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Archivio articoli contenenti il tag: ‘Scrivi un racconto e incontra Licia’

I vostri racconti - il destino si compie

scritto il Giugno 16th, 2009 da alphabetcity

Continua la pubblicazione di oggi con altri due, nuovi racconti:

Quando… di Matteo:

“Lama danzante alla luce della luna.,lama danzante sotto il sole del caldo deserto,lama danzante tra le barriere della vita”la poesia dei Cavalieri Antichi,cantata da quella voce infantile,un bambino,il cui volto era celato nella nebbia,nel cuore di Rimazu.
Più il testo giungeva al termine,più un verde paesaggio di montagna iniziava a fuggire dalle tenebre della nebbia,la nebbia che avvolgeva i ricordi del giovane cavaliere.
Accanto al bambino dagli occhi verde smeraldo era seduta una ragazzina di poco più grande di lui,Haray,la sua amica.Le cantava la poesia perduta,nota solo ai Cavalieri Antichi,e al suo animo che dal giorno in cui era venuto al mondo portava scolpita dentro,senza conoscerne il motivo.
Il ragazzo continuò a osservare ipnotizzato quel ricordo,celato nel suo profondo e solo ora tornato.
Nella realtà non era passato un secondo da quando era sceso nel profondo della sua anima,ma quei pochi istanti erano per lui ore.
Improvvisamente il paesaggio sfumò fino a far cadere il giovane cavaliere che si rialzò in mezzo al fango,sotto la pioggia in un villaggio nella terra di Cerety-Burn,di notte.
Un uomo correva nel buio,senza fermarsi,senza guardarsi dietro,la spada in mano ed il volto intriso di sudore,pallido.
Indossava l’armatura di cuoio e pelle tipica dei maghi guerrieri,ma non una barriera spiritica circondava il suo corpo atletico forgiato dai duri allenamenti,ed il ciondolo spiritico tipicamente luminoso non emanava il minimo bagliore,come se fosse stato privato di tutti i suoi poteri.
Dietro di lui buio ed ombre proiettate dalle poche fiaccole ai margini della via,era come inseguito da un nemico invisibile.
Pochi attimi e Rimazu vide il suo “io”correre a per di fiato urlando il nome di quell’uomo dal viso terrorizzato,come a volerlo richiamare alla vita ,per dargli forza,per dirgli di non arrendersi.
Sibilio nell’aria,pochi rumori di armi che si scontrano ed il tonfo di un corpo che cade,morto.
Il ragazzo era arrivato troppo tardi,l’assassino già scompariva nell’ombra,sui tetti di paglia delle case,in cui ignare famiglie dormivano beate al tepore del fuoco domestico,sorvegliate dalle satatue degli antenati,senza sapere ciò che accadeva a pochi metri da loro.
Rimazu rimase ad osservarsi nel fango,bagnato dalla pioggia chino sul corpo,piangendo,implorando il giovane ormai deceduto di aprire gli occhi.
Pochi secondi ed una ragazza dai capelli corvini sopraggiunse,Haray,nell’oscurità riconobbe l’amico con la katana in mano china sul corpo dell’uomo che amava,non aspettò che il ragazzo le parlasse e sguainò il pesante spadone a due mani che portava sulla schiena.
Lui non si rese conto di ciò che stava accadendo,e comprese troppo tardi l’errore commesso dall’amica,Rimazu si rivide colpito da quel micidiale spadone della ragazza guerriero,sacerdotessa della ninfa Terish-ki.
Il sangue gli uscì copioso dalla spalla destra e dal colpo al torace,troppo superficiale per ucciderlo,ma abbastanza profondo per impedirgli di parlare,di spiegare.Rimazu sputò sangue amaro,apri gli occhi e si trovò steso a terra,uno squarcio lieve sulla tempia sinistra,raggi di luce passanti tra le foglie gli scaldavano il viso,la sua katana,dono del suo maestro Yabutsu-sensei a pochi palmi da lui,e Haray ancora ansimante per lo sforzo di quel colpo che lo aveva sbalzato per oltre cento piedi,con gli occhi di chi cerca vendetta,sangue,morte.
Si alzò,la barriera spiritica non aveva permesso al colpo di ucciderlo.
Brandì la sua lama lucente,non potette cacciare l’immagine di loro due sul prato,felici,e della sera che li separò.Il triste pensiero gli turbò l’animo,voleva,doveva,farle capire che non aveva ucciso lui il suo amato Leon,che dovevano trovare insieme l’assassino,che in tutti quegli anni non aveva fatto altro che cercarlo ,ovunque,non aveva che sperato di trovarlo per vendicare l’amico,per ritrovare il legame con Haray.Ora non poteva che combatterla,colei che aveva considerato e considerava la sua amicaera dinanzi a lui,pronta a massacrarlo.
La ragazza era partita all’attacco con una carica poderosa,non potette più esitare,emanò la sua forza spiritica e si preparò allo scontro,decisivo,per loro due,e per il futuro dei propri Ordini.

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E poi è la volta di Marianna con Il destino di Selia:

-Selia!- una voce urlava il suo nome dall’alto della collina, ma lei cercava di ignorarla e continuava a fuggire. Lacrime amare cercavano di soffocare il ricordo delle risposte che aveva avuto da Rhenas. Risposte che fino a poco prima erano state tanto ambite e cercate, ma che in quel momento apparivano solo come una pugnalata all’anima. Raggiunse il pendio e si gettò con le spalle sull’erba umida. Pianse ancora, e quando non ebbe più lacrime rimase a fissare il cielo spennellato di arancio, senza guardarlo veramente. In verità la sua mente vagava. Si sentiva indifesa, ora che aveva appreso la sua vera identità non riusciva ad accettarla. Le risposta che aveva cercato avevano placato la sua sete di sapere, ma l’avevano denudata del guscio che si era formato intorno a lei nel tempo. Non era più Selia, ormai. Era una Reehja. La predestinata del mitico drago Arsha. Ne aveva impresso sul braccio il suo segno. Lei era stata scelta ancor prima di nascere e le era stato affidato un compito: riportare la pace. Ma ancora non si spiegava il perché. Doveva compiere il suo destino, privandosi di una vita normale? Non seppe trovare risposta.
Proprio in quel momento il suo maestro, Rhenas la raggiunse, ma non si fermò vicino a lei, raggiunse il margine del prato e lasciò perdere lo sguardo all’orizzonte. Trasse un respiro profondo.
-A volte nella vita accadono cose che non possiamo spiegarci.- disse il maestro, e Selia lo ignorò. –Capisco come ti senti. Ma non devi abbatterti. Devi compiere la tua scelta: vuoi andare incontro al tuo destino o ignorarlo?- La risposta non arrivò immediata.
-Io non credo che ognuno di noi ha il destino segnato. Siamo noi con le nostre azioni che ci costruiamo la vita. Siamo il passato e il futuro di oggi. Il destino ci impone una via, è vero, ma chi ti obbliga a cambiare strada?-.
A quel punto la ragazza si destò, e quasi si stupì delle parole del vecchio maestro. Davvero c’era un futuro alternativo? Rhenas avvertì la sua incertezza e riprese a parlare:-Hai ben capito, puoi anche continuare a fare una vita normale, se vuoi. Ma non ci sarà nessuno che seguirà il tuo destino al tuo posto. Nessuno ci può liberare. E se tu ti rifiuti nel farlo, allora il mondo intero è destinato a scomparire e anche la tua stessa vita…-
-Ma perché io? Cioè, non ho saputo proteggere la mia famiglia e non sono nessuno, solo una come tante altre.-
Il maestro allora affermò:-Tu sei stata scelta come Reehja perché hai l’animo più buono di tutte le persone che vivono su questa terra e la tua bontà saprà tener testa alla malvagità che ci circonda. Tu sei speciale dentro, Selia.-
Sembrò che la ragazza stesse per dibattere qualcosa, quando Rhenas si allontanò e la lasciò sola.
-Ti trovi a un grosso divario. Se sceglierai la strada di Arsha ci vediamo domani nella foresta.- gli fece eco la voce del maestro, prima di svanire dietro la collinetta.
Selia rimase ancora un po’ ad indugiare, poi raggiunse da subito la foresta aspettando il giorno seguente.
Il maestro venne e con un incantesimo le permise di compiere la sua missione. Si sarebbe addormentata mentre la sua anima affrontava il combattimento contro il Male e la cattiveria.
Si stava compiendo il destino che Arsha le aveva riservato. Il suo destino, a cui non poteva sfuggirle, perché sarebbe morta e con lei anche la vita di tutti gli altri che l’aspettavano. Doveva combattere e salvare il mondo per la pace. Non aveva scelto lei questo destino, ma a volte le cose accadono e basta. Bisogna accettarle. E Selia lo aveva fatto, ricevendone come ricompensa pace e gloria eterna.

