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Archivio articoli contenenti il tag: ‘racconto’

Una profezia che ci raggelerà

scritto il luglio 7th, 2010 da alphabetcity

E con questo caldo forse non sarebbe una cattiva idea direte voi! Dunque, dopo aver avuto qualche problemino ieri eccoci di nuovo qui e questa volta speriamo di non mancare all’appuntamento pomerdiano con il secondo racconto!

Vi lasciamo al racconto di Gabriele… davvero suggestivo!

Profezie

C’è odore si sangue nell’aria…

Il vecchio eremita si rigirò malvolentieri nel suo letto di paglia della sua antica grotta ai confini del mondo dove aveva deciso si andare a vivere poco prima della Grande Guerra.  Mormorando qualcosa nella lingua dei Colti, si strofinò energeticamente gli occhi e si alzò dal suo giaciglio. Afferrato il suo vecchio bastone di quercia, si incamminò ancora titubante per il sonno verso l’apertura della grotta.

C’è odore di sangue nell’aria…

L’ora era giunta. Scrutando nervosamente le nebbie spandersi sulle pianure del Throndaw capì che tutti i suoi incubi stavano per avverarsi.  Ora che i draghi si erano estinti, ora che il Popolo degli Uomini e la Dinastia degli Elfi si erano annullati a vicenda nella lunga guerra che aveva segnato l’ultimo millennio e ora che i Nani avevano deciso di rinnegare il Mondo, rifugiandosi nelle loro miniere colme d’oro, come se questo potesse aiutarli, nessuno avrebbe potuto interferire contro di Lui, contro la Sua avanzata, contro la Sua sete di sangue sopita nel lungo oblio del tempo. Neanche i pochi maghi superstiti avevano l’energia necessaria per fronteggiarlo.

C’è odore di sangue nell’aria…

Lontano, sulle vette innevate ai margini del Regno, già si intravedevano i primi segni di morte. Allontanando pigramente con il suo bastone una piccola lucertola che, chissà per quale motivo, aveva deciso di infastidire il suo piede sinistro, il vecchio ripensava agli anni addietro e a quando, ancora Grande Saggio presso la biblioteca della capitale, studiava e vegliava sugli oscuri segreti del Libro delle Profezie. Quasi sogghignava quando pensava al giorno in cui aveva scoperto la realtà e a quello che di lì a poco sarebbe successo.

C’è odore di sangue nell’aria…

Nessuno aveva voluto ascoltare un povero vecchio, sporco della polvere dei suoi stessi libri; nessuno aveva prestato attenzione a quello che lui diceva o a quello che l’antico Libro riportava. D’altronde lui stesso faceva fatica a credersi, talmente era forte e crudele la verità che aveva scoperto. Quante volte aveva voluto morire, privandosi per sempre di quel sapere, ma ancora oggi, dopo 800 anni, era lì, solo, a cospetto del destino da lui stesso rivelato. Il tempo era stato sarcasticamente generoso con lui, permettendogli di vedere la fine di tutto.

C’è odore di sangue nell’aria…

Ormai sicuro di quel che stava per accadere, il vecchio scosse malinconicamente la testa e, voltandosi, si avviò lentamente nelle profondità della sua grotta, alla ricerca di un po’ di fresco dalla calura del giorno estivo pensando che probabilmente questo sarebbe stato l’ultimo giorno prima che Lui arrivasse, inesorabile con la Sua spada. Forse se l’Erede si fosse risvegliato una speranza ci sarebbe stata, ma ormai anche l’eremita, per quanto saggio, non ci credeva più. Era troppo tardi. Come diceva un vecchio proverbio nano: se aspetti troppo che la frutta diventi matura prima che tu te ne renda conto essa sarà già marcia.

C’è odore di sangue nell’aria…

Il marcio si era già esteso in quel mondo, e nessuno poteva più fermarlo…

C’è odore di sangue nell’aria…

Il MALE stava arrivando, questa è la fine…

C’è odore di sangue nell’aria…

C’è odore di sangue nell’aria…

Arriva….

C’è odore di sangue nell’aria…

Pubblicato in I vostri racconti | | 11 Commenti »

Acqua e aria… libertà e poesia

scritto il luglio 6th, 2010 da alphabetcity

Il racconto di Claudia, il primo della giornata di oggi è un viaggio unico tra dragoni molto particolari…

Blu..

Le piaceva andare sulla scogliera, soprattutto al tramonto e alla mattina presto. Tutto era avvolto dalla brina gelida, sospeso. Rabbrividiva e si stringeva le braccia al petto, continuando a camminare con la sua falcata felina fino ad arrivare al ciglio della scogliera. Si sedeva e guardava giù, nel vuoto. Aspettava che la nebbia mattutina si diradasse, che all’odore salmastro dell’Oceano, allo sciabordio delle onde si aggiungessero anche i colori. Quei colori indefiniti, sfumati e sfilacciati come le nuvole al tramonto.

Gwin ci andava da sola, spesso, ma a volte la sua De’von, Nahili, insisteva per accompagnarla. Gwin saliva sulla sua groppa,  le accarezzava  le squame e, preso un bel respiro, scivolava giù in picchiata, diventava tutt’una con Nahili. La De’von aveva le squame di un bel colore turchese cupo, ma le venature delle sue ali erano sfumate di viola. Erano gli stessi colori degli occhi di Gwin: lo stesso verde cupo, il blu e le sfumature viola. Gwin lasciava che il vento le scompigliasse la zazzera nera, che le stampasse il sorriso. Amava quella voglia di sentirsi ancora più libera.

Era orfana e da sempre viveva con i De’von. Quei dragoni l’avevano accolta ad Hacelya, la grande Città Bianca. La bambina aveva imparato ben presto ad essere indipendente, a maneggiare le armi per difendersi, e ancora da ragazzina aveva difeso Nahili dall’attacco di un De’von giovane che si era ribellato a quella pace. Diceva di seguire un Drago, Carsius, che  aveva spronato la guerra contro i De’von. Carsius aveva scagliato una maledizione contro la Città di Hacelya. Le onde dell’Oceano, in una notte di luna piena, sarebbero insorte e la avrebbero sommersa. Il potere dei De’von, e la loro capacità di volare, era legata a quella città. Se fosse stata sommersa, i De’von si sarebbero estinti. Una collana che possedeva Gwin, regalata da una Principessa del Mare alle due razze era stata il motivo del loro litigio. L’unico modo per fermare quella guerra era distruggere la collana, gettandola in fondo all’Oceano. Gwin conosceva da tempo la storia e ci aveva riflettuto molto. L’orgoglio delle due razze avrebbe impedito che la collana venisse distrutta, perfino se questo avrebbe significato sommergere un’intera città. Quella notte, Gwin non riusciva a dormire. Si alzò dal letto e indossò il mantello, dirigendosi alla scogliera. Nahili decise di andare con lei. La ragazzina avrebbe preferito la solitudine, ma all’improvviso un boato interruppe i suoi pensieri. Saltò agilmente sul dorso di Nahili e la incitò a volare verso la scogliera. Molti De’von e Draghi li seguivano, curiosi. La scogliera era quasi sommersa, il cielo una tempesta di fulmini che si scaricavano sulle onde furibonde. Gwin seppe all’istante cosa fare. Vide la luna piena in cielo e, senza esitazione, gettò la collana. Quella però tornò indietro, perfino quando Gwin, esasperata, la ruppe in mille pezzi. Allora volse un sguardo sospeso a Nahili dietro di lei. E si gettò.

L’impatto fu tremendo. L’acqua era ovunque, sotto sopra di lei. Blu. Ovunque. Sentì il bisogno di respirare. Aprì la bocca e il sale entrò nei polmoni. Blu. Si lasciò andare, senza forze. Blu. Un cavallo. Bianco, fatto di spuma di mare e soffio di vento. Con le ultime forze, Gwin si aggrappò alla sua criniera, e il cavallo , in un lampo di luce, si trovò sulla scogliera. Gwin lo accarezzò. Si volse verso i De’von, in tempo per vedere Nahili che la abbracciava con le ali nervose e in tempo per guardare il capo dei De’von avvolgere Carsius con le sue ali. In tempo per un lieto fine.

Piaciuto? Non perdetevi l’appuntamento pomeridiano con un altro nuovo racconto tutto da scoprire!

