a model for Carr’s novelistic technique. Even the scene in Chapter 6, which discusses the various mathematical permutations of solutions possible in the crime, has some formal similarities to the Locked Room Lecture in Carr’s The Three Coffins (1935), which systematically analyzes the permutations of kinds of impossible crimes”.

A questo punto, non ci rimane che ricordare il passo in oggetto, tratto da The Case With Nine Solutions:

“L’ispettore annuì gravemente, senza interrom­perlo. Una morte violenta può avvenire, a parere mio, per tre cause – continuò il sovrintendente – disgrazia – in cui includerò il caso di omicidio colposo – suicidio e assassinio. Per ciascuno dei due soggetti noi dobbiamo quindi considerare queste tre possibilità, e ricercare fra di esse la vera causa della morte. Avete studiato mai il calcolo delle probabilità?

No, veramente… – confessò l’altro, un po’ mortificato.

Vedete: combinando fra loro tutte e tre le possibilità che vi ho detto circa la causa della morte di ciascuna delle due vittime, noi otteniamo nove soluzioni possibili. – Scrisse rapidamente alcune righe su un foglietto e lo porse, attraverso il tavolo, all’ispettore, il quale vi lesse quanto segue:

   HASSENDEAN         SIGNORA SILVERDALE

1° . .Disgrazia             Disgrazia

2°. . Suicidio               Suicidio

3°. . Omicidio             Omicidio

 4°. . Disgrazia             Suicidio

5°. .  Suicidio              Disgrazia

6°. . Disgrazia             Omicidio

 7°..Omicidio             Disgrazia

8°..Suicidio               Omicidio

 9°. . Omicidio             Suicidio

In questo specchietto voi vedete elencate e raffrontate fra loro tutte le possibilità del caso – riprese sir Clinton. – Si tratta ora di scoprire la soluzione esatta.

- Già – fece l’altro, senza entusiasmo.

- Se noi esaminiamo separatamente ciascuna soluzione – proseguì sir Clinton – possiamo già, così all’ingrosso, farci un’idea di quel che può essere accaduto. Ma sarà meglio chiarire, fin dal principio, alcuni punti fondamentali. Anzitutto, da quanto si può giudicare finora, la donna è morta avvelenata e poi le hanno sparato in testa, quando era già morta…Il giovanotto invece deve la propria fine a quei due colpi di pistola nei polmoni. Siamo d’accordo?

- D’accordo – assentì l’ispettore.

- Esaminiamo ora le varie ipotesi da me prospettate e procediamo per ordine. Primo: disgrazia per l’uno e disgrazia per l’altra. In questo caso, la signora Silverdale avrebbe ingerito il veleno per errore: colpa sua o di altri. Mentre il giovane Hassendean si sarebbe sparato due colpi per un disgraziato incidente, anche se questa ipotesi mi sembra del tutto inverosimile, oppure una terza persona l’avrebbe colpito, involontariamente, per ben due volte… Che ne dite?

Per la verità, l’idea non mi persuade molto.

- Vediamo allora la seconda ipotesi: un suicidio a due. Vi va?

- Mhm! Dopo tutto, questi casi romantici di due innamorati che vogliono morire insieme non sono poi così rari. Potrebbe anche darsi. Lei si è avvelenata, e lui, prima di spararsi un colpo, a buon conto, ha cacciato una pallottola nella testa anche a lei, nel caso che il veleno non dovesse fare effetto….

- Passiamo alla terza soluzione: la signora sarebbe stata avvelenata deliberatamente e il giova­notto ucciso, o da lei stessa, prima di morire, o da altra persona che non conosciamo…

Io sarei più propenso per questa terza persona – azzardò l’ispettore. – Vi ricordate che abbiamo trovato un vetro rotto alla finestra e che nel salottino c’erano segni evidenti di colluttazione?                 

- D’accordo – assentì l’ispettore.

- Giustissimo. Ma vediamo il quarto caso. La signora Silverdale si avvelena e il giovane Hassen­dean viene ucciso per un disgraziato accidente, o dalla signora o da una terza persona, poiché mi pare poco possibile che uno possa spararsi, per puro caso, due colpi di pistola. Infatti, un colpo va bene, ma due sarebbe proprio un caso senza precedenti.

Eh, no, non direi! – fece Flamborough, con aria convinta; poi aggiunse subito: – Aspettate; ma, in questo caso, la signora doveva avere una ragione per uccidersi. Chissà, forse qualcuno l’aveva minacciata… qualche cosa di terribile… e lei non vedeva via di salvezza… Non so ancora nulla, ma se la disgraziata, per esempio, avesse avuto a che fare con quella belva che ha strozzato con fredda ferocia quella povera ragazza, lì, a Le Felci… non mi meraviglierei che avesse preferito avvelenarsi. Non mi sembra che sia ora il caso di perderci a cercare le ragioni di un ipotetico suicidio. Però non voglio escluderne a priori la possibilità…

“Non mi pare molto attendibile – proseguì l’ispettore. – E poi io troverei un’altra deficienza in questa vostra quarta soluzione; anzi, più di una. Se scartate la mia ipotesi, come mai la signora poteva avere sottomano la dose di veleno necessaria a uccidersi? Mi sembra un po’ difficile. E poi, è mai possibile che una terza persona – sempre che ci sia stata di mezzo una terza persona – abbia sparato, per errore o per disgrazia, due – dico due colpi di pistola a quel povero Hassendean? Anche questa ipotesi, scusate, la trovo un po’ azzardata… Se poi i colpi li aveva sparati la signora, che bisogno aveva di avvelenarsi? Nessuno poteva pensare che fosse stata lei a uccidere. Bastava che se ne andasse alla chetichella, e nessuno si sarebbe sognato di sospettarla. E, infine, se aveva preso il veleno, perché quella revolverata nella testa?”

