Vive le roman policier! – Metacritica di “The Third Bullet” di John Dickson Carr

luglio 23rd, 2010 by Moderatore

Oggi Vi proponiamo un nuovo interessante saggio di Pietro De Palma. Buona lettura!

949-1.jpgAnni fa, Roland Lecourbe, noto critico di letteratura poliziesca, pensò di creare una guida ideale alla Letteratura delle Camere Chiuse, invitando una serie di conoscitori del genere, quelli che a lui risultavano essere al momento i massimi: tra essi, innanzitutto Robert Adey, estensore di una celeberrima bibliografia sul genere, “Locked Room Murders and Other Impossible Crimes: A Comprehensive Bibliography” e insieme a Jack Adrian co-autore di una antologia di straordinarie camere chiuse (racconti) pubblicata in Italia da Garden Editoriale, “The Art of the impossibile”. Assieme a Robert Adey, furono invitati : 3 esperti belgi (M.Soupart, Philippe Fooz, V. Bourgeois), uno studente che aveva scritto una tesi sulla Letteratura delle Camere Chiuse (Roman Brian), 2 traduttori dei romanzi di Paul Halter (J.Pugmire e I. Longo), il coeditore del Mystery Scene Magazine (Brian Skupin). Tutti quanti, assieme allo stesso Lecourbe, avrebbero dovuto stilare una lista di Camere Chiuse, che fossero il meglio del genere, un po’ una sorta di revival ampliato di quell’altro incontro, patrocinato da Edward D. Hoch[i] nel lontano 1981, e cui avevano partecipato grandi nomi della letteratura e della critica poliziesca (diciassette per l’esattezza[ii]), a corollario dell’introduzione dell’antologia da lui curata “All But Impossibile”: se dall’incontro promosso da Edward D. Hoch era stata prodotta una lista comprendente 14 romanzi, dall’incontro patrocinato e organizzato da Lecourbe, ben 99 Camere Chiuse furono elencate, come i migliori esempi del genere. Questa lista ampliava quella essenziale, stilata sedici anni prima, includendo opere anche di autori di lingua francofona, prima d’allora non esaminati. I risultati furono acclusi in appendice all’antologia, pubblicata nell’aprile 2007, dal titolo “Mystères à Huis Clos”. Notiamo che tra gli esperti dell’incontro francese figurava il consulente editoriale del Giallo Mondadori, Igor Longo, traduttore di molti degli Halter, dei tre Steeman più recenti, e degli Abbot pubblicati in Italia da Mondadori, anni fa.Tra i molti autori che prima non erano stati inclusi, troviamo ovviamente i francesi (Noel Vindry, Marcel Lanteaume, Stanislas Andrè Steeman, Gaston Boca, Pierre Boileau anche in associazione con Thomas Narcejac, Pierre Siniac, Paul Halter, Jean Alessandrini, Herbert & Wyl, etc..), ma anche parecchi autori di lingua inglese (A. Abbot, A.Boucher, C.Brand, I.Asimov, Leo Bruce, F.Brown, E.Crispin, Freeman Wills Crofts, etc..).La cosa che ci interessa sottolineare è che non vennero prese in esame, perché novelle, 2 opere famose: “The Big Bow Mystery” di Israel Zangwill e “The Third Bullet” di J.D.Carr.Opera famosa “The Third Bullet” ? Da noi, possiamo dire che sia quasi sconosciuta, o almeno non conosciuta come le grandi Camere degli anni ’30: The White Priors Murders, The Judas Window, The Three Coffins, ma, nel novero delle opere di Carr, è una delle più interessanti, e vedremo perché.Innanzitutto è da dire che di questo racconto esistono due versioni: la prima, pubblicata a nome Carter Dickson, nel 1937,  piuttosto lunga (l’edizione è di circa 128 pagine); ed una più corta, pubblicata prima nell’EQMM del gennaio 1948 e poi nell’antologia, “The Third Bullet and Other Stories”, nel 1954, a firma John Dickson Carr, assieme ai racconti”The Clue of the Red Wig”, “The House in Goblin Wood” (Sir Henry Merrivale), “The Wrong Problem” (Dr. Fell), “The Proverbial Murder” (Dr. Fell), “The Locked Room” (Dr. Fell), and “The Gentleman from Paris.” Il racconto nella versione originale è stato  ripubblicato nella raccolta del 1991, “Fell and Foul Play”. In Italia la versione del 1937, secondo alcune fonti (Il Dizionario Bibliografico del Giallo, il Pirani per intenderci ) pare esser stata pubblicata da Mondadori quasi quarant’anni fa (“Ellery Queen presenta”: Inverno Giallo 1972, The Third Bullet, Il terzo proiettile, traduz. Hilia Brinis) e tre anni fa da Polillo, nella collana I Bassotti, all’interno della raccolta “I Delitti della Camera Chiusa”, con la traduz. di Giovanni Viganò: noi faremo riferimento a quest’ultima, perché la prima non è molto facile a reperirsi. In realtà alcune ipotesi ci porterebbero a ritenere che non si sia tradotta la versione originale, ma quella accorciata, prima fra tutte il fatto che sia la traduzione di Hilia Brinis che quella di Giovanni Viganò fanno riferimento come autore, non a Carter Dickson, bensì a John Dickson Carr[iii]La versione accorciata si spiega col fatto che, per essere compresa nella pubblicazione “Ellery Queen Mystery Magazine”, il racconto  non poteva mantenere intatta la sua lunghezza ( era un romanzo breve) e a questo provvide Frederick Dannay (uno dei due cugini autori di Ellery Queen) col consenso di Carr stesso, come è spiegato nella bibliografia su Carr a firma di Douglas G. Greene[iv].The Third Bullet è una grande Camera Chiusa, costruita seguendo puntigliosamente le 20 regole per la costruzione del poliziesco, di S.S. Van Dine: un giudice viene ucciso in un padiglione. Fin qui nulla di strano: le cose cominciano a complicarsi