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Oggi doppietta! Il racconto di Elena

scritto il luglio 5th, 2010 da alphabetcity

Dopo il racconto di Maria ecco quello di Elena ad allietravi il pomeriggio! Tornano di scena draghi e viverne…

 Erano finalmente l’uno davanti agli altri.

Il cuore di Sora ormai era pieno solo di rabbia e di rancore verso quella Viverna e il suo cavaliere, che pochi giorni prima avevano ucciso il suo drago.

Sora tremava, e pensava alle ultime parole del suo drago: <<Il mio spirito sarà sempre con te, io ci sarò, e nell’ultima battaglia potrai affidarti ai miei poteri. Il mio spirito ti guiderà fino alla fine, fino alla tua morte, fino a quando non ci rincontreremo. Te lo prometto!>>

Ora lo sentiva meglio che mai; il sangue del suo drago scorreva insieme al suo nelle sue vene.

Quella era l’ultima battaglia: un solo cavaliere, un solo uomo contro un altro uomo e una viverna.

Martix, il cavaliere della viverna, era lì, davanti a lui insieme alla sua bestia. Solo loro due separavano Sora dal ritrovare la sua pace, e il suo villaggio.

<<Se volevi morire potevi dirmelo, ti avrei ucciso insieme alla tua bestia; ti saresti risparmiato la fatica della battaglia>> Matrix usò queste parole per far capire a Sora la sua sicurezza.

<<I miei antenati hanno parlato per secoli di questa battaglia, e quelli che mi hanno preceduto nei secoli ti hanno sempre battuto Matrix, o dovrei dire Halmond?!>>

Matrix era la reincarnazione di Halmond, signore del male, mentre Sora era la reincarnazione di Holdest, signore del bene.

<<Come vuoi tu allora, Holdest, ma non ci sconfiggerai, e io tornerò a regnare>>

Sora non se lo fece ripetere due volte.

Con una mano impugnò la sua spada, e con l’altra invocò il potere del suo drago. Subito la sua mano si ricoprì di fuoco, ma Sora non percepì il benché minimo calore. Si lanciò all’attacco verso Halmond, incurante della Viverna che si stava già preparando a lanciare una fiammata. Ma Sora non aveva paura del fuoco: evocò di nuoco i poteri del suo drago, e questa volta tutto il suo corpo fu avvolto da fiamme che respinsero l’attacco della Viverna.

Halmond lanciò un’occhiata alla sua Viverna, un’occhiata che parlava, che le diceva di stare ferma e che avrebbe combattuto in caso della morte di Halmond.

 Le spade dei due combattenti si toccarono, e il rumore violò il fragile equilibrio della notte.

<<Sora, usa i miei poteri, so che puoi farcela, avvolgilo e evoca le fiamme.>> Era il drago di Sora che gli aveva parlato.

Sora non ebbe possibilità di avvolgere Halmond, fino al momento in cui lo colpì violentemente. Allora lo abbracciò e evocò le fiamme. I due corpi erano coperti dalle fiamme, l?unica differenza era che uno bruciava, l’altro no.

Tutto finì in un minuto.

Sora ce l’aveva quasi fatta, ora doveva battere quella Viverna.

<<Sora, un solo attacco ti basterà per ucciderla, la tua spada dritta nel suo cuore>>

Sembrava la cosa più facile del mondo, ma appena Sora fece cenno di attacco, la Viverna si alzò in volo.

<<Lasciati andare e fidati di me>>

Si lasciò andare, e dalle sue mani uscirono delle saette. Ora sapeva come doveva fare.

Le puntò dritte sulla Viverna, la quale schivò le prime due, ma la terza andò in buca!

La colpì dritto all’ala, e la Viverna planò poco distante da Sora.

Sora le corse in contro, e quando arrivò la si blocco. Era così simile a un drago.

<<Sora, non esitare o si riprenderà!..lei non è un drago, la sua stirpe combatte contro i draghi da secoli!>>

A quelle parole Sora le si scaglio contro, e senza indugiare oltre la colpì dritto al cuore. La Viverna lancio un urlo di dolore, poi si accasciò al suolo, e non si rialzò.

Era finalmente tutto finito, Sora poteva tornare al suo villaggio, era stremato, ma una cosa lo rassicurava: lo spirito del suo drago sarebbe stato sempre con lui, e lo avrebbe aiutato, Sempre!

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Tra elfi e nani…

scritto il luglio 5th, 2010 da alphabetcity

Maria ci racconta di un mondo magico, misterioso e inesplorato, accende la nostra curiosità per un luogo che non conosciamo: la terra di  Remsly

L’incontro

Julian arrivò sbadigliando nella piccola cittadina, tirava qualche ciottolo coi piedi e osservava di tanto in tanto le poche figure che si muovevano nella silenziosa Remsly.

Lui era nato lì, ma ci aveva vissuto troppo poco per ricordarsi di quella desolazione. –Che noia qui– sbottò e intanto cercava di farsi strada tra la nebbia che si infiltrava per le vie. –Beh cosa ti aspettavi da Remsly? Questa è la terra delle creature dimenticate, non è luogo per quelli come te– Disse una voce femminile alle sue spalle. Julian si voltò di scatto –Eppure io son nato…– le parole non vennero fuori, una strana ragazza era li, di fronte a lui, lunghi capelli scuri, occhi neri che brillavano di uno strano chiarore, la pelle di un colorito grigiastro e due orecchie insolitamente lunghe e appuntite. Non era umana, ma era di una bellezza sconosciuta.

La ragazza rise nel vedere lo stupore del giovane –Era appunto questo di cui ti parlavo straniero. Qui non troverai quelli come te, per voi sarebbe impossibile viverci, a stento puoi vedermi– Lo guardò a lungo, spaesato, incredulo, lo afferrò per un polso –Per questa sera starai da me umano– Julian si lasciò portare, non disse nulla, “altre creature” pensava, chi e cos’era quella ragazza, cos’era successo alla vecchia Remsly, tante domande e nessuna risposta.

Giunsero ai margini del bosco, una piccola casa li attendeva, semplice ma comoda per una o due persone. Lei iniziò a frugare tra le provviste, le sembrava scortese non offrire un pasto al suo ospite –Domani quando il sole sarà alto e la nebbia diradata partirai, Craamus non dista molto da qui e troverai tutto ciò di cui hai bisogno per… – lui la interruppe –Sono qui per un preciso motivo e non ho intenzione di andar via così presto– si mise a sedere –insomma, io arrivo qui e non trovo nulla di quello che mi sarei aspettato,e poi spunti tu… e non so mi parli di creature e se non ti vedessi coi miei occhi non ti crederei..dannazione, non so nemmeno il tuo nome!– Prese a sedersi anche lei –Thelys, mastro alchimista di Remsly, se dovesse capitarti di incontrare i nani non ascoltarli, sono solo invidiosi perché sono più brava e più alta di loro. Domani ti accompagnerò alla locanda e potrai fermarti finchè avrai bisogno… sempre che tu resista straniero– –Julian… il mio nome è Julian, e non andrò via di certo per un pò di nebbia, ne tanto meno per qualche nano dispettoso…Thelys, tu…– –Non sono di certo un nano!– lo anticipò –Io faccio parte degli Elfi Oscuri, quelli che per secoli sono stati l’ombra dei Grandi Elfi– scrollò la testa, sorrise –Non credere che la mia razza sia malvagia– Si alzò, finì di preparare la cena per Julian –Scusa la semplicità– disse posando del brodo di verdure e un pezzo di pane scuro in tavola –Non aspettavo visite– Non parlarono più, Julian consumava il pasto lentamente pensando ad ogni boccone cosa volesse dire ‘ombra dei Grandi Elfi’, lui di elfi aveva sentito parlare vagamente, credeva fossero leggende, favole per bambini, Thelys teneva lo sguardo basso, presa dai ricordi, giocava nervosamente con le mani. Si impose di non pensarci, tirò su il viso e si mise a scrutare i gesti del giovane, “un umano a Remsly”.