Pubblicato in Contest, I vostri racconti | | 13 Commenti »

I vostri racconti - elfi, licantropi, streghe e vampiri

scritto il Giugno 16th, 2009 da alphabetcity

L’Origine della luna è il titolo del primo racconto della giornata, lo ha scritto Valeria:

Sin dall’inizio dei tempi persisteva nelle Terre Antiche una lotta sanguinaria che vedeva schierati da una parte i saggi elfi e dall’altra i bellicosi umani. Col passare del tempo, tanto era stata lunga la guerra, le due fazioni si erano persino dimenticate il motivo che aveva dato origine alla battaglia.
Questa, però, non è la storia della guerra, bensì una delle storie che si sono intersecate con essa.
Fra le schiere degli umani l’avversario più temuto era il cavaliere della Luce, un combattente abilissimo e sanguinario, del quale si diceva che lo stesso demonio lo comandasse.
Un giorno ebbe inizio una battaglia per la fonte della verità, questa era una sorgente da cui sgorgava acqua magica, la quale poteva costringere chiunque a non raccontare menzogna.
Ecco che il cavaliere della luce, nell’imperversare della battaglia, si recò alla radura appartata dove si trovava la fonte e lì la scoprì deserta, fatta eccezione per il principe degli elfi. Quest’ultimo puntò la propria spada alla gola del cavaliere, dopo averlo colto di sorpresa. Ma il guerriero si tolse l’elmo rivelandosi una ragazza, nominata Silia. Liaf, era questo infatti il nome del principe, rimase sorpreso e abbassò l’arma. Ebbe quindi inizio un furioso combattimento e accidentalmente una goccia di sangue ricadde nell’acqua della verità.
I due ragazzi si ritrovarono così in un luogo a loro del tutto sconosciuto: il cielo notturno. In verità il cielo notturno era una vasta distesa di sabbia, come un deserto senza fine, dove la notte regnava perenne e come unica sovrana.
I due nemici furono quindi costretti a diventare amici, unendo le loro forze per sopravvivere in quel luogo. Incontrarono una compagnia di uomini e donne, tutti vestiti con lunghe tuniche e molti gioielli.
Questi si offrirono di accompagnarli fino al posto ove anche loro erano diretti: la città di Kiliak. Le città erano gli unici spazi sicuri nel deserto, ed erano esse a dare origine alle stelle, con le loro luci accese continuamente per rischiarare gli abitanti.
I viaggiatori spiegarono inoltre un’altra importante cosa a Liaf e a Silia: nel cielo notturno venivano esiliati tutti i bugiardi dopo la morte.
Arrivati a Kiliak, Silia e Liaf chiesero udienza alla sua sovrana. La regina indicò loro l’unico modo di tornare nelle Terre Antiche. Dovevano raggiungere la capitale Laional, lì uno solo dei due sarebbe potuto partire servendosi della fonte della menzogna. Chi fosse tornato nelle Terre Antiche avrebbe avuto il compito di recuperare i frutti dei salici della radura ove si trovava la fonte e ritornare dal suo compagno con essi.
L’elfo e l’umano intrapresero quindi il viaggio. Furono attaccati da una creatura d’ombra che cercò di soffocare Silia, poi la loro vita venne messa a rischio da una potente tempesta di sabbia e infine furono costretti a superare una vasta distesa di acqua a nuoto, dato che le dune del deserto si erano trasformate in liquido. Il viaggio fece crescere la fiducia tra i due nemici, tanto che al suo termine ognuno dei due avrebbe affidato la sua vita all’altro.
Giunsero a Laionel. Il cavaliere della luce disse a Liaf di partire lui, riponendo nel compagno la piena fede. Questi partì, scomparendo nella voragine della fonte della menzogna.
Non si seppe mai cosa ne fu di Liaf quando tornò nelle Terre Antiche. Silia si convinse però che l’aveva tradita e quindi fece erigere una città enorme, molto più grande di qualsiasi altra. Questa città venne chiamata dagli umani Luna, e il suo compito era quello di far bruciare nel cuore dell’elfo per sempre il rimorso del tradimento.

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E passiamo al secondo racconto della giornata. Autrice: Martina; titolo: Era una notte di luna piena

Era una notte di luna piena. Eravamo seduti in un parco sull’erba umida, alle porte di Milano. Io ero una strega e Taylor un licantropo nero dagli occhi blu, il mio unico amore. Era tutto come lo avevo sognato. Sapevo che quella notte sarebbe stata la fine: la fine della faida tra le due famiglie, la fine della dinastia Diamond e forse anche la mia fine. Mi chiamo Erica,e discendo da una famiglia di potenti streghe, che danno da sempre la caccia alla potente famiglia di vampiri Diamond che terrorizzano tutte le creature magiche. La Congrega li aveva esiliati e proibito loro di trasformare i componenti della congrega ma non avevano rispettato il patto. C’era solo un modo per fermare tutto mettere fine alla discendenza dei Diamond .
Guardai Taylor negli occhi .“ Grazie tesoro di tutto!Scusa per quello che sto per fare, scusa se ti ho portato qui. Ma senza di te la fine non avrebbe senso, senza di te non sarei niente. Forse stanotte per me sarà la fine e se questo succede tu devi ucciderlo. Scusami se non te l’ho detto prima avrei fatto di tutto per venire stasera, anche mentirti. Ti prego Taylor non essere arrabbiato con me,non ora ho bisogno di te. Ti amo!” Due grosse lacrime rigarono il suo muso mentre chiudeva i grossi occhi blu. Ero pronta. Sentii taylor ringhiare, mentre una sagoma nera si dirigeva verso di noi con passo leggero il viso pallido gli occhi scuri. Un sorriso maligno gli scopriva i denti appuntiti, indossava capi raffinati tutti rigorosamente neri. Era Ivan il rampollo della famiglia Diamond. Era a pochi metri da me quando parlò. “ Ti sei portata il cane al tuo seguito , streghetta ?” Taylor continuava a ringhiare rabbioso.“Non rispondi? Il cane ti ha mangiato la lingua?”
“ Sta zitto Ivan tu non sai come finirà”
“ Perché tu si streghetta?Già, tu prevedi le cose ma sono tutti pettegolezzi non è così”
“Finiscila Ivan non sei qui per prendermi in giro“
“ E’ vero sono qui per sedurti e per ucciderti, e far vedere al tuo cane chi comanda veramente.” Taylor si posizionò fra me e Ivan, per proteggermi. Sentivo la paura crescere.
“ Cane spostati!” Taylor balzò in avanti e atterrò sul petto del vampiro buttandolo a terra. Con un urlo smorzato, Ivan scaraventò Taylor contro un albero con un rumore di ossa rotte. Urlai correndo verso di lui, inerme a terra. Sentii la rabbia corrermi dentro mentre Ivan rideva. Mi chinai su di Taylor, il respiro smorzato, gli occhi blu socchiusi. Mi voltai di scatto le mani bruciavano come fuochi ardenti mentre il vampiro rideva con gli occhi chiusi, la testa buttata all’indietro. Mirai dritta al cuore e lanciai una palla di luce. Sentii il rumore dell’impatto, l’odore acre di carne bruciata, gli occhi sgranati , il volo di pochi metri all’indietro prima di ricadere a terra. Mi avvicinai a lui.“Hai visto cosa sa fare una ragazzina, vampiro?”
“ Niente a confronto a quello che sa fare un vampiro!” mi ritrovai faccia a faccia con lui. “Io ti ucciderò stanotte e metterò fine alla tua famiglia di stupide streghe!” Ero paralizzata dalla paura., non riuscivo a replicare. Sentivo l’altra palla di luce tra le mani, ma non riuscivo a muovere un muscolo. Mi ritrovai contro un albero, mentre Ivan camminava verso di me. Lanciai l’altra palla di luce, ma lui la evitò. Guardai verso di taylor, cha pian piano si stava rialzando . Sorrisi, almeno lui stava bene. Era la fine. Guardai il vampiro avvicinarsi a me la bocca vicino al mio collo. Il morso fatale. L’urlo che lanciai, coprì anche le urla del combattimento tra il vampiro e il licantropo. Vidi Ivan cadere, taylor avvicinarsi a me. Il suo muso sopra il mio viso.
“ti amo” sussurrai.
“anch’io t’amo, tanto”

Pubblicato in Contest, I vostri racconti | | 9 Commenti »

I vostri racconti: un regalo e una lacrima

scritto il Giugno 15th, 2009 da alphabetcity

Ancora due dei vostri bellissimi racconti. Dobbiamo veramente farvi i complimenti, perché ci sono arrivate tante storie bellissime ed è davvero difficile scegliere. Nel frattempo continuiamo a leggerle tutti insieme e questa volta è il turno di Deborah Pesare con il suo Il regalo di compleanno.

Il regalo di compleanno
Il caldo soffocava l’Australia, e il ventilatore acceso serviva a poco. Un ragazzo era steso supino sul letto. Aveva appena strascorso un compleanno indimenticabile, anche se il regalo di suo padre lasciava a desiderare. Afferrò il caleidoscopio; aveva diciotto anni, cosa poteva farsene di quell’affare? I suoi occhi verdi analizzarono l’oggetto. Notò delle strane incisioni sull’ottone. Si affacciò alla finestra, e prese a girare a caso le piccole rotelle, con l’occhio appoggiato sulla lente. Improvvisamente una luce abbagliante lo avvolse e i suoi piedi si staccarono da terra. «Ma cos…?»
Si trovò nel nulla, oppresso da un senso di vuoto allo stomaco. Stava precipitando! Poi una luce bianca, e cadde a terra. Si guardò intorno, confuso. Si alzò e rimase meravigliato vedendo in cielo due lune piene. Iniziò a correre nel bosco, dove scorse strane piante e animali. Ma dove diamine era finito? Che cos’era veramente quell’oggetto? Si fermò per contemplarlo. Anche manipolandolo, non ottenne risultati, quindi preferì incamminarsi. Presto però il sonno si fece prepotente, e lui dovette adagiarsi tra le radici di un imponente albero, dove si addormentò. Al mattino si svegliò, e vide un bambino, che afferrò il caleidoscopio e si allontanò correndo. «Ehi, fermati!» gli urlò dietro il ragazzo, per poi rincorrerlo. Arrivarono a un villaggio formato da capanna. Gli abitanti di quel luogo erano tutti vestiti con semplici tuniche, avevano capelli lisci e neri e occhi scuri, che al suo passaggio esprimevano stupore. Il bambino raggiunse una ragazza. Non appena incontrò lo sguardo di Michael, rimase a bocca aperta. «Michael! Sei tornato!» disse commossa, e si gettò tra le sue braccia. Il ragazzo non si sottrasse all’abbraccio, anche se non sapeva chi fosse. «Abbiamo bisogno del tuo aiuto! I Delthne ci attaccheranno!»
Michael la guardò confuso, «Non so di cosa tu stia parlando, e non capisco perché tu sia a conoscenza del mio nome. Voglio solo tornare a casa, perciò ti sarei grato se gli dicessi di ridarmi quell’oggetto,visto che è l’unico strumento che ho per andarmene» disse indicando il bambino.
La ragazza sorrise malinconica. «Mi dicesti che, quando saresti tornato, non ti saresti ricordato nulla di ciò che è accaduto. Ma mi hai lasciato una lettera.»
«Io non sono mai stato qui prima d’ora!» Intanto una folla era comparsa intorno a loro e poco alla volta tutti s’inchinarono sotto il suo sguardo, fino a toccare terra con la fronte.
«Grazie a questo» e indicò il caleidoscopio, «in futuro verrai nel nostro passato. Sei anni e mezzo fa facesti qui la tua comparsa. Ci insegnasti come proteggerci dagli attacchi dei Delthne. Purtroppo loro sono più numerosi. E ci lasciasti delle cose. Se ti fidi, potremo salvarci.»
Michael esitò, ma decise di seguirla e fu condotto in una capanna. Alla vista dell’interno rimase meravigliato. Vi erano bombole di ossigeno liquido e fuochi artificiali.
«Ecco, leggi e capirai» disse lei. Michael, la guardò. Peccato che fosse più grande di lui. Lesse la lettera. Inizialmente non comprese, ma poi tutto fu chiaro, anche se era incredibile.
Si rivolse a lei. «Bene, prepariamoci. Ho bisogno del tuo aiuto, Laurore. Devi spiegare alla tua gente cosa fare.»
Il ragazzo, dopo un settimana di preparativi, guidò gli uomini del villaggio in una radura. I Delthne non si fecero attendere a lungo; sembravano degli insetti, ricoperti da corazze e dotati di molti occhi e zampe. Michael rabbrividì. Fece cenno agli uomini di prendere le bombole di ossigeno liquido. Ad altri era stato affidato il compito di accendere i fuochi d’artificio. Quando i fuochi entrarono nella traiettoria compiuta dal gas, crearono delle fiammate. I Delthne furono avvolti dalle fiamme. Gli abitanti del villaggio lo festeggiarono come un eroe, ma presto arrivò il tempo di partire, quindi Laurore gli spiegò come utilizzare il caleidoscopio.
«Puoi svelarmi cos’è quest’oggetto?» chiese curioso alla ragazza.
«Non si sa. Anche negli scritti antichi si racconta di un oggetto che porta ad  altri mondi. È un caso che sia arrivato a te.»
Grazie alla lettera, aveva capito che il figlio di Laurore era anche suo. Tutto ciò gli suonava strano, ma si sentiva felice. «Digli che ci rivedremo presto. Devo solo sistemare alcune cose, prima di tornare» disse sorridente. Poi scomparve davanti ai loro occhi. Sì, sarebbe tornato.