Non c’è che dire, ispettore, il vostro ragiona­mento non fa una grinza – commentò il sovrinten­dente, assai divertito per il calore con cui il brav’uomo sosteneva il suo punto di vista. – Ma passiamo al numero cinque.

Oh, quello poi è assurdo addirittura! – fece Flamborough, bruscamente. – Lei si avvelena per sbaglio e poi, ancora per sbaglio, le tirano un colpo di pistola, e quell’altro disgraziato si ammazza anche lui!… No, via, è troppo assurdo.

Bravo! Le vostre obiezioni, così chiare e precise, mi piacciono. Ma allora non ci resta che considerare la sesta ipotesi: omicidio per la signora e disgrazia per il giovanotto. Vi andrebbe, questa?

Ecco, prima di accettarla, vorrei vederci un movente plausibile per l’assassinio. E poi, scusate, se qualcuno si era preso la briga di avvelenarla, a quale scopo Hassendean l’avrebbe portata laggiù? Sarebbe stato quello il miglior modo di destare sospetti… sempre che sia stato lui…

Si arrestò un attimo, come colpito da un’idea.

Ma sicuro! – esclamò. – Non ci avevo pensato… Il veleno poteva anche averglielo propi­nato un altro, no? Magari a casa sua, se era un veleno ad azione lenta. Non credete?

Ma quella sera, a Le Felci, c’era una sola persona in piedi – osservò il sovrintendente.

La cuoca, volete dire? Certo! E ciò potrebbe anche spiegarne la morte. Qualcuno che ha pensato bene di farsi giustizia da sé…

Nella mente dell’ispettore si aprivano nuovi orizzonti.

Eh, quel vostro sistema, sovrintendente, non è poi da buttar via del tutto – concesse, bonario.

Davvero? Be’, ne ho piacere – fece sir Clinton, con uno dei suoi sorrisetti ironici.

- Sì, sì, mi piace proprio. Fa venire delle idee… Consideriamo allora la settima soluzione.

La settima? Sarebbe il caso inverso della precedente: omicidio per il giovanotto e disgrazia per la signora…

Cioè, lei avrebbe preso, per errore, una dose esagerata di qualche droga pericolosa; oppure questa le sarebbe stata somministrata, sempre per errore, da una terza persona. E’ così?

Precisamente.

Uhm! Potrebbe anche darsi… In fondo, dato il tipo, poteva anche essersi abbandonata agli stupefacenti e averne magari preso una dose ecces­siva. Aveva certe pupille dilatate!… Eh, sì… può benissimo darsi che fosse morfinomane, o cocaino­mane… Per quel che ne sappiamo!

Be’, vediamo il numero otto: suicidio per l’uomo e omicidio per la donna.

Anche per questo caso ci vogliono dei motivi. Ci penserò con maggior calma.

Numero nove. Lui assassinato e lei suicidata. Ci siamo, ispettore?

Un momento. Analizziamo bene le cose. Se lui fu assassinato, o è stata lei, o è stato un altro. Di qui non si scappa. Se l’ha ammazzato lei, poteva aver premeditato di ammazzarlo e aver preso con sé il veleno da inghiottire lei, a cose fatte. Se invece è stata una terza persona, la signora potrebbe essersi avvelenata dopo, nel terrore di quanto l’attendeva. Ma ciò implicherebbe la condizione “sine qua non” che lei avesse già con sé il veleno. E chi poteva essere questa terza persona? C’è poi anche un’altra versione possibile: quella che i due amanti avessero deciso di avvelenarsi insieme. Lei inghiotte la propria dose; ma, prima che l’altro abbia il tempo di imitarla, entra in scena il terzo che gli spara contro i due colpi di pistola. Eh? Non sarebbe mica da scartare neanche questa.

Già – fece il sovrintendente, serio serio – e il terzo pensa a far sparire il veleno… Bravissimo..

Oh! Avete ragione; non ci avevo pensato. Allora nemmeno questa può andare…” (J.J.Connington, The Case with Nine Solutions, “Il segreto di una notte”, Trad. Tito N. Sarego – I Classici del Giallo Mondadori N.220 del 1975, pagg. 68-72).

