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scritto il Luglio 5th, 2010 da alphabetcity
Maria ci racconta di un mondo magico, misterioso e inesplorato, accende la nostra curiosità per un luogo che non conosciamo: la terra di Remsly
L’incontro
Julian arrivò sbadigliando nella piccola cittadina, tirava qualche ciottolo coi piedi e osservava di tanto in tanto le poche figure che si muovevano nella silenziosa Remsly.
Lui era nato lì, ma ci aveva vissuto troppo poco per ricordarsi di quella desolazione. –Che noia qui– sbottò e intanto cercava di farsi strada tra la nebbia che si infiltrava per le vie. –Beh cosa ti aspettavi da Remsly? Questa è la terra delle creature dimenticate, non è luogo per quelli come te– Disse una voce femminile alle sue spalle. Julian si voltò di scatto –Eppure io son nato…– le parole non vennero fuori, una strana ragazza era li, di fronte a lui, lunghi capelli scuri, occhi neri che brillavano di uno strano chiarore, la pelle di un colorito grigiastro e due orecchie insolitamente lunghe e appuntite. Non era umana, ma era di una bellezza sconosciuta.
La ragazza rise nel vedere lo stupore del giovane –Era appunto questo di cui ti parlavo straniero. Qui non troverai quelli come te, per voi sarebbe impossibile viverci, a stento puoi vedermi– Lo guardò a lungo, spaesato, incredulo, lo afferrò per un polso –Per questa sera starai da me umano– Julian si lasciò portare, non disse nulla, “altre creature” pensava, chi e cos’era quella ragazza, cos’era successo alla vecchia Remsly, tante domande e nessuna risposta.
Giunsero ai margini del bosco, una piccola casa li attendeva, semplice ma comoda per una o due persone. Lei iniziò a frugare tra le provviste, le sembrava scortese non offrire un pasto al suo ospite –Domani quando il sole sarà alto e la nebbia diradata partirai, Craamus non dista molto da qui e troverai tutto ciò di cui hai bisogno per… – lui la interruppe –Sono qui per un preciso motivo e non ho intenzione di andar via così presto– si mise a sedere –insomma, io arrivo qui e non trovo nulla di quello che mi sarei aspettato,e poi spunti tu… e non so mi parli di creature e se non ti vedessi coi miei occhi non ti crederei..dannazione, non so nemmeno il tuo nome!– Prese a sedersi anche lei –Thelys, mastro alchimista di Remsly, se dovesse capitarti di incontrare i nani non ascoltarli, sono solo invidiosi perché sono più brava e più alta di loro. Domani ti accompagnerò alla locanda e potrai fermarti finchè avrai bisogno… sempre che tu resista straniero– –Julian… il mio nome è Julian, e non andrò via di certo per un pò di nebbia, ne tanto meno per qualche nano dispettoso…Thelys, tu…– –Non sono di certo un nano!– lo anticipò –Io faccio parte degli Elfi Oscuri, quelli che per secoli sono stati l’ombra dei Grandi Elfi– scrollò la testa, sorrise –Non credere che la mia razza sia malvagia– Si alzò, finì di preparare la cena per Julian –Scusa la semplicità– disse posando del brodo di verdure e un pezzo di pane scuro in tavola –Non aspettavo visite– Non parlarono più, Julian consumava il pasto lentamente pensando ad ogni boccone cosa volesse dire ‘ombra dei Grandi Elfi’, lui di elfi aveva sentito parlare vagamente, credeva fossero leggende, favole per bambini, Thelys teneva lo sguardo basso, presa dai ricordi, giocava nervosamente con le mani. Si impose di non pensarci, tirò su il viso e si mise a scrutare i gesti del giovane, “un umano a Remsly”.
Durante la notte strani pensieri li trascinarono in un sogno identico, un vortice che li risucchiava e poi il nero più assoluto. Al mattino Thelys svegliò Julian, lo portò ancora insonnolito fuori. Era giorno, un bellissimo giorno di sole, molto raro a Remsly, Thelys rideva e a Julian sembrò ancora più bella. Lui si voltò verso la città e urlò –Da oggi hai un nuovo cittadino Remsly!–
Chissà quante altre avventure potranno vivere Thelys e Julian…
Qui nella terra dei draghi, invece, aspettiamo le avventure che creerete per i personaggi da voi inventati!
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scritto il Luglio 1st, 2010 da alphabetcity
Eccoci qui per un nuovo racconto. Questa volta concedeteci di drirvi che è po’ speciale perché è stato scritto da una mamma per i suoi bimbi! Infatti Vilma, l’autrice, ci tiene a specificare che è tratto dal fantasy Storie e leggende della terra di mysor che ha inventato apposta per i suoi bambini!
Non trovate anche voi che sia un’idea davvero dolce?
Il risveglio del mago
Un fremito nella trama dell’incanto che avvolgeva il mago tra le sue spire ristoratrici, scosse Lionis con una potente scarica elettrica lungo tutta la spina dorsale provocandogli un dolore talmente lancinante da risvegliarlo bruscamente dal sonno magico indotto dal loto nero.
Cercando di ignorare il fastidioso formicolio che si stava diffondendo in tutti i suoi muscoli, l’elfo, scese lentamente dal trono su cui si era adagiato, raggiunse una sontuosa veste da camera in velluto rosso trapuntato, l’adagiò elegantemente sulle sue spalle e si avviò verso la stanza che ospitava il suo laboratorio magico.
Man mano che percorreva i corridoi che portavano alla torre sud della sua fortezza, il dolore provocato da quella scossa elettrica, iniziò a diminuire, il formicolio scomparve e l’espressione torva del suo viso cominciò a mutare in un lieve sorriso, solo un potente incantesimo avrebbe potuto scuotere con tanta forza la trama della magia che aveva intessuto con tanta meticolosità dopo la morte di re Nivalis e questo significava che qualcuno della famiglia reale era sopravvissuto all’assalto portato dalle sue forze alla roccaforte nemica. Deciso a verificare i suoi sospetti, affrettò il passo per raggiungere il laboratorio.
La torre sud era stata modificata da Lionis per diventare la sua alcova di magia arcana. Le scale che conducevano alle stanze del laboratorio erano state disseminate di trabocchetti magici di cui lui solo conosceva le parole di attivazione e disattivazione in modo che, se anche qualcuno dei suoi seguaci avesse avuto in mente di tradirlo, non avrebbe trovato altro che morte, sulla via della sua scalata verso il potere. La lunga esperienza accumulata in duecento anni di vita gli aveva insegnato a dubitare di tutti, per questo era sopravvissuto così a lungo, per poter perpetuare i suoi piani di conquista di Mysor e la sua personale vendetta contro suo fratello Nivalis. Per quanto concerneva la conquista del mondo intero, a parte qualche piccolo focolaio di ribelli, ormai era a buon punto e la morte di suo fratello, era stato uno dei più grandi piaceri che avesse mai provato in tutta la sua vita ed ora, tutti questi successi rischiavano di essere rovinati da qualcuno che era sfuggito al massacro.
Giunto in cima alla scalinata, varcò agilmente il portale magico e si diresse verso il pozzo delle divinazioni. Pronunciando parole incomprensibili in un antico dialetto elfico, descrisse dei piccoli cerchi sulla superficie dell’acqua e dopo qualche istante le immagini di una lontana isola apparvero nella polla.
Il disastro che vide ebbe l’effetto di irritarlo ancor più del dolore provocatogli dall’incantesimo che lo aveva risvegliato. Era ovvio che, se la dimora di Syria era distrutta, la magia che l’aveva eretta in qualche modo era stata dissipata, questo poteva significare due cose, la cattura della portatrice dell’anello del tempo o nella peggiore delle ipotesi la sua morte.
Guardò attraverso gli strati di roccia per individuare qualche indizio che potesse illuminarlo su ciò che era accaduto in quel luogo finché non gli giunse l’immagine del corpo mostruoso di Syria straziato ed orrendamente schiacciato dal peso della montagna che le era crollata addosso,
disgustato da quelle visioni si ritrasse dalla polla per dirigersi verso la finestra, si affacciò e scagliò in aria un cristallo rosso, pronunciò una formula arcana e la pietra si trasformò in un fantasma.
Lionis guardò la sua serva e le disse:- va da Phisoplexis e dille di venire subito da me-
Lo spettro annuì e si dileguò nell’oscurità della notte.
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scritto il Luglio 16th, 2009 da alphabetcity
Altri due racconti: Il destino ingiusto di Carola
Era arrivato il momento, finalmente. Dopo quattro anni di agonie, pensieri di vendette incompiute e dolorosi rimorsi. Troppe persone erano morte per proteggerlo da quell’essere malvagio. Sua madre, per prima, aveva cercato di non farlo venire alla luce per risparmiargli un destino orribile sotto la tirannia di quella creatura venuta dall’inferno, poi alcuni dei suoi fratelli avevano cercato di proteggerlo dato che, sebbene tutte le imprese della madre, era venuto al mondo con forza prepotente. Morti, tutti morti, e lui sentiva le loro anime gravare giorno dopo giorno sulle sue giovani spalle. Dreik aveva superato la ventina da poco e già aveva deciso di introdursi nella fortezza del malvagio per ucciderlo una volta per tutte e sperare un futuro sereno con la ragazza che amava, Leira; voleva vendicare tutte le migliaia di vittime che il mostro aveva ucciso, cibandosi del loro dolore e della loro sofferenza. Basta. Aveva viaggiato per tutti i Regni e aveva sperimentato sulla sua pelle la sofferenza delle vittime che avevano avuto la malasorte di entrare nel cammino di Lui, Karatoz, l’Oscuro. Aveva poi deciso, si era diretto alla fortezza e ora, finalmente, l’aveva trovato.