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Vi è piaciuto? Adesso è il momento di Renata Corrente. Il suo racconto si intitola Lacrima.

Lacrima
Il vento caldo sollevò la sabbia.
Lui abbassò lo sguardo e guardò la polvere rossa depositarsi sui suoi piedi e volar via oltre la roccia che, ad un passo, cadeva giù ripida, a strapiombo.
Sapeva che per decine di chilometri era solo.
Solo poche piante, qualche rettile e molti insetti, in una distesa infinita di sabbia rossa e di montagne brulle.
Era stato ovunque.
Nei paesi poco popolati, con molte tradizioni e tanti sorrisi. Nelle città brulicanti e tanti occhi spenti.
Aveva visto le opere grandiose dell’umanità, i segni ed i percorsi della loro storia.
Aveva sollevato gli occhi sotto i cieli più limpidi e stretto lo sguardo nelle foschie più opprimenti.
Scoperto i templi più nascosti e le chiese più inaccessibili. Si era perso nei corridoi bui e riecheggianti di enormi cattedrali.
Aveva viaggiato cercando, ovunque, una linea comune, un unico cammino da individuare, per dare un senso al tutto.
Perché una sola cosa avrebbe potuto portare con sé.
Chiuse gli occhi e la sua pelle liscia, uniforme, perfetta e innaturale, sembrò riflettere la pace che provava.
Sì, aveva ammirato i loro idoli, i loro capolavori, i frutti noti e quelli sconosciuti dei loro mille talenti.
Strinse la mano e sorrise.
E ora era lì, nella sua mano. Così piccola, così impalpabile, così pura: l’essenza di quella specie.
L’aveva vista esprimere i loro sentimenti più veri. La vergogna, la commozione, la tristezza, la paura, la felicità, la gioia ed il sollievo.
Aprì gli occhi e spaziò con lo sguardo sulle serpeggianti rocce sottostanti.
Se tutto questo, almeno, servisse a qualcosa aveva sussurrato la donna, chinando la testa sulle sue ginocchia.
L’aveva stretta a sé e cullata, sentendo palpabile il dolore che l’annientava. Intorno a loro, una distesa di corpi sofferenti, feriti e inermi. Ormai non si chiedeva più perché quella specie arrivasse a tanto. Ad annientarsi a vicenda.
Era stato allora, quando l’aveva vista formarsi sulle ciglia e poi scendere lenta da quegli occhi tristi, ormai addormentati, che aveva capito di averla trovata.
Aprì la mano e premette il piccolo bottone sulla scatolina luccicante, al centro del suo palmo.
I quattro lati si aprirono in uno scatto, rivelando, tremolante ma protetta, una lacrima.
Non era altro che una piccola goccia di acqua distillata.
Eppure, era certo, dopo tanto, dopo aver visto tutto, l’aveva trovata.
“Si” disse tra sé “servirà a qualcosa”.
Richiuse la scatolina e si voltò, scomparendo nel buio della grotta alle sue spalle.
Dopo poco solo una fulminea, accecante luce attraversò il cielo e segnò il suo passaggio, per scomparire silenziosa nell’immensità di un universo che loro credevano disabitato.

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I vostri racconti - creature affascinanti e mostri orribili

scritto il Giugno 11th, 2009 da alphabetcity

Ricominciamo subito, subito con i prossimi racconti.
Di seguito leggeti quello di Giulia, il titolo è Alsea:

Tenar stava raccogliendo la legna, dopo aver alzato l’ultimo ramo che era riuscito a trovare, si bloccò: fra le radici di una quercia, stava seduta una ninfa dalla pelle olivastra. All’altezza dei polsi e delle caviglie, vi erano attorcigliati dei fiori che sembravano trarre vita dalla stessa ninfa, i capelli ricci e castani, coronati da una ghirlanda di foglie, le coprivano gran parte del sottile corpo seminudo. Aveva gli occhi completante verdi, i quali fissavano dolcemente l’animale che era sdraiato davanti a lei. Pareva che dalle sottili labbra rosee, fluisse una melodia comprensibile solo al lupo che la fissava di rimando. Tenar si alzò, ma picchiò la testa contro un ramo che non aveva calcolato e i suoi lunghi capelli neri rimasero impigliati ai sottili rami e al fogliame. Il lupo scattò in piedi ringhiando e si frappose tra Tenar e la ninfa, che subito lo fece quietare e con leggeri passi, si avvicinò a quell’essere sconosciuto dai tratti diversi dai suoi. Quando la ninfa giunse a una spanna di distanza dal ragazzo, egli riuscì a percepire il suo profumo, sembrava l’aroma del bosco: muschio, violette e corteccia. La ninfa gli sciolse i capelli dai rami.
-Come ti chiami?- Fu la prima domanda che le pose.
-Alsea- Tornò a sedersi nell’incavo formato dalle radici della quercia e il lupo la seguì. Tenar cercò di capire quanto potesse essere pericoloso il lupo dal pelo candido, infine decise di avvicinarsi e provare a parlare alla ninfa.
-Io mi chiamo Tenar, Te-nar. Capito?- Alsea iniziò a ripetere il nome di Tenar con il suo sibilo, prese la mano del ragazzo e iniziò ad esaminarla. Sembrava stupita dell’assenza dei fiori, e soffermò la sua attenzione sulle linee presenti sul palmo, tracciandone il percorso con le sue dita sottili. Il contatto con la pelle della ninfa era rilassante, la temperatura quasi fredda che sfiorava quella bollente e sovreccitata di Tenar creava un contrasto bizzarro. Il ragazzo azzardò un’altra domanda, nella speranza che Alsea capisse qualcosa:
-Da dove vieni? La tua casa…luogo- Si domandava che lingua parlasse.
-Ca…sa…Sarabi- Il nome di quel probabile paese non aiutava il povero Tenar, che era più confuso di prima. Nel frattempo aveva iniziato a piovere, la ninfa era passata dalle mani al viso, osservava con continua curiosità gli occhi di Tenar, che erano completamente diversi dai suoi, di un nero intenso e la presenza di quel bianco la disorientava. Un ululato risuonò in lontananza, sovrastando il frastuono della pioggia, il lupo bianco che accompagnava Alsea scattò in piedi, lei gli parlò in una lingua sconosciuta, con lo stesso accento delle parole che aveva emesso prima, ma molto più marcato. L’animale emise un secondo ululato più corto e rauco e sparì nel bosco, seguito da Alsea. Questa volta se ne erano andati veramente. Il ragazzo tornò a casa e i suoi genitori presero la sua storia come un sintomo di febbre. Il giorno successivo, la sorellina di Tenar corse da lui, con in mano delle bacche blu, e gli raccontò di una principessa dei fiori. Si diressero verso l’imboccatura del bosco, ed entrambi videro un lupo bianco seduto sotto un albero.
-Te…nar…Te..nar- Una voce melodiosa continuava a ripetere il suo nome.
Tenar guardò sopra l’albero e vide la ninfa seduta su un ramo, che sorridendo disse:
-Alsea…Te-nar…ca-sa…-

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Emanuele ci ha inviato Il cuor gentile:

“Questa notte la luna è meravigliosa”, Sauro non riusciva a resistere al suo fascino. Essa donava i suoi baci di vaniglia e le sue dolci carezze a chiunque volessero riceverle. Quella sera l’ancella del sole aveva molti amanti. Sauro, l’acqua buia del lago, la terra farinosa e umida, i rami generosi degli alberi, tutti quanti ricevevano, come amanti solitari, i suoi baci e le sue carezze. Anche Elisia.
Sauro ed Elisia sono due cuori gentili, onesti, nobili. Una sera queste due anime s’incontrarono e in un secondo fu amore puro. Al cuore gentile trova rifugio sempre amore.
“Guarda la luna, Elisia.”
“Pallida ancella al cospetto della sua signora, più bella e più luminosa di lei” le sussurrò Sauro in un orecchio e le sue labbra morbide e carnose sfiorarono delicatamente la sua guancia sinistra.
“L’ancella, stanotte, avrà la rivalsa sulla signora” affermò Elisia con tono perentorio.
“Cosa?” bisbigliò Sauro. Stupito.
“Noi due siamo diversi”.
Sauro trasalì e ingoiò aria.
“Tu ed io siamo uguali”disse.
“Noi siamo due anime solitarie che appartengono a due mondi differenti”.
“La natura ci ha voluto diversi”sentenziò Elisia. Poi girò la testa di scatto a sinistra, la reclinò lievemente e sollevò di poco il braccio piegando il gomito e guardò le lancette dell’orologio. Un quarto alle tre. Sospirò pesantemente e alzò la testa.
“E’ la nostra diversità che ci accomuna e ci fa essere uguali” esclamò Sauro.
“Aiutami a capire. Te ne prego”aggiunse.
Le lancette segnavano le tre.
“L’ancella avrà la sua rivalsa”ripeté Elisia.
“Stanotte, celebrerò la mia diversità”.
Come il sole all’improvviso squarcia il nero di un cielo piovoso, così un forte vento di scirocco iniziò a soffiare. I granelli di terra color argento s’issarono e diedero cominciamento a una danza vorticosa sospinta dal vento.
Elisia si sollevò, inarcò la schiena, il collo si curvò e portò con sé la testa che si piegò, le braccia come in un abbraccio, le mani leggere.
Sauro si coprì il volto all’altezza degli occhi, i suoi cappelli erano mossi dal vento e sporchi di terra così come le mani, le braccia, le gambe e i vestiti. Gambe prostrate e unghie al suolo avvinghiate.
Elisia vorticava.
Le gambe si piegarono come risucchiate dal bacino che s’inarcò e la schiena disegnò una curva costringendo lo sterno a portarsi indietro. Ogni centimetro del corpo si ricoprì di pelo corto, folto e ispido, anche il volto, ma solo la fronte, le guance e intorno alla bocca. Neppure il viso fu risparmiato all’orripilante mutazione. Le guance si scavarono, le labbra divennero più piccole e sottili, dei baffi lunghi e affusolati crebbero tra la bocca e il naso, gli zigomi più voluminosi, gli occhi s’incavarono e si rimpicciolirono. Le dita della mano e del piede si allungarono e si assottigliarono. I capelli si colorarono di nero e si fecero ispidi, anche quelli.
Poi, la quiete. La natura si calmò.
Sauro vide l’ombra del mostro riflessa dalla luna in un lembo di terra argentea. Egli aveva dinanzi a sé un Pontikosoide, una razza di topo umanoide.
Il ragazzo guardava il suo amore gentile con occhi fissi, strabuzzati, inorriditi.
Ingoiava aria e lacrime amare. Scoppiò in singulti. I suoi respiri come ultimi gemiti di moribondo.
“La mia diversità è la mia condanna. Gli altri il mio inferno.” Gli sussurrò Elisia in un debole respiro.
“Un cuore gentile. Un amore puro. Un corpo mostruoso.” Aggiunse, e un’ombra di mestizia apparve nei suoi occhi.
“Sauro, mi ami?” gli chiese.
Sauro inspirò con profondità e lentezza.
“Quando avrò quieto il cuore, asciugato gli occhi, vedremo ghiacciare il fuoco, ardere la neve.”
Rispose.

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I vostri racconti - il mare sconfinato

scritto il Giugno 11th, 2009 da alphabetcity

La prima storia di oggi è Il destino di là dal mare di Licia:

Un cuore che batte o forse un respiro, il tempo senza fine delle onde che si frangono contro quel corpo stanco, legno macilento impastato di pece e salsedine, ventre buio stipato di corpi madidi di sudore.
Shamir inspirò piano una boccata d’aria fetida, greve degli umori corporali degli emigranti ammassati nella stiva della nave, e si passò la punta della lingua sulle labbra, aride quanto Kreen, la sua terra di là dal mare.
C’era la siccità, la peggiore da quando i Kadir, sui lor draghi color del sangue, erano arrivati dal cielo tredici estati addietro, saccheggiando la valle e uccidendo chi non era stato abbastanza veloce a cercar scampo oltre le colline di Reel. Così raccontavano gli anziani.
Shamir, che la valle non l’aveva mai vista poiché era nato poco meno di un’estate dopo quei fatti, affascinato dai racconti colmi di rimpianto per una terra fertile, dove per vivere bastava tendere la mano ai suoi frutti spontanei, si era inerpicato su per le aspre colline, deciso a guardarla almeno da lontano.
La delusione era stata cocente quanto l’afa sotto il cielo abbacinante, ostinatamente sgombro di nubi. Oltre le alture non aveva scorto che le ferite spalancate delle miniere a cielo aperto, intorno a cui gli uomini brulicavano come le mosche su una carogna infetta abbandonata al sole.
Un sole eterno, implacabile, feroce, che prosciugava la terra e le speranze di chi, contro le zolle spaccate dal calore, combatteva una lotta quotidiana.
Piogge rade e bocche troppo numerose. Per la sopravvivenza del villaggio, quell’estate, in ogni capanna si era scelto a chi toccasse partire. Sheba, sua sorella maggiore, si sarebbe sposata la prossima stagione fondando un proprio focolare. Salim, il fratello minore, aveva iniziato a muovere appena i primi passi. E così era toccato a Shamir prendere la via del mare. Shamir dalla pelle chiara come la sabbia del deserto, perché quella notte della fuga dalla valle, la sua mamma aveva patito un tale spavento che la paura le era entrata sin nella pancia, scolorando la pelle del suo bambino. Così raccontavano le vecchie. Suo padre a quelle storie si limitava a corrugar la fronte e distogliere lo sguardo. Eppure la paura doveva essere stata proprio grande, a giudicare da quanti ragazzini pallidi della sua stessa età c’erano al villaggio. Molti di loro erano stati prescelti per il viaggio “… perché nella terra di là dal mare con la vostra pelle chiara vi sarà più facile trovare un buon lavoro”, aveva spiegato sua madre carezzandogli i capelli e cingendogli il collo con il suo unico gioiello, un pezzetto di metallo opaco foggiato nelle sembianze del Dio Krun, appeso a una stringa di cuoio.
Ora Shamir respirava piano e stringeva la figurina tra le dita. Per non intristire sua madre non aveva pianto il giorno della partenza e neppure durante la traversata a piedi nel deserto, quando alcuni dei suoi compagni si erano addormentati tra le dune troppo stanchi per proseguire. Ma lì, nel ventre buio della nave, le lacrime avevano iniziato a scendere, ancora e ancora, come la pioggia da troppo tempo esiliata dai cieli di Kreen.

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Ora, invece, pubblichiamo il racconto di Martina, dal titolo: Lady Water

Uscì dall’acqua e si sdraiò sulla spiaggia deserta, priva anche di
quei simpatici ombrelloni colorati, ma come biasimarli, l’inverno era iniziato
da molto, tanto che la neve era già spruzzata sulle cime colorate dei monti al
tramonto.
La brezza marina le accarezzava i vestiti bagnati e profumava l’aria.

La sua collana era lì appesa al collo magnifica come sempre con quei disegni
privi di uno stile artistico e ciò, la rendeva più spettacolare.
Cercò di
asciugarsi i lunghi capelli impastati con alghe e sabbia con l’asciugamano
regalatole dal suo ragazzo, ma senza molto successo.
La luna era alta nel cielo
anche se si scorgeva ancora la fine del tramonto.
“Non so come farò a lasciarti
amore mio”pensò la ragazza con le lacrime agli occhi ” Ma questo non è il posto
mio”
Si alzò e si fermò solo quando l’acqua le poteva bagnare i piedi.
“Io “la
mia terra”il mio mondo è laggiù”.
Si chinò e l’acqua le accarezzò la mano.
“Senti amore mio, lei mi cerca, mi vuole con se, troppo a lungo sono rimasta
qua, troppo a lungo non ho rivisto il mio mondo dorato”.
Si alzò ancora.
“Perdonami vorrei che tu ci riuscissi amore mio, non puoi capire la nostalgia
dei blu oceani, dei pesci ultracolori, non puoi capire il profumo delle alghe,
la bellezza della sabbia bagnata che ti ospita come un letto, non puoi capire
la morbidezza della spuma marina?tu non puoi capire?Perdonami mio infinito
amore per il torto che ti sto per fare, ma tornerò devi solo aspettarmi, non ti
lascerò solo.”
Prese la collana e la alzò verso la luna piena e iniziò a
recitare quello che sembrava una canzone triste.
Il mare prima piatto, iniziò a
incresparsi, ma non distrusse la sua forma perfetta, solo la schiuma marina si
attorcigliò alla ragazza e la portò in alto. Le sue gambe scalcianti, si
unirono, riprendendo la forma di una coda colorata e con scaglie. La schiuma
dolcemente la riportò a terra e l’adagiò sulla sabbia per poi ritirarsi nel
mare. La ragazza si trascinò sino ad esso con l’asciugamano stretto al petto.