allorché si riscontra che il probabile assassino non ha ucciso il giudice e oltre alla sua nella stessa camera, nell’attimo in cui lui ha sparato, altre due armi hanno fatto fuoco, di cui una ad aria compressa; solo che di una che viene trovata, non viene trovato il proiettile mentre dell’altra, vien trovato il proiettile ma non l’arma. In altre parole una doppia volatilizzazione, oltre quella ancor più sconcertante degli sparatori, in quanto nel momento in cui l’indiziato, poi arrestato ha fatto fuoco, mancando il giudice, nessuno ha visto altre persone: infatti casualmente sul luogo della sparatoria c’erano dei poliziotti: uno ha avuto sotto controllo l’uscita del padiglione interna (nel corridoio) e da lì nessuno è scappato, la finestra centrale è stata attraversata da un altro, e quelle del lato ovest sono così arrugginite e incrostate che neanche Ercole sarebbe capace di aprirle. Eppure lì vengono trovate delle impronte come se qualcuno fosse uscito da lì,  mentre il proiettile, che prima non si trovava, si trova infisso nel tronco di un albero non essendo però in linea retta rispetto al punto dove si suppone sia stato fatto fuoco, ma alla fine di una traiettoria curvilinea: vi ricordate la teoria del proiettile vagante fatta per spiegare che ad uccidere Kennedy fosse bastato solo Lee Oswald? Ecco..così. Insomma un fuoco pirotecnico di enigmi e di situazioni impossibili.Il lungo racconto tuttavia è interessante secondo me anche per altri motivi, che a prima vista sembrerebbero essere di assai relativa importanza.Innanzitutto il protagonista di questo racconto è il Colonnello Marquis: è un personaggio che appare solo in questa opera e poi..scompare. O meglio..Carr dice che egli sarebbe stato “”probably a mental forerunner of Colonel March”[v]; ma, se davvero ciò fosse stato vero, il Colonnello March , a Capo della Sezione D-3 Omicidi Bizzarri, che Carr definisce “Department of Queer Complaints”, avrebbe dovuto conservare delle caratterizzazioni del proprio progenitore; invece, a ricordare una possibile filiazione, è il gruppo di tre lettere che inizia il cognome: Marquis – March.L’ aspetto di Marquis è molto dissimile da quello che sarà quello del Colonnello March, a capo del Dipartimento D-3, Casi Bizzarri[vi], in cui peraltro (lentiggini, basette, baffi) si cumuleranno caratteristiche dei Watson carriani , Masters e Hadley: “..un uomo amabile e imponente (peserà almeno un quintale) dalla faccia lentigginosa, gli occhi azzurri vivaci e cordiali, ed una pipa estremamente corta che gli sporge da sotto i baffi ben curati, di un colore incerto, tra il grigio ed il sabbia” (J.D.Carr, The New Invisibile Man, Il nuovo uomo invisibile, dalla raccolta Department of Queer Complaints, traduz. Mauro Boncompagni, Supergiallo Mondadori n.21 “La porta sul delitto”, 2001, pag.8). Inoltre, come è costumanza di Carr, egli per March prenderà a prestito  la fisionomia e personalità di qualcuno che ben conosceva: così come Merrivale ricalcherà  Churchill, e Fell Chesterton, così March sarà creato guardando come modello, a  John Rhode, grande scrittore, amico suo (con cui scrisse a quattro mani Fatal Descent, “Discesa Fatale”).  Tante altre volte Carr prenderà a prestito nei suoi romanzi, personaggi veramente esistiti: per es. in The Bowstring Murders egli creerà John Gaunt, probabilmente guardando a quel John di Gaunt, quartogenito di Edoardo III, Duca di Lancaster e d’Aquitania, capostipite dell’omonimo casato reale dei Lancaster e tutore di Riccardo II, che ritornerà in tanti romanzi di Paul Harding pseudonimo di Paul Doherty (serie di Fratello Athelstan); e nello stesso The Burning Court, La Corte delle Streghe, due personaggi ricalcheranno quelli storici: Marie d’Aubray , guarderà volutamente alla celebre avvelenatrice La Marquise de Brinvilliers; e Gaudan Cross, sarà contrapposto al Cavaliere Gaudin de Saint-Croix (Croix in inglese è Cross cioè Croce), per non parlare di Mark Despard, il vicino di casa di Edward Stevens, la cui moglie si assomiglia in modo sconcertante alla celebre avvelenatrice del ‘600, che muore avvelenato da una misteriosa dama vestita con un abito seicentesco: Mark Despard richiama alla mente quel Desgrais o Desgrez o anche Desprez (Despard-Desprez), affascinante capitano di alcune truppe acquartierate vicino al convento dove si aveva certezza che si fosse rifugiata l’avvelenatrice (usufruendo della  extra-territorialità e del diritto di asilo di cui godevano le istituzioni ecclesiastiche), che riuscì a far uscire dal convento  la Brinvilliers, e ad arrestarla.