« Allora c’è ancora uno stolto deciso a fermarmi? Ottimo avevo appunto bisogno di un’anima fresca di cui cibarmi!» Disse quello. Il mantello nero e lacero ricopriva un corpo allungato e secco all’invero simile. Era alto sui due metri forse, ma il corpo era una via di mezzo tra fumo e brandelli di pelle nera. Il viso era completamente oscurato dal cappuccio ma due pupille rosse come il Fuoco bruciavano nel mezzo animate da una forza oscura incomprensibile. Non è un uomo, né uno spirito, è l’unione tra i due, il risultato di un mago folle e degli esseri del male.
«Cos’è? Ora hai paura? Ti do tre secondi dopo di ché sei finito, lo sai vero che una volta morto la tua amata lucciola non avrà scampo?Venendo qui hai condannato anche lei!» In quel momento tra loro due apparve una ragazza dai capelli rosso fuoco, un armamento come vestiario completamente legata da capo a piedi. Uno schiocco di dita di Karatoz e lei si materializzo al suo fianco. Spalancò gli occhi e urlò una muta richiesta d’aiuto al ragazzo.
«NO! Fermo! E’ con me che devi vedertela, lasciala!» E senza attendere altro si scagliò su di lui con la spada in mano. Lui era disarmato ma il ragazzo sapeva che era un inganno, difatti all’ultimo gli si materializzò in mano uno spadone nero e ondulato. Parò senza problemi e la lotta ebbe inizio.
Tondo, tondo, parata, affondo, parata, affondo, tondo.. era una lotta senza esclusioni di colpi ed entrambi volevano la morte dell’altro. Poi un attimo di distrazione e la punta dello spadone si conficcò nella spalla del ragazzo che cadde a terra, si rialzò subito ma un coltello lo colpì alla gamba sinistra. Portò il peso sulla destra e parò il colpo successivo. Riuscì a tenere botta per altri due passaggi, dopo di ché crollò a terra svenuto, coperto di sudore e sangue delle ferite accumulate. Subito una luce abbagliante esplose nell’aria e per qualche secondo Karatoz rimase come imbambolato al suo posto, quando la luce svanì vide che era stata la ragazza a provocarla, con un incantesimo che l’aveva liberata dalle funi. Ci era voluta un po’ di pazienza perché fare magie imprigionati era complicato, ma ce l’aveva fatta. Il malvagio non ci diede peso e si buttò sul ragazzo a terra ma Leira con uno scatto si mise tra loro, impugnò il pugnale e cominciò a duellare al posto di Dreik. Era brava, ma non abbastanza.
«Ti ucciderò con calma, piccola scema» infatti la colpiva di punta lasciandola piena di ferite superficiali ma dolorose. Anche Karatoz era stato colpito ma non tanto significantemente. Dreik gli aveva procurato un taglio alla gamba, mente Leira una ferita di punta al petto, ma era inutile, Karatoz sembrava instancabile. Poi all’improvviso un mugolio e il ragazzo l’affiancò. Leira decise di fare una pausa per curarsi ma inciampò in una pietra e cadde a terra. Karatoz le lanciò un pugnale di cristallo. Lei non lo vide perché era concentrata a rialzarsi, allora Dreik le si parò davanti e ricevette il pugnale in pieno petto. «NOO!!» Scema, scema, Leira sei una stupida!
Il malvagio rise di perfidia «Stupida mocciosa! L’hai ucciso!» e con una giravolta sparì.
«Non sei stata tu…» boccheggiò Dreik «Ma la prossima volta sta più attenta, ok?» un debole e tirato sorriso gli disegnò le labbra «..Non..non piangere..io ti amo..non ti preoccupare non mi fa mal…» e, tra le braccia della sua gioia di vita, emanò il suo ultimo alito di vita.
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I segreti del Mundus Natii di Teresa:
Era una sera cupa a Liberty road, era possibile distinguere soltanto le case, grazie alle piccole lanterne appese fuori dalle porte, che rendevano quel paesaggio meno sinistro. Una ragazza al numero 19 osservava quello spettacolo, in attesa di vedere qualcuno o di assistere a qualcosa di eccezionale, ma in realtà quella era una sera come le tante altre che si erano susseguite per tutta la stagione calda… o forse no.
La ragazza stringeva in mano una lettere e dai suoi occhi verde brillante scivolò giù una lacrima rigandole il viso. Una luce bianca e accecante invase la stanza, fu tale la potenza e la forza di questa aurea bianca che la ragazza non riuscì a tenere gli occhi aperti. All’improvviso tutto sembrò così tranquillo, una pace invase la fanciulla che si lasciò trasportare da quella magnifica sensazione di benessere.
La ragazza aprì i suoi occhi lentamente, riusciva a fatica a mettere a fuoco ciò che la circondava, ma era sicura che ciò che scrutava non fosse la sua stanza, eppure lei era convita di aver chiuso gli occhi solo per un istante. I suoi sensi lentamente ripresero a svegliarsi e adesso ne era certa quella non era la sua stanza, non era la sua casa, ma soprattutto non aveva mai visto un luogo come quello.
Si accorse di non indossare i suoi indumenti ma una bellissima camicia da notte bianca, e si trovava in un confortevolissimo letto a baldacchino bianco e dorato, come quello di una principessa. La ragazza non riusciva a smettere di pensare a tutto quello che stava osservando non sapendo se fosse un sogno o la realtà.
Improvvisamente la porta della stanza, anch’essa dorata, si aprì ed entrò una donna minuta.
La ragazza fece per parlare ma notò che nessun suono uscì dalle sue labbra, e con suo sommo stupore si accorse anche di non riuscire a compiere nessun tipo movimento.
-Non si preoccupi mia signora è normale non riuscire a parlare e a muoversi.- Disse la donna notando lo stupore della ragazza. – Io sono Elva la sua serva, e sono qui per soddisfare ogni sua esigenza, mia signora.- La donna concluse il suo discorso facendo un inchino profondo.
La ragazza guardava stupita quella donna minuta, ora se possibile era ancora più confusa di prima. Quella donna era alle sue dipendenze, impossibile pensò , deve essere per forza un sogno, ma mentre questi pensieri le frullavano per la mente la donna ruppe il silenzio.
-Mia signora mi spiace disturbarla, ma è mio dovere informarla che l’attendono e quindi dovrebbe alzarsi dal letto e cambiarsi.- Disse Elva avvicinandosi al letto e scostando le soffici lenzuola di seta che ricoprivano la ragazza. Questa scese dal letto con notevole difficoltà, ma dopo un po’ riuscì a tenersi su sulle proprie gambe. Elva le sfilò la camicia da notte e le fece indossare una bellissima tunica verde acqua con in vita una preziosa cinta d’orata. Ora era pronta, ma ancora non riusciva a parlare, la ragazza aveva tante di quelle domande da fare, che non sapeva da dove iniziare, ma finché la voce non gli sarebbe tornata il problema non sarebbe stato da dove iniziare, ma il come iniziare.
Elva fece alzare la fanciulla e la condusse fuori dalla stanza, le due si incamminarono lungo un corridoio di dimensioni gigantesche, dopo un po’ la ragazza incominciò a risentire del tragitto, ma doveva continuare, perché era sicura che chi l’attendeva avrebbe potuto darle tutte le risposte a cui non sapeva dare una spiegazione logica. Elva si fermò dinanzi ad una porta e fece cenno alla ragazza di proseguire.
Un brivido percorse la schiena della fanciulla, fino a quel momento non aveva mai pensato a qualcosa di negativo, ma un milione di domande si aggiunsero alle altre che voleva chiedere fino all’istante precedente; e se chi mi stesse aspettando volesse farmi del male? Questa era sicuramente la domanda più persistente nella sua testa. La ragazza era immobile davanti alla porta, quando questa si aprì dinanzi a se. Le comparve un uomo sulla trentina di bell’aspetto con gli occhi del suo stesso colore però con i capelli biondi a differenza dei suoi che erano castani. Questi si avvicinò con un sorriso rassicurante.
-Entra pure, non ti preoccupare, non mordo mica io? – Fece l’uomo con fare socievole. – Adesso mi sa che puoi parlare, e credo che ne avrai di domande da farmi, Giulia. - Disse l’uomo andando incontro alla ragazza.
Quell’uomo conosceva il suo nome, ma come era possibile? Ma forse a pensarci bene, quella era la cosa più normale di tutto quello che le era successo nelle ultime ore. Giulia cercò di parlare e con suo sommo sollievo ci riuscì. – Ho un milione di domande da farti, primo Dove mi trovo? Secondo tu chi sei? Cosa è successo? Come sai il mio nome? E potrei proseguire per ore credo.- Disse Giulia tutto di un fiato.
-Hai ragione hai un bel po’ di domande ed anche tutte giustificate. Vediamo… inizio col dirti che conosco il tuo nome perché io sono tuo fratello.- Giulia lo guardò stupita, quell’uomo aveva quasi il doppio della sua età, e poi le era stata adottata quando aveva solo 2 anni.
- So che questa notizia è … una grossa notizia.- Continuò il ragazzo. - E te la dico così su due piedi, ma diciamo che questa era la parte più semplice da spiegarti. –
Giulia guardò l’uomo e gli fece cenno di si con la testa per fargli intendere che lei stava seguendo il discorso, ma adesso non parlava non perché non avesse la voce, ma perché era sconvolta dalle notizie che quello sconosciuto, che si era definito suo fratello le stava fornendo.