Durante la notte strani pensieri li trascinarono in un sogno identico, un vortice che li risucchiava e poi il nero più assoluto. Al mattino Thelys svegliò Julian, lo portò ancora insonnolito fuori. Era giorno, un bellissimo giorno di sole, molto raro a Remsly, Thelys rideva e a Julian sembrò ancora più bella. Lui si voltò verso la città e urlò –Da oggi hai un nuovo cittadino Remsly!–

Chissà quante altre avventure potranno vivere  Thelys e Julian…

Qui nella terra dei draghi, invece, aspettiamo le avventure che creerete per i personaggi da voi inventati!

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Dato il caldo…brividi da suspance!

scritto il luglio 2nd, 2010 da alphabetcity

Per salutarvi nella pausa del fine settimana vi lasciamo con il racconto di Andrea Francesca che se fosse un film lo definiremmo un misto tra horror (molto soft) e azione ! Ovviamente vi auguriamo buona lettura: godetevi la suspance!

 

Ora e per sempre 

Lui con la spada in mano.

Lei con l’arco pronto.

La loro morte certa davanti agli occhi pieni di terrore: quella Viverna copriva la loro unica salvezza.

Quella dannata e tanto cercata uscita.

Per mesi avevano percorso ininterrottamente quella maledetta e infinita grotta, quel labirinto infinito di cunicoli e corridoi; e ora che erano finalmente alla fine di quel gioco assurdo la loro strada era interrotta da lei.

Quella creatura li stava guardando, li stava scrutando, per lei non erano altro che prede facili e non se le sarebbe certo lasciata scappare.

La creatura più spaventosa che uno potesse mai immaginare, con i suoi unici due arti posteriori ti afferrava e ti stritolava, con la ali e la cosa uncinata ti feriva e con quelle bianche e rosse zanne di dilaniava la carne e ne traeva il sangue.

Il solo pensare e vedere i suoi occhi rossi come il fuoco dell’inferno tagliati in due da quelle pupille allungate col notte oscura, ti faceva accapponare la pelle.

Quella era la loro morte sulla Terra ed essa stava bloccando la loro il cammino, l’unica possibilità per evitare di esalare l’ultimo respiro.

Non ne sarebbero usciti vivi, lo sapevano.

Lei gli strinse la mano guardandolo.

<<Ci siamo Patrik.

Siamo alla fine!>>.

Lui si riprese.

Quando Patrik aveva scoperto la sua vera origine Elfica aveva lasciato tutto, compresa la sua famiglia adottiva, per cercare le sue vere radici.

Da quel momento non aveva trovato altro che difficoltà e delusioni.

Si era anche pentito di quella scelta e così era tornato a casa e al suo rientro aveva trovato la madre in un letto, morente.

L’unica cura per salvarla era nella sua mano: quel dannato fiore nero e rosso gli stava costando la sua vita e quella della persona migliore che avesse mai conosciuto.

Aveva incontrato detta persona nel suo viaggio di ricerca e se non fosse stato per ella non sarebbe riuscito nemmeno ad arrivare fino a lì, un legame profondo li univa e solo ora lui se ne rendeva effettivamente conto.

Quando stava per perderla.

Quella persona era al suo fianco e avrebbe dato qualunque cosa per non lasciarla.

Ora però non sapeva che fare, non sapeva che sarebbe successo e non sapeva nemmeno se sarebbe riuscito a tornare in tempo per salvare la madre.

Strinse la mano a sua volta, Martain era lì con lui in quel momento difficile e non l’avrebbe lasciato mai.

Lei ignorò la Viverna, che in quel momento si stava alzando in volo per attaccarli, si avvicinò a Patrik che si era volto verso di lei con sguardo doloroso e lo baciò con labbra tremanti e umide di pianto.

Un bacio lieve e fugace, ma che valeva più di mille gesti

Patrik rispose con un semplice sorriso significativo che nascondeva tutta la sua reale paura.

Un bacio lieve e fugace, ma che valeva più di mille gesti.

Non si parlarono oltre, non serviva; si erano già detti tutto tramite gli sguardi veloci che si erano lanciati.

Erano giovani e innamorati, ma di un amore molto profondo e intenso che non sarebbe svanito tanto facilmente.

Quella Viverna li avrebbe uccisi, li avrebbe massacrati, avrebbe bevuto il loro sangue e goduto della loro morte, ma non avrebbe mai potuto spezzare il loro legame.

Lui alzò la spada.

Lei incoccò la freccia.

La Viverna non era molto distante da loro.

Assieme si lanciarono contro la creatura, un urlo li accompagnò in quell’impresa disperata.

Erano pronti a morire.

Qualunque cosa fosse accaduto di lì a poco a loro non importava perché sapevano che sarebbero rimasti insieme.

Ora e per sempre.

Fateci sapere cosa ne pensate e, soprattutto, scrivete, scrivete, scrivete…

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Nei vostri racconti arrivano anche elfi e maghi!

scritto il luglio 1st, 2010 da alphabetcity

Eccoci qui per un nuovo racconto. Questa volta concedeteci di drirvi che è po’ speciale perché è stato scritto da una mamma per i suoi bimbi! Infatti Vilma, l’autrice, ci tiene a specificare che è tratto dal fantasy  Storie e leggende della terra di mysor che ha inventato apposta per i suoi bambini!

Non trovate anche voi che sia un’idea davvero dolce?

 

Il risveglio del mago

Un fremito nella trama dell’incanto che avvolgeva il mago tra le sue spire ristoratrici, scosse Lionis con una potente scarica elettrica lungo tutta la spina dorsale provocandogli un dolore talmente lancinante da risvegliarlo bruscamente dal sonno magico indotto dal loto nero.

Cercando di ignorare il fastidioso formicolio che si stava diffondendo in tutti i suoi muscoli, l’elfo, scese lentamente dal trono su cui si era adagiato, raggiunse una sontuosa veste da camera in velluto rosso trapuntato, l’adagiò elegantemente sulle sue spalle e si avviò verso la stanza che ospitava il suo laboratorio magico.

Man mano che percorreva i corridoi che portavano alla torre sud della sua fortezza, il dolore provocato da quella scossa elettrica, iniziò a diminuire, il formicolio scomparve e l’espressione torva del suo viso cominciò a mutare in un lieve sorriso, solo un potente incantesimo avrebbe potuto scuotere con tanta forza la trama della magia che aveva intessuto con tanta meticolosità dopo la morte di re Nivalis e questo significava che qualcuno della famiglia reale era sopravvissuto all’assalto portato dalle sue forze alla roccaforte nemica. Deciso a verificare i suoi sospetti, affrettò il passo per raggiungere il laboratorio.

La torre sud era stata modificata da Lionis per diventare la sua alcova di magia arcana. Le scale che conducevano alle stanze del laboratorio erano state disseminate di trabocchetti magici di cui lui solo conosceva le parole di attivazione e disattivazione in modo che, se anche qualcuno dei suoi seguaci avesse avuto in mente di tradirlo, non avrebbe trovato altro che morte, sulla via della sua scalata verso il potere. La lunga esperienza accumulata in duecento anni di vita gli aveva insegnato a dubitare di tutti, per questo era sopravvissuto così a lungo, per poter perpetuare i suoi piani di conquista di Mysor e la sua personale vendetta contro suo fratello Nivalis. Per quanto concerneva la conquista del mondo intero, a parte qualche piccolo focolaio di ribelli, ormai era a buon punto e la morte di suo fratello, era stato uno dei più grandi piaceri che avesse mai provato in tutta la sua vita ed ora, tutti questi successi rischiavano di essere rovinati da qualcuno che era sfuggito al massacro.

Giunto in cima alla scalinata, varcò agilmente il portale magico e si diresse verso il pozzo delle divinazioni. Pronunciando parole incomprensibili in un antico dialetto elfico, descrisse dei piccoli cerchi sulla superficie dell’acqua e dopo qualche istante le immagini di una lontana isola apparvero nella polla.

Il disastro che vide ebbe l’effetto di irritarlo ancor più del dolore provocatogli dall’incantesimo che lo aveva risvegliato. Era ovvio che, se la dimora di Syria era distrutta, la magia che l’aveva eretta in qualche modo era stata dissipata, questo poteva significare due cose, la cattura della portatrice dell’anello del tempo o nella peggiore delle ipotesi la sua morte.

