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Archivio articoli contenenti il tag: ‘racconto fantasy’

Terza puntata: cosa accadrà a Tilde?

scritto il agosto 30th, 2010 da alphabetcity

Eccoci di nuovo qui! Noto con gioia (e con molta soddisfazione personale!!!) che le due opzioni vi colpiscono più o meno equamente e quindi la proposta di Fabio è stata accettata visto che aveva anche riscosso un discreto successo! Ecco dunque il risultato della fusione.

 

Poche ore dopo Tilly prese a girarsi e a rigirarsi nel letto. Non aveva mai sofferto d’insonnia, mai un incubo o un brusco salto avevano turbato le sue notti, mai un pianto, neanche da piccola. E ora proprio non riusciva a dormire. L’immagine della culla la tormentava e aveva ancora addosso la sensazione spiacevole provocatale dalle parole della zia.

Si alzò di scatto, a piedi nudi e senza neanche indossare vestaglia e pantofole uscì dalla stanza e si ritrovò a camminare con passi lunghi e rapidi verso il corridoio. Una volta entrata nella camera dei dipinti, un istinto inspiegabile la guidò fino all’esatto centro della stanza dove scorse una piccola macchiolina di colore bluastro. Si chinò per toccarla e al  primo contatto della sue dita con il gelo del pavimento sprofondò in un sonno profondo. Il freddo del marmo si trasformò ben presto in una strana sensazione di umido: era acqua. Si trovava sotto la superficie di un fiume ma riusciva perfettamente a respirare. Quasi distrutta da un’incomprensibile quanto improvvisa stanchezza non riuscì a muovere un solo dito e, così, si limitò a guardare. Scorse sulla superficie una creatura orribile e inquietante che, accingendosi ad entrare nell’acqua si illuminva di una luce pallida e accecante trasformandosi in una ragazza dai lineamenti ancora non perfettamente percettibili ma bellissimi. Intanto una musica dolce suonava, sembrava provenire da una radura lontana. Tilde aprì gli occhi di scatto, preda di un’irrefrenabile necessità di agire e in un attimo ritornò nella sua stanza. Via la camicia da notte da scolaretta, via le due trecce che la mamma si ostinava a farle portare per ordinare le onde dei suoi lunghi capelli. Scarpe da ginnastica, leggings e un maglietta lunga a pois, la sua preferita, uscì nel corridoio e corse a perdifiato fino allo studio del nonno, forzò la serratura e, come posseduta da un istinto irrefrenabile, si lanciò ai piedi della gigantesca cassettiera in mogano senza neanche accendere la luce. Un pallido raggio di luna la aiutò a raggiungere l’interruttore della lampada della scrivania. La ragazzina cominciò a rovistare con forza all’interno dell’ultimo cassetto: “Trovato!” quasi urlò per l’emozione mentre rovesciava per terra decine e decine di fotografie e pezzi di carta contenuti in una cartellina viola con su scritto “proprietà”. Dopo una ventina di minuti di ricerche un brivido le percorse la schiena: la villa in Toscana esisteva davvero. Foto, indirizzo, vari documenti dell’acquisto, bollette, curriculum vitae della servitù, non mancava niente. Tilde si alzò e aprì la finestra per fare entrare un po’ d’aria, un’ombra si mosse nel giardino sotto di lei. Incredibile: sembrava la zia Guglielmina, e non era sola.

 

E ora passiamo al terzo episodio! Questa volta vorrei che vi scatenasse, che nei commenti non vi limitaste a scegliere A o B ma che aggiungeste di pugno vostro un po’ di suggerimenti come già stanno facendo alcuni di voi. Quindi quelle che seguiranno l’introduzione saranno una parte A e una parte B un po’ più brevi del solito e alla fine vi farò delle domande ben precise sperando di stuzzicarvi e (ovviamente!) anche di divertirvi!!!

 

Per quanto cercasse di sporgersi per vedere chi fosse il misterioso interlocutore della zia, la ragazzina non riusciva a distinguere alcun lineamento con il semplice aiuto della luce della luna. Neanche l’acustica era ottima, Tilly non poté a sentire niente, o quasi; alcune parole della zia la colpirono in pieno: “Capisci bene che se la ragazza ritrovasse la capacità di sognare per noi sarebbe la fine e dovremmo arrenderci alla sovranità della nuova predestinata…”. Una doccia fredda, gelata, glaciale, la investì e la costrinse ad accucciarsi a terra: “Non ho mai sognato, io non ho mai sognato, non ho mai sognato e neanche ho mai badato a questa mia stranezza…” A questo punto le tornò in mente l’immagine della culla, sentiva di essere lei quella bimba in fasce, sentiva che le era stato fatto qualcosa. Che Guglielmina stesse parlando con lo stesso essere misterioso di cui si intravedeva la presenza nel dipinto della nonna?!? Non c’era tempo da perdere, bisognava passare all’azione immediatamente e la prima cosa da fare era convincere la mamma a portarla nella villa in Toscana che, secondo quel che risultava dai documenti, non era affatto stata venduta.

Bastarono uno sciopero della fame all’ora di colazione e un’innocente bugia sulla nonna che la aveva promesso di portarla a trascorrere qualche giorno proprio in quella villa, per convincere la mamma a fare la valige e partire, ma nessun capriccio e nessuna scusa riuscirono a far rimanere la zia a casa. Tilde, preoccupata, curiosa ed eccitata nello stesso tempo, si ritrovò in viaggio in men che non si dica.

Qualche ora fu sufficiente per arrivare a destinazione e sistemare i bagagli. Alla ragazzina venne data quella che, come le raccontarono i domestici, era stata la sua stanza fino all’età di tre anni e che, effettivamente, all’interno aveva un letto da bambina in cui entrava a malapena e una culla identica a quella del ritratto.

 

Se sceglierai A Tilde scoprirà la porta magica che porta ad un altro mondo. Descrivi questo mondo e le creature magiche che lo popolano.

 

Se sceglierai B Tilde rovistando tra i vecchi oggetti della sua stanza troverà una tavolozza magica e una lettera della nonna scritta molti anni prima.

 

Altre idee? Per esempio, qual è lo scopo ultimo della missione di Tilly? A cosa è predestinata? Perché la zia non vuole sottostare al volere della predestinata? Che potere potrebbe avere Tilly di presciso? Diamo corpo alla nostra fantasia perché dalla prossima puntata entreremo nell’ambito del fantasy vero e proprio!