-Questo luogo, non è la terra dove tu hai vissuto, questo è un mondo parallelo, chiamato Mundus Natii , è il mondo da dove ha avuto origine il luogo che tu chiami Terra.- L’uomo notò un’espressione di incredulità farsi largo sul volto della ragazza ma decise di continuare senza fermarsi. – Io mi chiamo Nestor e sono il re del Mundus Natii e tu essendo mia sorella sei una principessa.- Nestor fece un bel respiro e continuò. - Ma le notizie per te non finiscono qui: Il tuo vero nome è Netea, e nessuno di noi due è umano, siamo elfi. -
Al suono di quelle ultime parole Giulia ne ebbe abbastanza quell’uomo era un pazzo che l’aveva rapita e portata in un castello, era l’unica spiegazione possibile. La ragazza scattò verso la porta aperta ma questa si richiuse improvvisamente.
– Fammi uscire da qui, riportami a casa!!!- urlò Netea.
-Ti giuro che quello che ho detto è la verità e adesso lo vedrai con i tuoi occhi. -
Nella stanza entrò un ragazzo dall’aspetto abbastanza inquietante, e incominciò a parlare in una lingua a Netea sconosciuta, ma al contempo familiare. All’improvviso la stessa luce accecante che aveva colpito Netea nella sua stanza la avvolse nuovamente, ma questa volta riaprendo gli occhi nulla era cambiato.
-E allora cosa dovrei vedere con i miei occhi i vostri trucchetti di magia??- disse la ragazza ma poi vide che qualcosa di diverso c’era. Nestor aveva i capelli lunghi e delle orecchie a punta che si intravedevano uscire dai suoi capelli, e aveva un aspetto quasi divino. Poi notò qualcosa di strano anche su di lei si sentiva più alta e i suoi muscoli le sembravano più tonici ed energici, poi vide i suoi capelli erano neri come la pece con ciocche viola che spuntavano qua e là, poi con una mano tremante andò a toccarsi le orecchie e capì allora che quello sconosciuto non aveva mentito.
Passarono due mesi da quella sera e Netea dal suo arrivo aveva scoperto tante cose. I suoi genitori erano morti in battaglia, uccisi da un potente mago di nome Notuars, lo stesso che aveva minacciato la sua vita e aveva costretto i suoi genitori a inviarla sulla terra affinché fosse al riparo. Ma sarebbe stata al sicuro fino ai suoi 16 anni e dato che li aveva compiuti, Nestor era andata a riprenderla. Ora il suo compito era quello di allenarsi sia nell’arte del combattimento che in quella della magia, perché il suo scopo finale sarebbe stato la conquista del suo drago.
La leggenda narra che alla nascita di ogni erede al trono nasca un drago e che questi sia alle dipendenze solo del nascituro. Ma Il principe per riuscire a conquistare la fiducia del suo drago avrebbe dovuto sostenere diverse prove.
Mentre Netea, seduta alla sua scrivania pensava a tutto quello che le era capitato negli untimi tempi, sentì uno strano rumore, si volse di scatto puntando la sua spada alla gola di un ragazzo.
-Chi sei? Parla!- Fece Netea avvicinando la lama al collo del ragazzo.
-Sono uno dei buoni, sono qui per dirti tutta la verità.- Il ragazzo fissò negli occhi Netea e proseguì. - Nestor non è ciò che dice di essere.-
La mano e la spada di Netea incominciarono a tremare. La ragazza si sentì, dopo due mesi, nuovamente smarrita.
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scritto il Luglio 2nd, 2009 da alphabetcity
Abbiamo ancora un po’ di bellissimi racconti da parte, e si continua a pubblicarli a coppie.
Questo si chiama: L’ Ultima scelta ed è stato scritto da Roberto:
“Ogni mia decisione presa è sempre stata meditata e affrontata. Se la mia memoria non mi inganna, ho sempre preso con fermezza i risvolti delle mie azioni, senza lasciar trapelare dai miei occhi nessun tipo di paura. La mia spada ha assaggiato il sangue numerose volte. Non ne vado fiero, ma ogni situazione ne richiedeva l’utilizzo drastico. Sembrerà strano, inopportuno a tali parole, o poco credibile, ma non andò sempre così. Una sola volta, e dico una sola, il mio animo da guerriero è stato soggiogato e intimorito. Il ricordo è ancora fulgido nella mia mente, come una cicatrice a lungo dimenticata, che prende fuoco appena la memoria la riporta alla realtà.”
Il mio viaggio mi aveva condotto in un’antica dimora abbandonata. La luna splendeva alta nel cielo cupo, proiettando sul terreno arido contorni di ombre dalle strane forme.
Il mio compito era semplice: trovare un logoro specchio perduto da tempo e riportarlo dal legittimo proprietario. Purtroppo quel che i miei occhi offuscati dal buio videro, non era quello che nelle lunghe notti passate attorno ad un fuoco mi ero immaginato. Un logoro specchio avevano detto. Non lo era affatto.
Immagini e situazioni sovrapposte mi riportano in una piccola stanza. Effettivamente le pareti avevano passato numerosi inverni, e le piastrelle scricchiolavano sotto i miei passi incerti. La stanza era completamente spoglia e illuminata da una piccola finestra laterale, il cui raggio di luce cristallina proiettava un fascio di luce in un preciso punto della stanza.
Sebbene quella circostanza non mostrasse nessun tipo di pericolo, la mia mano strisciò involontariamente verso l’elsa della spada. Vecchio pazzo!
Eccolo finalmente. Dopo tanto vagabondare avevo trovato quel che cercavo. Uno specchio alto circa quattro braccia era appoggiato contro la parete. Lo specchio, completamente integro, sfavillava nel suo più raffinato splendore d’avanti a me. L’essere più piccolo e sghembo fra tutti. Un semplice umano.
Non capii immediatamente quel che stava succedendo; solamente, i miei occhi erano enfatizzati dalla creatura che volgeva il proprio sguardo verso di me. Una donna. Di questo ne sono sicuro, anche se adesso non ricordo il suo profumo. Provai una sensazione in inebriata leggerezza.
Presi controllo di me stesso quando una voce calda e sublime come una fresca brezza estiva ti accarezza il viso, mi sussurrò strane parole all’orecchio, parole incomprensibili <<unan mi deletor, si vim du laer>>.
Una lingua a me sicuramente ignota. Avrei voluto chiederle chi lei fosse, o da dove sbucasse fuori. Invece restai abbarbicato al terreno, come un vecchio albero ormai spoglio.
La voce sussurrò nuovamente, ma questa volta nello stesso idioma del mio popolo <<perché sei qui, tu che cerchi l’eternità?>>.
Non risposi subito, perché la lingua mi si era annodata in gola <<lo specchio…>>. Solo questo riuscii a sbiascicare.
La donna sorrise <<molti lo cercano, e molti non sanno cosa è veramente. Cosa è per te dunque?>>.
Questa volta risposi con una leggera sfumatura di presunzione <<un semplice specchio>>. Perché?
Solo in quel momento notai il vestito che indossava. Sembrava una veste da notte, forse trasparente. Eppure nessuna forma sottolineava le sue nudità.
La sua triste voce mi riportò alla realtà <<perché indugi con la mano pronta a sferrare un colpo di spada. Non sei felice? Hai trovato quel che cercavi>>.
Un’altra domanda che richiedeva la mia risposta <<sei uscita dallo specchio>> dissi invece.
I suoi lunghi capelli bianchi si scostarono sinuosamente dal suo perfetto volto giovane. <<dici il vero. Ma perché dovrei rispondere ad un umano come te?>>.
Le sue parole affondarono radici nella mia mente <<non sono un semplice umano. Sono un guerriero, e il mio nome è contato in ogni dove>>.
La sua voce si fece ad un tratto dura e seria <<tu hai ucciso. Come altri prima di te. Se le tue parole sono veritiere, potrai essere un eroe, o uno spietato assassino>>.
La mia risposta fu decisa <<spetta a noi scegliere>>.
<<allora tu cosa sei?>>. Chiese lei spalancando i suoi occhi spenti.
Mi sorpresi successivamente della mia sventata sfrontatezza <<perché dovrei rispondere ad un essere completamente ignoto, che pretende risposte, ma non ne vuole dare?>>.
Sembrava sinceramente divertita; chinò il volto e rispose lentamente <<vuoi risposte difficili da donare, ma non impossibili. Non faresti meglio a prendere lo specchio e riportarlo dai miei padroni? In questo modo cesserà la mia inutile esistenza>>. Le sue ultime parole furono cupe, quasi soffocate da anni passati a crogiolarsi.
Effettivamente prendere lo specchio e correre via a gambe levate era la scelta migliore. Ma dentro di me il sangue iniziò lentamente a ribollire, e una fiaccola di luce si espanse in tutto il mio essere.
In verità vi dico: non sono stato del tutto sincero. Oltre ad essere un guerriero, ero anche uno studioso.
Risposi alzando il volto orgoglioso <<Ogni mia decisione presa è sempre stata meditata e affrontata. La mia spada ha assaggiato il sangue numerose volte. Non ne vado fiero, ma ogni situazione ne richiedeva l’utilizzo drastico. Sembrerà strano, inopportuno a tali parole, o poco credibile. Ma in questo momento ho paura, vorrei scappare, ma il tuo volto sembra plasmare ogni mio pensiero o ragionamento valido>>.
La donna si chinò, sollevando la gonna con le sue esili braccia bianchissime <<Mi lodate, mi onorate. Se volete sapere, Studioso, seguitemi. Ma vi prego, scegliete bene ora, perché non si potrà tornare indietro>>.
Le gambe iniziarono a tremarmi, le mani a sudare, il fiato a farsi più ritmico e pesante, eppure dentro di me sapevo la risposta <<Chi sei? Cosa sei?>>.
Lei sorrise radiosa <<seguimi>>.
Il vetro si spaccò in alcuni punti e dell’acqua limpida invase la stanza. I miei piedi accaldati ripresero vita, quando l’acqua fresca mi accarezzò.
La donna attraversò lo specchio.
Così feci io.