Va detto anche, per completezza, che tredici anni dopo la pubblicazione di The Case with Nine Solutions (che è del 1928), Connington scrisse un altro romanzo che riprendeva la stessa tecnica delle permutazioni, The Twenty-one Clues (1941), e che a dispetto della maggiore semplicità di esser rispetto a quelle in The Case with Nine Solutions, per la solidità dell’intreccio, e per la varietà degli indizi lasciati, viene ritenuto il romanzo più complesso di Connington. A questo punto qualcuno potrebbe obbiettare: perché richiamare Connington e non Berkeley? Il perché taluni abbiano pensato a interconnessioni tra Carr e Connington e non tra Carr e Berkeley, intendo il Berkeley di The Poisoned Chocolates Case, 1929 (Il caso dei Cioccolatini avvelenati, romanzo nato da un racconto dello stesso Berkeley, risalente allo stesso 1929, The Avenging Chance), è presto detto: sia Carr che Connington sono legati dal medesimo espediente, ossia le permutazioni, combinazioni diverse (per es. gli anagrammi di una parola sono sue possibili permutazioni), che portano a sviluppi differenti ma che hanno sempre in comune i medesimi elementi. Anthony Berkeley, invece, non utilizza le permutazioni, bensì adotta una tecnica che deriva dal Bentley di Trent’s Last Case (1913): arrivare dalle stesse basi indiziarie ad esiti completamente differenti. Ecco le 3 soluzioni di Bentley, ecco le 6 di Berkeley, ecco le 4 di The Greek Coffin Mystery ( 1932) di Ellery Queen. Sembrerebbe un gran minestrone, ma ciascuno dei quattro autori citati è legato agli altri: Berkeley e Queen derivano la stessa tecnica da Bentley; Berkeley e Queen, ma soprattutto Queen influisce su Carr.

E tutti, a testimoniare l’influenza sullo stesso autore, sono ricordati in The Grandest Game in the World: ” E. C. Bentley, nel 1913, fu in confronto l’ultimo arrivato col suo brillante tour de force, L’ultimo caso di Trent…La prima opera di Anthony Berkeley si basò su un delitto della camera chiusa: parliamo di The Layton Court Mystery…Tre anni dopo, quando un azzeccagarbugli di avvocato si fece avvelenare con un nuovo tossico chiamato piombo tetraetile in “La poltrona n.30″, noi salutammo l’avvento di Ellery Queen. Questi due furono gli unici scrittori veramente di qualità superiore dell’epoca (N.d.R. : l’altro di cui ha parlato prima di Ellery Queen, è S.S. Van Dine)…Se dovessi scrivere ancora dei miei romanzi favoriti…i miei sentimenti sono immutati, gli autori che considero migliori restano gli stessi. Sono passati diciassette anni, ma non sono apparsi scrittori più bravi di quelli che ho nominato, anzi nessuno, diciamocelo all’orecchio, vale neanche la metà di chiunque di loro (N.d.R. : cita anche Mason, Dorothy Sayers, Sherlock Holmes, Philip MacDonald, Chesterton , Freeman, Q.Patrick, Christie, Abbot, Rhode, Connington, , Futrelle, Walling)( John Dickson Carr, “Il gioco più splendido del mondo”, op. cit. pagg. 320,323, 331-332).

Francamente, il giudizio di Carr, è pienamente condivisibile a quarantotto anni dalla pubblicazione di questo saggio, comparso nel 1963, su EQMM. Ma a noi interessa in particolare segnalare Berkeley, perché così può capirsi la differenza con Carr e Connington, e perché invece questi due siano così legati da fili invisibili.

Anthony Berkeley Cox, che aveva cominciato l’avventura di Roger Sherringham, sotto lo pseudonimo più conosciuto, di Anthony Berkeley, con una Camera Chiusa, The Layton Court Mystery, 1925 (tradotto in Italia da Mondadori con “Delitto a Porte Chiuse”), come ricordato nello stesso saggio di Carr, nel 1929 pubblicò il suo romanzo più famoso presso il grande pubblico (ma non quello più amato dai critici), The Poisoned Chocolates Case, 1929 (Il caso dei Cioccolatini avvelenati): in esso, sei personaggi, Sir Charles Wildman,  Mabel Fielder-Flemming, Morton Harrogate Bradley, Roger Sheringham, Alicia Dammers e Ambrose Chitterwick nell’ordine, membri del Club del Crimine, formulano sei differenti ipotesi in merito all’avvelenamento di Joan Bendix, moglie (golosa di cioccolatini) del criminologo Graham Bendix. Le ipotesi partono dal medesimo racconto e giungono a esiti e omicidi diversi. L’ipotesi di Sherringham, che è la quarta , è fallace: Alicia Dammers la smonterà completamente, e toccherà all’insignificante Ambroise Chitterwick, far capire agli astanti chi possa essere stato:

“«Ho spesso notato che in questi libri si presume che da un singolo fatto sia possibile trarre una sola deduzione, e invariabilmente quella giusta. La si­gnorina Dammers ha citato qualcosa di simile una sera parlando delle due bottigliette d’inchiostro.