 

P.S: quelli di voi che volessero cimentarsi del disegno, possono mandare la loro opera, disegnata al cimputer o scansionata, all’indirizzo: contest@laragazzadrago.it

Pubblicato in Contest | | 49 Commenti »

I vostri racconti – altri due fuoricontest

scritto il luglio 13th, 2009 da alphabetcity

Ciao! Si continua ancora con la pubblicazione di due racconti, iniziando da La Dama Bianca di Giorgio:

Tutti da ragazzini sognamo di avere un compagno immaginario, leale, capace d’ascoltarti quando sei solo o abbandonato, oppure una mano sincera stesa per aiutarti a rimetterti in piedi quando ti sbucci le ginocchia, i gomiti. Non potevo immaginare che il mio migliore amico sarebbe stato un Demone proveniente dagli Inferi

La mia storia:
La luce di una lanterna illuminava la stanza da letto di una bambina regalando delle zone di luce mescolate a delle zone buie, il loro tremolio suscitava dei dispetti come se fossero fratello e sorella. La bimba raggomitolata nelle coperte guardava divertita le strane ombre che le sue mani proiettavano sul muro consumato della sua camera da letto, un gioco insegnatogli dalla nonna per farla divertire nei giorni di noia, una magia tramandata da padre in figlio, diceva la nonna, per farsi sentire importante. La bimba era orgogliosa perché l’anziana donna era tutto ciò che gli rimaneva al mondo dopo la morte dei genitori avvenuta in un tragico incidente.
Sullo stanco muro di pietra si consumavano ombre dalle forme più svariate, un cane, un coniglio, un pavone…. “accipicchia” ripeté stupefatta la ragazzina con il sorriso sulle labbra constatando la semplicità dei movimenti, ma soprattutto quante immagini le dita della mano riuscivano a compiere, n’era entusiasta perché era riuscita ad assimilare gli insegnamenti dell’antica tutrice.
Man mano che le figure si susseguivano la bambina incominciava a chiudere le palpebre degli occhi, la stanchezza si avvicinava a passo molto lento dopo una giornata frettolosa. Piegò la testa su un lato del cuscino e le mani incominciarono a scendere lentamente rintanandosi sotto le morbide coperte di lana che correvano fino al mento proteggendola dalla notte fredda e pungente.
La fiamma della lanterna si consumava lentamente regalando una stanza a tinte nere, ma l’opaco scintillio non fece in tempo a spegnere l’ultima immagine disegnata sul muro rimasta impressa come pittura su tela. In pochi istanti il disegno ombroso si trasformò in una sagoma dagli occhi famelici attenta a guardare con attenzione la ragazzina regalandogli un orrido sorriso.
Nel momento stesso in cui la porta della cameretta si aprì, emettendo un dolce e annoiato tremolio, la terrificante rappresentazione svanì, una figura materna entrò nella stanza per controllare il respiro stanco e non solo quello… della nipotina rannicchiata tra le braccia del sonno.
La nonna Maria guardò sul lato sinistro della camera in corrispondenza del muro di fronte al letto dove un timido raggio lunare bagnava la ruvida parete rocciosa, tre passi e in un attimo il corpo statuario della donna dominava il freddo muro, gli occhi duri segnati dall’esperienza fissavano decisa la parete, nessuna paura solo rabbia, le braccia tese, distese lungo il corpo in cui flessuose mani si stringevano su se stesse facendo arrossire le nocche delle dita, un lieve sospiro, ma al tempo stesso, tagliente come lama, fuoriuscì dalla bocca <>.
<> concluse la seducente voce proveniente dall’interno della roccia, poi solo il fischio romantico del vento disperso nella notte buia.
Maria si girò verso la nipote assorta tra le coperte che ancora una volta caddero a terra a causa dell’alternante movimento dei piedi, un sorriso coprì il viso della donna nel vedere la sua piccola distesa nel letto con le tenere gambe lontane l’una dall’altra e le braccia disposte una sotto la pancia mentre l’altra cercava di cadere a terra.
Le braccia dell’anziana donna presero una parte della coperta caduta e l’adagiarono nuovamente sul corpicino della fanciulla facendo rientrare i bordi sotto il materasso di fieno, evitando nuove cadute; poi con una mano prese un fazzoletto di carta dalla manica del pantalone e pulì il naso gocciolante della nipote. L’altra mano sfiorò le paffute guance donandogli una buona notte, spense la lanterna luminosa e uscì dalla stanza non prima di aver guardato un’ultima volta la parete del “Seviziatore” illuminata dalla tenue luce notturna proveniente dalla finestra.
Le ruote del destino stavano per essere oliate…..

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Si prosegue con Il Sogno di Hilary:

Mi guardai intorno, angosciata. Sapevo perché ero lì eppure non me ne capacitavo. Un attimo prima ricordavo di essere circondata da compagni di classe e ora erano tutti spariti. Dov’erano finiti tutti i docenti? E i ragazzi?
Se non sbaglio, eravamo lì per una gita scolastica. O no?
La navata centrale era lunghissima, adornata da enormi mosaici al posto del pavimento e, in lontananza, potevo scorgere il sacro altare. Un imponente crocefisso d’oro si ergeva sovrano appeso alla parete opposta. Alzai lo sguardo e mi accorsi con stupore quanto alta fosse la volta, decorata da meravigliosi affreschi che pensai fossero dell’epoca rinascimentale.
Mi era famigliare quel posto, sapevo di esserci già stata, ma tutto era come nuovo, modificato o modernizzato in qualche modo.
All’improvviso mi accorsi di stare ferma, immobile; eppure non ero per niente imbarazzata. Tra le file di panche in legno notai che vi erano poche persone, quasi insignificanti punti neri in quell’immensa cattedrale, gente che in un film avrebbe interpretato la parte di sfondo. Io… io potevo essere la protagonista, oppure guardavo la scena svolgersi attraverso uno schermo. Ero confusa, ciò nonostante sapevo esattamente cosa stavo facendo e perché.
C’era silenzio in quella basilica. Un silenzio assordante. Pareva quasi che avessi messo delle cuffie insonorizzate alle orecchie. Era… surreale.
Constatai come la croce dorata spiccasse imperiosa da tutti gli altri colori. Prevaleva il rosso, un rosso smorto come il colore dei mattoni. Anche il legno delle panche sviava su un mogano scuro. Le poche donnette inginocchiate si distribuivano bene in tutto quel perimetro dando una sensazione ancora più pronunciata della vastità di quell’ interno. Tenevano le mani giunte, il capo chino e un velo nero a coprire il volto.
Rabbrividii.
Dall’altare dove poco prima avrei giurato non ci fosse nessuno, scese un uomo calvo dal volto indefinito che vestiva di un’inquietante toga nera. Scossi la testa, ma non la sentii. Vedevo bene il suo viso, ma non avrei mai potuto descriverlo. Era senza età, senza consistenza avrei detto, eppure la mia mente martellava un numero: tre cifre indistinguibili.
Qualche istante prima ero convinta del fatto che mi ci sarebbero voluti dieci minuti buoni per raggiungere la sacra mensa, invece, senza nemmeno accorgermene, mi ritrovai proprio lì davanti. Che il pavimento fosse mobile?
La cosa più strana era che non sentivo neanche il bisogno di preoccuparmene. Stavo lì, in piedi, bloccata al pavimento mentre quell’uomo indistinto alzava lo sguardo su di me. Occhi di ghiaccio mi si puntarono addosso e scrutarono oltre il mio viso. Scavarono nella mia testa e mi perforarono il cranio. Per un momento ebbi la sensazione di annegare in quelle iridi blu cobalto. Brividi mi percorsero la schiena come tanti piccoli insetti che strisciavano sulla mia spina dorsale. Mi sentii risucchiata in un vortice statico, in qualcosa che non avrei saputo spiegare perché, in realtà, non lo sentivo mio. Quelle emozioni non mi appartenevano, ma tutto mi concerneva da sempre. Ciò che vedevo e sentivo mi spaventava, ma ne ero così attratta da non avvertire nessun senso di prudenza. I miei pensieri erano confusi, sconnessi e stranamente incerti. Si ammassavano e si mescolavano togliendomi la capacità di ragionare.
Azzardai un passo, poi un altro.
Capii che non era quell’uomo senza volto a trascinarmi con sé, bensì era il potere concentrato in esso; quello stesso potere che identificai come mio, come qualcosa che avevo già provato in passato e che pian piano stavo rammentando.
Seguii quella figura, svoltai a sinistra e mi ritirai con lei in un’altra stanza, più piccola ma non meno spoglia della grande sala che avevo appena abbandonato, esattamente come avrebbe fatto un pesce che avesse appena abboccato all’amo. Ed era così che presagivo di essere.
Quell’individuo alla fine scomparve come risucchiato da un buco nero. La cosa davvero strana era che non lo trovai per niente assurdo.
Seduto su un piccolo davanzale di marmo bianco, tra due colonne di stessa fattura, stava un altro uomo. No, lui era un ragazzo. Poteva avere i miei stessi anni tanto era giovane. Ma quanti anni avevo io?
Sì, quella domanda mi parve molto inquietante. Tuttavia, era consona alla situazione.
Tutto in quelle persone evocava il nero assoluto. Solo il volto scoperto e le mani si distinguevano con un colorito roseo e piuttosto pallidino.
Lo scrutai mentre smontava da quel parapetto con un fluido balzo aggraziato, come un felino che saltava da un albero, mentre la tunica volteggiava intorno al suo corpo agile e snello. I suoi occhi incrociarono i miei e solo in quel momento fui invasa da un senso di tranquillità assoluta, di maturità che non sapevo di possedere, di saggezza millenaria. Quelle iridi nocciola s’impossessarono delle mie e capii all’istante cosa avrei dovuto fare. Caddi in ginocchio e aprii le braccia come per accoglierlo; quel gesto apparve tanto perfetto da chiedermi se l’avessi già fatto in passato. Non che io ricordassi, ma i déjà vu si susseguivano senza tregua, si rincorrevano uno dietro l’altro ad ogni mio movimento. Continuare a rimuginare su quelle scene lo decretai inutile e finalmente lasciai che la pace mi pervadesse ogni centimetro di pelle. Permisi a quell’insolita forza di avere il sopravvento una volta per tutte.
Il ragazzo mi si avvicinò con talmente tanta grazia da parer che fluttuasse nel vuoto. Nemmeno per un istante desiderai abbassare lo sguardo perché quel contatto sensoriale in qualche modo ci legava, ci univa e ci completava. Come facevo a sapere tutto quello, poteva spiegarlo soltanto la mia mente; ormai avevo liberato anche lei dalla restrizione che fino a poco prima avevo crudelmente imposto.
Un profumo di incenso aleggiava nell’aria, forte e vagamente pesante, mischiato a un cocktail di aromi floreali, delicati ma talmente decisi da pensare di poterli assaporare.
Guardarlo negli occhi sembrò la cosa più deliziosa che potessi mai fare. La sua presenza mi volteggiava intorno come rilassante aria tiepida e, quando s’inginocchiò al mio livello, talmente vicino che avrei potuto tranquillamente sfiorarlo solo sbilanciandomi un po’ in avanti, il calore mi pervase come fiamme di fuoco rovente, riempiendomi di odori, di sapori, di pensieri che sovrastavano anche l’inimmaginabile.
A quel punto, sapevo cosa avrebbe fatto e sentii la felicità trasparire da ogni poro della mia pelle. Non era veramente mia tutta quella gaiezza inespressa, ma la riconobbi come stessa. Qualcosa premeva dentro di me con tanta potenza da farmi credere che potessi esplodere da un momento all’altro. Era desiderio. Lo percepivo crescere e inondarmi a tal punto da obbligarmi a cedere.
Tremavo, ma non di paura. Lo volevo, proprio come lui voleva me.
Le mie mani non osarono toccarlo finché non fu lui a circondarmi in un abbraccio protettivo, quasi paterno. Sentii la sua fredda punta del naso sfiorarmi il collo e le sue labbra poggiarsi alla base della gola.
Emisi un sospiro concitato, di sollievo o di piacere. Il suo respiro bruciava sulla mia pelle nuda, mentre la parte sovrannaturale di lui scaturiva dalle sue dita e tentava di penetrarmi nelle ossa. La respinsi, ma non seppi come feci. Mi strinse ancora di più a sé sottoponendomi ad una prova ben più ardua. Respingere lui stesso e rinnegare i miei sentimenti. Non ce la feci.
Sapevo di volerlo esaudire e sentivo un bisogno crescente simile al suo. Gettai indietro la testa e feci aderire il resto del mio corpo al suo stringendomi a lui con le mani e con tutta me stessa. Il morso fu improvviso, violento, penetrante. Esalai un respiro mentre tutte le mie barriere cadevano e, alla fine, anche il suo potere riuscì a pervadermi i sensi.
Mentre percepivo il sangue della mia vena entrare nella sua bocca e scendere giù, passando per il palato per essere gustato, la sua essenza s’impadroniva di me stessa concedendomi di assaporare tutta quella passione, quella voglia, quel piacere che solo il sapore dolciastro di tutta la mia energia poteva offrire.
Ascoltai mentre succhiava il suo sostentamento con ingordigia, mentre avvertivo la vita defluire dalla mia carne. In quel momento gli avrei dato tutto. Volevo che prendesse più di quanto si voleva concedere, più di quanto in realtà gli servisse e seppi che se l’avesse fatto gliene sarei stata riconoscente. Non ero in grado di pensare né di ragionare. Sapevo che tutto stava procedendo per il verso giusto perché comprendevo cosa fossi. Ero sua. Lo ero sempre stata e nulla avrebbe cambiato questa mia consapevolezza. Gli appartenevo come lui apparteneva a me; questo prima di tutto era il nostro centro, tutto il resto era ombra.
Quando il calore che scaturiva da lui iniziò a raffreddarsi e il suo potere finalmente perdeva capacità sulla mia ragione, mi resi conto di non poterne più fare a meno. Avrei offerto l’arteria mille volte quella notte solo per avere la possibilità di riprovare quelle sensazioni e mi sarei concessa personalmente all’offerta che non mi era ancora stata fatta solo per poter godere anche io di quella strana negromanzia.
Prima che potessi rendermene conto, la testa prese a girarmi vorticosamente come fossi preda ad un violento abbassamento di pressione e tutto intorno a me perdeva forma, colore e dimensione.
Tutto si trasformò in puro argento, il ciondolo a forma di spada alata che portavo al collo s’illuminò e gli occhi color cioccolato di quel ragazzo si fusero nel nulla, lontano da me. Perse densità come tutto intorno a noi e mi ritrovai ad urlare immersa in un vortice di fuoco nero. Sola.

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Annunciamo i finalisti del contest: “Scrivi un racconto e incontra Licia”!

scritto il giugno 25th, 2009 da alphabetcity

Buongiorno!

Dopo una lunga e faticosa attesa (grazie per la vostra pazienza) abbiamo selezionato otto racconti finalisti per il contest “Scrivi un racconto e incontra Licia”. Sarà Licia stessa e drecretare il vincitore tra questi otto.