“Non ti dimenticherò mai mio amore” liberò l’asciugamano che venne trasportato
via dalla brezza, mentre la ragazza, stava ormai scomparendo tra le bluastre
acque.
Dall’alto il suo amore la stava guardando scomparire oltre l’orizzonte.
Prese l’asciugamano che il vento gli aveva portato e annusandone l’odore di
mare lo strinse al cuore.
“Non ti dimenticherò mai Lady Water e mai
dimenticherò l’amore che ho provato per te.”
S’incammino nella strada deserta
della notte. “Ti aspetterò fino alla fine ‘Lady water”

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I vostri racconti - destini crudeli

scritto il Giugno 10th, 2009 da alphabetcity

In questo nuovo post iniziamo con il racconto di Elisa: Cacciatrice

«Cos..?» lui è sorpreso. Una parola di lei, e la spada cade dalle mani del loro obiettivo. La ragazza esegue un semplice movimento rapido del polso, e dalla gola dell’uomo esce sangue rosso.
«CHE HAI FATTO?» urla ora, cade in ginocchio. Il sangue ha un odore metallico, pungente. La ragazza doveva trovare quell’uomo, e ora…sottili fili di porpora scendono dalla lama del pugnale che tiene in mano.
«Non lo vedi da te ragazzino? L’ho ucciso» la voce di Layla è piatta, atona. Non prova emozioni, fredda come al solito. Lui non capisce. È da qualche giorno che viaggiano assieme, ma lo chiama ragazzino e la sua voce è così fredda. Ha ucciso, ma non le importa.
«Ho sbagliato, avresti dovuto farlo tu. Rea aveva detto di insegnarti il lavoro» nella voce di Layla sente adesso la rabbia.
Rea, colui che l’aveva comprato al mercato degli schiavi, che l’aveva marcato a fuoco come sua proprietà e da cui era stato spedito in missione alla ricerca di un uomo assieme a Layla.

Ricordava quel giorno, un uomo seduto su uno scranno, lui a terra, ferito dopo la marchiatura.
Rea, il suo nuovo padrone a cui doveva cieca obbedienza, così quell’uomo si era presentato. Poi alla destra dello scranno era comparsa una figura. «Layla, lui è il tuo allievo. Lo porterai con te nelle missioni, finché non avrà imparato. Io deciderò quando levartelo dai piedi» Rea aveva parlato con quella ragazza, indicando lui steso a terra. Allora aveva alzato lo sguardo, e aveva visto gli occhi di lei. Occhi orgogliosi, freddi. “Non è umana, ma perché è qui?”, è la prima cosa che pensa. Poi Rea parla di nuovo «Layla non pensare di ucciderlo per levartelo dai piedi prima del tempo. Se morirà ti riterrò responsabile qualunque sia la causa, e i due mostricciatoli pagheranno per te» poi sorride. «Trovati all’alba all’ingresso». La ragazza non dice nulla, se ne va in silenzio. Entra un servo, lo alza di peso, lo porta fuori.

E ora è lì, in ginocchio a terra davanti ad un cadavere, una spada rugginosa al fianco, e quella demone poco distante che pulisce il pugnale.
«Perché l’hai eliminato? Dovevamo trovarlo, erano questi gli ordini!»
La ragazza si volta e lo fissa negli occhi. Pupille sottili di serpe, iridi d’ambra. Così vengono descritti i demoni, così è lei. Quello sguardo lo gela. «Ragazzino, forse non hai capito. Rea ti ha comprato, ti ha messo tra i miei piedi perché tu imparassi un lavoro. Quello del cacciatore di taglie» ogni parola esce dalle labbra di Layla con disprezzo, carica d’odio. Mentre parla le intravede sottili zanne tra le labbra. «Potevi consegnarlo vivo…» un brivido percorre la schiena del ragazzo.
Un sorriso malvagio, uno sguardo crudele illuminano il viso di Layla «Morto non rischia di scappare». Poi si avvicina al cadavere, gli sfila l’anello. Poche parole, un globo luminoso esce dalla schiena del corpo e si infila nell’anello. «Ora ascoltami bene» la voce della demone è di nuovo atona «Rea compra gli schiavi come te, li marca come suoi, e poi baratta la libertà in cambio di lavoro» lui annuisce, la proposta che aveva accettato era la libertà contro 100 mila reali. «Rea riceve le richieste di caccia, ce le commissiona, e poi a cosa fatta incassa il compenso. Un decimo di ciò che lui riceve è la parte che considera il tuo pagamento. Se uccidi il tuo obiettivo è più facile, come prova porti un suo oggetto in cui incateni il suo spirito con la magia. Semplice ed efficace».
Lo sguardo del ragazzo si posa alla base del collo della demone, non vede il marchio a fuoco e una domanda sorge quasi spontanea
«Perché non sei marchiata?»
«Non sono una schiava»
«Allora perché lo fai?»

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A seguire con Foibos di Cristina.

Mi chiamo Cristina e sono una breaker, ossia una viaggiatrice nelle realtà parallele.
Non so perché, ma l’ho sempre fatto, sin da quando ero piccola. Per me è naturale trovare i varchi che conducono a mondi alternativi. Qui sulla terra, però conduco un’esistenza normale, o meglio, la conducevo sino al giorno in cui arrivarono i Foibos e mi trovai a combatterli.
Accanto a me c’è lui, il Demone Bianco di cui mi sono innamorata.
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Un cane mi sta inseguendo: me la sto vedendo brutta. Improvvisamente la bestia si ferma e fugge.
“Cercavo proprio te”
Mi giro e lo vedo: un bel ragazzo, biondo e vestito di nero. “Cosa hai fatto al cane?” gli chiedo
Non mi risponde e si avvicina.
“Mi chiamo Ike e sono un Demone Bianco”.
Naturalmente ho sentito parlare dei Demoni Bianchi. Sono figli delle Tenebre, con il compito di tenere separate le creature dei vari mondi. Preservano l’ordine ad ogni costo e sono temuti persino dai demoni comuni.
Ike inizia a raccontare: “I Foibos arriveranno sulla terra tra pochissimo tempo. Sono demoni della specie più bassa, senza nessun freno. Il varco che li teneva separati, sta cedendo . Tu ed io li fermeremo”
Lo guardo perplessa “Tu ed io?”
“Sì. Pensi di non avere alcun potere sulla terra., ma da ciò sappiamo, hai il dono del Fuoco Blu, l’unica arma efficace contro i Foibos. Anch’io lo possiedo, quindi tocca a noi intervenire sino a che non troveremo il modo di chiudere il varco”.
“Fammi capire … Fuoco Blu?
“Il Fuoco Blu è un fascio di potenza luminosa che controlli con le mani. Dovrai imparare a chiamarlo a tuo piacimento. Non abbiamo tempo, quindi inizieremo subito ad allenarci”.
“Non mi fido di te”
“Ti aspetto stanotte qui”.
E io, malgrado tutto, non mancherò.
E’ mezzanotte e sono nel parco. Ike è già qui e in mano tiene un pacchetto .
“Cos’hai lì?”
“Vieni,andiamo in un posto più riparato”.
Raggiungiamo una radura deserta, illuminata dalla luna .
Ike inizia a spiegare” Il Fuoco Blu si attiva solo in presenza dei Foibos. Quindi, per imparare ad usarlo ti ho portato questo”.
Apre il pacchetto e ne tira fuori qualcosa simile a cuoio.
“E’ pelle di Foibos”
Sospiro.
“Bene, cosa dovrei fare?”
“Catalizza l’energia nelle mani e indirizzara verso questo pezzo di pelle”.
Provo: naturalmente non succede nulla.
“Cristina, devi crederci, stai concentrata e riprova”
Dopo vari tentativi ce la faccio. Dalle mie mani esce un lampo di luce che trapassa la notte e si dirige sui resti del Foibos, che finiscono in cenere.
Ike non dice nulla. Dallo zaino tira fuori un altro pacchetto.
L’allenamento continua.
Dopo due ore sono in grado di invocare il Fuoco ed indirizzarlo a mio piacimento.
“Quando arriveranno i primi Foibos?” gli domando
“Presto. Per allora ti verrò a cercare”.
Due giorni dopo sto guardando la TV. Ike appare dietro di me e capisco che è l’ora.
“Dove?” “Sempre nel parco. Andiamo”
Lo troviamo subito. E’ alto circa due metri, ha forma umana, ma la pelle è coriacea e coperta da ispidi peli verdi. Il viso è un ammasso informe di materia . Solo gli occhi brillano come fuochi.
Io e Ike lo circondiamo. Il Fuoco Blu scaturisce dalle nostre mani.
Il Foibos cerca di afferrarmi per farmi smettere. Ike indirizza il fascio verso i suoi occhi. Anch’io lo imito.
Usare tanta energia mi sta sfinendo, ma per fortuna vedo il Foibos cadere e ridursi pian piano in cenere.
Non ho nemmeno la forza di gioire. Sono così stanca che il mio corpo trema, senza che riesca a controllarlo.
Ike si avvicina. Il suo abbraccio è caldo e rassicurante.
So che è un Demone , una creatura oscura, ma adesso è qui accanto a me e ho bisogno di lui.
Le mie labbra cercano le sue. Il nostro primo bacio è dolce .
Ora ho un altro motivo per essere preoccupata. Mi sono davvero cacciata in un bel guaio.