[vii]A sua volta Marquis è raffigurato così : “Sul bordo della scrivania del vicecommissario, un giornale era pie­gato in modo da mostrare parte di un titolo: “II giudice Mortlake assassinato…”. Sopra il giornale c’era un modulo di rapporto, com­pilato nell’ordinata grafia dell’ispettore Page. Sopra il modulo, bene accostate, giacevano due pistole. Una era un revolver Ivor-Johnson, calibro 38. L’altra una Browning automatica, calibro 32. Sebbene fossero appena le undici del mattino, una luce livida e plumbea penetrava dalle finestre che si affacciavano sull’Embankment e la lampada dal paralume verde, sopra la scrivania, era accesa. Il colonnello Marquis, vicecommissario della Polizia Metropolitana, si appoggiava comodamente alla spalliera e fumava una sigaretta, con aria volutamente cinica. Il colonnello Marquis era un uomo lungo e smilzo, al quale le palpebre spesse e un tan­tino rugose conferivano un’espressione un po’ sardonica. Non era calvo, ma i capelli bianchi cominciavano a diradarsi sul cranio, quasi a voler imitare i baffi, ridotti al minimo. La faccia ossuta era quella inconfondibile del militare, nonché quella altrettanto inconfondibile del militare in congedo; e la ragione diveniva evidente quando lui si alzava in piedi: era claudicante. Ma gli occhi erano piccoli e vivaci, e l’espressione divertita” (Carter Dickson, The Third Bullet, Il terzo proiettile,ed. 1937, in “I Delitti della Camera Chiusa”, traduz. Giovanni Viganò, Polillo Editore, collana “I Bassotti”, 2007, pag. 87-88). Tuttavia possiamo ben affermare che il modo con cui viene tratteggiato nel corso del lungo racconto il Colonnello Marquis, tiene conto delle caratteristiche di altri personaggi carriani.  S.T.Yoshi dirà : “Toward the end note is made of his “deplorable foundness for flourish and gesture”, but this is equally a trait of Bencolin, Fell, Merrivale, and even Rossiter and Gaunt[viii].Non possiamo non esser d’accordo con Yoshi : infatti il Colonnello Marquis ricalca molti dei tratti degli altri più famoso detectives carriani. Per esempio talora il Colonnello, pur claudicante,  per la contentezza,  si abbandona a sconcertanti manifestazioni di esultanza: “..Page capì che, se non fosse stato zoppo, il superiore si sarebbe messo a ballare”(Carter Dickson, op. cit. , pag.111), manifestazione che ci fa chiaramente pensare al Dottor Fell; altrove Marquis si presenta molto elegante: “..in cappotto blu scuro e cappello grigio perla, il Colonnello Marquis era un vero figurino..”(Carter Dickson, op. cit., pag.121) : qui possiamo guardare al Juge d’Instruction Henri Bencolin.Certo è che la prima cosa che balza agli occhi è la differenza del nome: Marquis per noi guarda alla Francia, March all’Inghilterra. Carr sembrerebbe essersi dimenticato delle atmosfere nebbiose e cariche di mistero della Parigi bencoliniana e guardare semmai ai fantasmi britannici : ricordiamoci che quando Hodder & Stoughton a Londra nel 1937 pubblica il lavoro, sono già usciti da poco tempo i primi grandi Carter Dickson e questo lavoro così è targato (The White Priors Murders, The Red Widow Murders, The Unicorn Murders, The Magic-Lantern Murders, The Peacock Feather Murders, e di lì a breve uscirà The Judas Window), ma anche i primi grandi Fell (Death-Watch, The Three Coffins, The Arabian Night Murders). Questo è l’ultimo grande pensiero alla Francia: col passaggio alle atmosfere caliginose di Londra, il Colonnello Marquis si trasformerà nel Colonnello March. Insomma si può proprio dire che questo racconto sia un gran pentolone, in cui bollono tanti progetti, tanti personaggi, tante vicende: si può anche trovare qualcosa dei romanzi precedenti. Per es. non sarà inutile ricordare che l’immagine dell’avvocato Travers, evocata a spiegazione del fatto che lui potesse uscire da un ufficio la cui unica porta di uscita era sorvegliata dal suo segretario, in cappotto e cilindro mentre scende le scale antincendio del palazzo, farà ricordare un altro personaggio in cappotto e cilindro in The Arabian Night Murders  (lì avrà una barba posticcia, un libro di ricette di cucina accanto e un coltello infisso nel corpo)A mio modo di vedere, il Colonnello Marquis è ancora legato come genesi, alla fase francese di Carr: Marquis è nome francese non britannico, e significa Marchese. Bencolin guardava a Mefistofele come suo probabile referente, Marquis invece a chi guarda ? Douglas G. Greene,  “fa risalire il nome di Marquis a un voluto omaggio carriano a Melville Davisson Post, uno dei cui personaggi si chiamava proprio Sir Henry Marquis”[ix]. Io tuttavia credo che Carr debba aver guardato ad altro e sempre di area francese: del resto cosa fa lo scrittore a corto di risorse mentali per inventare un personaggio? Attinge da ciò che lo circonda.Per Marquis il riferimento per me è un romanzo carriano, coevo:  The Burning Court “La Corte delle Streghe”, 1937. Uno dei personaggi del romanzo, quello femminile, è Marie d’Aubray che sembrerebbe la reincarnazione di una celebre avvelenatrice del diciassettesimo secolo, La Marchesa di Brinvilliers, personaggio storico al centro di una torbida vicenda di avvelenamenti, uno dei pochi rappresentanti dell’aristocrazia francese (del tempo di Luigi XV) che sia stato nei secoli affidato al braccio secolare: la Brinvilliers fu cioè torturata (sottoposta alla tortura dell’acqua) e poi arsa : in francese si direbbe “La Marquise de Brinvilliers”. Possibile che Marquise si sia trasformata in Marquis? Potrebbe essere, anche se io penso che The Third Bullet debba essere considerato strettamente imparentato a The Burning Court per altri motivi: sono due opere coeve, del 1937; nel primo c’è un Marquis, nel secondo c’è una Marquise; in entrambi vi sono dei personaggi negativi femminili: nel primo ha i capelli neri (Carolyn Mortlake), nel secondo ha i capelli biondo-castano (la Marchesa di Brinvilliers), la prima è flessuosa e magra, la seconda è rotondetta e più piccola di statura. Del resto, uno dei motivi base del romanzo breve è il confronto-scontro tra le due sorelle