Ma basta chiacchiere, ecco i nomi dei finalisti e relativi racconti:

Valentina – La voce di Minì

Ilaria Varese – Dannata per sempre

Valeria Tanzi – L’origine della luna

Danilo Campitelli – La guardiana

Irene Guerrini – Il Desiderio

Gennaro Chiatto – Fuga dalle Tenebre

Carmela Lopez – Ossimoro

Isabel Maria Spigarelli de Ràbago – Un soffio d’eternità

Complimenti ai finalisti! Una o uno di voi potrà incontrare Licia in persona.
E poi un grazie e complimenti a tutti gli altri partecipanti, scegliere non è stato per niente facile e noi in redazione siamo stati tutto il tempo a confrontarci, un po’ come voi fate nei commenti del nostro blog…

Infine una cosa importantissima! Abbiamo avuto delle difficoltà e non siamo sicuri dei dati che abbiamo registrato sul primo racconto: La voce di Minì. Chiediamo a te, Valentina, autrice di questo racconto, di inviarci una nuova email con tutti i tuoi dati (nome, cognome, titolo del racconto, indirizzo postale, email, età e luogo di nascita).

Pubblicato in Contest, I vostri racconti | | 107 Commenti »

I vostri racconti: un Ossimoro e un soffio d’eternità

scritto il giugno 22nd, 2009 da alphabetcity

Prima di presentarvi altri due autori e altri due racconti che hanno partecipato al contest per incontrare Licia Troisi, permetteteci di farvi i nostri complimenti, a voi tutti che state seguendo e alimentando questo blog, per i vostri racconti e per i vostri commenti, sempre attenti, precisi e molto educati, e quest’ultimo punto ci fa particolarmente piacere.

Ma adesso torniamo alle belle lettere e partiamo con Carmela Lopez e il suo racconto che si intitola…

Ossimoro
Piume e fiamme s’intrecciano furiosamente, si sfiorano, si cercano… un ruggito e un melodioso invito alla lotta rimbombano nel palazzo, facendo tremare le colonne di marmo.
Una sosta per riprendere fiato. All’ingresso un ragazzo vestito di tenebre: camicia nera, cravatta rosso sangue, pantaloni di taglio elegante; gocce di sangue stillano dal suo capo abbassato, mescolandosi ai capelli scarlatti.
Alza la testa lentamente, scoprendo il volto: la pelle è di un colore innaturale, quasi grigio, sulla fronte spuntano due corna, i lineamenti sono perfetti, le labbra modellate in un sorriso.  “Sei forte, tesoro.” Sibila fissando la ragazza dall’altra parte della sala. Gli occhi di lui sono tremendamente attraenti. I sussurri della notte, la lucentezza del petrolio… tutto è sciolto in quelle pupille, buchi neri che ti succhiano.
La ragazza vicino al trono, a una decina di metri di distanza, ha la fronte imperlata di sudore. Anche lei sembra divertita. “Grazie, amore. Anche tu ti sei distinto.” Ha un volto di porcellana su cui splendono due zaffiri, e i capelli scivolano sulle spalle come lacrime d’oro. Le sue ali, bianche di piume, sono spalancate. “Ma non avrai il trono, demonietto.” Sussurra scagliandosi contro di lui. La lotta continua con scatti melliflui, attacchi, ritiri, balzi e scivoli improvvisi… un arabesco di fiamme e raggi di luce ricama l’oscurità in cui è immerso il palazzo.
Furia, rabbia, eppure eleganza in ogni movimento. Come un ballo mortale, velato di un cupo romanticismo. A volte il demone ringhia, o l’angelo si abbandona ad una risata, e sempre più sangue macchia il pavimento. “Perché continui a combattere? Sai che vincerò!” Esclama lui, stringendo il braccio dell’avversaria. “Perché il trono del mondo deve appartenere ad un angelo.” Si divincola, allontanandosi dal demone con passo morbido e veloce. “Sai che le fiamme dell’inferno incendieranno gli umani, sai che bruceranno per sempre nel mio regno, perché continui a proteggerli?”
“Loro hanno ancora una speranza, finché io vivrò, finché io lotterò.” Lei scatta contro il demone, addentandogli la spalla e paralizzandolo. I suoi muscoli sono tesi, cercano di resistere al dolore di una ferita sulla coscia… lui la spinge via, ma l’angelo ha ancora fiato e combatte, e il demone anche se sanguinante non smette di lottare. Continuano a contrastarsi, a ferirsi… ma non muoiono. Infine, spossati e abbandonati al suolo, si stringono la mano, si guardano negli occhi. Si ammirano, incuriositi dalla natura diversa dell’altro, affascinati da quella tenebra così densa o dalla luce tanto bianca, attratti irrazionalmente dalle ali o dalle corna.
Lottano e amano. Si medicano le ferite a vicenda, aspettando che l’altro si rimetta in sesto per affrontarlo ancora, per studiarsi, per capirsi. Nessuno vince il trono, e il mondo resta diviso, logorato dalle fiamme infernali e illuminato dalla luce celeste. Ed è terribilmente bello.
Bello come una danza, ballata sul confine tra inferno e paradiso. Pericoloso come una lotta, affrontata da un angelo e un demone. L’ossimoro della natura umana.

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Il secondo racconto di oggi è opera di Isabel Maria Spigarelli che ci inebria con

Un soffio d’eternità
Le lacrime sgorgavano instancabili dai loro occhi. Perché tutto questo? Perché non poteva esistere la pace?

Ero seduta sulla rupe, aspettavo il segnale. Vedevo gli elfi che impugnavano i loro archi, abbattendo i miei compagni. Inutile dire che era impossibile che vincessero. Appena avessi ricevuto il segnale, sarei intervenuta io. Il vento mi scompigliava i corti capelli, ma non ci badavo. Tutto il mio corpo era teso, pronto a scattare; un solo fischio, e mi sarei abbattuta su di loro. Non sapevo il perché di questa guerra, sapevo solo che, arrivato il momento, io e Zyra avremmo posto fine alla loro vita, di tutti loro. Sarebbe stata la prima volta. Non avevo mai ucciso nessuno, e avrei preferito non farlo mai. Il bianco muso di Zyra si avvicinò al mio e cominciò a strofinarsi contro il mio petto; sebbene fosse la mia compagna giornaliera, ogni volta che la vedevo la sua bellezza mi incantava. Le sue squame color perla rilucevano alla luce del sole; oggi riluceranno di sangue, mi ritrovai angosciosamente a pensare. Con movimento quasi meccanico accarezzai il suo muso squamoso; non sembrava nervosa, eppure potevo sentire i suoi muscoli tesi sotto la mia mano. Sì, anche lei sapeva che quel giorno avremmo ucciso.

Mi pesavano le braccia, sentivo come se le forze mi abbandonassero, come se l’oscurità volesse inghiottirmi. Il mio arco mi pareva incredibilmente pesante, seppure fosse costruito con legno elfico, il più pregiato ed il più leggero. Oggi è il mio compleanno, pensai, angosciata. Ero ancora molto giovane, non volevo morire, non volevo uccidere. Eppure le mie mani continuavano tremanti a cercare le frecce e a scagliarle contro coloro che mi avevano insegnato a chiamare nemici. Perché continuavamo a batterci l’uno con l’altro? Sentivo che le forze mi abbandonavano, ma continuai ad eliminare i miei nemici, stremata. I miei lunghi capelli ramati era sporchi di fango e di sangue, e anche il mio cuore era sporco; e stanco, tanto stanco. Chiusi gli occhi sperando di svenire, di morire, qualunque cosa pur di fuggire da quell’inferno.