Guardò attraverso gli strati di roccia per individuare qualche indizio che potesse illuminarlo su ciò che era accaduto in quel luogo finché non gli giunse l’immagine del corpo mostruoso di Syria straziato ed orrendamente schiacciato dal peso della montagna che le era crollata addosso,

disgustato da quelle visioni si ritrasse dalla polla per dirigersi verso la finestra, si affacciò e scagliò in aria un cristallo rosso, pronunciò una formula arcana e la pietra si trasformò in un fantasma.

Lionis guardò la sua serva e le disse:- va da Phisoplexis e dille di venire subito da me-

Lo spettro annuì e si dileguò nell’oscurità della notte.

 

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Una doppietta (di racconti) tutta per voi!

scritto il giugno 24th, 2010 da alphabetcity

Dato che cominciate a mandarci un po’ più di racconti oggi ne pubblichiamo ben due in un colpo solo!

Pronti? Cominciamo con il racconto di Francesca che, dato che ha un suo, blog personale, ci chiede di pubblicare il link. Eccola accontentata: http://blu-aquamarine.blogspot.com/. Edo ora ecco il suo racconto davvero suggestivo.

Amaranth Lily-L’inganno

Il porto di Londra, gelido nella sua tormentata solitudine di mezzanotte, sibila nel vento. Ogni folata s’infiltra fra il legno scricchiolante, fra i barili accasciati nell’ombra. Io, bambina, canto una sorda nenia nei pressi della nebbiosa luce di un lampione. Io, finché qualcuno ne porterà memoria, ancora me stessa, fantasma degli anni.

La porta della baracca sul porto s’apre, e una donna m’invita ad entrare. Le mie ballerine non fanno suono sull’impiantito: è strano sapere che nessuno saprà mai del mio passaggio. Spazzerà via domattina, il mozzo, queste mie lacrime amare?

«Ann, sai cosa sono i ricordi?»

M’accoglie nell’astruso rifugio. Fuoco. Fiamme nel camino. Fuoco caldo che non riscalda, fuoco ardente che non brucia. È ghiaccio oltre i mattoni cotti delle pareti. Sono lunghe stalattiti che pendono dal soffitto, sfiorano le teste lasciando scivolare gocce d’acqua pura, il risveglio di un’armonia d’argento.

«Sono ciò che mi tengono in vita.»

«È vero, sì. Niente ricordi, niente Ann.»

La dama bianca indossa abiti leggeri, veli che coprono il suo pallido corpo, ricamati con fiori di giglio. Sul polso, ha legata una benda rossa e umida. Mi ha richiamato dalla mia dimora di assenze e rinunce, siamo ospiti entrambe del tempo fugace. Ha promesso che mi racconterà una storia.

«Però non sono solo questo. Dimmi, Ann, cos’altro sono i ricordi?»

I suoi occhi sono immobili, di un azzurro polare e cieco.

«Sono… non sono…»

Il rollare della barca, la tempesta. La pioggia che s’abbatte continua sul mio volto, quasi mi ferisce. La odio. Odio mio padre, che mi ha gettato in mare per poi riprendere la via del Tamigi. L’aria che diventa solo un sogno, il sale che mi brucia i polmoni e che è incubo insano. Le ventole del motore incredibilmente vicine, ruotano, ruotano, come un girasole macchiato di rosso, è la cromoterapia dell’inferno. I miei capelli corvini s’impigliano fra i petali cremisi, la mia mano li carezza. Ma la mia mano va oltre, troppo lontana per essere ancora la mia, e io che la inseguo, che mi frammento come uno specchio pugnalato da una regina gelosa.

«Giusto.»

Sorride, riportandomi al presente. È inquietante.

«I ricordi… sono e non sono. Sono fogli rinchiusi nelle pareti dell’oblio, magici, deturpati dal tempo e da chi sfrutta i loro poteri. Non hanno ali, strisciano nel fango della nostra memoria. «C’è una vergine senz’occhi e bendata da nastri di seta imbevuti nel sangue, che spesso li afferra e ghermisce; non sazia, li strappa dal loro languire nei bizzarri recessi delle loro stanze oblunghe, lascia affiorare i più antichi da quella che è una vasca piena di un liquido che contrasta la pur lenta decomposizione, affoga quelli più brillanti di un passato recente e lieto. Strattona i reduci dal buio, rompe i legami di una carcere forzata. Il suo è il sorteggio nelle mani stordite del male e del caso infausto.»

«Voglio ucciderla. Se è lei che mi fa così male… la voglio morta.» Se è lei che riprende lo spasimo della fustigazione e me lo imprime nell’iride spenta, allora la riporterei in quel mare per trucidarla io stessa. Tacqui quest’ultimo pensiero.

Ed ora passiamo al racconto di Vincenzo, una cronacadai toni ricercati di un viaggio davvero speciale.

Departures

Attorno a me solo il lento sciabordio del fiume, che va a incresparsi scintillando nel suo impasto di olio denso e scuro. E, se sto attenta, riesco a percepire le misere gocce d’acqua che stillano da un cielo plumbeo, dove pian piano nubi già incupite si divertono a giocare, diradandosi per far spazio a un sole che sparuto fa le sue ultime comparse in cielo. Impercettibile e distante, pioviggina e sfiora le mie guance pallide.

Mi sento come trafitta da proiettili che mi si fiondano addosso scaraventati da un vento tagliente, e così anche la pioggia corre.

Tutto fa parte di un flusso. La vita scorre fragile come il fiume che va a irrorare un alveo costellato di ciottoli.

 

La vita è un percorso troppo arduo. E come ogni percorso ha un inizio e una fine, ma io non appartengo a quel percorso, o semplicemente cerco di eludermi da esso.

Le assi di legno del ponte scricchiolano sotto le mie suole. Sono quasi sicura che fra poco cadrà in sfasciumi anche lui, come tutti. È insopportabile lo sfrigolio che mi accompagna, percorro il corrimano con dita affusolate che vogliono farsi penetrare da minuscole schegge, incuranti del breve e ineluttabile dolore.

 

Nel mio campo visivo si contraddistingue un prato rorido, i cui filamenti verdeggianti sono orlati da brina. Qua e là fiori emaciati vengono rigurgitati dal terreno. I loro petali sembrano dilatarsi a ogni mia occhiata su di loro, ondeggiano flebilmente, assumono colori cangianti, quasi mi spavento. Sembrano crescere, sempre più alti e slanciati con vigorose foglie verdi e vivide, anch’esse madide di rugiada che scivola lenta fra le sottili arterie. Ora sono alti quanto me, fra poco mi guarderanno dall’alto fieri e decideranno sulla mia sorte.

Avanzo.

 

Giacciono due altalene, le loro catene sono intrighi di anelli che, come funi, s’avvinghiano fra loro sferragliando. Una donna vi è accovacciata e, mentre le sue cianche si divincolano furiosamente sollevando strati di terra scavata attorno al prato, sembra osservarmi. Indossa una tonaca rosa adorna con farfalle agonizzanti, lentamente si muovono sulla veste. Ha lunghi capelli neri, come viscide serpi di petrolio che paiono volermi agguantare. Alza il volto e mi punta addosso occhi d’inchiostro. Si alza dal suo giaciglio e mi tende una mano esile che io afferro e stringo forte. Non so chi è.

 

«Chiudi gli occhi» dice.

Sottraggo allora le palpebre alla tenue luce del tramonto.

Mi sento trasportare, percorrere viali impervi e inerpicarmi per alture. I miei passi riecheggiano in un ambiente dove tutto risuona stranamente ovattato, e sento la mia fiducia avviticchiarsi sempre più energica al fato. Apro gli occhi. Avanti a me il ponte di una nave si srotola, il parquet è abbagliato dal riverbero di lamine giallastre che s’infiltra come uno spillo nella mia iride. Mi accorgo che siamo immersi in un oceano cosparso da meduse di aria condensata. Voliamo.

 

La fanciulla ora è accanto a me. Indica l’orizzonte, ha un’unghia uncinata smaltata di nero. Inarco timidamente le labbra in un lieve sorriso.

«Allora via verso l’orizzonte, fra fragili bolle di legno e fatui esseri di zefiro, via! Via traversando nembi dai contorni sfavillanti, abbagliati dai fulgori del tramonto. Via oltre fragili ciondoli incandescenti, che ho sempre sognato sfiorare. Via verso l’infinito» lei annuisce contenta, mi comprende.