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I vostri racconti - la determinazione ad agire fino in fondo

scritto il Giugno 10th, 2009 da alphabetcity

Serena ci ha inviato Libertà:

I passi echeggiavano nella notte. Prese la chiave e fece scattare la serratura. Entrò e si buttò sul letto addormentandosi subito. Il mattino dopo si svegliò con la luce del sole che gli filtrava da sotto le palpebre. Si alzò e andò a lavarsi. I suoi abiti erano sempre più logori e i suoi capelli erano un intreccio di nodi che la facevano sembrare un cespuglio vivente. Da giorni viveva in una locanda. Il padrone la faceva dormire li a sue spese fino a quando non avrebbe trovato un lavoro. La città si espandeva dal basso verso l’alto, fino alla torre di osservazione. Partì dal punto più alto fino ad arrivare al porto. A fine serata si ritrovò al punto di partenza. Decise di provare in un altro luogo. Uscì dalla città e si recò di fronte alla foresta che la costeggiava. Con l’oscurità della sera aveva un aspetto molto cupo, ed inoltre, la spaventavano le leggende e la sua sconfinatezza. Entrata li dentro non sapeva se ne sarebbe più uscita. Decise di andare avanti perché le sembrava l’unica via per realizzare i propri sogni. Dopo un paio d’ore di cammino si sdraiò stremata ai piedi di una grande quercia. Il mattino seguente camminò per molte ore. Quando ormai il caldo gli aveva dato alla testa, trovò davanti a se un cottage incantato. Era molto stanca ed avanzava a fatica. Mentre cercava di raggiungerlo inciampò in una radice e perse i sensi. Si svegliò che era dentro a un letto caldo con sopra un tetto di legno. Andò in cucina e trovò un ragazzo con le orecchie appunta preparare la cena. Iniziò a parlare:
«Ben svegliata. Stai meglio ora? »
«Si, grazie» rispose lei molto timida.
«Prego siediti. Ho preparato qualcosa di buono.» si sedette e iniziò a inalare il dolce odore di quella zuppa che gli era comparsa magicamente davanti.
«Dalle tue condizioni deduco che non sei scappata da una famiglia benestante. Se vuoi puoi restare qua per tutto il tempo che vuoi, a patto che mi aiuti a dare da mangiare ai miei animali e a provvedere alla sopravvivenza di entrambi.»
«Ma come fai a sapere di cosa ho bisogno?»
«Lo capisco guardandoti negli occhi. Cmq piacere io sono Nigel» gli offrì la mano.
«Piacere io sono Elion. »
Il giorno dopo fecero un giro nel bosco. Gli fece vedere tutte le specie di animali che curava. Vide: api,mucche, galline e pecore ma anche animali a lei sconosciuti come fenici e unicorni. Vide un unicorno cucciolo che veniva aiutato dalla madre a fare i primi passi. Le venne in mente il suo passato, quando venne abbandonata a soli tre anni di fronte la porta di una signora anziana che non le diede mai un gesto d’affetto. Da allora vive della carità altrui. Tornata a casa mangiò la cena a dopo uscì dal cottage e si sdraiò sull’erba a contemplare le stelle. La luna era quasi piena a parte per un piccolo specchietto che mancava. Era incompleta. Era come lei. Da sempre in cerca della sua indipendenza e della sua felicità. Ma adesso che era li si poteva definire davvero felice? Forse è vero, realizzare i propri sogni ed essere felici, sono due cose completamente diverse. Se ora restava non avrebbe mai realizzato il suo sogno di indipendenza. Invece, se sene fosse andata avrebbe rischiato la vita in cerca di una città al di là della foresta e non sarebbe più potuta tornare in quel mondo fantastico. La mattina seguente riempì lo zaino e uscì dalla porta imboccando una via a caso. Si sarebbe orientata con le stelle come le aveva insegnato Nigel. Magari, un giorno sarebbe tornata, ma adesso aveva bisogno di andare verso l’ignoto, come un vero esploratore in cerca di un nuovo continente. Il nuovo continente di Elion si chiamava Libertà.

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Il secondo racconto di oggi, invece, ci è giunto da Alessandra, ed è una storia senza titolo:

In un mondo popolato da demoni oscuri, che fanno esperimenti su ogni creatura per realizzare un esercito tanto potente da conquistare il mondo intero, una sola ragazza sarà in grado di riportare la pace e l’armonia annientando il male, una ragazza creata dal male stesso. Il signore delle tenebre riuscì a dare vita a una creatura fantastica, o mostruosa, dipende da quale punto di vista si guardi. Trasformò una giovane umana in una perfetta arma di disrtuzione, dalla forza straordinaria e abilità senza eguali; quasi potente quanto lui. La compagna perfetta, pensava, insieme avrebbero sicuramente ottenuto il controllo di tutte le terre; questo prima di capire che non aveva ancora fatto i conti con la volontà dell’umana. Essa, infatti, si ribellò al suo creatore riuscendo a scappare.

Sono giorni che vago senza una precisa meta, di tornare nella mia città non se ne parla, non dopo che sono stata trasformata nel mostro che sono diventata. Non che il mio aspetto sia cambiato molto, ho solo un enorme paio di ali nere che mi spunta dalla schiena, mi muovo come nessun altro umano potrebbe fare e posso usare la magia! Mi ci è voluto un po’ per capire come fare, ma alla fine sono riuscita a controllare i miei poteri. Potrei sembrare una normale ragazza se solo non fosse per le ali, che spingono la gente ad allontanarsi additandomi come mostro. Non gli do molto peso, non più. Ora sono conosciuta come “la demone guerriera”. So come poter avere la mia vendetta e allo stesso tempo rendermi utile per la lotta del bene contro il male. Devo affrontare il signore delle tenebre, forse sono la sola che ha qualche possibilità di distruggerlo.
Mi dirigo verso il regno dell’ombra, dove si sta svolgendo una grande battaglia, forse quella decisiva. Tutte le razze si sono unite per combattere contro i demoni, un immenso esercito creato da lui, allo stesso modo in cui ha creato me.

La vittoria è nostra! Ho in pugno il potere dei dieci regni; la difesa delle altre razze è debole, stanno lentamente cadendo e noi demoni siamo ancora nel pieno delle forze.
La vedo, la mia migliore creazione si avvicina volandomi incontro. Ha un’espressione decisa, anche da questa distanza riesco a vedere i suoi grandi occhi neri che mi fissano. Perfino dopo il tradimento ha mantenuto il suo orgoglio.

Vedo il grande spiazzo che funge da campo di battaglia. C’è aria di morte, odore di sangue. Da qui mi accorgo che la situazione è critica; i demoni sono in netto vantaggio, numerico e non solo.
Scorgo la sua figura, si è accorto di me e stupidamente sorride, non ha capito niente! Plano accanto a lui ripiegando le ali.
-Sapevo saresti tornata, per questo ti ho lasciato andare-
Presuntuoso. Mi lascio scappare un mezzo sorriso prima di sguainare la spada. Anche stavolta fraintende il mio gesto, -Vedrai, insieme domineremo tutti i regni- dice infatti entusiasta.
Vediamo se capisce così. Mi scaglio contro di lui menando un fendente che blocca di piatto. La sua iniziale espressione stupita si tramuta subito in una smorfia di disprezzo. Parte al contrattacco senza più una parola. È dura, eppure riesco a resistere.
Mi trovo in trappola, ma non ha più importanza. Tutto ciò a cui tenevo, tutto quello che ho amato ormai l’ho perso a causa sua. Non mi importa di morire, quello che conta è riuscire a ucciderlo. Lo trafiggo. Un colpo al cuore, nello stesso istante in cui lui ferisce me. In quel momento sento tutte le forze fluire via dal mio corpo, i sensi mi stanno abbandonando, ma percepisco che anche le ali sono svanite. Sono tornata umana. E sto morendo.
-Rahan!- sento chiamare il mio nome, mi giunge alle orecchie come un’eco lontana. Riconosco la voce del mio migliore amico. Sento di dover vivere!

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I vostri racconti - diversità e comprensione reciproca

scritto il Giugno 9th, 2009 da alphabetcity

Come ormai tutti si aspettavano, abbiamo iniziato a intensificare la pubblicazione dei racconti in lizza per il contest “Scrivi il tuo fantasy e incontra Licia Troisi!”.

Giada ci ha inviato la sua creazione, dal titolo: Sono una strega

‘Sono una strega. Una strega molto potente, una di quelle che ne nascono una ogni tremila anni e una di quelle che sono destinate a cambiare la storia. Mi chiamano la Strega Bianca della Luna.
Ho scoperto i miei immensi poteri all’età di sedici anni e da allora la mia vita è cambiata in modo irreversibile. Tra demoni e creature infernali, solo io sono stata scelta dal fato per portare il mondo sotto il mio dominio, solo io sono la custode del grande potere delle tenebre e solo io tra tutti i miei compagni sono umana.
Tutte le Streghe Bianche prima di me hanno fatto grandi cose, ma io sono quella che deve far prevalere il suo potere sul mondo intero. Io sono Kira, la Strega Bianca della Luna…’

“Sei pronta?” una voce gentile alle mie spalle mi fece sobbalzare. Chiusi di scatto il diario su cui stavo scrivendo e mi voltai cercando di mostrarmi tranquilla.
“Oh, stavi scrivendo, mi dispiace, non volevo disturbarti” L’aria per niente mortificata del giovane vampiro che mi stava davanti mi fece sorridere. Alto, magro e dalla pelle argentea, Zalder era il mio migliore amico nonché il mio maestro e consigliere.
“No, nessun disturbo, avevo praticamente finito” dissi con calcolata disinvoltura. Non volevo si accorgesse del mio nervosismo.
Zalder mi si avvicinò e mi guardò con i suoi occhi color smeraldo che sapevano penetrarmi nell’anima “Sei in ansia” mi disse accigliandosi “Sai che non devi farlo se non vuoi”
Sapevo a cosa si riferiva, ma finsi volontariamente di non capire “Cosa non devo fare?”
Il suo viso freddo come il marmo si velò di tristezza “Sai di cosa parlo Kira, la Notte della Rivolta può anche aspettare la prossima Strega Bianca”
“I Saggi dicono di no” ribattei con stizza. Mi dava fastidio che mi trattasse come una bambina solo perché era un po’ più grande di me. Non ne aveva il diritto, ero io a dover scegliere e l’avevo già fatto. Li avrei liberati tutti, non meritavano la sorte che era spettata loro. Non meritavano la maledizione che per millenni li aveva confinati a vivere nell’ombra e nella notte. Non lo meritavano e io li avrei aiutati, anche se questo voleva dire rimetterci ogni mio potere e, forse, anche la mia stessa vita.
“Se siamo stati castigati c’è un motivo Kira” cercò di farmi ragionare Zalder passandosi una mano tra i capelli neri come la notte “Noi siamo demoni, non dovremmo neanche esistere, ed è giusto così, il mondo non appartiene più a noi da secoli, non abbiamo nessun diritto su di esso”
“Io sono nata per farvi riavere ciò che vi appartiene, non cercare di dissuadermi, i Saggi sanno ciò che è giusto fare!” scattai con tanto impeto che per una frazione di secondo i sui occhi si accesero e diventarono color rosso vermiglio.
Il suo volto rimase impassibile, ma io conoscevo i sentimenti che quella maschera di pietra celava. Zalder era convinto che la sua razza non fosse degna di vivere, credeva che nutrirsi di sangue umano fosse un sacrilegio e un insulto a Dio e lui, pur essendo una creatura dell’Inferno, era molto religioso.
In quel momento vidi riflessa nei suoi occhi la mia immagine. Zalder mi prese tra le braccia e mi strinse forte a sé. Nonostante fosse difficile per un vampiro amare, sentii in quell’abbraccio un affetto così dolce e sincero che ogni mia paura passò all’istante.
Non mi importava più di quello che mi sarebbe capitato. Ora ero pronta ad andare incontro al mio destino e sentivo che, nonostante non approvasse la mia decisione, Zalder mi era vicino.
“È mezzanotte, è ora di andare Kira”
Gli strinsi forte la mano “Si, sono pronta”
Lanciai un’ultima occhiata fuori dalla finestra. Un lupo ululò alla luna.