In mezzo alle urla, il dolore, la disperazione, un fischio squarciò il cielo, e tutto si immerse nel silenzio. Tutti seguirono con lo sguardo l’enorme drago perlato che si abbatteva sugli elfi, ma pochi notarono la ragazza minuta che lo cavalcava. I corti capelli neri della guerriera sembravano danzare al vento, lo sguardo inferocito ma alla volta pieno di sgomento. Tutto ciò che la gente riusciva a distinguere erano le fiamme che uscivano dalle fauci dell’affusolato animale. Nessuno notò neanche come i suoi occhi si incatenavano a quello di una giovane elfa dai lunghi capelli ramati. Di come entrambe si ritrovassero nello sguardo dell’altra, di come intorno a loro ci fosse una bolla di silenzio. Ognuna lesse nell’animo dell’altra, ognuna vide se stessa nella ragazza davanti a se. L’enorme drago bianco si fermò a mezz’aria, come se gli avessero sussurrato dolcemente di placare la sua ira. L’arco di legno elfico rimase immobile, non si alzò contro colei che cavalcava nell’aria. Per uno sprazzo di tempo cortissimo e alla volta interminabile, tutto tacque. E l’eternità si racchiuse in uno sguardo. Poi i loro occhi si separarono, e in ognuno di loro, le lacrime riempirono il vuoto lasciato da quel soffio d’eternità.

Le lacrime sgorgavano instancabili dai loro occhi. Perché tutto questo? Perché non poteva esistere la pace?

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I vostri racconti: un regalo e una lacrima

scritto il giugno 15th, 2009 da alphabetcity

Ancora due dei vostri bellissimi racconti. Dobbiamo veramente farvi i complimenti, perché ci sono arrivate tante storie bellissime ed è davvero difficile scegliere. Nel frattempo continuiamo a leggerle tutti insieme e questa volta è il turno di Deborah Pesare con il suo Il regalo di compleanno.

Il regalo di compleanno
Il caldo soffocava l’Australia, e il ventilatore acceso serviva a poco. Un ragazzo era steso supino sul letto. Aveva appena strascorso un compleanno indimenticabile, anche se il regalo di suo padre lasciava a desiderare. Afferrò il caleidoscopio; aveva diciotto anni, cosa poteva farsene di quell’affare? I suoi occhi verdi analizzarono l’oggetto. Notò delle strane incisioni sull’ottone. Si affacciò alla finestra, e prese a girare a caso le piccole rotelle, con l’occhio appoggiato sulla lente. Improvvisamente una luce abbagliante lo avvolse e i suoi piedi si staccarono da terra. «Ma cos…?»
Si trovò nel nulla, oppresso da un senso di vuoto allo stomaco. Stava precipitando! Poi una luce bianca, e cadde a terra. Si guardò intorno, confuso. Si alzò e rimase meravigliato vedendo in cielo due lune piene. Iniziò a correre nel bosco, dove scorse strane piante e animali. Ma dove diamine era finito? Che cos’era veramente quell’oggetto? Si fermò per contemplarlo. Anche manipolandolo, non ottenne risultati, quindi preferì incamminarsi. Presto però il sonno si fece prepotente, e lui dovette adagiarsi tra le radici di un imponente albero, dove si addormentò. Al mattino si svegliò, e vide un bambino, che afferrò il caleidoscopio e si allontanò correndo. «Ehi, fermati!» gli urlò dietro il ragazzo, per poi rincorrerlo. Arrivarono a un villaggio formato da capanna. Gli abitanti di quel luogo erano tutti vestiti con semplici tuniche, avevano capelli lisci e neri e occhi scuri, che al suo passaggio esprimevano stupore. Il bambino raggiunse una ragazza. Non appena incontrò lo sguardo di Michael, rimase a bocca aperta. «Michael! Sei tornato!» disse commossa, e si gettò tra le sue braccia. Il ragazzo non si sottrasse all’abbraccio, anche se non sapeva chi fosse. «Abbiamo bisogno del tuo aiuto! I Delthne ci attaccheranno!»
Michael la guardò confuso, «Non so di cosa tu stia parlando, e non capisco perché tu sia a conoscenza del mio nome. Voglio solo tornare a casa, perciò ti sarei grato se gli dicessi di ridarmi quell’oggetto,visto che è l’unico strumento che ho per andarmene» disse indicando il bambino.
La ragazza sorrise malinconica. «Mi dicesti che, quando saresti tornato, non ti saresti ricordato nulla di ciò che è accaduto. Ma mi hai lasciato una lettera.»
«Io non sono mai stato qui prima d’ora!» Intanto una folla era comparsa intorno a loro e poco alla volta tutti s’inchinarono sotto il suo sguardo, fino a toccare terra con la fronte.
«Grazie a questo» e indicò il caleidoscopio, «in futuro verrai nel nostro passato. Sei anni e mezzo fa facesti qui la tua comparsa. Ci insegnasti come proteggerci dagli attacchi dei Delthne. Purtroppo loro sono più numerosi. E ci lasciasti delle cose. Se ti fidi, potremo salvarci.»
Michael esitò, ma decise di seguirla e fu condotto in una capanna. Alla vista dell’interno rimase meravigliato. Vi erano bombole di ossigeno liquido e fuochi artificiali.
«Ecco, leggi e capirai» disse lei. Michael, la guardò. Peccato che fosse più grande di lui. Lesse la lettera. Inizialmente non comprese, ma poi tutto fu chiaro, anche se era incredibile.
Si rivolse a lei. «Bene, prepariamoci. Ho bisogno del tuo aiuto, Laurore. Devi spiegare alla tua gente cosa fare.»
Il ragazzo, dopo un settimana di preparativi, guidò gli uomini del villaggio in una radura. I Delthne non si fecero attendere a lungo; sembravano degli insetti, ricoperti da corazze e dotati di molti occhi e zampe. Michael rabbrividì. Fece cenno agli uomini di prendere le bombole di ossigeno liquido. Ad altri era stato affidato il compito di accendere i fuochi d’artificio. Quando i fuochi entrarono nella traiettoria compiuta dal gas, crearono delle fiammate. I Delthne furono avvolti dalle fiamme. Gli abitanti del villaggio lo festeggiarono come un eroe, ma presto arrivò il tempo di partire, quindi Laurore gli spiegò come utilizzare il caleidoscopio.
«Puoi svelarmi cos’è quest’oggetto?» chiese curioso alla ragazza.
«Non si sa. Anche negli scritti antichi si racconta di un oggetto che porta ad  altri mondi. È un caso che sia arrivato a te.»
Grazie alla lettera, aveva capito che il figlio di Laurore era anche suo. Tutto ciò gli suonava strano, ma si sentiva felice. «Digli che ci rivedremo presto. Devo solo sistemare alcune cose, prima di tornare» disse sorridente. Poi scomparve davanti ai loro occhi. Sì, sarebbe tornato.

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Vi è piaciuto? Adesso è il momento di Renata Corrente. Il suo racconto si intitola Lacrima.