Mortlake: tra la nera, impetuosa, affascinante e volgare Carolyn che fin dall’inizio è indicata come la pecora nera, e la piccola, bionda e gentile Ida, il prototipo di donna che la letteratura dell’epoca trasformava sovente in una tigre. Vorrei far notare un’altra caratteristica che a me è balzata agli occhi: entrambe le figure femminili dei due romanzi sono simili, pur avendo fattezze diverse: Marie d’Aubray Marquise de Brinvilliers era una donna di appetiti sessuali insaziabili, che aveva avuto a più riprese rapporti incestuosi coi fratelli e aveva avuto numerosi amanti tra cui l’ultimo, quello fatale per lei Jean-Baptiste Gaudin de Sainte-Croix; Carolyn Mortlake è una donna anche lei di appetiti insaziabili, che ha avuto più amanti: “ ..Sono incline a credere che si trovasse in gravi difficoltà per la sua precedente relazione con Ralph Stratfield il ricattatore. E a lei servivano soldi per i suoi svariati amanti, tipo Stratfield .. e Gabriel White” (Carter Dickson, The Third Bullet, Il Terzo proiettile, pag. 183, in “I Delitti della Camera Chiusa”, Polillo Editore, 2007).  Inoltre sia la Marchesa di Brinvilliers che Carolyn Mortlake hanno disperatamente bisogno di soldi, e hanno un padre che avversa la loro storia d’amore, e stringe i cordoni della borsa: Dreux d’Aubray, padre de la Brinvilliers fa incarcerare nella Bastiglia il Cavaliere de Saint-Croix, e rifiuta di dare alla figlia le ingenti somme di danaro che questa utilizza per appagare i propri appetiti, mentre il giudice Mortlake fa incarcerare Gabriel White (che guardacaso, come il Cavaliere di Saint-Croix, ha origini nobili, e il cui cognome originario, comincia alla stessa maniera: Croix – Cray) e si presenta nel romanzo come un padre che venendo a conoscenza dei suoi turbolenti amori “..difficilmente le avrebbe lasciato un soldo nel testamento” (Carter Dickson, idem, Pag. 173).Infine, ancora un parallelismo : così come la Brinvilliers è accusata dalle lettere di confessione trovate in una cassette metallica, tra i resti del laboratorio in cui Saint-Croix, suo amante, preparava i veleni di cui ella si serviva per sopprimere i suoi familiari, così lo stesso Gabriel White in realtà figlio del Conte di Cray, in un drammatico confronto, la accusa di essere un’assassina : “..Non sono stato io a commettere l’omicidio.Date le circostanze sarò costretto a testimoniare contro di te” (Carter Dickson, op. cit., pag. 171).Se non bastasse già questo a sancire un evidente parallelismo tra le due opere, ci sarebbe anche l’ulteriore denuncia dei due servitori: infatti in The Third Bullet, il vecchio custode Robinson cui era stato affidato un perno importante della messinscena, pur senza che egli ne comprendesse le finalità, è colui che formula il più tremendo Je t’accuse, nei confronti dell’assassina : “..So bene che le ho giurato sulla Bibbia che non ne avrei fatto parola con nessuno, e mi ha anche detto che, se fossi andato a raccontarlo, nessuno mi avrebbe creduto, ma io non ho nessuna voglia di finire impiccato per colpa sua” (Carter Dickson, op. cit., pag. 172); e nel caso de La Marchesa de Brinvilliers, ad accusarla, è il fido servitore e complice, Jean Hamelin detto La Chaussée, che, denunciato alle autorità dalla moglie di Saint Croix , sotto tortura, le attribuisce gravi delitti.Vediamo quindi che The Third Bullet se individualmente si inquadra come un notevole esempio di camera chiusa (la spiegazione è veramente straordinaria), analizzato nelle sue componenti si può individuare come la seconda faccia di una stessa medaglia, di cui l’altra faccia è rappresentata dall’altro romanzo del 1937 che abbiamo già citato: ne “La corte delle streghe”, la caratterizzazione e i personaggi sono evidenti, mentre nel nostro sono mascherati. Perché avrebbe celato questa seconda natura dei personaggi, Carr? Per sovvertire le regole dei personaggi, e restituire alle affascinanti donne bionde il loro posto nella società femminile, a quanto egli alla fine del racconto, scrive: “..”In one way this has been a very remarkable case,” said Colonel Marquis. “I do not mean that it was exceptionally ingenious in the way of murders, or (heaven knows) that it was exceptionally ingenious in the way of detection. But it has just this point: it upsets a long-established and domineering canon of fiction. Thus. In a story of violence there are two girls. One of these girls seems dark-browed, sour, cold-hearted, and vindictive, with hell in her heart. The other is pink-and-white, golden of hair, innocent of intent, sweet of disposition, and (ahem) vacant of head. Now by the rules of sensational fiction there is only one thing that can happen. At the end of the story it is proved that the sullen brunette, who snarls all the way through, is really a misjudged innocent who wants a lot of children and whose hardboiled worldly airs are a cloak for a modern girl’s sweet nature. The baby-faced blonde, on the other hand, will prove to be a raging, spitting demon who has murdered half the community and is only prevented by arrest from murdering the other half. I glorify the high fates, we have here broken that tradition! We have here a dark-browed, sour, cold-hearted girl who really is a murderess. We have a rose-leaf, injured, generous innocent who really is innocent. Play up, you