 

E adesso sarà la fine dei sogni, l’inizio di un’avventura che non avrà termine, l’inizio dell’ignoto da cui non tornerò mai, perché solo questo non avrà morte. Intanto il sole si è già gettato, e il suo capo dondola, mozzo e macchiato di rosso vermiglio, da un’incontaminata luna.

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I vostri racconti – due destini

scritto il luglio 16th, 2009 da alphabetcity

Altri due racconti: Il destino ingiusto di Carola

Era arrivato il momento, finalmente. Dopo quattro anni di agonie, pensieri di vendette incompiute e dolorosi rimorsi. Troppe persone erano morte per proteggerlo da quell’essere malvagio. Sua madre, per prima, aveva cercato di non farlo venire alla luce per risparmiargli un destino orribile sotto la tirannia di quella creatura venuta dall’inferno, poi alcuni dei suoi fratelli avevano cercato di proteggerlo dato che, sebbene tutte le imprese della madre, era venuto al mondo con forza prepotente. Morti, tutti morti, e lui sentiva le loro anime gravare giorno dopo giorno sulle sue giovani spalle. Dreik aveva superato la ventina da poco e già aveva deciso di introdursi nella fortezza del malvagio per ucciderlo una volta per tutte e sperare un futuro sereno con la ragazza che amava, Leira; voleva vendicare tutte le migliaia di vittime che il mostro aveva ucciso, cibandosi del loro dolore e della loro sofferenza. Basta. Aveva viaggiato per tutti i Regni e aveva sperimentato sulla sua pelle la sofferenza delle vittime che avevano avuto la malasorte di entrare nel cammino di Lui, Karatoz, l’Oscuro. Aveva poi deciso, si era diretto alla fortezza e ora, finalmente, l’aveva trovato.
« Allora c’è ancora uno stolto deciso a fermarmi? Ottimo avevo appunto bisogno di un’anima fresca di cui cibarmi!» Disse quello. Il mantello nero e lacero ricopriva un corpo allungato e secco all’invero simile. Era alto sui due metri forse, ma il corpo era una via di mezzo tra fumo e brandelli di pelle nera. Il viso era completamente oscurato dal cappuccio ma due pupille rosse come il Fuoco bruciavano nel mezzo animate da una forza oscura incomprensibile. Non è un uomo, né uno spirito, è l’unione tra i due, il risultato di un mago folle e degli esseri del male.
«Cos’è? Ora hai paura? Ti do tre secondi dopo di ché sei finito, lo sai vero che una volta morto la tua amata lucciola non avrà scampo?Venendo qui hai condannato anche lei!» In quel momento tra loro due apparve una ragazza dai capelli rosso fuoco, un armamento come vestiario completamente legata da capo a piedi. Uno schiocco di dita di Karatoz e lei si materializzo al suo fianco. Spalancò gli occhi e urlò una muta richiesta d’aiuto al ragazzo.
«NO! Fermo! E’ con me che devi vedertela, lasciala!» E senza attendere altro si scagliò su di lui con la spada in mano. Lui era disarmato ma il ragazzo sapeva che era un inganno, difatti all’ultimo gli si materializzò in mano uno spadone nero e ondulato. Parò senza problemi e la lotta ebbe inizio.
Tondo, tondo, parata, affondo, parata, affondo, tondo.. era una lotta senza esclusioni di colpi ed entrambi volevano la morte dell’altro. Poi un attimo di distrazione e la punta dello spadone si conficcò nella spalla del ragazzo che cadde a terra, si rialzò subito ma un coltello lo colpì alla gamba sinistra. Portò il peso sulla destra e parò il colpo successivo. Riuscì a tenere botta per altri due passaggi, dopo di ché crollò a terra svenuto, coperto di sudore e sangue delle ferite accumulate. Subito una luce abbagliante esplose nell’aria e per qualche secondo Karatoz rimase come imbambolato al suo posto, quando la luce svanì vide che era stata la ragazza a provocarla, con un incantesimo che l’aveva liberata dalle funi. Ci era voluta un po’ di pazienza perché fare magie imprigionati era complicato, ma ce l’aveva fatta. Il malvagio non ci diede peso e si buttò sul ragazzo a terra ma Leira con uno scatto si mise tra loro, impugnò il pugnale e cominciò a duellare al posto di Dreik. Era brava, ma non abbastanza.
«Ti ucciderò con calma, piccola scema» infatti la colpiva di punta lasciandola piena di ferite superficiali ma dolorose. Anche Karatoz era stato colpito ma non tanto significantemente. Dreik gli aveva procurato un taglio alla gamba, mente Leira una ferita di punta al petto, ma era inutile, Karatoz sembrava instancabile. Poi all’improvviso un mugolio e il ragazzo l’affiancò. Leira decise di fare una pausa per curarsi ma inciampò in una pietra e cadde a terra. Karatoz le lanciò un pugnale di cristallo. Lei non lo vide perché era concentrata a rialzarsi, allora Dreik le si parò davanti e ricevette il pugnale in pieno petto. «NOO!!» Scema, scema, Leira sei una stupida!
Il malvagio rise di perfidia «Stupida mocciosa! L’hai ucciso!» e con una giravolta sparì.
«Non sei stata tu…» boccheggiò Dreik «Ma la prossima volta sta più attenta, ok?» un debole e tirato sorriso gli disegnò le labbra «..Non..non piangere..io ti amo..non ti preoccupare non mi fa mal…» e, tra le braccia della sua gioia di vita, emanò il suo ultimo alito di vita.

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I segreti del Mundus Natii di Teresa:

Era una sera cupa a Liberty road, era possibile distinguere soltanto le case, grazie alle piccole lanterne appese fuori dalle porte, che rendevano quel paesaggio meno sinistro. Una ragazza al numero 19 osservava quello spettacolo, in attesa di vedere qualcuno o di assistere a qualcosa di eccezionale, ma in realtà quella era una sera come le tante altre che si erano susseguite per tutta la stagione calda… o forse no.
La ragazza stringeva in mano una lettere e dai suoi occhi verde brillante scivolò giù una lacrima rigandole il viso. Una luce bianca e accecante invase la stanza, fu tale la potenza e la forza di questa aurea bianca che la ragazza non riuscì a tenere gli occhi aperti. All’improvviso tutto sembrò così tranquillo, una pace invase la fanciulla che si lasciò trasportare da quella magnifica sensazione di benessere.
La ragazza aprì i suoi occhi lentamente, riusciva a fatica a mettere a fuoco ciò che la circondava, ma era sicura che ciò che scrutava non fosse la sua stanza, eppure lei era convita di aver chiuso gli occhi solo per un istante. I suoi sensi lentamente ripresero a svegliarsi e adesso ne era certa quella non era la sua stanza, non era la sua casa, ma soprattutto non aveva mai visto un luogo come quello.
Si accorse di non indossare i suoi indumenti ma una bellissima camicia da notte bianca, e si trovava in un confortevolissimo letto a baldacchino bianco e dorato, come quello di una principessa. La ragazza non riusciva a smettere di pensare a tutto quello che stava osservando non sapendo se fosse un sogno o la realtà.
Improvvisamente la porta della stanza, anch’essa dorata, si aprì ed entrò una donna minuta.
La ragazza fece per parlare ma notò che nessun suono uscì dalle sue labbra, e con suo sommo stupore si accorse anche di non riuscire a compiere nessun tipo movimento.
-Non si preoccupi mia signora è normale non riuscire a parlare e a muoversi.- Disse la donna notando lo stupore della ragazza. – Io sono Elva la sua serva, e sono qui per soddisfare ogni sua esigenza, mia signora.- La donna concluse il suo discorso facendo un inchino profondo.
La ragazza guardava stupita quella donna minuta, ora se possibile era ancora più confusa di prima. Quella donna era alle sue dipendenze, impossibile pensò , deve essere per forza un sogno, ma mentre questi pensieri le frullavano per la mente la donna ruppe il silenzio.
-Mia signora mi spiace disturbarla, ma è mio dovere informarla che l’attendono e quindi dovrebbe alzarsi dal letto e cambiarsi.- Disse Elva avvicinandosi al letto e scostando le soffici lenzuola di seta che ricoprivano la ragazza. Questa scese dal letto con notevole difficoltà, ma dopo un po’ riuscì a tenersi su sulle proprie gambe. Elva le sfilò la camicia da notte e le fece indossare una bellissima tunica verde acqua con in vita una preziosa cinta d’orata. Ora era pronta, ma ancora non riusciva a parlare, la ragazza aveva tante di quelle domande da fare, che non sapeva da dove iniziare, ma finché la voce non gli sarebbe tornata il problema non sarebbe stato da dove iniziare, ma il come iniziare.
Elva fece alzare la fanciulla e la condusse fuori dalla stanza, le due si incamminarono lungo un corridoio di dimensioni gigantesche, dopo un po’ la ragazza incominciò a risentire del tragitto, ma doveva continuare, perché era sicura che chi l’attendeva avrebbe potuto darle tutte le risposte a cui non sapeva dare una spiegazione logica. Elva si fermò dinanzi ad una porta e fece cenno alla ragazza di proseguire.
Un brivido percorse la schiena della fanciulla, fino a quel momento non aveva mai pensato a qualcosa di negativo, ma un milione di domande si aggiunsero alle altre che voleva chiedere fino all’istante precedente; e se chi mi stesse aspettando volesse farmi del male? Questa era sicuramente la domanda più persistente nella sua testa. La ragazza era immobile davanti alla porta, quando questa si aprì dinanzi a se. Le comparve un uomo sulla trentina di bell’aspetto con gli occhi del suo stesso colore però con i capelli biondi a differenza dei suoi che erano castani. Questi si avvicinò con un sorriso rassicurante.
-Entra pure, non ti preoccupare, non mordo mica io? – Fece l’uomo con fare socievole. – Adesso mi sa che puoi parlare, e credo che ne avrai di domande da farmi, Giulia. – Disse l’uomo andando incontro alla ragazza.
Quell’uomo conosceva il suo nome, ma come era possibile? Ma forse a pensarci bene, quella era la cosa più normale di tutto quello che le era successo nelle ultime ore. Giulia cercò di parlare e con suo sommo sollievo ci riuscì. – Ho un milione di domande da farti, primo Dove mi trovo? Secondo tu chi sei? Cosa è successo? Come sai il mio nome? E potrei proseguire per ore credo.- Disse Giulia tutto di un fiato.
-Hai ragione hai un bel po’ di domande ed anche tutte giustificate. Vediamo… inizio col dirti che conosco il tuo nome perché io sono tuo fratello.- Giulia lo guardò stupita, quell’uomo aveva quasi il doppio della sua età, e poi le era stata adottata quando aveva solo 2 anni.
– So che questa notizia è … una grossa notizia.- Continuò il ragazzo. – E te la dico così su due piedi, ma diciamo che questa era la parte più semplice da spiegarti. –
Giulia guardò l’uomo e gli fece cenno di si con la testa per fargli intendere che lei stava seguendo il discorso, ma adesso non parlava non perché non avesse la voce, ma perché era sconvolta dalle notizie che quello sconosciuto, che si era definito suo fratello le stava fornendo.
-Questo luogo, non è la terra dove tu hai vissuto, questo è un mondo parallelo, chiamato Mundus Natii , è il mondo da dove ha avuto origine il luogo che tu chiami Terra.- L’uomo notò un’espressione di incredulità farsi largo sul volto della ragazza ma decise di continuare senza fermarsi. – Io mi chiamo Nestor e sono il re del Mundus Natii e tu essendo mia sorella sei una principessa.- Nestor fece un bel respiro e continuò. – Ma le notizie per te non finiscono qui: Il tuo vero nome è Netea, e nessuno di noi due è umano, siamo elfi. –
Al suono di quelle ultime parole Giulia ne ebbe abbastanza quell’uomo era un pazzo che l’aveva rapita e portata in un castello, era l’unica spiegazione possibile. La ragazza scattò verso la porta aperta ma questa si richiuse improvvisamente.
– Fammi uscire da qui, riportami a casa!!!- urlò Netea.
-Ti giuro che quello che ho detto è la verità e adesso lo vedrai con i tuoi occhi. –
Nella stanza entrò un ragazzo dall’aspetto abbastanza inquietante, e incominciò a parlare in una lingua a Netea sconosciuta, ma al contempo familiare. All’improvviso la stessa luce accecante che aveva colpito Netea nella sua stanza la avvolse nuovamente, ma questa volta riaprendo gli occhi nulla era cambiato.
-E allora cosa dovrei vedere con i miei occhi i vostri trucchetti di magia??- disse la ragazza ma poi vide che qualcosa di diverso c’era. Nestor aveva i capelli lunghi e delle orecchie a punta che si intravedevano uscire dai suoi capelli, e aveva un aspetto quasi divino. Poi notò qualcosa di strano anche su di lei si sentiva più alta e i suoi muscoli le sembravano più tonici ed energici, poi vide i suoi capelli erano neri come la pece con ciocche viola che spuntavano qua e là, poi con una mano tremante andò a toccarsi le orecchie e capì allora che quello sconosciuto non aveva mentito.
Passarono due mesi da quella sera e Netea dal suo arrivo aveva scoperto tante cose. I suoi genitori erano morti in battaglia, uccisi da un potente mago di nome Notuars, lo stesso che aveva minacciato la sua vita e aveva costretto i suoi genitori a inviarla sulla terra affinché fosse al riparo. Ma sarebbe stata al sicuro fino ai suoi 16 anni e dato che li aveva compiuti, Nestor era andata a riprenderla. Ora il suo compito era quello di allenarsi sia nell’arte del combattimento che in quella della magia, perché il suo scopo finale sarebbe stato la conquista del suo drago.
La leggenda narra che alla nascita di ogni erede al trono nasca un drago e che questi sia alle dipendenze solo del nascituro. Ma Il principe per riuscire a conquistare la fiducia del suo drago avrebbe dovuto sostenere diverse prove.
Mentre Netea, seduta alla sua scrivania pensava a tutto quello che le era capitato negli untimi tempi, sentì uno strano rumore, si volse di scatto puntando la sua spada alla gola di un ragazzo.
-Chi sei? Parla!- Fece Netea avvicinando la lama al collo del ragazzo.
-Sono uno dei buoni, sono qui per dirti tutta la verità.- Il ragazzo fissò negli occhi Netea e proseguì. – Nestor non è ciò che dice di essere.-
La mano e la spada di Netea incominciarono a tremare. La ragazza si sentì, dopo due mesi, nuovamente smarrita.

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I vostri racconti – musica, angeli e demoni

scritto il luglio 15th, 2009 da alphabetcity

Cari assogettati, care dormienti (o, se preferite, il contrario…),

siamo quasi giunti alla chiusura del secondo contest e alla rivelazione dei vincitori (infatti abbiamo deciso di annunciarli tutti assieme!). Oggi continuamo con la pubblicazione di altri racconti e art-work, se qualcuno/a sta ancora disegnando, costruendo, fotografando o solamente fantasticando il proprio oggetto magico che si affretti! Il tempo limite per l’invio degli art-work scade venerdì 17.
Intanto godetevi la lettura dei due prossimi racconti, entrambi bellissimi: Il mondo delle note è di Serena.