Lacrima
Il vento caldo sollevò la sabbia.
Lui abbassò lo sguardo e guardò la polvere rossa depositarsi sui suoi piedi e volar via oltre la roccia che, ad un passo, cadeva giù ripida, a strapiombo.
Sapeva che per decine di chilometri era solo.
Solo poche piante, qualche rettile e molti insetti, in una distesa infinita di sabbia rossa e di montagne brulle.
Era stato ovunque.
Nei paesi poco popolati, con molte tradizioni e tanti sorrisi. Nelle città brulicanti e tanti occhi spenti.
Aveva visto le opere grandiose dell’umanità, i segni ed i percorsi della loro storia.
Aveva sollevato gli occhi sotto i cieli più limpidi e stretto lo sguardo nelle foschie più opprimenti.
Scoperto i templi più nascosti e le chiese più inaccessibili. Si era perso nei corridoi bui e riecheggianti di enormi cattedrali.
Aveva viaggiato cercando, ovunque, una linea comune, un unico cammino da individuare, per dare un senso al tutto.
Perché una sola cosa avrebbe potuto portare con sé.
Chiuse gli occhi e la sua pelle liscia, uniforme, perfetta e innaturale, sembrò riflettere la pace che provava.
Sì, aveva ammirato i loro idoli, i loro capolavori, i frutti noti e quelli sconosciuti dei loro mille talenti.
Strinse la mano e sorrise.
E ora era lì, nella sua mano. Così piccola, così impalpabile, così pura: l’essenza di quella specie.
L’aveva vista esprimere i loro sentimenti più veri. La vergogna, la commozione, la tristezza, la paura, la felicità, la gioia ed il sollievo.
Aprì gli occhi e spaziò con lo sguardo sulle serpeggianti rocce sottostanti.
Se tutto questo, almeno, servisse a qualcosa aveva sussurrato la donna, chinando la testa sulle sue ginocchia.
L’aveva stretta a sé e cullata, sentendo palpabile il dolore che l’annientava. Intorno a loro, una distesa di corpi sofferenti, feriti e inermi. Ormai non si chiedeva più perché quella specie arrivasse a tanto. Ad annientarsi a vicenda.
Era stato allora, quando l’aveva vista formarsi sulle ciglia e poi scendere lenta da quegli occhi tristi, ormai addormentati, che aveva capito di averla trovata.
Aprì la mano e premette il piccolo bottone sulla scatolina luccicante, al centro del suo palmo.
I quattro lati si aprirono in uno scatto, rivelando, tremolante ma protetta, una lacrima.
Non era altro che una piccola goccia di acqua distillata.
Eppure, era certo, dopo tanto, dopo aver visto tutto, l’aveva trovata.
“Si” disse tra sé “servirà a qualcosa”.
Richiuse la scatolina e si voltò, scomparendo nel buio della grotta alle sue spalle.
Dopo poco solo una fulminea, accecante luce attraversò il cielo e segnò il suo passaggio, per scomparire silenziosa nell’immensità di un universo che loro credevano disabitato.

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Info sul contest

scritto il giugno 3rd, 2009 da alphabetcity

Ciao a tutti ragazzi e GRAZIE! Negli ultimi giorni sono arrivati moltissimi racconti per partecipare al contest “Scrivi il tuo fantasy”. Dato che avete scritto in molti, non siamo riusciti a rispondere a tutti come avevamo fatto fino a pochi giorni fa… :)

Non vi preoccupate quindi: il vostro racconto è sicuramente arrivato e presto lo vedrete sul blog. Quelli che ne hanno mandato più di uno, per favore ci comunichino CON QUALE INTENDONO PARTECIPARE, gli altri saranno pubblicati, ma saranno fuori dal contest. Continuate a seguirci, ma non occorre aggiornare ogni cinque minuti la pagina.

Per quanto riguarda Licia, vi assicuriamo che non siete l’ultimo dei suoi pensieri: siete i suoi fan, i suoi lettori, è naturale che a lei interessi moltissimo di voi!!! I suoi impegni sono tanti (è per questo che i racconti non potevano essere troppo lunghi) , ma ci siamo noi ad aiutarla e a metterle in ordine tutte le cose che ci avete inviato! 😉

Non sappiamo dirvi con precisione il giorno in cui daremo i nomi dei fortunati autori, ma ce la metteremo tutta perché sia molto presto!

Intanto continuate a mandarci i vostri artwork e a leggerci: vi abbiamo preparato tanti approfondimenti sul mondo della Ragazza Drago e… abbiamo in serbo una sorpresa che non si farà attendere a lungo!

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Gli appuntamenti: Licia Troisi a Massenzio

scritto il giugno 3rd, 2009 da alphabetcity

Se siete di Roma o se passate per la capitale, forse vi andrà di vedere Licia a Massenzio. Domani, 4 giugno, alle ore 21.00 (ingresso gratuito, ma bisogna comunque passare dalla biglietteria di via dei Fori Imperiali per vedere se ci sono posti disponibili). Il Festival delle letterature di Massenzio è una delle manifestazioni letterarie più importanti d’Italia, dato che partecipano autori di ogni tipo. Anche Licia, sul suo blog, dichiara di essere molto emozionata all’idea di parteciparvi. E lo siamo anche noi, visto che domani LEGGERA’ UN SUO RACCONTO INEDITO!

Non sappiamo dirvi se si tratterà di un racconto che fa parte di una delle sue saghe o se vivrà di vita propria: Licia ha mantenuto il segreto!

Intanto vi proponiamo una nuova idea, se vi va… Se partecipate a questo o ad altri incontri con la nostra amata Licia Troisi, e magari riuscite pure a farvi una foto con lei, mandatecela! La pubblicheremo sul blog. L’indirizzo è sempre quello: contest@laragazzadrago.it

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I vostri racconti – una grande amicizia e la storia di un mondo fantastico

scritto il maggio 27th, 2009 da alphabetcity

Il primo racconto ci parla di un legame inscindibile tra un’umana e un drago. Lo scrittore è Manuel e il titolo è: Annie e Hara