«Farò un esempio anch’io, a proposito del foglio di carta da lettere di Mason. Da quel foglio sono state tratte le seguenti deduzioni:

1. che il colpevole era un dipendente o ex dipen­dente della ditta Mason;

2. che il colpevole era un cliente di Mason;

3. che il colpevole era un tipografo o aveva accesso a una tipografia;

4. che il colpevole era un avvocato che agiva per conto di Mason;

5. che il colpevole era un parente di un ex dipen­dente di Mason;

6. che il colpevole era un cliente di Webster.

«Altre deduzioni potevano essere tratte da quel

foglio, ma voglio richiamare la vostra attenzione su quelle che sono in stretta relazione con l’identità del colpevole. Ce ne sono almeno sei, tutte con­traddittorie fra loro.»” (Anthony Berkeley, The Poisoned Chocolates Case, “Il caso dei cioccolatini avvelenati”, trad. Francesca Santini, I Classici del Giallo Mondadori, N.414 del 1982, pag. 152).

Il come da un possibile problema si possano ottenere non combinazioni diverse dello stesso risultato, ma soluzioni completamente diverse tra loro, lo ribadisce anche Carlo Toffaroli:

“..sei autorevoli personaggi sfornano sei spie­gazioni contrastanti e, quel che è peggio, sei colpevoli diversi: ogni protagonista ha la sua verità. Una situa­zione che corrisponderebbe, in Matematica, ad avere sei soluzioni differenti di uno stesso problema: non sei dimostrazioni del medesimo risultato, ma sei argomen­tazioni che portano a conclusioni alternative. Oggi l’a­nomalia non provoca più nessuno scandalo, almeno in Matematica: è universalmente accettato che assiomatizzazioni diverse possano realmente condurre a conclu­sioni tra loro contraddittorie, e che non esistano assiomatizzazioni universali perfette, buone per ogni occasione; deve essere semmai la situazione in esame a sug­gerire il modello matematico da preferire, la conseguente assiomatizzazione e, in conclusione, i risultati da trarre..” (Carlo Toffaroli, Il matematico in giallo-Una lettura scientifica dei romanzi polizieschi, Guanda, 2^ edizione, 2008, pagg. 38-39).

A dirla tutta, a me pare che la differenza tra Berkeley e Carr si estrinsechi anche nel modo di fare del protagonista: il Dottor Fell è istrionico, rumoroso, logorroico, pomposo sopra ogni misura, e ovviamente non sbaglia mai; Roger Sherringham è disinvolto, diremmo “à la page”, schietto quasi al limite, e al confronto con Fell invece è fallibile, come dimostra proprio nel romanzo sopra citato; inoltre è offensivo talora nei suoi commenti, per es. quando dice, esprimendo una posizione antifemminista, che “..quasi tutte le donne.. sono delle idiote…cerebralmente un po’ deficitarie, se preferisci. Affascinanti idiote, deliziose idiote, adorabili idiote, ma pur sempre idiote, e della peggiore specie… Vivono interamente in base alle proprie emozioni e sono fondamentalmente incapaci di ragionamento… Di tanto in tanto, naturalmente, si incontrano delle eccezioni… grazie al cielo!”( Anthony Berkeley, Il veleno di Wychford – The Wychford Poisoning Case, 1926 – trad. Mauro Boncompagni, I Classici del Giallo Mondadori N.1077 del 2005, pag.104). Una posizione che Carr/Fell, non avrebbe mai espresso. Inoltre se la fallibilità di Sherringham, è talmente conclamata da divenire quasi un passo distintivo della sua personalità di detective, e persino Dorothy Sayers, fa dire al suo Lord Peter Whimsey:

“..Per esempio c’è il metodo di Roger Sherringham. Tu riesci a dimostrare, con una quantità di particolari minuziosi, che A ha commesso il delitto; poi dai una bella scrollatine finale a tutta la storia, imbocchi improvvisamente una linea di indagini del tuttonuova e scopri che il vero assassino è B..la persona che hai sospettato al primo momento e che poi hai lasciato perdere lungo la strada” (Dorothy Sayers, “Alta marea per lord Peter”, Have His Carcase, 1932 – trad. Maria Grazio Griffini, I Classici del Giallo Mondadori N.623 del 1990, pag.396) , il Dottor Fell, al contrario è molto più infallibile.

Tuttavia, se è evidente che la tecnica delle formulazioni ipotetiche di Connington e Berkeley è diversa, lo è altrettanto quella tra Berkeley e Queen: laddove il primo scrive una parodia del genere poliziesco, deridendo la capacità di ragionare e paventando la possibilità che ciascuna situazione, ruotata opportunamente, possa rappresentare una soluzione ed il contrario di essa, insomma una miriade di interpretazioni, Queen arriva ad un presupposto addirittura antitetico, laddove egli dimostra la potenza della ragione nel giungere a recessi estremamente profondi della psiche, imbastendo delle soluzioni parziali, da cui poi si possa arrivare a quella definitiva, con un processo di appropriazione ma anche di rigetto di ciò che non è più in linea con la soluzione definitiva.

Se abbiamo confrontato Berkeley con Carr, ci piace ora far rilevare l’influenza che su Carr,  secondo certi critici, ha Ellery Queen.