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Si prosegue con Forbidden Love di Chiara:
Sara si svegliò in una radura in mezzo al bosco. I deboli raggi del crepuscolo le accarezzavano il viso facendole socchiudere gli occhi. Non ricordava perché si trovasse lì, aveva un presentimento che le chiudeva la bocca dello stomaco e la innervosiva. Si alzò, nonostante i dolori alle gambe, e si diresse verso una debole e piccola lucina gialla che si intravedeva tra gli alberi; probabilmente nel bosco c’era una casa dove avrebbe potuto passare la notte. Mentre camminava, il tramonto lasciava il suo posto alla notte, rendendo più difficile notare e schivare i piccoli arbusti e le radici degli alberi che trovava sul suo cammino. Giunta di fronte alla porta di una casa che si trovava al centro di una radura, si accorse che la piccola lucina non c’era più. Si era levata invece, una brezza fredda e leggera. Sara sentì un brivido percorrerle la schiena. Un misto di paura e attrazione per l’ignoto dentro quella casa le dicevano di entrare. L’atmosfera intorno a lei si era fatta tetra, i gufi avevano iniziato il loro canto macabro insieme ai corvi che volavano in cerchio su di lei e ciò la incitò ad entrare. La casa al suo interno era buia e vuota, illuminata solo dai raggi di luna che entravano dalle finestre. L’arredamento era costituito da un tavolo, poche sedie, un un letto sfatto e un piccolo camino sul fondo. La brace era ancora fumante, qualcuno doveva essere stato lì. Fuori regnava una calma che a Sara sembrava irreale… nessun uccello, tranne i corvi e i gufi, nessun movimento, nessun passo. Quella calma era inquietante e Sara sentì il bisogno di andare via… Aveva fatto male ad entrare in quella casa… I ricordi le stavano tornando in mente a poco a poco… Era già stata in quella casa ma non ricordava bene in che occasione e perché. Non c’erano candele da accendere, né lampadari. La casa sembrava come caduta sotto un incantesimo. Sara fece per andarsene quando una voce la fermò.
«Dove pensavi di andare?»Le chiese.
Sara si voltò di scatto sorpresa. Era sicura che in quella casa non ci fosse nessuno anche se c’erano le tracce di fuoco acceso, ma si era sbagliata. Il ragazzo, probabilmente sui vent’anni o poco più, stava seduto su una poltrona nell’angolo più buio dell’edificio e la fissava. Lei lo aveva già visto, come la casa. Aveva ballato con lui quel giorno, in quella stessa sala che adesso sembrava piccolissima. Forse lo aveva anche amato ma ora come ora non riusciva più a sentire nulla tranne, forse, timore. Il ragazzo le si avvicinò. I suoi passi erano eleganti e fluidi, come se volasse. In un attimo le fu accanto e solo allora Sara si accorse che era stato velocissimo. Aveva i capelli neri, alto quasi un metro e novanta. I suoi vestiti erano eleganti, anch’essi neri ma con una camicia bianca che risaltava il suo fisico atletico. Ciò che colpì di più Sara però erano i suoi occhi, azzurri, penetranti e bellissimi. Quegli occhi non avevano nulla di umano eppure la incantavano. Si, ne era certa ormai, lo aveva già visto e non solo durante il ballo, anche nei giorni che ne erano seguiti ma non riusciva a ricordare perché era finita nel bosco o il motivo per cui era svenuta e rimasta lì sola. La paura ormai non c’era più, non ne aveva motivo.
Lui avvicinò le labbra al suo orecchio abbracciandola:
«È tanto che ti aspetto, dov’eri finita amore mio?»
Era vero, gli aveva promesso che sarebbe tornata.
«Ora sono qui»
Rispose senza pensare. Lui la fece voltare verso di sé e, senza dire nulla, la baciò. In un attimo, Sara ricordò tutto. Il loro era un amore proibito. Tutti gli avevano voltato le spalle abbandonandoli a se stessi. Nessun angelo nero si era mai innamorato di un elfo e mai un elfo si era innamorato di un angelo nero. Gli elfi erano considerati la purezza in terra mentre gli angeli neri erano i peccatori, gli assassini, coloro che in un tempo molto lontano si erano macchiati di un peccato imperdonabile agli occhi di tutti. Ma loro non erano stati a osservare l’etichetta, avevano iniziato ad amarsi quasi per gioco e poi il loro amore era diventato una cosa della quale non potevano più fare a meno. La sera prima si era allontanata e qualcuno l’aveva colpita alla testa, ma era morto prima che lei perdesse conoscienza… Adesso era lì, mentre il suo amore la stava baciando appassionatamente… Erano lì… Erano una cosa sola, nel loro piccolo mondo… Insieme…
(Nessuno gli avrebbe più fatto del male, le loro famiglie non c’erano più, l’intero mondo in cui vivevano era scomparso misteriosamente… erano rimasti solo loro due).
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scritto il Luglio 1st, 2009 da alphabetcity
Ed ora due racconti belli lunghi.
Il primo è di Francesca:
Notte scura. La luna piena in cielo illuminava il sentiero nel bosco quel poco che bastava per vedere la strada davanti a sé. Due ragazzi stavano correndo a perdifiato, inseguiti da qualcosa di terrificante. Orribile.
Arrivarono in una radura nascosta e si fermarono per prendere fiato. Ma ecco alle loro spalle sopraggiungere una nube nera. -Dannazione!- gridò il ragazzo.
Il vortice nero cominciò ad ingrandirsi, pronto a risucchiarli. I due ragazzi si strinsero e iniziarono a gridare, dalla paura e per disperazione.
Lentamente, una luce cominciò a fuoriuscire dal loro petto. Dapprima i due giovani sentirono un grandissimo senso di fatica, poi tutto si fece più tenue fino a diventare incolore. Buio.
Era giorno all’accademia. Atkins stava andando a fare colazione, trotterellando giù per le scale. Era un ragazzo di quindici anni e viveva all’accademia da quando ne aveva cinque. I suoi genitori lo lasciarono li una scura notte di luna piena. Mentre scendeva le scale, il ragazzo si accorse di avere uno stivale slacciato e si accovacciò per risistemarlo. Si era fermato davanti alle stanze di Alec, il suo maestro, il suo mito, ma prima di tutto colui che considerava come un padre. Era stato lui a prendersi cura del piccolo Atkins e a insegnargli l’arte della spada, considerandolo a sua volta come un allievo, come un amico ma soprattutto come un figlio.
Finchè si allacciava lo stivale, il ragazzo vide l’inconfondibile bagliore dell’armatura blu di Alec. Era un’opera d’arte: il colore, talmente intenso, sembrava un pezzo di cielo notturno e il riflesso della luce faceva come apparire piccole stelle bianche attorno alla corazza, facendo apparire il cavaliere forte e imponente. Tuttavia la parte migliore era la spada, anch’essa con l’elsa blu e la lama, precisa e sottile, di un bell’azzurrino. Oltre a vedere l’armatura, Atkins udì anche la voce del maestro –Non dovevate tornare qui… ci state mettendo tutti in pericolo…- -Ci dispiace- intervenne un uomo –Non avevamo altra scelta a quanto pare… gli antichi ci hanno mandato qui con quel preciso incarico e noi non possiamo che compierlo, altrimenti il destino del mondo potrebbe non avere più futuro…-. Il discorso si faceva interessante e Atkins si avvicinò piano alla porta –Lui si fida di te…e anche noi- disse una donna. Entrambi gli interlocutori dovevano avere pochi anni più di Atkins. –Cosa dovete fare- disse Alec – Dobbiamo andare…-. -Che fai? Origli per caso?-. Una voce alle sue spalle lo prese di sorpresa e il ragazzo sobbalzò, facendo gli ultimi gradini col fondoschiena. –Shirley- disse con falso tono di rimprovero, prima di scoppiare a ridere assieme alla ragazza. Era la sua migliore amica, erano sempre andati d’accordo. Lei era l’unica ragazza che frequentava l’accademia per diventare un grande arciere come fu il padre, morto in battaglia. Lui era l’unico ragazzo della sua età ad avere degli strani simboli sulla spalla destra, come una specie di tatuaggio. Due diversi, in qualche modo simili.
Atkins si risistemò i vestiti, si scostò i capelli biondi dagli occhi verdi e guardò la ragazza. Aveva anche lei i capelli biondi, ma più chiari di quelli del ragazzo, gli occhi azzurri e un bel viso regolare. Vestiva con un corpetto e una gonna corta, bianchi con dei ricami rossi. Atkins aveva dei pantaloni in pelle bianchi e un gilè nero che evidenziava la forzuta corporatura del giovane.
Si sorrisero e s’incamminarono verso la sala da pranzo dell’accademia.
Stavano discutendo al loro tavolo, dopo aver mangiato, quando arrivò tutto trafelato un ragazzino che aveva appena incominciato gli studi per diventare cavaliere –Il sommo Alec vi cerca, signor Atkins… ha detto che si tratta di una questione di estrema importanza e urgenza-. Il ragazzo quasi impallidì. Che avesse scoperto che stava ascoltando quella conversazione con i due sconosciuti? Assieme alla ragazza si alzò da tavola, e insieme al ragazzino, andarono nelle stanza di Alec. –Lasciaci soli- disse rivolto allo studente che si dileguò immediatamente, assieme alla ragazza.
. –Atkins- disse guardandolo negli occhi –Devo affidarti una missione importante- esitò -Pericolosa- la sua voce tremò per un istante e poi, dagli occhi del maestro cominciarono a uscire grossi lacrimoni. Abbracciò il ragazzo e si lasciò andare alla commozione. Atkins non aveva mai visto il suo maestro piangere, e tanto meno per via una missione pericolosa che era agli ordini del giorno. Dopo quel momento di grande sensibilità e affetto nei confronti dell’allievo, Alec si ricompose e sorrise al ragazzo –Comunque sia, ho fiducia in te…- poi fece entrare Shirley.