“Hara”,così doveva chiamarsi il drago,almeno credo,visto che per colpa della nebbia non riuscivo a leggere il nome inciso sul piccolo ciondolo dorato appeso al suo collo.Era uno dei pochi,o forse il solo drago rimasto in vita sulla terra, ipotesi che avevo dedotto basandomi su fatti storici,i quali narravano di una grande guerra tra umani e draghi.I draghi,sconfitti,morirono tutti; pochi se ne salvarono.Dedussi che era l’ultimo drago rimasto anche perché non se ne vedevano da un pezzo a Sherka, anche detta “cuore del drago”,il mio villaggio natale.Accarezzai dolcemente la testa squamata del drago, lei mi fissò, poi si alzò in piedi e mi leccò sulla guancia destra: era forse segno di affetto? Fatto sta che la portai via con me e la  nascosi in una piccola grotta nei boschi,vicino al villaggio: non potevo certo portarla a casa, avere rapporti con un drago o con animali simili significava la pena di morte,questa era una delle regole fondamentali,nel villaggio in cui vivevo.- Stai buona qui, tornerò domani – le dissi,“daccordo?” Il drago sembrò aver capito,si avvicinò e mi si strusciò addosso.Dal giorno in cui  trovai Hara ogni sera  andavo a trovarla e le portavo sempre del cibo: carne,avanzi,che  lei divorava velocemente.I fiori cominciarono a sbocciare, e come loro anche gli alberi  germogliarono:era arrivata la primavera.Alcune persone del paese però cominciarono a sospettare qualcosa visto che ogni sera mi avviavo nel bosco.Fu questo uno dei motivi per cui decisi di condividere il segreto di Hara con il mio migliore amico,Alan. – Questa è Hara – dissi ad Alan.Per un secondo lo sguardo di Alan sembrò quello di una persona che aveva appena visto un fantasma; poi scrutò gli occhi e si placò: – Ma dove l’hai trovata,Annie? – mi chiese. –  si chiama Hara.O almeno così c’era scritto sul ciondolo che aveva sul collo,era in cima alla montagna — Annie! Lo sai che puoi essere uccisa,per questo? È una delle regole del villaggio – esclamò Alan. – Ne sono consapevole- dissi,- ma non me ne importa niente.-Passarono diversi giorni e l’autunno era di nuovo alle porte.Lo ricordo bene però quel giorno.Era un martedì,stavo tornando dalla vecchia collina e avevo raccolto molti bei fiori, quando da lontano qualcosa attirò la mia attenzione.C’era molta gente,se non ricordo male,forse troppa.Avevano spranghe, bastoni e torce di ogni tipo erano tenute in mano dalle   mani grinzose di alcune persone:- Eccola,è lei,la traditrice! Si,Traditrice! –Due soldati sbucarono da dietro,con aggressività mi bloccarono i polsi legandoli con una fune.Non opposi resistenza, era inutile,non potevo fare niente. I due soldati cominciarono a incamminarsi e a dirigermi verso la grotta. – Annie,no! – esclamò mia madre. Io per un secondo la guardai negli occhi,erano lucidi, stava per piangere.Abbassai lo sguardo e le guardie mi spinsero ancora avanti.Una persona in special modo attirò la mia attenzione,era Alan.Lo guardai per un istante nel tentativo di intuire cosa facesse.Infine le guardie mi portarono all’interno della grotta,dove c’era anche Hara.- Non preoccuparti – le dissi. Hara mi guardò,distolse lo sguardo e mi guardò nuovamente, poi emise un sibilo.Entrambe leguardie sguainarono le spade,si fissarono negli occhi finchè una delle due non  fece cenno all’altra muovendo la testa in su e giù.L’ultima cosa che ricordo è che io ed Hara ci guardammo nuovamente negli occhi,poi un forte dolore interruppe quel momento.Dall’albero cadde una foglia secca, era arrivato l’autunno.

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Adesso passiamo alla storia scritta da Mariateresa che narra l’origine di un mondo e il cui titolo è Genesi di Isgard

(Estratto da Eorclastann, opera dello storico Gwydion)
Prima che la terra fosse plasmata,esisteva Alwalda,detto dagli uomini l’Onnipotente.Alwalda possedeva la stessa forma che in seguito ebbero i suoi figli,fonte inestinguibile  ed immensa di luce ed energia.Egli creò  partendo da se stesso tutte le cose ora esistenti,imprimendo in ciascuna una diversa parte di energia,detta natura e unica per ogni essere.Iniziò pronunciando il nome della luce,e da quel momento essa fu la parte essenziale di tutte le sue creature.La luce si liberò in uno splendido bagliore bianco,eppure costituito nell’insieme da tutti i colori e dalle  loro infinite sfumature.L’energia che si sprigionò fu potente e vasta quanto il Creatore,si espandeva in tutte le direzioni seguendo l’inclinazione in essa già posta,e nel Vuoto vi furono lo spazio trapuntato di stelle e i corpi celesti noti e sconosciuti.Ma ammirando  gli astri incandescenti  e lo strato di rocce e polvere dei pianeti desiderò non essere il solo a poter amare,e così diede vita ai colori che componevano la sua luce,e nacquero gli Aesir che gli umani chiamano Dei o Angeli.Fatto questo Alwalda si ritenne soddisfatto del suo lavoro e scelse la Terra, che in seguito gli elfi chiamarono Isgard, per riposarsi assieme alle nuove creature.Ma Isgard era spoglia e desolata,informe massa di fuoco liquido ,e nessuna vita vi era compatibile.E allora Alwalda le infuse luce ed energia maggiore di quella già presente,perchè crescesse più forte e più bella di ogni altra cosa da lui creata,e la Terra lentamente prese forma.Venne l’aria,che spazzò via i vapori soffocanti che impregnavano l’atmosfera,e il suo soffio vitale era lo stesso impiegato dal Creatore per plasmare.Così il fuoco si raffreddò,la roccia fusa divenne terra solida,e il vento portò le nubi e con esse la pioggia.La pioggia colmò i solchi scavati nella terra dal fuoco,nacquero i fiumi,i laghi e i mari,e dal terreno lambito dall’acqua furono generati i germogli delle piante.Poi il Creatore lasciò che ciò che aveva creato crescesse fino a raggiungere l’aspetto definitivo,e ad ogni Aesir assegnò la protezione di una delle sue creature.Tutta la superfice terreste fu popolata da ninfe,Aesir devoti alla  cura della natura nel mondo.C’erano altri Aesir,i quali ebbero a cuore la luce in tutte le sue forme,ed essi regnavano sia durante il giorno che durante il crepuscolo e la notte. Trascorsero 5 miliardi di anni,il regno di Alwalda era prosperoso e felice,l’armonia dimorava nei cuori dei suoi figli e il mondo si espandeva in pace e tranquillità.Eppure vi era uno degli Aesir che non godeva di quella felicità:Sceadu, detto anche dagli uomini l’Ombra.

L’Ombra aveva tante forme e tanti nomi,tra i quali l’appellattivo di Araer,poichè era il protettore dell’alba.Era il più bello,per corpo e per mente,dei figli di Alwalda,e nessuno lo eguagliava in potenza ,a parte suo fratello Morgen devoto al Creatore.La sua brama di luce era così grande ed insaziabile  che,contrariamente alla sua natura,egli concepì l’idea di impadronirsi non solo della luce di tutti gli Aesir,ma anche di quella dell’intero universo.Ma si avvide ben presto che la sua oscura avidità non solo lo tormentava con la sua incontentabilità,ma che non riusciva a godere della luce di cui si impadroniva.E allora passò dal desiderio all’odio incondizionato contro tutto e tutti,perfino contro la luce da lui bramata,e fece del suo unico motivo di vita la distruzione di ciò che Alwalda aveva creato.

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I vostri racconti – storie di draghi e di mondi alieni

scritto il maggio 25th, 2009 da alphabetcity

Stefano ci ha inviato un racconto dal titolo
Memorie del regno di Kraut

Eppure era convinto di averlo lasciato lì. Chiuse per un attimo gli occhi cercando di ricordare dove lo aveva posato la sera prima. Quando li riaprì incrociò la propria immagine riflessa davanti allo specchio. Era stanco, la terra sul viso mascherava il suo colorito pallido, e le guance scavate erano il segno di quanto era stato faticoso finora quel viaggio. Poi il piede urtò qualcosa, guardò a terra e finalmente vide quello che cercava. Era il medaglione che Eveline gli aveva regalato il giorno del suo primo combattimento. Da allora non se n’era più separato.

«Maledizione, Liam! Datti una mossa!» urlò Lev battendo ripetutamente i pugni contro la porta. «Hai intenzione di mandare all’aria il piano?»