cads! Vive le roman policier! Ave Virgo! Inspector Page, gimme my hat and coat. I want a pint of beer”[x]  Una metafora? Ave Virgo è la formula di saluto dell’Arcangelo Gabriele alla Vergine Maria: e la Madonna è raffigurata nella tradizione occidentale coi capelli biondi. E’ una rivalutazione di Carr dell’immagine femminile tradizionale? Possibile, tenendo a mente la natura conservatrice di Carr. Ma secondo me c’è anche qualcos’altro: Carr col doppio significato dato ai personaggi vuol dire che la natura femminile ha due facce diverse: la diabolica e l’angelica, e che non è detto che sempre la diabolica sia veramente tale e l’angelica altrettanto.E Marquis allora a chi si riferisce? Perché questo nome? Non potrebbe aver guardato Carr, approfondito investigatore storico, anche a  Donatien-Alphonse-François de Sade? Il Divino Marchese? Marquis! Ma perché proprio per il Colonnello Marquis avrebbe tenuto a mente Il Marchese de Sade?Forse perché il Colonnello Marquis – come De Sade scopre la natura ambivalente perversa della natura umana e di quella femminile in particolare e lo svolge ne La Justine e l’Anti-Justine, mettendo a confronto le personalità così diverse delle due sorelle Justine e Juliette: la prima è l’immagine della virtù e le sue disavventure, la seconda è quella del vizio e dei suoi trionfi– così egli mette a nudo la natura delle due sorelle, Ida e Carolyn, profondamente diverse: la bionda angelica cui Carr si compiace di aver ridato per una volta espressione, si ribalta nella bionda lussuriosa e perversa de La Marchesa de Brinvilliers; la bruna che normalmente alla fine getta il manto e rivela una creatura dolce e amante dei bambini, si specchia nella natura diabolica e impetuosa di Carolyn.Ed ecco perché le due opere, The Bourning Court e The Third Bullet, unite e non staccate, acquistano significati più profondi; e a unirle è il nome: Marquise – Marquis.Infine si può notare un’altra cosa importante: secondo noi, il giudizio che Carr mette in bocca al Marquis in realtà è il suo, è la sua concezione etica: il bene trionfa sempre sul male. Per questo il suo Marquis è un doppio del Marquis sadiano: egli scopre e fa affermare la virtù sul vizio non viceversa. Ma tutto in questo romanzo è doppio: le due sorelle innanzitutto, Ida-Justine e Carolyn-Juliette sono dei doppi e lo sono anche in quanto nel corso del romanzo sembrano ad un certo punto essere il doppio di loro stesse: Ida sembra essere non la sorella virtuosa e Carolyn sembra non essere la sorella viziosa; alle due sorelle si contrappongono i due spasimanti che sono anche loro dei doppi: White-Travers, e lo sono anche in rapporto al doppio delle loro amate, è quasi un chiasmo. Travers si sospetta possa essere implicato invece non lo è, White che sembra essere fuori proprio perché è dentro invece.. Inoltre White è il doppio di se stesso: White di nome, in realtà nero dentro. White è la personificazione del male: è bello, è nobile, è atletico, piace alle donne, ma è marcio dentro. Il romanzo è un doppio rispetto a The Bourning Court (in cui il doppio è palese: Gaudin de la Croix – Gaudan Cross; Marie d’Aubray- Marie d’Aubray, reincarnazione l’una dell’altra e quindi il doppio di se stessa, il doppelganger; Desprez-Despard) perché si basa sul doppio Marie d’Aubray – Carolyn Mortlake.Doppia anche è la volatilizzazione: un proiettile che si trova (quello ad aria compressa) ma l’arma corrispondente no, e mentre la Browning si trova il proiettile no invece. E se si vede doppia sarebbe stata anche la volatilizzazione degli altri due presunti sparatori all’interno del padiglione, e nel momento in cui si capisce che la pistola ad aria compressa è fuori dal contesto delle altre due armi, queste rapprsentano un doppio affidate ad un personaggio, White, che in quanto a natura, è il doppio di se stesso.Inoltre Marquis è quasi un doppio di Marquise. Senza l’intervento del doppio di Marquis, del Marquis Carriano doppio rispetto al Marquis sadiano, la virtù non avrebbe prevalso sul vizio; e il fatto che Robinson non ripari la finestra, mentre in realtà dice di averlo fatto, dimostra come una doppia verità una volta tanto penalizzi il male a favore del bene: è come se il Fato, il Caso, la Provvidenza divina come la si suol chiamare, fosse intervenuta per cambiare il corso degli eventi: se non ci fosse stata, la finestra sarebbe stata riparata e White avrebbe potuto disfarsi della pistola, lanciandola fuori dalla finestra: ecco allora lo sfogo etico di Carr. Non si capirebbe d’altronde il perché dell’invocazione alla grandezza del romanzo poliziesco. E si capisce del resto solo così forse il perché Dannay ci tenesse tanto a pubblicare questo racconto sul suo EQMM, tanto da ridurlo per l’occasione: anche i 2 cugini Queen sono un trionfo del doppio: lo sono nel nome perché in Queen c’è una doppia e, e la u e la n sono una lettera di eguale forma rovesciata, lo sono di fatto perché un nome accomuna due persone, due cugini che sono nati entrambi nello stesso anno, il 1905.  Inoltre Barnaby Ross è un doppio di Ellery Queen, e il doppio è presente sovente nella loro produzione, da Il caso dei Fratelli Siamesi a Colpo di Grazia, a Il caso Khalkis, dove due cadaveri sono trovati nella stessa bara.Insomma un trionfo del doppio.Vive le roman policier !