In un pianeta chiamato Terra vivono esseri umani capaci soltanto di provare odio e rancore verso i propri simili. Sono continuamente in lotta fra loro, e il loro passatempo preferito è quello di estinguere specie animali oppure semplicemente maltrattarli. Dentro la Terra esiste un altro mondo. Si chiama Mondo delle Note. Questo mondo è ricco di creature magiche, e il loro scopo principale è quello di suonare. Ogni essere vivente, che sia elfo o troll ha un suo strumento preferito, e con esso crea musiche fantastiche. Gli elfi ad esempio ogni giorno compongono una sinfonia per orchestra con strumenti presi dalla natura,fatti con foglie e rami. I troll e gli orchi hanno uno stile molto ritmico. Infatti, i loro strumenti sono composti principalmente da tamburi fatti con pelle di animali. Le creature più piccole, come le fate ad esempio, amano stupire le persone manipolando il vento e le correnti marine, creando così una vera e propria orchestra naturale. In questo mondo però, vi è fin dai tempi più remoti litigi per il volume del suono, un po’ come i problemi con i vicini sulla Terra. Essendo un mondo relativamente piccolo, e riuscendo a propagare il proprio suono fino alle galassie attorno, gli esseri di quel pianeta si trovano sempre in combutta. Riescono però a risolvere sempre pacificamente i loro problemi, magari spostandosi sulla crosta terreste per un po’ di tempo. I terresti non possono vederli perché hanno poteri magici che li rendono invisibili. Quindi loro passeggiano per tutti i continenti creando melodie per gli esseri umani. I terresti però da un po’ di tempo non li ascoltano più, forse perché sono troppo impegnati ad ascoltare il proprio lettore mp3, oppure i suoni della città, come clacson ed altro, non permettono l’ascolto delle loro melodie. Sta di fatto che loro, poverini, ogni volta che si avvicinano all’orecchio di un umano e lui non lo sente si arrabbiano molto. Quelli che se la prendono di più sono le fatine. Loro anche se piccole possono stravolgere la vita sulla terra. Basti pensare agli uragani o ai cicloni. Non è altro che il loro modo di sfogarsi. I terremoti sono creati dai troll. Si sviluppano specialmente in alcune zone del mondo dove si ha il più alto tasso di inquinamento acustico. Basti pensare al Giappone. Gli elfi sfogano la propria rabbia tramite i ronzii. Se vi capita di sentirne un fastidioso ronzio dentro l’orecchio, è solamente un elfo che cerca da fin troppo tempo di mettersi in contatto con voi.
Può sembrare che siano sempre arrabbiati, ma non è vero. Quando sono felici possono regalarci sensazioni fantastiche, facendoci perdere il senso del tempo. Bisogna solamente imparare ad ascoltarli. Se la notte vi capita di sentire le gocce di pioggia sbattere sul vetro della vostra finestra, non abbiate paura, sono solo le fatine che cambiano strumento. Quando il vento è un po’ più forte del solito e perché sono stanche di essere ignorate da voi, cercano solo di attirare il più possibile la vostra attenzione. Noi stessi creiamo ogni secondo un suono ritmico con il nostro cuore. La natura in se è musica. È la colonna sonora della nostra giornata. Non servono radio o altri congegni elettronici. Bisogna solamente prestare attenzione e non dedicarsi solamente ai propri appuntamenti giornalieri. Quindi il consiglio che vi do è: se siete in riva al mare, o in montagna, oppure in un parco, non chiudete il vostro udito dentro delle cuffie. Ascoltate la natura, perché lei, in fatto di musica può impararvi davvero tante cose.

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Ed ora il racconto di Grazia che ha per titolo: Guerra tra Angeli e Demoni

In un tempo lontano esistevano due mondi molto diversi : quello degli Angeli e quello dei Demoni. In mezzo a questi vi era un mondo disabitato, dimenticato da Dio. Nel regno in alto vi erano gli Angeli: i bambini passavano la maggior parte del loro tempo a giocare insieme, mentre gli adulti preferivano fare pic-nic sul prato, giocare a golf … al contrario, gli anziani giocavano spesso a poker o a dama o anche a scacchi. Le loro città erano costruite in oro e argento così da farle brillare anche con la più flebile luce anche nelle notti più tetre. Dentro ognuna di esse vi era un sottile e dolce profumo di rosa, ed erano agghindate con fiori d’ogni specie e colore, con petali soffici e delicati, le pareti erano colorate con tinte vivaci e allegre. La città degli Angeli è anche una fonte di cultura grazie ai numerosi musei, ai reperti storici e al palazzo reale, che si è tramandato per generazioni e generazioni, già da prima dell’epoca di Cristo e del Big-Bang. All’interno del palazzo vi è una delle sette meraviglie del mondo : la bellissima Perla, figlia del Re, così bella da incantare anche il più duro degli Angeli o essere vivente esistente nei nove Pianeti. Ella era bionda come il sole ed aveva la pelle delicata come i petali del fiore più raro, indossava abiti di madreperla e diamanti, ma indosso a lei ogni cosa perdeva il suo valore inestimabile ed anche vestita di stracci sarebbe la fanciulla più bella del mondo.
Nel regno in basso, quello dei Demoni, era tutto al contrario : i bambini stavano chiusi in casa tutto il giorno con i loro giochi solitari, gli adulti in ufficio a fumare sigarette su sigarette, a fare conti per introdurre nuove tasse … mentre gli anziani stavano a casa a lamentarsi delle tasse e a guardare la televisione. Le loro case erano costruite in carbone e ossa rosicchiate, così da mettere il terrore ai passanti di altre città. Dentro tutte queste orrende case dimorava un fortissimo e maleodorante odore di pancetta; sulle pareti termiti, ragni, cipolla, carne e aglio essiccato al sole. E le pareti erano colorate con toni cupi e tristi.
Questo popolo non conosceva civilizzazione ed era sfornito di quasi tutte le conoscenze, ma nel putrido e maleodorante castello del Re vi era la vergogna di tutti i Demoni: il principe Oscuro.
Egli era bello, con folti capelli neri, e odiava ogni tipo di violenza. Quando il perfido padre seppe del mondo disabitato, decise di conquistarlo e di attaccare gli angeli. Mandò così un messaggero a dare la notizia agli avversari, a dare sventura a tutti quelli che incontrava e, naturalmente, a fare contento il suo re. Il principe fece in tutti i modi per convincere il padre che quella guerra era inutile, che potevano dividere il territorio e diventare amici, ma il perfido re non volle sentire ragioni e lo chiuse in camera, urlando che una notte da prigioniero lo avrebbe fatto tornare un demone crudele e acido.
Il giorno seguente il principe si fece mandare come spia nella terra degli angeli e dopo essersi vestito come uno di loro, si fece convocare dal re, che era molto malato per la perdita della regina Dora e ancora più addolorato per paura di perdere in guerra e lasciare la povera figlia sola; cercava ovunque un marito per la povera Perla, per tenerle compagnia e consolarla quando il vecchio sovrano avrebbe cominciato il suo viaggio nel sonno profondo.
Quando Oscuro vide Perla rimase incantato e senza pensare alla reazione del suo perfido padre chiese la mano della soave fanciulla e si sposarono in quel giorno stesso.
Ma la guerra fu organizzata nella Terra di Mezzo: i Demoni erano a cavallo di enormi puledri neri, con occhi rossi e ali nere da pipistrello; gli Angeli, invece, cavalcavano stalloni bianchi con occhi blu mare e ali d’aquila bianche.
Quando la battaglia stava per cominciare, il principe Oscuro e la principessa Perla dissero a tutti chi erano e cosa avevano fatto.
Le armate si divisero: una prima parte composta sia da Angeli sia da Demoni che pensavano che il comportamento dei due ragazzi era stato inaccettabile, ma la seconda parte aveva un parere molto diverso, loro pensavano che i due avevano il diritto di potersi amare e di potersi unire in matrimonio. La loro unione aveva unito anche i due regni e dato che i due erano figli di sovrani molto anziani e deboli, adesso sarebbero stati loro a governare i due regni. A quel punto tutti capirono che si erano odiati per tanti secoli inutilmente solo perché diversi e il loro odio li aveva portati ad una guerra inutile. Da quel giorno riscrissero le leggi e mescolarono le loro usanze e i matrimoni tra Angeli e Demoni non furono più proibiti.