Ecco quello che dice Mike Grost:

 One writer I suspect EQ influenced, although this is not much discussed in history books, is John Dickson Carr. Carr’s impossible crime plots are modeled after G.K. Chesterton. But his logical, systematic crime investigations remind me of Ellery Queen’s. Both authors explore every aspect of the crime in great depth, constantly looking for new insights into its underlying causes, new clues, new information. Both put great emphasis on the movements of people within a building at the time of the crime, and their interactions, which they build up into complex patterns...The Arabian Nights Murder, and realized it seemed to be rather Queen-like. In particular, Hadley’s section (which was my favorite) reminded me of Queen’s solutions: the detective notices several ‘stray points’: the disconnected beard, the fainting spell, etc., and puts them together with a beautiful chain of deductive reasoning which converges on the identity of the killer. The book also has two solutions, which EQ frequently did.”.

A me interessa, nel caso in questione, quello della dissertazioni delle Camere Chiuse, mettere in luce come Carr potrebbe essere stato influenzato dal Queen di The Tragedy of X e di altro romanzo pubblicato prima di The Hollow Man, The Twin Siamese Mystery. 

Cos’hanno in comune questi due romanzi queeniani? The Dying Message, “il messaggio del morente”. Esso, anche se furono i Queen, a svilupparlo fino a farne il proprio marchio di fabbrica, era in effetti ad essi preesistente: si trova per es. in The Mysterious Affair at Styles (1920) di Agatha Christie, in Behind That Curtain (1928) di Earl Derr Biggers, e anche in Red Harvest (1927) di Raymond Chandler. Carr, secondo noi, nella costruzione della sua dissertazione più famosa, può aver preso qualcosa di Queen, The Dying Message, per esempio, che ha in comune con The Locked Room, il fatto di poter essere variato innumerevoli molte, mantenendo sempre la propria identità originale.

Per quale motivo, io ritengo che i romanzi che potrebbero aver dato l’idea a Carr di una dissertazione, cioè di una discussione dottorale su un argomento oggetto del romanzo, potrebbero essere The Tragedy of X  e The Twin Siamese Mystery? La ragione è presto detta: nel primo c’è un’embrionale discussione, nel secondo la materia viene sviscerata completamente nel corso di un monologo speculativo.

Prendiamo il primo e vediamo un po’: il passo a cui alludo, è la discussione sul “messaggio del morente” che si ha prima e dopo l’ultimo delitto ( da cui espungerò i passi secondo me più significativi) :

“…C’era un fatto strano: la zuccheriera sul tavolo era stata rovesciata, c’era dello zucchero sparso a terra e, stretta nella mano del morto, c’era una manciata di zucchero…Qual era il significato dello zucchero? Come spiegare quest’ultimo atto disperato di un uomo in punto di morte?..Mi è venuta in mente la soluzione e ho scritto a Vienna…Ma era lo zucchero in quanto tale la traccia? Voleva dire che l’assassino era goloso di dolci? O invece che era diabetico?..D’altra parte, cos’altro poteva significare lo zucchero? A cosa assomiglia? Ebbene è una sostanza bianca e cristallina…e quindi ho scritto al prefetto viennese che mentre lo zucchero poteva stare ad indicare un diabetico, la spiegazione più probabile era che l’assassino si drogava con la cocaina…L’uomo arrestato era uno che i nostri giornali definirebbero un cocainomane…Ciò che mi interessava era la psicologia dell’uomo assassinato. Certo non aveva un intelletto comune…Ha lasciato come traccia per identificare il suo assassino l’unica cosa che avesse a disposizione in quei brevissimi istanti prima di morire…(Ellery Queen, The Tragedy of X, La tragedia di X, trad. Carmen Iarrera- TRE LETTERE PER TRE DELITTI, Supergiallo I GRANDI MAESTRI, 2007, pag.162).

“…Stavano fissando tutti la faccia irrigidita di DeWitt. Un’espressione orribile, innaturale, gli contorceva i lineamenti. L’espressione non era difficile da interpretare. Era terrore puro e semplice, un terrore che gli aveva contratto gli occhi, che gli aveva irrigidito i muscoli delle mascelle…Gli occhi di tutti si distolsero da quel terrificante viso di morto e si fissarono all’unisono sulla mano sinistra del cadavere, che il dottore aveva tirato su per controllare. – Guardate queste dita – disse il dottore. – Sono intrecciate. Il dito medio è ripiegato con forza sull’indice in un gesto tipico, mentre il pollice e le altre due dita si sono artigliate nella morte. – Che diavolo…- borbottò Thumm.

Bruno si chinò, con gli occhi che gli schizzavano fuori dalle orbite. – Dio mio! – esclamò – sono pazzo, ho le allucinazioni, o che altro? Perchè mai… – si mise a ridere  – è  impossibile. Non siamo nell’Europa del Medioevo…Quello è il segno di scongiuro contro il malocchio..” (op. cit. pag. 170).

“-Un bello sforzo, vero, ispettore? – chiese seccamente il medico legale.- Una delle cose più strane che abbia mai visto. Queste dita sono allacciate così strettamente che non si possono separare neanche a morte sopravvenuta.