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Ma non solo storie di vampiri, in redazione sono giunti tantissimi racconti e tutti di vario genere, quindi con la prossima storia entriamo in atmosfere più vicine al fantasy classico, con Un’altra possibilità, scritto da Marco:

«Io, Eiwynn, re degli elfi, condanno te Ishar colpevole di tradimento. Mostrandoti agli umani hai minacciato la sicurezza dei tuoi fratelli che ti hanno accolto come una di loro nonostante nel tuo corpo si mischi sia sangue umano che sangue di elfo. Lascio la decisione della tua sorte agli Irshwin, gli spiriti del fiume».
La folla esultò. Ishar pianse. Nessuno era mai tornato dal fiume.
Re Eiwynn accompagnò Ishar verso la riva e la spinse in acqua. Fu un attimo. Ishar, nel panico, si aggrappò al Re e caddero insieme nel fiume. I presenti rimasero in silenzio, erano sgomenti, ma nessuno si avvicinò all’acqua per aiutare il loro Re, avevano troppa paura degli spiriti.
Il contatto con l’acqua gelida fece svenire Ishar.
«Ishar!!».
Sentendosi chiamata Ishar si voltò e vide una giovane donna vestita con un abito bianco.
«Ishar! Sono Kahalan, tua madre».
Ishar non aveva mai conosciuto sua madre, gli dissero che era morta dandola alla luce.
«Re Eiwynn mi gettò nel fiume subito dopo la tua nascita, per punirmi di aver amato un uomo, ed ora la storia si ripete. Anche tu ti sei innamorata di un umano e hai subito la mia sorte».
Ishar non seppe cosa dire, era la prima volta che vedeva sua madre ed era ipnotizzata dalla sua voce e dalla sua bellezza.
«Devi sapere, figlia mia, che Re Eiwynn ha agito così per amore verso il suo popolo, lui teme gli umani come tutti gli elfi, ma in verità ne ha paura perché non li conosce. Purtroppo le poche volte che gli elfi incontrarono degli umani vennero alle armi per paura di venire assaliti. Gli uomini fecero lo stesso. Gli scontri si concludevano sempre nello stesso modo: i pochi rimasti in vita, sia uomini che elfi, fuggivano verso i rispettivi villaggi raccontando di aver incontrato dei demoni assetati di sangue. Gli umani non sono tutti malvagi, così come non tutti gli elfi sono buoni. Bisogna conoscerli, solo così tutto questo odio potrà avere fine. Ora vai, figlia mia, unisci i due popoli, questo è il tuo compito. Comincia dove io ho fallito».
Ishar si svegliò e si rese conto di essere ancora nel fiume. La corrente l’aveva trascinata verso un’insenatura più a valle. Conosceva quel posto. Vide Re Eiwynn ancora svenuto in mezzo al fiume in balia della corrente. Cominciò a nuotare verso di lui e lo trascinò a riva.
«Re Eiwynn» disse Ishar. Il Re aprì gli occhi e capì di essere ancora vivo solo grazie ad Ishar. «Grazie Ishar per avermi salvato. La paura verso gli Irshwin mi aveva immobilizzato e in più sapevo che la corrente del fiume mi avrebbe portato verso gli umani. Speravo solo di morire in fretta».
«Re Eiwynn, voi non dovete temere gli Irshwin» disse Ishar, «quando mi avete spinta nel fiume ho parlato con lo spirito di mia madre. E vi chiedo perdono per avervi trascinato con me nel fiume. Ero terrorizzata, non ragionavo». «Non preoccuparti» disse il Re, «mi hai salvato la vita e questo dimostra che anche tu hai a cuore il bene dei tuoi fratelli. In più, se sei qui, è perché gli spiriti hanno deciso così. E’ il momento di tornare al villaggio, non è bene farli preoccupare».
I due elfi si alzarono e, con gli abiti completamente bagnati, si avviarono verso il villaggio. «Re Eiwynn?» chiese Ishar. «Dimmi sorella» rispose lui. «Le devo parlare di ciò che mi è successo nel fiume, di mia madre e sopratutto degli umani». Il Re, sentendo nominare gli uomini, sbiancò ma rispose «Certo cara. Parla pure, la strada verso il villaggio è ancora lunga».
Il Re Eiwynn e Ishar si inoltrarono nel bosco e Ishar cominciò a parlare.

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I vostri racconti - draghi e sangue

scritto il Giugno 8th, 2009 da alphabetcity

I due racconti che vi apprestate a leggere sono molto diversi fra loro, ma sicuramente vi piaceranno entrambi.

Iniziamo con Il drago e il guerriero di Raffaele:

Il vento soffiava impetuoso, e ad un tratto un bagliore accecante investi l’intera città .La città era quella che aveva il più grande castello che ospitava i prigionieri di guerra : della guerra dei nani e dei troll.
Mi svegliai vicino a un muro crollato e subito mi resi conto di che cosa era successo, e mi misi a camminare per cercare qualche arma o qualche strumento in caso avessi bisogno di difendermi. Trovai delle guardie senza corazza e armi quindi capii subito che altri prigionieri erano scappati prima di me . Dopo un po’ di ricerca trovai il corpo del capitano delle guardie con ancora addosso le armi e la corazza, allora le presi e cominciai a incamminarmi verso l’ignoto.
Il sole stava tramontando quando vidi un accampamento nemico bruciare. Mi misi a correre in direzione dell’accampamento quando vidi un drago che cercava di volare via, e mi avvicinai per liberare il drago dalla grande catena attaccata al collo. Ma appena mi avvicinai cominciò a sputare palle di fuoco incandescenti, però ad un tratto crollò una trave che prese in pieno l’ala del drago. Il drago subito si mise a gridare e allora io mi gettai sotto di lui per rompere la catena con la spada, che dopo primi tentativi falliti si ruppe, e il drago volò via. Io mi misi a correre per scappare dalle fiamme ma un telo infuocato mi bloccò la strada. Il drago che era già in volo mi vide e mi prese portandomi via dal fuoco.
Dopo un paio di minuti di volo il drago atterrò, mi lasciò cadere sul morbido terreno, sedette e mi guardò con due enormi occhi. Dopodiché mi addormentai.
Mi svegliai appoggiato all’enorme pelle ruvida, mi alzai di colpo per la paura, ma poi mi ricordai della sera prima. Mi incamminai per andare a caccia, quando il drago si alzò, dispiegò le ali e cominciò a volare una ventina di metri sopra il bosco poi, d’un tratto si gettò in picchiata nel folto. Feci per andare a cercarlo quando lo vidi risalire di quota con in bocca tre cinghiali, tornò da me e mi spinse un cinghiale addosso. Come segno di gratitudine lo accarezzai, e mentre lui mangiava io tagliavo il cinghiale e preparavo il fuoco. Dopo circa mezz’ora il drago stava ripulendo tutto e io mi affrettavo a mangiare, i resti li avvolsi nella pelle e li misi nel sacco che avevo fatto con tutte le pelli di cinghiale. Partimmo dopo circa un ora, cercai di salire sul drago ma appena ci provai lui si girò e sbuffò, però io continuai e malgrado il mal umore del drago alla fine riuscii nel mio intento, e partimmo per altre avventure e combattimenti dato che io e il drago eravamo uniti per sempre.

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Ed ora passiamo a Dannata per sempre, scritto da Ilaria:

Brucia. Incide. Soddisfa.
La lama del pugnale striscia sulla mia pelle come fuoco freddo, con un suono acuto, per donarmi quel minimo di liberazione a cui aspiro da ormai troppo tempo.
L’argento è il mio nemico, il mio opposto, eppure lo affondo nella carne con veemenza, con rabbia, con disperazione, e cerco ogni volta di affliggermi più sofferenza possibile.
E’ il mio modo di espiare i peccati che non posso evitare di compiere, giorno dopo giorno, notte dopo notte, perché la mia sete è implacabile. Terribilmente implacabile.
Eterna, come la mia inutile esistenza. E non vi è possibilità di scampo.
Provare non basta. Il terrore di quei raggi di luce mi impedisce di fare ciò che dovrei, di togliermi la vita come sarebbe giusto che avvenga, invece sono troppo codarda per attendere allo scoperto l’ascesa della temuta alba, di compiere quel fatidico passo che potrebbe liberarmi da ogni supplizio.
Ma non per questo rinnego tutto il male che ho commesso, tutto il sangue innocente che io stessa ho versato.
I tagli del giorno prima sono già scomparsi, completamente rimarginati, opera del mio inumano organismo, e mi compiaccio nel vedere la profonda ferita che lentamente disegno dalla piegatura del gomito sino al polso. Gioisco e piango nel guardare le gocce di sangue scuro che sporcano il pavimento di quel freddo tugurio.
Voglio morire. Voglio morire, dannazione!
Sono stanca di desiderare solo e unicamente quel cocktail dolciastro che pulsa sotto la pelle della gente, sono stanca di essere sempre alla ricerca di quel calore che da secoli mi è stato sottratto, di nascondermi furtivamente in ogni singola ombra della notte.
Questa non è vita, è una maledizione!
Allento la stretta sull’elsa, lasciando cadere il pugnale d’argento. Il tonfo metallico riempie il sotterraneo sinistro, lanciando vibrazioni che sento correre lungo tutti i corridoi e rimbalzare sui muri, spaventando le miriadi di animaletti che percepisco tra le grate di ferro.
Lascio che il mio corpo si addossi stancamente al muro umidiccio e pieno di muffa di quell’orrido seminterrato, mentre brividi pulsanti percorrono il taglio con una velocità che quasi non si avverte. Ma i sensi sviluppati non lasciano sfuggire nulla.
Conosco ogni giuntura che tenta di rimarginarsi tanto lestamente da provocare più dolore di quanto non me ne sia fatta poco prima. Distinguo il particolare bruciore e l’ustione che si delinea ai lati slabbrati dello sfregio, quello stesso bruciore che mi fa ansimare, gemere, soffrire, desiderare di farlo ancora e ancora, all’infinito, sino a quando il potere inarrestabile del metallo benedetto diventi tanto intenso da costringermi ad esalare l’ultimo, agognato respiro.
Singhiozzo e mi lascio scivolare sino a terra, graffiandomi la schiena nuda contro la ruvida parete in mattoni.
La semplicità nella mia vita non esiste.
E’ inutile sperare ancora.
Il futuro si staglia davanti ai miei umidi occhi come un buco nero dal quale io non uscirò mai. Questo, per noi Vampiri, è l’Inferno. Il nostro circolo vizioso.
Tante domande senza risposta, un’unica certezza.
Perché io, Roxanne, sono Dannata. Dannata per sempre.