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I vostri racconti – demoni e vampiri

scritto il luglio 14th, 2009 da alphabetcity

Il primo racconto di oggi si intitola Un Nuovo Mondo ed è di Massimiliano:

Notte. Un tuono squarcia il cielo mentre cadono le prime gocce di pioggia,due ragazzi uno di fronte all’altro pronti a darsi battaglia “E’ giunto il momento Logan” disse uno dei due ragazzi,il quale aveva un braccio ricoperto da una sostanza oscura e che si espandeva a poco a poco su tutto il suo corpo “Si. Ora libererò mio fratello,mostro” disse Logan emettendo un suono simile ad un ringhio “Non credo proprio,dal momento che io,sono tuo fratello” disse l’altro ragazzo mentre i pochi riflessi della luna superavano la coltre di nubi mostrando il suo volto,ormai anche quella era quasi del tutto ricoperta dalla sostanza oscura “Dorus finché avrò un solo fiato in corpo lotterò con tutte le mie forze per ritrovare Joshua” disse Logan riferendosi al demone “Fa pure,ma sappi che ogni passo che tu farai nella futile speranza di ritrovare tuo fratello,dimenticherai chi sei tu,finché non dimenticherai anche il motivo per cui ti batti e da quel momento in poi per te sarà nient’altro che oblio” disse Dorus scoppiando in una fragorosa risata “Maledetto” urlò Logan,estrasse il pugnale e si avventò su Dorus che non smise di ridere “Pensi davvero che con il pugnale sacro,tu possa uccidermi,non contarci fratello” e con un rapido gesto fermò l’attacco di Logan facendogli cadere di mano il pugnale e lo allontanò con un calcio “Ora morirai” gli disse sferrandogli un pugno in pieno volto e Logan sorrise “Non contarci” e cominciarono a colpirsi pesantemente e a ripetizione “Logan!” urlò una ragazza mentre vedeva Logan pieno di lividi e sanguinante “No. Andy scappa” gli urlò il ragazzo mentre un sorriso compiaciuto compariva sul viso del demone “E’ mia” urlò Dorus avventandosi su di lei,ma Logan riuscì a fargli da scudo “Ora Andy morirà e sarà colpa tua Logan” “No,non lo permetterò” e ricominciarono a sferrarsi colpi più violentemente di prima,ma continuando così Logan sapeva che non poteva vincere aveva bisogno del pugnale per uccidere il demone ma il suo volto ormai era ridotto in una maschera di sangue,non riusciva a trovare il pugnale e oltre che dai colpi di Dorus il suo viso era frustato anche dalla pioggia incessante “Demone,ora ti ucciderò” Andy aveva il pugnale in mano pronta ad uccidere il demone “Non contarci” disse Dorus lasciando Logan per lanciarsi contro la ragazza “Andy,no!” disse Logan cercando di alzarsi mentre vedeva che Andy aveva perso il pugnale durante l’attacco di Dorus e adesso lei era lì per terra priva di vita per colpa di quel demone “Schifoso bastardo l’hai uccisa” con la forza della disperazione Logan prese il pugnale e lo conficcò nel pieno petto del fratello “Ora. Io. Ti. Libero” e all’improvviso il pugnale si illuminò,così tutta l’oscurità scomparve e finalmente Logan riuscì a rivedere suo fratello “Joshua!” urlò Logan sorridendo “Fratellino è bello rivederti,mi sembra di essermi appena risvegliato da un incubo” disse Joshua sforzandosi di sorridere “Tranquillo,fratello ora ricostruiremo un nuovo mondo insieme” “Non credo,Logan sto per morire,ma non devi abbandonare il nostro sogno,crea un mondo migliore. Ora va’ da Andy è ancora viva sbrigati!” “Ma…” “Vai!” disse Joshua con le poche forze che gli restavano,mentre vedeva lo sguardo del fratello spegnersi,Logan andò da Andy “Ehi,Andy sei bellissima” gli disse stringendole la mano “Bugiardo,ti amo Logan” disse lei scoppiando in lacrime “Ti amo anch’io” disse Logan dandole un bacio appassionato sulle labbra a cui lei contraccambiò finché il suo cuore non smise di battere “Costruirò un mondo migliore,anche per te amore mio” e scoppiò a piangere sul suo corpo senza vita.

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Francesca ha scritto: Il Vampiro

Il suo desiderio era più vivo che mai.
In una fredda notte d’inverno, due giorni prima della festa dei 4 elementi, aveva ceduto. La sua mente era stata pervasa da quel desiderio immane, forte più di qualsiasi barriera. L’incanto che si era appropriato della sua volontà non le lasciava scampo e così, in quella notte apparentemente normale, era crollata. Nella sua mente non v’era altro se non l’immagine impura di quell’essere che l’aveva ammaliata nei tempi che furono, sempre di più. E i suoi occhi, il suo viso, le sue labbra. Tutto in quella figura richiamava desiderio. Allora pensò che non aveva via d’uscita e si fece avvolgere dal sentimento, tutti gli scudi che aveva cercato di ergere a sua protezione crollarono davanti a quel corpo che così tanto reclamava la smania del possedere il suo cuore e, più di ogni altra cosa, il suo sangue.
Passarono solitarie ore di rimpianti, rimorsi, deliri inimmaginabili, attimi coscienziosi che cercavano spasmodicamente la libertà di esistere, tempi lunghi in luoghi sconosciuti a un passo dalla pazzia. Lei voleva, lo bramava. Niente avrebbe fermato la sua passione silenziosa che non smise di avvinghiarla neanche nel sonno ristoratore di quelle ore d’inferno.
E fu mattino. Lei si alzò come un fantasma, leggiadra e quasi priva d’anima, senza nessuna emozione che le gravava sul cuore. Si avvicinò allo specchio. La sua immagine si riflesse quasi sfocata, ma in pochi attimi si vide un volto stanco e indifferente dai contorni nitidi. Si scostò lentamente i lunghi capelli castani in modo da scoprire il collo. Nessun segno. Se non due minuscoli fori dal bordo leggermente arrossato sulla parte sinistra. Era un avvertimento che lei avrebbe ascoltato.
“Sono pronta per incontrarti”
Seguì un pomeriggio tormentato dallo scorrere dei minuti e dal calare del sole, cosicché quando finalmente arrivò l’imbrunire, esso si portò via anche i timori di una giornata intera.
Ma nell’aria vagava una voce. Una voce che cercava una via per poter parlare ed essere ascoltata. E così fu; e così disse: “Sei davvero sicura di ciò che stai facendo? È davvero ciò che vuoi? Pensaci. È un gesto che può portarti via molto, per quanti doni tu creda possa darti. Pensaci. Perché stai per tradire il tuo Maestro.”
Quella frase, quell’ultima parola, seppe riportarle ricordi offuscati in quel tempo di delirio. Lei ricordò le promesse che aveva fatto. Si rese conto che si stava votando a un essere inumano, e che con esso avrebbe perso anche lei il poco di umanità che le era rimasta. Si rese conto di non poter lasciare che gli eventi prendessero quel corso. Ma fu quell’ultima parola, unita ad un’altra che tanto rancore e sensi di colpa portava, a ergere nuovamente le barriere di fronte alla persuasione.
Solo che non durò. Ella rimase sola nella notte, respiri gelidi la circondavano. Ricominciò così il tormento, più forte di prima. Sapeva di volerlo e si sentiva nuda davanti a quegli occhi che la osservavano in silenzio e che lei non poteva vedere. No, non poteva resistere alla tentazione, e quell’ultima parola svanì come polvere in una tempesta, cancellata per sempre.
Allora aprì la finestra e disse alla creatura che tanto bramava “Entra.”
Ma lui non venne. Nonostante l’invito, non venne e lasciò la sua preda ad attenderlo ancora e ancora.
Arrivò quindi il giorno della festa d’inverno dei quattro elementi. Fu un giorno impuro e intriso d’odio che nemmeno la calma felicità festiva seppe ridurre. Ella rimase nella sua stanza in meditazione. Non volle nessuno vicino e cacciava risoluta gli ostili viaggianti ubriachi che si affacciavano al suo cospetto. Il suo odio superava qualsiasi cosa e non lasciava spazio per nessuna premura. Ma non era rivolto al suo amore segreto. Oh no, non avrebbe mai potuto fargli questo.
Ella odiava la gente e la loro insopportabile superficialità, la frivolezza dei gesti delle persone e i loro stupidi bisogni.
“Aspetto ansiosa il crepuscolo per poterti finalmente incontrare, mio amore.”
Era sicura che questa volta non poteva davvero deluderla. Era troppo che aspettava, troppo che lo bramava.
Venne notte. Erano tre giorni esatti che lo attendeva. Stavolta indossava una vestaglia di un rosa pallido, di raso, i capelli sciolti e una flebile candela a rischiarare il buio pesto stretta fra le mani. Sola nella sua stanza, modesta dimora di numerosi sogni incompiuti, si diresse alla finestra e l’aprì. Un vento gelido la investì all’improvviso, spegnendo la candela e avvolgendola nelle candide e bianche tende, nascondendola alla vista. Non un sospiro in quell’attimo intenso. Finché l’ombra di un mantello non la rapì per sempre…

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