- Come ho già anticipato al tuo amico, devo affidarvi una missione di massima segretezza e pericolosità… alle macerie del tempio di Drion, il dio degli antichi- a sentire quel nome i due ragazzi si guardarono interrogativi –Drion è la divinità principale e suprema adorata dalla nostra popolazione fino a prima della vostra nascita. Un giorno però, Crion, suo fratello, si impossessò del suo spirito, usando i poteri acquisiti per diventare un mostro di crudeltà e potenza. Cominciò a perseguitare la popolazione allo scopo di farli diventare suoi schiavi e sterminò tutti coloro che avrebbero potuto distruggerlo. Riuscì in questo intento, ma solo in parte: inseguì i suoi ultimi possibili avversari in una radura ma lo sorprese una luce e di lui non si seppe più niente. Né di lui né dei suoi oppositori-. A questo punto i tre sentirono una porta aprirsi ed ecco entrare due ragazzi. Un uomo e una donna. Avevano entrambi sui venti anni, il ragazzo aveva i capelli biondi e gli occhi scuri, mentre la ragazza aveva i capelli color nocciola e gli occhi verdi smeraldo. Avevano un che di famigliare, pensò Atkins. – Questi sono Dwight e Lynn - li presentò Alec – Questi invece sono Atkins e Shirley -. Il ragazzo si avvicinò lentamente ad Atkins, e, dopo averlo studiato un po’ fece un tenero sorrisino. Lynn invece stava già sorridendo. – Tornando alla missione – intervenne Alec – Il nostro compito è quello di proteggerli e aiutarli nello svolgere il rito di imprigionamento su Crion, prima che riesca a raggiungere la nostra dimensione e riportare il caos nel nostro mondo… partiremo questa notte, quindi vi consiglio di riposarvi per oggi -. E con queste parole li lasciò andare.- Shirley – disse il ragazzo – Alec ha pianto per me prima di affidarci la missione, dicendo che era estremamente pericolosa…-. La ragazza si fermò, lo squadrò e gli disse – A te non sembra abbastanza pericoloso affrontare antichi demoni con l’uso della magia? Non si scherza con queste cose Atkins…- e così dicendo si separarono per andare a riposarsi. Era volato così il pomeriggio.
A mezzanotte si ritrovarono nell’atrio dell’accademia per poi partire tutti insieme. Dopo un breve tragitto nel bosco, arrivarono in un’antica radura che aveva una specie di altare al centro, tutto ciò che rimaneva del tempio. – Noi ci metteremo qui sopra per recitare la litania e richiamare Crion, voi dovete fare attenzione a non farvi uccidere dagli altri demoni, suoi aiutanti, che usciranno dal vortice dimensionale. Quando uscirà Crion, a te Atkins l’onore di ucciderlo-. Il ragazzo rimase senza parole, ma qualcosa gli diceva di accettare questa strana decisione da cui sarebbe dipeso l’esito della missione. A questo punto, i due ragazzi si sistemarono sull’altare e cominciarono a recitare una lenta e inesorabile filastrocca. All’improvviso si aprì un vortice nero, dal quale cominciarono ad uscire mostri di ogni genere:volverine, bestie alate, creature mostruose e deformate che uscivano a frotte dal misterioso turbine scuro. Atkins combatteva da bravo spadaccino, Shirley uccideva a uno a uno tutte le belve alate con il suo arco e Alec si batteva da gran cavaliere che era. Ad un tratto, tutto divenne silenzioso. Un mostro enorme, nero come la pece e mostruoso uscì dal vortice. Tutte le creature si dileguarono, lasciando senza fiato i tre guerrieri. Crion.Era alto più di cinque metri ed era completamente nero, gli occhi erano iniettati di sangue, carichi di odio. Si guardò intorno e ruggì possentemente alla vista dei due ragazzi, ma si sorprese nel vedere Atkins. La sua risata malefica entrò nelle orecchie del ragazzo, che si immobilizzò e perse la spada. – Atkins!-. Alec urlò disperatamente, e corse verso il suo allievo, incontro al mostro. Una zanna lo passò da parte a parte, invece che trafiggere il suo allievo. Il suo ragazzo.
A quella vista, Atkins tornò in sé. Una furia cieca lo assalì. Il tatuaggio nel braccio si illuminò di una luce bianca intensissima. Gli occhi corrucciati, uno sguardo sicuro e determinato, tanto che il mostro indietreggiò. Dal palmo del ragazzo uscì una lucente spada argentea, magnifica e perfetta. Con uno scatto agile e deciso, tagliò il mostro in due, senza lasciargli il tempo di un lamento. Poi Atkins fu pervaso da un forte senso di stanchezza. – Se va via Alec, io andrò con lui-. E la notte ridiffuse la sua oscurità anche nella vecchia radura.
La prima cosa che vide furono le facce dei due giovani. – Ben svegliato – disse con tenerezza Lynn. Gli sarebbero anche stati simpatici se non avessero lasciato morire Alec. A questo pensiero gli venne da piangere – Devo dirti una cosa – disse Dwight – Noi non apparteniamo a quest’epoca, veniamo dal passato… siamo i tuoi genitori - - Il mio maestro è morto a causa vostra, e mi dite anche che siete i miei genitori…che sfacciati!- - Sappiamo di averti fatto soffrire, sia da bambino quando ti abbiamo lasciato qui, sia quando abbiamo messo in pericolo la tua vita contro Crion, ma forse possiamo riscattare le nostre colpe, almeno in parte- disse Lynn.
A quelle parole, Atkins scoppio a piangere e abbracciò forte la madre e il padre. Per la prima volta poteva dire di avere una famiglia, anche se in quel momento, mancava il componente più importante. – Dopo la sconfitta di Crion, Drion si è risvegliato e, su nostra richiesta, ha concesso uno scambio: le nostre anime si libreranno nel suo regno di pace, invece quella di Alec può tornare sulla Terra per portare a termine il suo compito: farti da genitore meglio di quanto siamo stati in grado di farlo noi. Siamo venuti a salutarti per l’ultima volta -. Si abbracciarono forte e Atkins, tra le lacrime disse – Siete i migliori genitori che potevano capitarmi -. I loro corpi persero sempre più consistenza, fino a dileguarsi completamente. Ed ecco poi apparire Alec, con la sua fiera armatura blu – Non ti libererai di me facilmente eh? -. In quel momento entrò anche Shirely e i tre si strinsero forte. Dopo aver evitato la fine, per tutti era tempo di un nuovo inizio.
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Passiamo poi a L’Elfo Oscuro, il nome dell’autrice è… Francesca!!! (no, non sono la stessa persona, ma soltanto un caso)
Sono passati quasi 14 anni dalla grande battaglia fra Elfi e Maghi, tutto è andato distrutto con la sconfitta degli Elfi.
Nessuno sa dove sia finito il frutto della causa della guerra: quel bambino mezzosangue elfo e mago è sfuggito alle truppe maghe e ora vaga da solo riscuotendo un infinito terrore nei cuori dei Maghi, ma anche un’immensa speranza nel cuore degli Elfi.
Figlio della principessa Eldora Elfa e dell’erede al trono dei Maghi, egli è il legittimo erede al trono di entrambi i regni.
L’unico che potrà porre fine alla guerra che il padre di suo padre ha scatenato e unire tutti sotto un’unica bandiera.
Ma egli è scomparso da quasi 14 anni e tutti lo credono morto, ma in alcuni l speranza vive ancora.
<<Papà!andiamo o faremo tardi!>>in un’immensa campagna un fanciullo dall’aspetto strano e inquietante si prepara ad andare col padre verso una faticosa giornata di lavoro.
Orecchie a punta, pelle di un rosa pallido, capelli di un biondo platino da invidiare,non magro ma neppure troppo grasso, muscoloso e alto, compierà 14 anni il prossimo agosto; si chiamava Hermann.
<<Sì…Sì…va bene andiamo>>e i due si avviarono verso la collina.
Quella notte Hermann aveva fatto uno strano sogno: aveva sognato di volare a dorso di Drago, di avere una strana cosa pungente in testa che assomigliava ad una corona, e una spada in mano con cui uccideva un uomo brutale mentre gli lanciava strane fiamme azzurre dalla mano.
Decise di raccontarlo a Laio, suo padre, ma egli si dimostrò molto sfuggente sull’argomento.
Quella sera, mentre Hermann dormiva, ne parlò con Victoria sua moglie e decisero che la cosa migliore era raccontargli tutta la verità.
Il mattino seguente Hermann scese tutto sudato dalla sua camera con il mano una maniglia e una medaglione:
<<Dove hai preso queste cose?>>domandarono in coro Victoria e Laio.
<<Non le ho prese, le ho sognate in un sogno simile a quello di ieri sera, mi sono svegliato e me le sono trovate in mano>>nei suoi occhi non c’era menzogna anche se la storia era più inverosimile che mai.
Laio e Victoria capirono che quello che doveva essere fatto andava fatto:
<<Ascolta Hermann,>>iniziò a dire Laio
<<è ora che tu venga a conoscenza di tutta la verità. Tanto per cominciare, so che ti sembrerà assurdo, ma noi non siamo i tuoi veri genitori. Ti abbiamo trovato quasi 14 anni fa in un cesto sulle rive del torrente avvolto in uno stano tessuto molto resistente che non avevamo mai visto.>>e porse il tessuto a Hermann che se lo rigirò fra le mani con incredulità
<<ti abbiamo accolto a braccia aperte perché non sai quanto volevamo avere un figlio. Io sinceramente non te lo avrei mai detto perché non sapevo se era la cosa migliore da fare, ma ora ti stanno venendo tutti questo sogni e ci sembrava ora di dovertelo dire>>.