-Non posso accettare la spiegazione che sia uno scongiuro contro il malocchio – disse Thumm con caparbietà, liberandosi le dita. È troppo maledettamente romanzesco. Per quello che mi riguar­da fa acqua da tutte le parti. Insomma… ci riderebbero dietro!

Suggerite un’altra spiegazione – lo invitò Bruno.

-Va bene – bofonchiò Thumm. – D’accordo. Può darsi che il tizio  che l’ha fatto fuori gli abbia intrecciato le dita a quel modo. -Sciocchezze – sibilò Bruno. – È una spiegazione ancora più pazzesca di quell’altra. Perché mai al mondo un assassino dovrebbe fare una cosa del genere? Lo vedrete… – disse Thumm. – Lo vedrete… e voi cosa ne pensate , signor Lane? Dobbiamo cercare uno iettatore  in questo omicidio ?

Lane si raddrizzò. – Credo – disse con una stanchezza infinita -che John DeWitt abbia preso molto seriamente un’osservazione sensza conto che ho fatto questa sera.

Thumm cominciò a chiedere spiegazioni,ma tacque perché il dottor Schilling si era alzato in piedi. – Bene, questo è quanto posso fare qui – disse il medico. – Una cosa è certa. È morto all‘istante. Lane fece finalmente il primo movimento carico di una qualche energia dopo molti minuti e afferrò il medico per un braccio. – Ne siete certo, dottore? La morte è stata istantanea? – Ja. Ne sono assolutamente certo. La pallottola, probabilmente una calibro 38, è penetrata nel cuore attraverso il ventricolo sinistro. Tra l‘altro, a un primo esame, c’è solo quella ferita” (op. cit. pag.171).

Se i brani finora presentati, possono in qualche modo illuminare su una Lecture Queeniana, è anche da dire che l’evoluzione delle riflessioni concernenti il “Dying Message” all’interno di The Twin Siamese Mystery, è ancor più emblematico, a parer mio. La storia è nota, ed è stata anche oggetto di un mio precedente lungo articolo (presentato sempre sul Blog Mondadori), e perciò non mi dilungherò in merito. Faccio però notare che nella riflessione incentrata sul “messaggio” lasciato dal “morente” Dr. Xavier, si notano più passaggi:

il Dr.Xavier viene trovato ucciso nel suo studio da colpi di revolver: stringe nella mano destra una metà strappata di un sei di picche e l’altra metà, spiegazzata,viene trovata per terra; su di essa vengon trovate le impronte delle dita del morto; l’assassinato non era mancino; prima di morire ha accusato SIX che sono le iniziali della moglie, signora Sarah Xavier, S.X.; un mancino avrebbe strappato e stropicciato la metà di una carta con la mano destra e avrebbe conservato l’altra metà con la sinistra, e non viceversa; dimostrazione quindi della falsità della prova del sei; dalle impronte dei pollici lasciate sulla carta, Ellery dimostra che l’assassino è mancino; il mazzo delle carte da cui proviene il sei di picche, vien conservato in una cassaforte;viene accusato il fratello che poi rimane ferito gravemente dalla polizia; prima di svenire, ammette di aver falsato l’accusa ma non l’assassinio del fratello, e dice di sapere chi è l’assassino; durante la notte viene assassinato mentre l’ispettore Richard Queen viene tramortito e derubato di un anello; qualcuno tenta di forzare la cassaforte; dal mazzo manca il fante di quadri; ipotesi di un fante strappato in due; l’ipotesi porta a due fanti uniti e separati; quadri in francese si dice Carreau; conclusione vengono accusati i due gemelli siamesi figli della sig.ra Carreau; Ellery ritorna sui suoi passi e dimostra che Xavier non aveva mai lacerato la carta del fante di quadri; e quindi che si tratta di altra manovra diversiva compiuta con un “messaggio del morente” falso lasciato dal vero assassino nella mano destra del morto; l’accusa falsa scagiona i due gemelli; dimostrata che l’effrazione alla cassaforte era stata fatta di proposito per attirare l’attenzione sulle carte da gioco contenute all’interno; accusa di cleptomania a carico dell’omicida; l’omicida del dottor Xavier e di suo fratello è chi ruba gli anelli per cleptomania..

Ora dall’analisi dei fatti principali vediamo che “il messaggio del morente”, una carta da gioco, è utilizzato prima dall’assassino  e poi dal fratello del dottor Xavier per accusare varie persone. È come se sulla base di un tema (la carta) venissero create una serie di variazioni (le varie azioni simulatorie e dissimulatorie), che potrebbero anche esser intese quali permutazioni, perché le variazioni sul tema avvengono secondo un ordine prestabilito, si succedono implacabilmente e siccome non hanno mai un significato ma molteplici, sono molto simili a combinazioni, i cui elementi base sono gli stessi, mutando invece i significati che gli si possono associare.