«Arrivo» rispose Liam asettico. Fece scivolare in fretta il medaglione intorno al collo, poi diede un lungo respiro e uscì dalla stanza.

Lev aveva già lo zaino in spalla e abbracciava un enorme libro polveroso.

«Dai su, muoviamoci» disse ansioso.

Abbandonarono la locanda. La nebbia che da mesi era calata sul regno era talmente fitta da rendere impossibile distinguere il giorno dalla notte.

Nessuno dei due ragazzi pareva aver voglia di parlare. Lev prese l’iniziativa:

«Sei preoccupato per lei, vero?»

Liam annuì.

«Stai tranquillo, Eveline è una ragazza in gamba. Se la sarà cavata anche stavolta» gli assicurò Lev, «e poi è l’unica capace di cavalcare un drago!»

Ma Liam non lo ascoltava nemmeno, con gli occhi sgranati fece cenno al suo amico di guardare davanti a sé.

Un’immensa ombra gli si stagliava di fronte.

«La fortezza!» esclamò Lev.

A momenti sarebbe arrivato il carro dei rifornimenti. Liam  e Lev ne avrebbero approfittato per oltrepassare le mura.

«Eccolo lì», Liam indicò il carro.

«Posa la mano sulla mia spalla» disse Lev liberandosi dello zaino, «e ricorda: l’incantesimo dura solo tre minuti, bisogna essere veloci!»

Lev sussurrò una formula presa dal suo libro di magia, e di colpo, in mezzo a quella nebbia, furono ancora più invisibili.

Iniziarono a correre. Passi trasparenti risuonavano fra il selciato e i gradini che portavano alle torri.

«Corri, Liam! Corri! Conta e corri!»

Liam era allo strenuo delle sue forze. Sguainò la spada. Quando ritornarono visibili era faccia a faccia con la sentinella di guardia alla torre ovest. Gli si lanciò addosso affondando la spada nel ventre del nemico.

I due compagni si guardarono ansimanti. Lev abbozzò un sorriso sofferente:

«Ora bisogna solo aspettare» disse con quel poco di fiato che gli era rimasto.

Attesero per un tempo interminabile.

Liam era seduto a terra con gli occhi chiusi, cercando di cogliere ogni minimo suono. Gli sembrò di avvertire il grido di un drago. Lo sto immaginando. Poi lo risentì più forte.

«Hai sentito?» gridò Liam balzando in piedi. «E’ Eveline… Lo sapevo che sarebbe riuscita a recuperare il veleno in tempo!»

Il drago puntava verso la torre ovest. Quando fu sopra le loro teste, Eveline lasciò cadere un’ampolla di vetro. Poi, così com’era comparsa, sparì nell’oscurità.

Liam prese al volo l’ampolla ed esaminò il denso liquido nero che vi si trovava dentro.

«Sei sicuro che funzionerà?» chiese preoccupato.

«Certo! Leggi tu stesso», Lev gli porse il libro. «Qui! Sotto la voce immortalità».

L’incantesimo viene spezzato solo ferendo l’essere immortale con una lama intinta di veleno di Acromantula. Inoltre chi ferisce deve possedere il medesimo sangue di chi viene ferito, ragion per cui l’incantesimo può essere annullato o dall’essere immortale stesso o da un suo diretto discendente.

Avrebbe preferito non leggere quelle ultime parole.

«Vengo con te, Liam!»

«No, Lev! E’ una questione fra me e mio padre…»

Liam strinse forte il medaglione di Eveline. Poi corse incontro al suo destino.

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Piaciuto? E ora passiamo a una storia scritta da Francesca:

Il paracadute fluttuava in quella pozza grigia di immenso cielo.

La loro vita era appesa a quel sottile filo cosi come lo è la vita di ogni uomo fra le dita di una parca.

Diario.

20 maggio

Era impossibile schivare le pallottole, ondeggiavamo aggrappati ai paracaduti incitandoci a vicenda ed augurandoci la vita.

Erano nascosti fra le fronde fitte degli alberi, simionti dai colori sgargianti si muovevano veloci e repentini tanto che era per noi impossibile individuarli e colpirli.

Mentre noi eravamo facili prede.

Io sono sopravissuto al tiro nemico cadendo fra le fitte spighe di un campo di grouton con me Adam, July e Peter degli altri non so nulla.

21 maggio.

La sveglia non ha avuto modo di funzionare, nessuno ha chiuso occhio e siamo strisciati corpo a corpo lungo il fiume denso di alghe gialle al confine con la fortezza di Ulivan, i muschi parlavano di terre antiche, un vecchio Stotik ci ha raccontato di un campo di umani poco lantono da qui, tentiamo di raggiungerli.

22 maggio

Ieri sembrava possibile una fine positiva, oggi nell’aria si spande l’odore acre di morte e putrefazione, temiamo il peggio.

July sta male, una strana spossatezza l’ha colpita dopo aver mangiato le bacche mature dell’albero dell’allegria, ne ho mangiate anche io, ma non ho alcun sintomo, le armi sono pronte al combattimento, ma dei simbionti non vi è traccia.

Ci siamo accampati per dare modo a July di riprendersi abbiamo filtrato l’acqua con il kit di sopravvivenza non vi sono residui chimici, ma qui tutto è strano e la vita non sembra vita.

Ho un vago ricordo della terra su cui ho trascorso la mia gioventù prima di aruolarmi come volontario in questo esercito di esploratori.

“Nuovi mondi e nuove vite” recitava il volantino che avevo trovato sul portone di casa, avevo diciassette anni e nulla da perdere nel partire.

Temo il peggio per July.

23 maggio

La luce fioca di questo triste freddo sole verde rende tutto privo di voglia di vivere, tutto si muove e striscia e degli uomini non vi è traccia.

Questa notte un Gorbotan si è arrampicato sulla gamba di Peter i lunghi baffi si sono insinuati sotto la tuta ed i mille aghi dei suoi tentacoli rossi hanno penetrato la carne di Peter come fosse stata di burro.

Ho visto il suo gonfiarsi e cambiare colore ed ho sentito il lento diminuire del respiro di Peter paralizzato dal veleno che velocemente fluiva nelle sue vene mentre il sangue ne usciva bevuto dal Gorbatan.

L’ho ucciso ma non so se la gamba andrà in cancrena.

24 maggio

Camminiamo da ore e l’aria filtrata dalle machere è dolorosa da respirare come polvere che si alza e ricopre tutto dopo un bombardamento, ma sulla terra sapevo sarebbe passato presto qui non ha fine.

Registro ogni cosa che accade, voglio che se non dovessi rivedere casa rimanga qualche cosa di me, anche se so che è un’illusione questo aggeggio a cui parlo mi da forza per andare avanti.

Abbiamo anche intonato una canzone siamo uniti e vigili.

Eccoli, il loro capo base dopo dovrebbe trovarsi quello umano!

Ce ne sono tanti, alcuni uniti gli uni agli altri ricoperti di spore e viscide placche blu.

I Gorbatan sono feroci ce ne sono centinaia, loro non temono nulla, macchine addestrate ad uccidere e che sanno di dover morire, null’altro per la loro vita.

Uno sfavillare di colori e l’odore di sangue è denso nell’aria, si sono alzati in volo possenti e maestosi i Sakshii con le loro ali sgargianti e le lunghe velenose linghe retrattili…

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