<<Ti prego perdonaci, non essere arrabbiato con noi>>disse in tono supplichevole Victoria.
Hermann non sapeva più che fare, fino a ieri aveva sempre pensato che il suo aspetto forse un semplice scherzo della natura che non centrasse niente il fatto che non somigliava minimamente né a Laio né a Victoria.
Invece adesso gli vengono a dire che è stato adottato e questo cambia tutto… “Chi sono io??Da dove vengo??Perchè mi hanno lasciato qui??Chi sono i miei genitori??Cosa faccio adesso??”una serie di domande senza risposte lo assillò per giorni finché decise cosa fare.
Scappò.
Nel cuore della notte se ne andò.
Prese con se delle provviste, lo strano tessuto con qui era avvolto quando lo hanno ritrovato nel cesto, un pugnale che Laio gli aveva regalato in anticipo per il suo 14esimo compleanno e, infine, una cartina delle regioni accanto.
Lui non conosceva per niente il mondo, sapeva il nome delle città esistenti ma non sapeva dove esse si trovavano.
Lasciò una semplice lettera a Laio e Victoria, li ringraziò per tutto e promise che sarebbe tornato;ma adesso voleva solo ritrovare se stesso.
Il suo viaggio cominciò quella stessa notte, una notte di luna piena che avrebbe segnato la fine della sua vita precedente di “Hermann:il figlio di Laio e Victoria, i due contadini” e stava per iniziare la sua nuova vita da “Hermann: il ragazzo strano senza origine ed identità”.
Il viaggio di Hermann si mostrerà lungo e faticoso ma forse, alla fine, nel suo nome ci sarà un’identità e un triste o felice passato.
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scritto il Giugno 23rd, 2009 da alphabetcity
Concetta Eleonora ci ha inviato La Missione:
Osservava la sua mano, chiusa ad artiglio, sulla pelle squamosa dell’essere sotto di lei. Ansimava. Il battito cardiaco accelerato. Un velo di sudore sulla fronte. La lotta era stata impari. Il nemico era troppo forte, astuto e preparato per poter anche solo pensare di poterla avere vinta. Eppure ci aveva provato. Nonostante tutto. Nonostante il mago avesse ampiamente spiegato che gli esseri di tal genere sono impossibili da vincere. La sua mano, ora, era macchiata da un liquido strano. Denso, lucido. L’essere, con uno scatto, si girò, atterrandola. Si era distratta. Come aveva potuto? In un attimo le parti si erano invertite, adesso era lei nelle condizioni di doversi difendere. Per non soccombere. Eppure sembrava che la bestia non avesse più un briciolo di energia. Ma, mai sottovalutare il nemico. Mai. Era la prima regola, e lei, ingenuamente, l’aveva dimenticata. Schivò i suoi colpi con agilità. La stanchezza si faceva sentire, ma il suo fisico era ben allenato. Cominciava ad esser tardi. Tra pochi minuti il secondo sole sarebbe sorto, vanificando i suoi sforzi. Doveva fare presto se voleva che la sua missione andasse a buon fine. Cercò di divincolarsi, ma la presa dell’essere era ferma, d’acciaio. La flebile luce del primo sole faceva capolino tra il fogliame. Una luce brillò a pochi metri da lei: la sua spada! L’aveva persa nel momento in cui era riuscita a piegare l’essere. Ora doveva solo cercare di riprenderla. Tese il braccio in sua direzione. Le dita sfioravano appena l’elsa. Cercò di allungarsi ancora di più. Tese ogni tendine, ma non era alla sua portata. L’essere capì cosa lei aveva in mente. Strinse allora la presa sul suo collo. Elenor si sentì soffocare; l’aria passava con sempre maggiore difficoltà attraverso la sua trachea. Con un ultimo, disperato tentativo, Elenor graffiò gli occhi dell’essere e approfittando dell’effetto sorpresa del suo gesto, con l’altra mano riuscì ad afferrare la spada, mentre la bestia gettava la testa all’indietro in un riflesso condizionato. Elenor approfittò di quel momento per trafiggerlo. Gli inflisse la ferita mortale nel suo unico punto vulnerabile, in mezzo al petto. Dalla ferita cominciò a sgorgare il liquido denso e lucido di cui aveva bisogno. L’essere non emise alcun suono. Semplicemente, la guardava sbalordito. Lentamente si accasciò su di un fianco. Non c’era nessun segno di sofferenza nel suo volto. Anzi sembrava sollevato. Eleanor si rimise in piedi. L’essere continuava a guardarla. Elenor non riusciva ancora a credere di aver compiuto la missione. Prese la boccetta dalla sua bisaccia e la riempì con la linfa vitale del suo nemico. Prima del sorgere del secondo sole. L’avrebbe portata al mago che avrebbe guarito il regnante e la povera gente delle sue terre. La pestilenza finalmente sarebbe stata debellata. La bestia l’aveva portata, la bestia l’avrebbe portata via. La guardò ancora una volta. Gli occhi chiusi. Le squame che ne ricoprivano il corpo, ancora lucide. Il respiro debole ma ancora vitale. Le ali chiuse, ferite, inservibili. Le zampe artigliate vicino al petto, vicine alla ferita. La bestia aprì gli occhi e la supplicò con lo sguardo. Nei suoi occhi il desiderio di terminare lì la sua esistenza. Lei, elfo di nobile rango, a questo punto aveva il potere di dargli la morte o di salvarlo. Ne ebbe pietà. Lottò con la sua coscienza. Lottò con le immagini di atroce sofferenza che la bestia aveva inflitto alla sua gente. Si disse mille volte sì e mille volte no. Alla fine decise. Gli tese la mano tremante, mentre il secondo sole illuminava fieramente la sua terra.
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Il racconto di Francesca è senza titolo:
Per lunghi sette anni la Guerra dei Draghi imperversò sul Mondo Antico generando più vittime che vittorie.
Da una parte i Draghi e i loro alleati Elfi, dall’altra gli umani con cui si allearono Nani e Maghi.
Ghalin osservava la scena dall’alto. Non poteva più combattere. Aveva esaurito tutte le energie con la magia. Non aveva più forza fisica, ma soprattutto mentale.
Davanti ai suoi occhi scorrevano le immagini dell’ultimo scontro, quello finale. Quello che avrebbe finalmente nominato un vincitore.
Ma non vi furono né vincitori né vinti. Solo sangue…
Ghalin camminava su quello che fino a poco prima era un campo di battaglia. Ora solo un tappeto di cadaveri. Avanzava lentamente, gli occhi che si posavano da un corpo a un altro alla ricerca di qualche superstite. Nessuno era stato risparmiato.
Ad un tratto si fermò. Davanti a lui si stagliava un enorme sagoma scura. La salma di un drago.
La bocca aperta. Un lungo e profondo taglio sul ventre dal quale scorreva ancora sangue caldo. Le ali spezzate. Le squame ora di un verde spento. L’occhio sinistro aperto, di un verde brillante, vivo, su quel corpo senza vita. Da esso spuntava una lacrima.
Ghalin si avvicinò tremante. Allungò una mano e toccò la lacrima.
Un bagliore accecante nella mente e si sentì risucchiato in un altro luogo e in un altro tempo.
Fu un attimo che sembrò eterno, mentre un istante dopo era ancora lì. La mano appoggiata al drago laddove un secondo prima c’era la lacrima. L’occhio ora chiuso.
Senza accorgersene Ghalin cominciò a piangere. Un pianto silenzioso, senza sussulti o singhiozzi. Solo le lacrime a scorrere copiose sulle guance.
Adesso sapeva quanto fosse stato alto il prezzo di quella guerra, quale fosse il suo vero volto.
Fu così che Ghalin prese la decisione che per sempre avrebbe cambiato la sua esistenza. Giurò a se stesso che gli avrebbe dedicato la vita. Avrebbe dato tutto, perché nulla, neanche questo, poteva lavar via il peso per ciò che aveva contribuito a creare.
***
Non fu facile convincere il suo maestro. Tuttavia riuscì ad ottenere il suo aiuto.
Ricevettero il permesso di indire un’assemblea nella città di Lor. Vi avrebbero partecipato, non solo l’Ordine dei Maghi, ma anche i sovrani di ogni popolo, protagonisti della Guerra dei Draghi.
La loro proposta di un accordo di pace sconvolse i presenti, i quali presero a dargli contro. Poi cominciarono ad azzuffarsi tra di loro. Invano il maestro di Ghalin tentò di riportare la calma. Era iniziata una guerra fatta di insulti.
Non funzionerà mai pensò Ghalin.
Il peso che gravava sulle sue spalle si fece ancor più pesante all’idea di non poter far nulla per cambiare le cose.
Intanto nella sala la situazione degenerò. Molti sguainarono le spade. Gli Elfi tesero gli archi. I Draghi presero a ruggire.
…Poi tornarono alla mente le immagini, le parole, che premettero con più forza sulla coscienza di Ghalin.
Non devo arrendermi.
Iniziò piano, con incertezza. Le grida ricoprivano completamente le sue parole.
Poi, inconsapevolmente, il tono della sua voce si fece sempre più alto, finché non sovrastò le altre. Tutti nella sala si voltarono verso di lui.
Finalmente ottenne l’attenzione che meritava. Le parole ora fluivano con decisione.
I presenti abbassarono le spade, gli Elfi riposero gli archi, il ruggito dei Draghi si spense.
Ghalin non seppe spiegarsi come ci riuscì. Sapeva solo che la Pace di Lor fu firmata.
Ebbe inizio la Ricostruzione. Il Mondo Antico sembrò rigenerarsi come da nuova vita. Aveva finalmente trovato il suo equilibrio.