Carr potrebbe aver avuto davanti agli occhi almeno questi due romanzi queeniani, nella costruzione della sua celebre dissertazione. E sottolineo “almeno”, perché a parer mio si potrebbe anche associare ai due, The Egyptian Cross Mystery, altro romanzo queeniano precedente a The Hollow Man (Tragedy of X è del 1932, The Egyptian Cross Mystery è del 1932,  The Twin Siamese Mystery è del 1933) che contiene una serie di delitti e quindi una serie di speculazioni che seguono un ordine prestabilito, attraverso anche qui delle azioni mistificatorie che trovano la propria spiegazione nell’analisi finale. Anche qui vi è una serie di omicidi, che si è voluto perpetrare non sulla base di una vendetta tribale, tra i Tvar e i Krosac, da far risalire a vicende accadute in Montenegro, come l’assassino, tale vorrebbe che si pensasse, bensì in seguito ad un fine molto più “occidentale”: è molto simile, quasi speculare, rispetto alla vendetta perpetrata in The Tragedy of X;  anche qui vi è un personaggio che viene dato per morto e poi invece si scopre essere l’assassino; e infine  vi è un “messaggio del morente”, che qui è un foglietto di carta con un messaggio, piegato e nascosto sotto il tasto del pianoforte:

ALLA POLIZIA

Se io fossi assassinato – e ho buoni motivi per credere che qualcuno attenterà alla mia vita-indagate imme­diatamente sull’assassino di Andrew Van, il maestro di scuola di Arroyo (Virginia occidentale) trovato decapi­tato e crocefisso il giorno di Natale.

Al tempo stesso informate subito Stephen Megara, ovunque egli si trovi, affinché faccia ritorno al più pre­sto a Bradwood.

Ditegli di non credere alla morte di Andrew Van. So­lo Stephen Megara saprà dove trovarlo.

Ve ne prego, se volete evitare che sia sparso sangue innocente tutto questo deve rimanere strettamente confidenziale. Non prendete iniziative senza esservi prima consultati con Megara. Anche Van e Megara avranno estremo bisogno di protezione.

Questo punto è molto importante, e posso solo ripe­tervi di lasciare che sia Megara a consigliare il da farsi. Avete a che fare con un maniaco che non si fermerà di­nanzi a nulla.

Il biglietto era firmato – e si trattava di una firma auten­tica, come fu subito possibile verificare con altri docu­menti nello scrittoio – con il nome: Thomas Brad” (Ellery Queen, The Egyptian Cross Mystery, Il mistero delle croci egizie,  trad. Gianni Montanari – Oscar Mondadori N.1869, 2004, pag.152)

In defintiva, romanzi che, al di là del fatto che coincidano o meno con il tipo di permutazione matematica in Connington e Carr, dimostrano che una qualche influenza su Carr, potrebbero averla avuta.

Ipotesi, certamente, ma che mi permetto di dire “possono essere ritenute abbastanza suggestive”.

Non credete?

                                                                                                                      2 – continua


[1] Carolyn Wells, The Technique of the Mystery Story, introd. Jon L.Breen, Ramble House, 2011.[2] J.J.Connington, Murder in the Maze, Assassinio nel labirinto, Polillo Editore, 2006

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17 Responses

  1. Piero

    La terza e ultima parte, che consegnerò a breve a Dario, conterrà le maggiori sorprese, soprattutto per quanto riguarda quei racconti che si siano richiamatio alla dissertazione carriana per antonomasia.

  2. Antonino Fazio

    Sempre molto interessanti, queste dissertazioni del nostro Piero! :-)

  3. Fabio Lotti

    E vai grande e inossidabile Piero! Ma perché non ci scrivi un libro?

  4. st

    Molto chiaro, semplice e ben artciolato.
    Complimenti :)

  5. Stefano Serafini

    Assolutamente sono d’accordo con l’idea del libro :)

  6. Piero

    Si. E chi me lo pubblica? :-)
    Già ho un romanzo con tre camere chiuse nel cassetto, che a parere di Luca, con un buon editing, sarebbe carino.
    Poi ho un racconto di 80 pagine che piacque all’epoca a Igor Longo.
    Lasciamo perdere, che è meglio.
    C’è una cosa anzi due in ballo ma su un fronte cui scaramanticamente per il momento non accenno. :-)

  7. Piero

    Con la presrente ringrazio coloro che mi hanno dato una mano, non tanto per questo pezzo, quanto per il prossimo, fornendomi su mia richiesta, i testi integrali in lingua madre; e cioè Mauro Boncompagni, John Norris di Chicago, e Luca Conti.
    In particolare, non se la prendano gli altri due ;-) , ringrazio Mauro, che quasi sempre (me l’ha negato solo in un caso, che comprendo benissimo: noi collezionisti siamo una razza particolare!) quando gli ho chiesto una cosa, me l’ha fornita, pur avendo tante cose anche lui da fare.
    Grazie di tutto a tutti!