[i] Edward D. Hoch, critico e scrittore di Letteratura Poliziesca e fantascienza: si stima abbia scritto quasi 1000 racconti, di cui moltissime Camere Chiuse (soprattutto i casi di Sam Hawthorne e Simon Ark). Scrisse anche alcuni romanzi di fantascienza, anche polizieschi mascherati, pubblicati da Mondadori Urania: The Trasvection Machine “La Macchina televettrice”, The Frankenstein Factory “La fabbrica di Frankenstein”, The Fellowship of the Hand “Golpe Cibernetico”. Tra i romanzi polizieschi, ricordiamo l’ apocrifo queeniano The Blue Movie Murders “Vietato Essere Uomin” (vd. Luca Conti : Gli Apocrifi Queeniani: http://www.gialloweb.net/recensioni/apocrifiqueen.asp ).ii] Robert Adey, Jack Adrian, Jacques Barzun, Jon L. Breen, Robert E. Briney, Jan Broberg, Frederick Dannay, Douglas G. Greene, Howard Haycraft, Edward D. Hoch, Marvin Lachman, Richard Levinson & William Link , Francis M. Nevins, Jr., Otto Penzler, Bill Pronzini, Julian Symons, and Donald A. Yates . Come si vede I più bei nomi della letteratura: F.Dannay (Ellery Queen), B.Pronzini; illustri critici: J.Symons, R.Adey. J.Adrian, F.M.Nevins (autore di un celebre saggio su Ellery Queen); biografi celebri: D.G.Greene (su Carr); Levinson & Link (autori della serie del Tenente Colombo), etc..[iii] Uso una forma dubitativa perché, sulla base di un sillogismo, se l’Ellery Queen presenta si chiamava così è perché intendeva riferirsi all’omonima rivista che pubblicava racconti, e siccome per l’EQMM il lavoro di Carter Dickson era stato condensato in forma di racconto e accorciato, ne deriva che avrebbe potuto trattarsi, parlando del lavoro della Brinis, di un racconto o non del romanzo breve. A ciò si aggiunga che l’attribuzione a John Dickson Carr dell’opera presuppone l’edizione almeno del 1948, mentre precedentemente era a firma Carter Dickson. Anche per questo, l’attribuzione del lavoro all’edizione del 1937, per quanto riguarda l’edizione Polillo, mi sembra tuttavia strana o almeno imprecisa, perché non la riferisce a Carter Dickson bensì a John Dickson Carr.[iv]  Douglas G. Greene – J.D.Carr : The Man Who Expalined Miracles, Otto Penzler, New York, 1995[v] Idem[vi] L’idea di Carr di supporre l’esistenza di un Department of Queer Complaints è ottima ma non è l’unica: dobbiamo infatti ricordare di Roy Vickers, un “Department of Dead Ends” che dipende dall’Ispettore Gorge Rason.[vii] Carr quando scriveva un romanzo storico, non ricreava solo l’atmosfera, ma molte volte partiva da fatti veri. Come in questo caso.Una Marchesa de Brinvilliers è esistita veramente, sotto Luigi XIV e Luigi XV : si chiamava Marie Madeleine d’Aubray, Marchesa de Brinvilliers, e nacque nel 1630. Fu destinata a sposare un nobile molto più vecchio di lei, e ben presto scoprì come ingannare il tempo, intrecciando legami lussuriosi all’interno della sua stessa famiglia. L’acme lo raggiunse però quando intrecciò una relazione con il Cavaliere de Saint-Croix, anch’egli veramente esistito : si chiamava Jean-Baptiste Gaudin de Sainte-Croix, ed era un libertino, più vecchio di lei e dal passato oscuro. Conosceva i veleni, e grazie a lui, dopo che il padre di lei lo fece arrestare e quegli in carcere affinò le sue conoscenze in materia, riuscì a far fuori gran parte della sua famiglia, compreso il marito e cominciando dal padre. L’ultimo a perire, pare per un’incauta combustione, fu proprio il Cavaliere de Saint-Croix che pare stesse approntando dei veleni trasmissibili per via aeriforme; fu egli a metterla nei guai, avendo lasciato in una cassettina dei veleni e delle lettere di confessione, cassetta che si trovò tra i resti dell’esplosione: pare che il Cavaliere de Saint-Croix, siccome la Brinvilliers avrebbe voluto sposarlo e lui non voleva, mentre ella propinava al marito (che poi morì) una dose di veleno al giorno, lui gli dava l’antidoto.  Il farmacista che forniva le strumentazioni di laboratorio ed il valletto di Saint-Croix, furono arrestati e sotto tortura confessarono il ruolo della Brinvilliers, che allora si rifugiò prima in Inghilterra, poi dopo l’estradizione chiesta a Re Carlo II Stuart dal Re Sole, la d’Aubray si rifugiò in un convento di Liegi. Fu un capitano delle guardie, di un reggimento di cavalleria acquartierato lì per la guerra contro l’Olanda, a farla uscire con l’inganno dal convento e a privarla dell’ asilo inviolabile: per di più tra le sue cose in convento si rinvenne un diario in cui la Marchesa denunciava tutto, gli avvelenamenti perpetrati, le orge all’interno della famiglia e le riunioni carnali lussuriose col Saint-Croix e molto altro.La Brinvilliers fu arrestata e sottoposta a tortura (cosa molto strana per una nobile : i nobili per i delitti gravi venivano tutt’al più frustati, per cui si può ben immaginare quale fosse la portata dei delitti di cui era accusata la Brinvilliers : essa era anche accusata di stregoneria perché nel diario si erano trovate cose molto compromettenti che mettevano nei guai molti esponenti nobiliari).La tortura che le venne applicata fu non solo quella ordinaria ma anche straordinaria, e siccome era stata condannata a morte, dovette inginocchiarsi e ascoltare il verdetto. Quindi fu legata e sottoposta a tortura : prima “quella ordinaria (4 bricchi di 0.75 litri ognuno per un totale di 3 litri d’acqua)” dell’acqua, su un cavalletto di due piedi; poi “quella straordinaria (il doppio di acqua su un cavalletto più alto)”.Si dice che inizialmente quando entrò nella Camera di Tortura fosse tanto spavalda, alla vista di quattro secchi colmi d’acqua, da esclamare : “”Di certo serve per farmi il bagno! Non posso pensare che la beva tutta”.In realtà la dovette mandare giù tutta.Poi, alcuni dicono che le fossero state strappate le unghie di mani e piedi. Ma in realtà la sessione di tortura terminava con la “question des brodequins” : a seconda della città in cui il braccio secolare applicava la tortura, si applicava una pena accessoria che andava dai tratti di corda, allo spezzamento delle ossa delle gambe, all’olio bollente, alle micce accese sotto le unghie, tutti sistemi “alquanto simpatici”. A Parigi vigeva ciò : le gambe del condannato venivano denudate, fermate su 4 assi, dal piede sino al ginocchio, poi fra gli assi venivano piantati a colpi di martello dei grossi cunei di legno.Fatto sta che la poveraccia, volente o nolente, alla fine fu costretta a confessare anche quello che non voleva ma a cui purtuttavia aveva accennato nel suo diario : l’esistenza di una setta dedita alla stregoneria e al satanismo, cui facevano parti molti esponenti della grande borghesia e della nobiltà, tra cui la stessa ex favorita del Re Sole, la Montespan.Dopo la tortura, la Brinvilliers fu decapitata (un onore destinato alla nobiltà), il corpo bruciato (perché ritenuta strega) e le ceneri disperse al vento, il 16 luglio 1676. Carr doveva conoscere molto bene il racconto di  Sir Arthur Conan Doyle (di cui mi parlò Luca Conti tempo fa), “L’imbuto di cuoio”. Lo stesso Luca mi disse che esisteva, cosa in effetti vera, su Youtube una versione del racconto, interpretata da Giancarlo Giannini e andata in onda su Foxcrime:http://www.youtube.com/watch?v=0v0Bwtn3d4I .[viii] S.T.Yoshi – John Dickson Carr: A Critical Study, pagg. 55[ix] Precisazione di Luca Conti.[x]  (Traduz. Giovanni Viganò : “Sotto un certo aspetto, il caso è stato veramente eccezionale”osservò il colonnello Marquis. «Non dico eccezionalmente ingegnoso per quanto riguarda gli omicidi o (Dio ne guardi) per quel che riguarda l’indagine. Ma la particolarità è questa: ha sconvolto un canone antico e dominante della narrativa. Eh, sì.In ogni storia di violenza ci sono due donne. Una delle due, in genere la bruna, sembra gelida, torva, cattiva e vendicativa, con l’inferno nel cuore. L’altra è sempre bionda, rosea, ingenua, dolce di carattere e… ehm… con la testa vuota. Ora, secondo le regole dei romanzi, può succedere una cosa sola: al termine della storia si scopre che la bruna scontrosa, aggressiva dal principio alla fine, in realtà è un angelo incompreso, che sogna tanti bambini e le cui arie da cinica donna di mondo sono solo un manto sotto il quale si cela una natura dolcissima. La bionda dal volto di bambola, al contrario, si rivelerà una belva ringhiante che ha già ammazzato mezza umanità e che solo l’arresto la trattiene di l’uccidere l’altra mezza. Sia lode al fato, abbiamo infranto la tradizione! Abbiamo una bruna gelida e cattiva che è veramente un’assassina. Abbiamo una rosea e dolce innocente, che è veramente innocente. Plaudi, o popolo! Vive le roman policier! Ave Virgo! Ispettore Page, mia dia cappello e cappotto. Ho bisogno di una pinta di birra», op.cit., pag.183-184).  