Eppure nessuno si sarebbe mai aspettato che questo equilibrio venisse nuovamente distrutto…
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scritto il Giugno 18th, 2009 da alphabetcity
Il Desiderio, scritto da Irene:
Le note risuonarono formose nell’aria, profumandola di evanescenti e perlacee vibrazioni che, ondeggiando in spirali sinuose verso l’alto, si fondevano armoniosamente con i profili flessuosamente allungati dei grandi archi a sesto acuto che intersecandosi sorreggevano l’immenso soffitto della sala. L’esile figura in nero seduta dietro all’arpa in mogano lucente che animava l’ambiente si alzò, lasciando risuonare voluttuose le ultime note acute, e spostò silenziosamente lo sgabello a lato, dirigendosi verso la grande vetrata che si apriva verso il restante mondo, contemplando la propria opera. Le verdi colline scosse dal vento si ingrigirono progressivamente ed un’ondata venefica, partendo dall’epicentro costituito dall’arpa ed estendendosi fino all’orizzonte, rimbalzando sulle pietre, sfiorando silenziosa le acque di fiumi e torrenti, nutrendosi della natura senza risparmiare pianta o animale alcuno, abbracciò lentamente tutta la terra. Un malinconico sorriso alabastrino si aprì illuminando il candido ovale perfetto del volto e la ragazza si assestò elegantemente una ciocca di grandi boccoli corvini dietro l’orecchio niveo e appuntito, ma piccolo e delicato, adornato da una piccola perla nera. Il nitore dei grigi occhi a mandorla danzò sulla vista rassicurante che si stendeva davanti a lei, stanca e soddisfatta di essere così vicina al totale compimento del suo dovere… La ragazza indossò un manto nero, lungo fino ai piedi, calò l’ampio cappuccio sulla testa affinché il suo viso rimanesse totalmente in ombra e con la mano opalescente e pallida afferrò la propria meravigliosa arma, fino a quel momento rimasta appoggiata inerte al muro, che venne percorsa da un luccichio di vita trepidante. Il manico in mogano nero, flessuoso e ornato da un fregio bianco che recava parole arcane in una lingua sconosciuta, era allungato e superava di qualche centimetro la testa della ragazza; all’estremità era fusa ad esso una lunga lama ricurva in argento chiarissimo e puro, tanto affilata da non procurare dolore. La ragazza uscì dalla stanza stringendo con cura nella mano sinistra la Falce. Era da tempo che aspettava quel momento e inoltre le piaceva agire in grande stile. La lunga attesa le aveva permesso di prepararsi al meglio e adesso dicerie, tradizioni e profezie non sarebbero state che un improbabile riflesso della realtà.
La vecchia sollevò la testa dal suo rammendo sentendo rumore di passi delicati farsi strada in quella tiepida sera assolata e si trovò di fronte un’esile figura parzialmente avvolta in un lungo manto dall’ampio cappuccio. Sotto di esso intravide una lunga gonna nera a strati, simile ad un lugubre abito da sposa, e un corsetto, nero anch’esso, stretto attorno alla figura androgina di una ragazza pallidissima e dalla bellezza statuaria.
«Chi sei?» chiese la vecchia ingenuamente, tornata bambina.
«Puoi chiamarmi Tecla» rispose la ragazza, sorridendo rassicurante, poi proseguì «È da lungo tempo che mi aspetti…»
«Sì, è vero… quindi è arrivato il momento?»
«Sì. Hai paura?»
«Un po’»
«Non devi, ci sono io con te… ti garantisco che starai bene… presto ti raggiungeranno anche gli altri, non preoccuparti…»
La Morte prese la mano della vecchia e con lei si incamminò verso il tramonto.
La ragazza ripeté quel gesto all’infinito e solo dopo innumerevoli volte le fu offerta la sua possibilità.
«Cosa desideri?» chiese la Voce, profonda.
«Dammi la libertà di morire»
«Sarai accontentata, potrai morire… ma sei sicura della tua scelta? »
«Ne sono certa.»
Era stata l’Apocalisse e adesso rimaneva solo la pace.
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Gennaro partecipa con: Fuga dalle Tenebre.
Il suono dei passi della guardia risuonavano ancora nei cunicoli circostanti. Uno dopo l’altro rimbombavano nella testa del bambino che si nascondeva stretto al suo salvatore. Lacrime nere rigavano il suo volto, invisibile nell’oscurità delle grotte.
«Non piangete, signorino. Vi ho promesso che vi avrei portato in salvo e cosi farò! » disse l’elfo nero stringendo forte il piccino.
«Ho paura, Riòn! Non voglio lasciarvi! » replicò Kayorn
«Non vi preoccupate ora. Troverò il…» iniziò a dire interrompendosi quando percepì il suono dei passi di un’altra guardia in avvicinamento «Nascondetevi in questa fessura! Fate presto!»
Il bambino si nascose così in una piccola apertura nella roccia cercando di farsi sempre più piccolo. Gli attimi sembravano interminabili e i battiti del cuore troppo rumorosi. L’unica cosa che lo rassicurava era la presenza di Riòn.
La guardia era ormai giunta nei pressi del luogo in cui si nascondevano. Fu questo l’unico motivo che impedì il bambino di chiamare il suo salvatore quando questi si allontanò. Con gli occhi sgranati verso l’oscurità, Kayorn continuava a pregare affinché tutto finisse.
Un suono tonfo sostituì il rumore dei passi della guardia. Un attimo dopo, Riòn si ripresentò davanti al bambino stringendo nella mano un pugnale insanguinato.
«Dobbiamo muoverci. E’ la vostra unica possibilità per scappare! Non abbiamo molto tempo.» disse l’elfo rifoderando il pugnale.
«L’hai uccisa! L’hai uccisa, Riòn! » fu l’unica cosa che riuscì a dire il piccolo
L’uomo fece, tuttavia, finta di non aver sentito ma strinse il polso del piccolo trascinandolo veloce verso il cunicolo d’uscita. Non faceva neanche più attenzione a rimanere silente nell’oscurità delle grotte. Uccidendo una guardia aveva dato modo alle altre di localizzare la loro posizione ma non c’era altra scelta. Ora avevano solo pochi minuti prima che le guardie li raggiungessero e, per questo, Riòn prese in braccio il bambino cominciando a correre.
«Non voglio lasciarvi, Riòn! Non voglio!»
«Dovete salvarvi, signorino. Almeno voi. Vi nasconderete nel regno degli umani. Li sarete al sicuro.»
«Ma non voglio stare da solo! » protestò ancora il piccolo ricominciando a piangere «E poi agli umani non piacciono i Mezzosangue come me!»
«Nasconderete la mano nera, simbolo del legame con la razza oscura, con un guanto e cercherete di non piangere mai. In questo modo sarete come un umano qualsiasi. Me lo promettete?»
«Ti prego, Riòn! Siete l’unica famiglia che ho…»
«Ve ne farete un’altra. Ora promettetemi che vi nasconderete tra gli umani e che non vi farete catturare dagli elfi neri!»
«Ve lo prometto» giurò, a malapena, tra le lacrime.
D’un tratto l’elfo si fermò posando il bambino a terra e sguainando poi il suo pugnale dalla fodera. Rumori di passi affrettati provenivano dal cunicolo. Le guardie li stavano raggiungendo.
«Dovete andare ora! Percorrete quest’ultima parte del cunicolo ed uscite dal Regno Nero!»
Il bambino restò immobile per qualche istante guardando le spalle del suo salvatore. Poi si voltò e cominciò a correre verso la luce che si cominciava ad intravedere. Parecchie volte cadde a terra ma, rialzandosi, riprendeva la sua corsa.
Esattamente nell’istante in cui un urlo gli giungeva alle minuscole orecchie, Kayorn uscì da quel tunnel venendo accecato, per la prima volta nella sua vita, dalla luce del sole. Le ultime lacrime nere gli rigarono il volto roseo. Le asciugò con la manica della veste.
Queste sono state le mie ultime, pensò il bambino che, con il dolore nel cuore, si avviò verso il villaggio umano che poco distante si intravedeva.
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scritto il Giugno 16th, 2009 da alphabetcity
L’Origine della luna è il titolo del primo racconto della giornata, lo ha scritto Valeria:
Sin dall’inizio dei tempi persisteva nelle Terre Antiche una lotta sanguinaria che vedeva schierati da una parte i saggi elfi e dall’altra i bellicosi umani. Col passare del tempo, tanto era stata lunga la guerra, le due fazioni si erano persino dimenticate il motivo che aveva dato origine alla battaglia.
Questa, però, non è la storia della guerra, bensì una delle storie che si sono intersecate con essa.
Fra le schiere degli umani l’avversario più temuto era il cavaliere della Luce, un combattente abilissimo e sanguinario, del quale si diceva che lo stesso demonio lo comandasse.
Un giorno ebbe inizio una battaglia per la fonte della verità, questa era una sorgente da cui sgorgava acqua magica, la quale poteva costringere chiunque a non raccontare menzogna.
Ecco che il cavaliere della luce, nell’imperversare della battaglia, si recò alla radura appartata dove si trovava la fonte e lì la scoprì deserta, fatta eccezione per il principe degli elfi. Quest’ultimo puntò la propria spada alla gola del cavaliere, dopo averlo colto di sorpresa. Ma il guerriero si tolse l’elmo rivelandosi una ragazza, nominata Silia. Liaf, era questo infatti il nome del principe, rimase sorpreso e abbassò l’arma. Ebbe quindi inizio un furioso combattimento e accidentalmente una goccia di sangue ricadde nell’acqua della verità.
I due ragazzi si ritrovarono così in un luogo a loro del tutto sconosciuto: il cielo notturno. In verità il cielo notturno era una vasta distesa di sabbia, come un deserto senza fine, dove la notte regnava perenne e come unica sovrana.