Pubblicato in Contest, I vostri racconti | | 25 Commenti »

I vostri racconti - due oggetti comuni con un gran potere

scritto il Giugno 8th, 2009 da alphabetcity

Ciao!

Eccoci finalmente di nuovo a postare i vostri numerosi e splendidi racconti. Ci scuserete del piccolo black-out di questo fine settimana che ha impedito a tutti noi di accedere al blog, ma ci sono stati alcuni piccoli problemi tecnici. Capita ;)

Ma ricominciamo in grande stile con due nuovi racconti in concorso, entrambi sono incentrati su un oggetto apparentemente comune, ma che nasconde dei poteri insospettabili…

Il primo è il racconto di Flavio, dal titolo Il violino incantato di Andrew:

“Anche quest’anno mi ritrovo a pulire lo scantinato con mio padre”. Questo pensiero tormentava ogni 5 maggio, il giovane Andrew, 16 anni, che viveva nel Wisconsin. Dopo aver un’abbondante colazione, era pronto a scendere nello scantinato. Non aveva mai avuto curiosità per quel posto, ma quel giorno si sarebbe ricreduto. Muniti di scope e stracci, cominciarono a pulire. A quel punto il padre gli poneva sempre la stessa domanda:“Tutto a posto, Andrew?”.
“Certo, tutto a posto”. Risposta secca. Finché Andrew, alzando un vecchio scatolone, notò una cosa che non aveva mai visto nella sua vita: una porticina sul pavimento. Chiese a suo padre cosa fosse. L’uomo disse solo che era una botola. Ma Andrew era un ragazzo molto curioso. Di sicuro non poteva farsi scappare quel segreto che il padre non voleva rivelare. Così quando il padre dovette salire per prendere degli attrezzi, Andrew sollevò la scatola e, con la massima attenzione, aprì la botola. Dentro c’era un violino con il legno mangiato dalle tarme e le corde logorate dal tempo. Lo tirò fuori e lo espose alla luce. Andrew pizzicò le corde producendo tre note stonate, ma che bastarono per provocare qualcosa di magico. Le corde del violino uscirono dal manico, si estesero e unendosi formarono una cornice di dimensioni umane sospesa nell’aria. Sembrava vuota, ma passandoci in mezzo la mano destra, Andrew la vide scomparire. Senza paura fece passare interamente il suo corpo e in pochi secondi venne catapultato in un luogo che aveva visto nei libri di storia: un castello . Davanti a lui un uomo dai capelli neri lunghissimi raccolti in una treccia, sul suo viso era stampato un sorriso; l’uomo gli indicò la strada per entrare e spiegò che lì si trovavano dei maghi per combattere una bestia mandata dal padrone dell’Oscurità. Andrew non capiva. Altre tre persone raggiunsero il giardino di erba verde profumata, si presentarono e gli parlarono. Dal loro scoprì di appartenere a una stirpe antichissima di maghi e che la magia lo aveva richiamato per combattere.
I maghi allora si riunirono, l’uomo dai lunghi capelli alzò un bastone e tutti vennero trasportati in una grotta. Le tenebre avvolgevano ogni cosa, ma Andrew non aveva paura. Gli piaceva. Da un angolo della caverna apparve una lunga coda nera che avanzava strisciando verso di loro. Involontariamente Andrew sollevò le mani aperte. Da quelle uscirono scintille verdi che spezzarono la coda. Tutti si volsero verso di lui orgogliosi: sapevano che un punto debole della bestia era la coda, l’altro il collo. Gli altri maghi si adoperarono per annientare il drago. Muovendosi coordinati richiamarono una fune dal nulla stringere il collo della bestia. Un attimo dopo l’intero corpo del mostro cadde a terra, la terra si scosse. L’uomo dai capelli lunghi riportò tutti al castello e restò solo con Andrew. Gli spiegò che presto ci sarebbe stato bisogno di lui e per questo gli consegnò un anello d’argento, col quale era possibile mantenersi in contatto. “Buona fortuna ragazzo mio”, disse il mago congedandosi e sparì all’interno della cornice. Ne seguì un rombo, le corde rientrarono nel manico del violino e tutto tornò come prima.
Andrew ci mise un po’ per riprendersi, si pizzicò per assicurarsi di non aver sognato. Da quel giorno si ritrovò a combattere creature del male insieme a Martin, l’uomo dai capelli lunghi che divenne la sua guida.
Quella mattina mise da parte il violino e continuò a pulire con una gioia nel cuore che non aveva mai provato prima. Suo padre tornò con la cassetta degli attrezzi: nel mondo reale era passato pochissimo tempo ma per il ragazzo si aprì un’eternità.

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Infine passiamo a Selene, con la sua storia, La congrega del passato

Selene guardava fuori dalla finestra, il ciondolo a forma di luna stretto in pugno. Pensava, come tutti i giorni dall’ inizio della sua vita, ai genitori. Era troppo piccola quando morirono per poterli ricordare, per poter ricordare con precisione i loro volti. Ormai erano sedici anni che viveva con la vecchia Maga: lei era tutta la sua famiglia; da lei era stata allevata, cresciuta, istruita; amata.
Un grido la fece sobbalzare: proveniva dall’altra stanza. Corse a vedere e trovò “la Maga” seduta al tavolo con il volto tra le mani, che sussultava come se stesse singhiozzando.
Cos’è accaduto?
Selene, vogliono il tuo ciondolo; vogliono te!- le rispose alzandosi di scatto e cominciando rapidamente a riempire una borsa con delle provviste.
-Devi fuggire Selene …stanno venendo,tra non molto saranno qui!-
-Non capisco!- era confusa. Cosa stava succedendo?
-FA COME TI DICO!- le ordinò la vecchia lanciandole la sacca. -Corri, scappa, vai nel bosco; non ti fermare! Stanno venendo, vai! L’ho visto nella sfera…loro vogliono TE!-
-Ti fidi di me?- la ragazza annuì –Ti cercherò io. Tu non ti fermare! Ora va; ci rivedremo.-

Selene le lanciò uno sguardo disperato e corse via, con gli occhi colmi di lacrime. Non si voltò mai, sapendo che altrimenti sarebbe stato più difficile. Era preoccupata per la vecchia donna: cosa le sarebbe successo? Giunta nel bosco, s’inoltrò tra gli alberi, poi si sedette a riprendere fiato. Mangiò qualcosa. Ed ora? Era sola, nel bosco. Sola. Strinse forte il ciondolo: possibile che l’unica cosa che le avessero lasciato i genitori fosse così pericolosa? Cos’era? Perché la volevano?E chi la voleva?

Riprese a camminare, senza meta. Presto giunse la sera, e poi la sera del giorno dopo. Era stanca, afflitta. Cosa doveva fare? Continuare a camminare nell’attesa di rivedere la Maga? Già, e se non fosse venuta? Se le fosse successo qualcosa? Ormai non poteva nemmeno più tornare indietro: si era persa. Si distese a terra abbracciandosi le ginocchia e pianse; si addormentò tra le lacrime. La mattina seguente si svegliò ed andò in cerca di un corso d’acqua, un fiumicello, dove poter riempire la borraccia e lavarsi. Camminò per quattro ore circa, ma non ne trovò. Continuò ancora ad andare avanti, quando, ormai esausta, assetata, senza più speranza si lasciò cadere a terra. La vista era annebbiata, la gola bruciava.

-Muoio- pensò appena prima di sprofondare in un cupo sonno.

Aprì piano gli occhi, li sbatté un paio di volte. Sopra di lei il cielo era azzurro; l’aria, gli alberi, erano gli stessi di sempre. Era ancora lì, distesa a terra.

-Avrei preferito morire.- sussurrò.

-Non dica così.- si voltò di scatto. Accanto a lei era seduto un bel giovane; portava al collo il suo stesso ciondolo. Selene aggrottò le sopracciglia.

-Non temere: non ti farò del male- la rassicurò. – Ci abbiamo messo più del dovuto a trovarti perché quella vecchia non ci ha voluto dire dov’eri!-

-C-cosa le…-tentò di chiedere, ma la gola era troppo secca e asciutta.

-Nulla ovviamente: non è nella nostra natura. Ti porteremo da lei, quando ti sarai ripresa; se ancora vorrai.- Cosa significava quel ”se ancora vorrai”? Forse però non erano così cattivi come pensava la sua tutrice. Il giovane notò la sua aria confusa.

-Selene, benvenuta nella “Congrega della Mezzaluna”. Ora ti porterò finalmente dai tuoi genitori.-

A quelle parole la ragazza sussultò. –Sono morta allora, non è così?-chiese con quell’ultimo filo di voce che le rimaneva.

-No- le rispose prendendola dolcemente per mano, aiutandola a rialzarsi. E fu come se tutto ricominciasse da capo.

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