Popolarita': 73%

Posted in Extra

27 Responses

  1. Piero

    Tengo a precisare che in aggiunta a “The Leather Funnel” di Sir Arthur Conan Doyle, nella letteratura che precede La Corte delle Streghe, c’è anche “La Marquise de Brinvilliers” di Alexandre Dumas pére e “Amours d’une empoisonneuse” di Émile Gaboriau. E che la storia fosse abbastanza conosciuta, lo dimostra anche il fatto che numerosi musicisti, primo dei quali Auber, musicarono opere ispirate a ciò.

  2. Piero

    ..Ma è possibile che solo io stia in città e tutti gli altri stiano al mare?
    O tempora o mores ! :-)

  3. Bernardo Cicchetti

    Ottimo articolo/saggio, Piero, e su una storia che è davvero esemplare. Anch’io sono al mare, ma sono riuscito a leggerti lo stesso… :)

  4. Quiller

    Io ci sono, lo leggo a rate perchè la densità di info bibliografiche satura il mio unico neurone dopo un paio di schermate. Lo trovo interessante ma apprezzo di più gli articoli meno specialistici e con meno digressioni.

  5. Luca Conti

    Un bell’articolo, che getta una luce molto interessante sul libro forse meno conosciuto di JDC (e sarebbe forse l’ora di vedere la traduzione integrale della versione originale di the Third Bullet).

  6. i.f.denard

    no… c’è ancora qualcuno

  7. Antonino Fazio

    Sì, anch’io ci sono. Ho letto l’articolo e l’ho apprezzato molto. Un ottimo esempio di saggio analitico e informativo al tempo stesso. Bravo De Palma!

  8. Piero

    E – aggiungo – il fatto che io abbia trovato tutti questi collegamenti che non mi paiono campati in aria (tanto più che Carr era uno che leggeva molto e si documentava, cosa che si desume dai suoi romanzi storici), testimonia che su Carr ci sia ancora tanto da dire e ancora tanto da portare alla luce.

  9. Piero

    Comunque, il prossimo articolo che butterò giù – lo prometto – sarà meno lungo, nel rispetto dell’unico neurone di Quiller. :-)

  10. Luca Conti

    Piero, il problema non è la lunghezza, ma la difficoltà di lettura di un testo così denso senza neanche uno straccio di capoverso:-)

  11. Fabio Lotti

    Io credo che l’apporto di Piero vada bene così per una offerta diversificata del blog. Agli articoli “leggeri” ci penso io…

  12. Piero

    Caro Luca, il mio testo così come l’ho consegnato a Dario, i capoversi li aveva: il fatto è che in efffetti era un po’ lunghetto, e per metterli, Dario avrebbe dovuto ridurre la grandezza del carattere o chiedermi di farlo, come qualche malloppone di chi so io, i cui caratteri erano veramente da lente d’ingrandimento.
    Ma che vuoi, mi dispiaceva tagliare delle cose che reputavo interessante rendere noto ad altri, e così..i capoversi son stati sacrificati.