  8. Piero

    Per chi volesse leggere anche qualcos’altro, sul mio blog :

    http://lamortesaleggere.myblog.it/archive/2011/12/28/john-dickson-carr-il-mostro-del-plenilunio-it-walks-by-night.html

  9. Piero

    ..e anche l’ultimo in ordine di tempo :

    http://lamortesaleggere.myblog.it/archive/2012/01/10/claude-aveline-la-doppia-morte-dell-ispettore-belot-la-doubl.html

  10. Gianluca Carinci

    Come al solito , mi inchino davanti alla eccezionale sapienza in campo giallo di Piero ;-)
    A proposito , se posso permettermi una richiesta personale , non si potrebbe avere una bibliografia storica a riguardo dei racconti e romanzi gialli basati su camere chiuse (o magari per estenzione sui misteri impossibili in generale , dei quali le camere chiuse sono un mero sottogenere) ? Infatti , avevo già precedentemente letto la bibliografia lasciata da Sabina Marchesi , ma mi era sembrata piuttosto lacunosa , e sono certo che Piero saprebbe delucidarci meglio a riguardo :-)
    ancora complimenti , e distinti saluti .

  11. Joe Kurtz

    Mi associo all’idea del libro.
    Da grande fautore degli ebook aggiungo il consiglio di autopubblicarlo in versione digitale utilizzando uno dei servizi già esistenti per il self-publishing.
    Un certo numero di acquirenti, tra i frequentatori di questo blog e gli appassionati del genere, è sicuro.
    E se il libro comincia a circolare in versione ebook, con recensioni positive, non è impensabile che qualche editore se ne accorga e proponga la pubblicazione in cartaceo!

  12. Piero

    La bibliografia storica esiste: l’ha già realizzata Bob Adey, in quello che per me resta il più bello studio sulle Camere Chiuse e Delitti Impossibili che mai sia stato realizzato.
    Solo è che “Locked Room Murders and Other Impossible Crimes: A Comprehensibe Bibliography” è molto raro oramai e se si trova costa una fortuna. Io l’ho cercato ma ancora non l’ho trovato, e così ogni tanto qualche amico che ce l’ha mi fa leggere qualcosa. Alla fine l’avrò letto tutto :-)

  13. Piero

    Oddio, si potrebbe anche stilare una bibliografia, e del resto l’ho già cominciata, perchè della gente su Anobii e privatamente me l’aveva chiesto, gente che prima frequentava questo Blog e ora molto saltuariamente si affaccia. Ma il problema è che- siccome io sono molto curioso e abbastanza pignolo, andrebbe a finire che per essere il più possibile esaustiva, avrei bisogno che qualcuno mi desse una mano; almeno Mauro. E siccome Mauro, John Norris che è un mio amico oltreoceano, Luca Conti, sono gente che fa anche dell’altro nella vita (come me del resto) oltre a scrivere delle amenità, va da sè che la cosa avrebbe bisogno di un certo tempo di decantazione. E poi..anche se la cosa andasse a buon fine, rimarrebbe il fatto che un buon 40% se non di più credo, delle Camere Chiuse scritte, sarebbe molto difficile da trovare. Sempre che lo si volesse. Ma ovviamente in inglese e in francese.

  14. Gianluca Carinci

    Beh è ovvio che non pretendevo una bibliografia completa nel poco spazio concesso da un blog , sarebbe bastato un resoconto di tutte quelle di cui Lei ha memoria , e d’altronde sono sicuro che se ne sarebbe comunque ricavato un discreto elenco :-)
    Per quanto riguarda l’irreperibilità comunque non mi sembra un problema , dal momento che oramai su internet si trova di tutto , anche il sopraccitato saggio di Bob Adey : in meno di 5 minuti , ne ho trovati ben 2 in vendita…peccato che entrambi costassero più di 500 dollari (sic) !!!

  15. Alessandro B.

    Attendiamo fiduciosi. Anche un elenco limitato alle sole opere in italiano sarebbe sufficiente e accontenterebbe la maggior parte dei lettori (io, per esempio, con l’ausilio di un dizionario sono in grado di leggere un libro in inglese, come molti altri credo, ma sono troppo pigro per farlo).
    Ovviamente nessun elenco potrebbe essere esaustivo, come Piero ben sa, ma sarebbe comunque un ottimo punto di partenza per chi volesse approfondire il tema e un eccellente punto di vista da parte di un osservatore competente e qualificato.

  16. Piero

    Nell’attesa…potreste leggere dell’altro. Stanotte ho postato il mio ultimo articolo sul mio blog :
    http://lamortesaleggere.myblog.it/archive/2012/01/23/j-j-connington-le-tre-meduse-tragedy-at-raventhorpe-1927-i-c.html
    Connington è molto interessante, alla luce delle influenze su Carr e Queen.
    Ne parlo nella seconda parte sulle Dissertazioni. Beh, ne “Le tre meduse”, romanzo che non viene ripubblicato da parecchio, questa influenza su Carr è palese.
    Il romanzo è da riscoprire: come tutti i romanzi degli anni ’20, è pieno zeppo di idee, tanto pieno da non riuscire in alcuni casi a svilupparle. C’è veramente di tutto.

  17. Piero

    Altro post ieri: articolo su Paul Halter

    http://lamortesaleggere.myblog.it/archive/2012/02/18/paul-halter-la-maledizione-di-barbarossa-il-giallo-mondadori.html

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