  13. Piero

    Grazie a Giulio per le belle parole (in privato) che fanno sempre piacere, soprattutto da parte dell’autore de La donna sulla luna.
    Ma..avete visto Massimo? Che fine ha fatto? Anche lui sulla riviera romagnola, come altri?
    E Mauro? In Romagna o sulla Versilia? Oppure sulle cinque terre? Mah.. Io opterei per questa terza ipotesi, ma poi..non so. :-)

  14. anne67

    non posso che inchinarmi, seppure un po’ ritardo, all’ appassionata competenza ed erudizione di Piero:)!
    ho un’unica obiezione da muovergli.
    credo che in questa forma con l’apparato delle note il saggio sia decisamente più adatto ad una pubblicazione in cartaceo.
    probabilmente per il web avresti dovuto crearne una versione più breve e divulgativa perché il mezzo e i lettori (e la soglia di attenzione e concentrazione) sono inevitabilmente diversi.
    per il resto chapeau :) !

  15. Piero

    Ahimè, è vero, mia cara. Il fatto è che se non si può pubblicare in cartaceo, lo si deve fare in altro modo. Sacrificando la vista di chi legge. Il format è quello del blog. Forse avrei dovuto usare un carettere più piccolo.
    Per un pezzo come questo in effetti, anche a causa dell’apparato note piuttosto cospicuo, la veste cartacea avrebbe giovato, ma..che vuoi ? Avrei dovuto sacrificare qualcosa ? Lo avrei fatto perdendo io qualcosa, perchè in questi tipi di saggi metto tutto me stesso: sacrificandone una parte, avrei sacruificato una parte di me, forse qualcosa che avrei voluto portare a conoscenza di altri.
    Ti ringrazio per la tua franchezza e per quello che hai detto, segno che l’articolo lo hai letto bene.
    Del resto quando dici che avrei dovuto fare una versione più snella per il web..io l’avrei fatto se avessi avuto la possibilità di pubblicare il grosso in cartaceo. Ma quando sai che il pezzo o lo pubblichi così o non lo pubblichi, che fai? Ho scelto la versione migliore possibile, e in questo ho ricevuto un aiuto notevole – devo dirlo – da Luca, che da grande amico, quando gli chiedo una cosa me la mette sempre a disposizione: un suo consiglio, un articolo, un racconto. Gli amici servono a questo: a condividere il cuore e le proprie emozioni.

  16. Piero

    Però devo anche osservare che c’è chi non vuole neanche avere la pazienza di arrivare fino alla fine, o chi si lamenta perchè è troppo lungo.
    Signori, un po’ di pazienza! Vi interessa sapere meno cose e perdere meno tempo a leggere e impiegare meno concentrazione, o sapere qualcosa in più perdendo più tempo e impegnando più i propri neuroni? ;-)
    Poi c’è anche la scelta: se non volete leggere questo, c’è anche roba meno intellettuale e più leggera.
    A ciascuno il suo : Sciascia docet !

  17. Massimo

    Credevate di esservi liberati di me, eh? Altro che spiagge romagnole, io mi arrampicavo per sentieri selvaggi altoatesini… vedevo davanti a me, con l’occhio della mente, le cascate di Reichenbach e mi dicevo: quale grand’uomo perirà con me!
    Però, appena tornato, mi sono immerso nell’articolo del nostro Piero, cui faccio tanto di cappello. Veramente!

  18. Valentino

    Bravissimo Piero, vista la tua conoscenza enciclopedica del genere, perché non prepari a questo punto un bel saggio da mettere in appendice a uno dei prossimi gialli classici? :)
    Potresti parlare del tuo amato Halter, per esempio…

  19. Piero

    Ci avevo già pensato, Valentino, ma ti ringrazio comunque. A proposito, com’è andato il viaggio in Brasile?

  20. Piero

    Ciao Massimo, mi fa piacere che tu sia ritornato vivo dalle cascate di Reichenbach: significa che non hai incontrato nessun “Napoleone del crimine”. :-)

  21. Piero

    Non credo che i miei saggi verranno mai pubblicati in coda ai Classici, Valentino: sono un indipendente e non sono neanche legato a qualche agenzia.
    Sono..il penultimo degli indipendenti.
    ;-)

  22. Massimo

    No, Piero, il fatto che sia tornato vivo dalle cascate di Reichenbach significa solo che il mio Autore intende sfruttarmi ancora – e, io spero, il più a lungo possibile.

  23. Piero

    ..Quindi non hai incontrato il Dottor Moriarty. Sai,la tua foto con la pipa in bocca, mi ha fatto pensare, la prima volta che l’ho vista, che se avessi avuto il cappello, la mantella e i pantaloni alla zuava a quadretti, saresti stato un perfetto Sherlock Holmes :-)

  24. Massimo

    Una foto del genere ce l’ho! Davanti al 221b di Baker Street, con pipa e cappello sherlockiano e bobby accanto!!!!

  25. Piero

    Ne stavo parlando avantieri mattina con Luca: riguardo ai romanzi che ho citato di Hoch, interessante sarebbe poter leggere un romanzo, ora rinvenibile solo in America credo, scritto prima dell’apocrifo queeniano, opera che si chiama “The Shattered Raven”ed è del 1969: chiamato ad investigare è Barney Hamet, che è l’unico investigatore, oltre Earl Jazine, ad essere apparso oltre che in un romanzo: Jazine compare in 3 romanzi, Hamet anche in alcuni racconti. Hoch è un altro dei miei miti, oltre Carr.
    Peccato per esempio che in Italia poco sia stato pubblicato si Commings, un altro grande scrittore di Camere Chiuse in racconti, come pure Carr e Chesterton!

  26. Piero

    Volevo dire al pari di Carr e Chesterton (che hanno scritto molti racconti): tuttavia quello che ne ha scritti di più è proprio Hoch: quasi mille!!!

  27. Piero

    Confesso che mi sarebbe tanto piaciuto sapere cosa Mauro avesse pensato di questa cosa che ho scritto:
    Mauro, dove sei finito?
    A New York, a cercare prime edizioni?

Leave a Comment

Please note: Comment moderation is enabled and may delay your comment. There is no need to resubmit your comment.

Spam protection by WP Captcha-Free

Notice: Undefined index: template_data in /srv/www/virtuals/blog_librimondadori_it/blogs/wp-content/plugins/fbconnect/fbConfig_php5.php on line 184