I due nemici furono quindi costretti a diventare amici, unendo le loro forze per sopravvivere in quel luogo. Incontrarono una compagnia di uomini e donne, tutti vestiti con lunghe tuniche e molti gioielli.
Questi si offrirono di accompagnarli fino al posto ove anche loro erano diretti: la città di Kiliak. Le città erano gli unici spazi sicuri nel deserto, ed erano esse a dare origine alle stelle, con le loro luci accese continuamente per rischiarare gli abitanti.
I viaggiatori spiegarono inoltre un’altra importante cosa a Liaf e a Silia: nel cielo notturno venivano esiliati tutti i bugiardi dopo la morte.
Arrivati a Kiliak, Silia e Liaf chiesero udienza alla sua sovrana. La regina indicò loro l’unico modo di tornare nelle Terre Antiche. Dovevano raggiungere la capitale Laional, lì uno solo dei due sarebbe potuto partire servendosi della fonte della menzogna. Chi fosse tornato nelle Terre Antiche avrebbe avuto il compito di recuperare i frutti dei salici della radura ove si trovava la fonte e ritornare dal suo compagno con essi.
L’elfo e l’umano intrapresero quindi il viaggio. Furono attaccati da una creatura d’ombra che cercò di soffocare Silia, poi la loro vita venne messa a rischio da una potente tempesta di sabbia e infine furono costretti a superare una vasta distesa di acqua a nuoto, dato che le dune del deserto si erano trasformate in liquido. Il viaggio fece crescere la fiducia tra i due nemici, tanto che al suo termine ognuno dei due avrebbe affidato la sua vita all’altro.
Giunsero a Laionel. Il cavaliere della luce disse a Liaf di partire lui, riponendo nel compagno la piena fede. Questi partì, scomparendo nella voragine della fonte della menzogna.
Non si seppe mai cosa ne fu di Liaf quando tornò nelle Terre Antiche. Silia si convinse però che l’aveva tradita e quindi fece erigere una città enorme, molto più grande di qualsiasi altra. Questa città venne chiamata dagli umani Luna, e il suo compito era quello di far bruciare nel cuore dell’elfo per sempre il rimorso del tradimento.
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E passiamo al secondo racconto della giornata. Autrice: Martina; titolo: Era una notte di luna piena
Era una notte di luna piena. Eravamo seduti in un parco sull’erba umida, alle porte di Milano. Io ero una strega e Taylor un licantropo nero dagli occhi blu, il mio unico amore. Era tutto come lo avevo sognato. Sapevo che quella notte sarebbe stata la fine: la fine della faida tra le due famiglie, la fine della dinastia Diamond e forse anche la mia fine. Mi chiamo Erica,e discendo da una famiglia di potenti streghe, che danno da sempre la caccia alla potente famiglia di vampiri Diamond che terrorizzano tutte le creature magiche. La Congrega li aveva esiliati e proibito loro di trasformare i componenti della congrega ma non avevano rispettato il patto. C’era solo un modo per fermare tutto mettere fine alla discendenza dei Diamond .
Guardai Taylor negli occhi .“ Grazie tesoro di tutto!Scusa per quello che sto per fare, scusa se ti ho portato qui. Ma senza di te la fine non avrebbe senso, senza di te non sarei niente. Forse stanotte per me sarà la fine e se questo succede tu devi ucciderlo. Scusami se non te l’ho detto prima avrei fatto di tutto per venire stasera, anche mentirti. Ti prego Taylor non essere arrabbiato con me,non ora ho bisogno di te. Ti amo!” Due grosse lacrime rigarono il suo muso mentre chiudeva i grossi occhi blu. Ero pronta. Sentii taylor ringhiare, mentre una sagoma nera si dirigeva verso di noi con passo leggero il viso pallido gli occhi scuri. Un sorriso maligno gli scopriva i denti appuntiti, indossava capi raffinati tutti rigorosamente neri. Era Ivan il rampollo della famiglia Diamond. Era a pochi metri da me quando parlò. “ Ti sei portata il cane al tuo seguito , streghetta ?” Taylor continuava a ringhiare rabbioso.“Non rispondi? Il cane ti ha mangiato la lingua?”
“ Sta zitto Ivan tu non sai come finirà”
“ Perché tu si streghetta?Già, tu prevedi le cose ma sono tutti pettegolezzi non è così”
“Finiscila Ivan non sei qui per prendermi in giro“
“ E’ vero sono qui per sedurti e per ucciderti, e far vedere al tuo cane chi comanda veramente.” Taylor si posizionò fra me e Ivan, per proteggermi. Sentivo la paura crescere.
“ Cane spostati!” Taylor balzò in avanti e atterrò sul petto del vampiro buttandolo a terra. Con un urlo smorzato, Ivan scaraventò Taylor contro un albero con un rumore di ossa rotte. Urlai correndo verso di lui, inerme a terra. Sentii la rabbia corrermi dentro mentre Ivan rideva. Mi chinai su di Taylor, il respiro smorzato, gli occhi blu socchiusi. Mi voltai di scatto le mani bruciavano come fuochi ardenti mentre il vampiro rideva con gli occhi chiusi, la testa buttata all’indietro. Mirai dritta al cuore e lanciai una palla di luce. Sentii il rumore dell’impatto, l’odore acre di carne bruciata, gli occhi sgranati , il volo di pochi metri all’indietro prima di ricadere a terra. Mi avvicinai a lui.“Hai visto cosa sa fare una ragazzina, vampiro?”
“ Niente a confronto a quello che sa fare un vampiro!” mi ritrovai faccia a faccia con lui. “Io ti ucciderò stanotte e metterò fine alla tua famiglia di stupide streghe!” Ero paralizzata dalla paura., non riuscivo a replicare. Sentivo l’altra palla di luce tra le mani, ma non riuscivo a muovere un muscolo. Mi ritrovai contro un albero, mentre Ivan camminava verso di me. Lanciai l’altra palla di luce, ma lui la evitò. Guardai verso di taylor, cha pian piano si stava rialzando . Sorrisi, almeno lui stava bene. Era la fine. Guardai il vampiro avvicinarsi a me la bocca vicino al mio collo. Il morso fatale. L’urlo che lanciai, coprì anche le urla del combattimento tra il vampiro e il licantropo. Vidi Ivan cadere, taylor avvicinarsi a me. Il suo muso sopra il mio viso.
“ti amo” sussurrai.
“anch’io t’amo, tanto”
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scritto il Giugno 9th, 2009 da alphabetcity
Come ormai tutti si aspettavano, abbiamo iniziato a intensificare la pubblicazione dei racconti in lizza per il contest “Scrivi il tuo fantasy e incontra Licia Troisi!”.
Giada ci ha inviato la sua creazione, dal titolo: Sono una strega
‘Sono una strega. Una strega molto potente, una di quelle che ne nascono una ogni tremila anni e una di quelle che sono destinate a cambiare la storia. Mi chiamano la Strega Bianca della Luna.
Ho scoperto i miei immensi poteri all’età di sedici anni e da allora la mia vita è cambiata in modo irreversibile. Tra demoni e creature infernali, solo io sono stata scelta dal fato per portare il mondo sotto il mio dominio, solo io sono la custode del grande potere delle tenebre e solo io tra tutti i miei compagni sono umana.
Tutte le Streghe Bianche prima di me hanno fatto grandi cose, ma io sono quella che deve far prevalere il suo potere sul mondo intero. Io sono Kira, la Strega Bianca della Luna…’
“Sei pronta?” una voce gentile alle mie spalle mi fece sobbalzare. Chiusi di scatto il diario su cui stavo scrivendo e mi voltai cercando di mostrarmi tranquilla.
“Oh, stavi scrivendo, mi dispiace, non volevo disturbarti” L’aria per niente mortificata del giovane vampiro che mi stava davanti mi fece sorridere. Alto, magro e dalla pelle argentea, Zalder era il mio migliore amico nonché il mio maestro e consigliere.
“No, nessun disturbo, avevo praticamente finito” dissi con calcolata disinvoltura. Non volevo si accorgesse del mio nervosismo.
Zalder mi si avvicinò e mi guardò con i suoi occhi color smeraldo che sapevano penetrarmi nell’anima “Sei in ansia” mi disse accigliandosi “Sai che non devi farlo se non vuoi”
Sapevo a cosa si riferiva, ma finsi volontariamente di non capire “Cosa non devo fare?”
Il suo viso freddo come il marmo si velò di tristezza “Sai di cosa parlo Kira, la Notte della Rivolta può anche aspettare la prossima Strega Bianca”
“I Saggi dicono di no” ribattei con stizza. Mi dava fastidio che mi trattasse come una bambina solo perché era un po’ più grande di me. Non ne aveva il diritto, ero io a dover scegliere e l’avevo già fatto. Li avrei liberati tutti, non meritavano la sorte che era spettata loro. Non meritavano la maledizione che per millenni li aveva confinati a vivere nell’ombra e nella notte. Non lo meritavano e io li avrei aiutati, anche se questo voleva dire rimetterci ogni mio potere e, forse, anche la mia stessa vita.
“Se siamo stati castigati c’è un motivo Kira” cercò di farmi ragionare Zalder passandosi una mano tra i capelli neri come la notte “Noi siamo demoni, non dovremmo neanche esistere, ed è giusto così, il mondo non appartiene più a noi da secoli, non abbiamo nessun diritto su di esso”
“Io sono nata per farvi riavere ciò che vi appartiene, non cercare di dissuadermi, i Saggi sanno ciò che è giusto fare!” scattai con tanto impeto che per una frazione di secondo i sui occhi si accesero e diventarono color rosso vermiglio.
Il suo volto rimase impassibile, ma io conoscevo i sentimenti che quella maschera di pietra celava. Zalder era convinto che la sua razza non fosse degna di vivere, credeva che nutrirsi di sangue umano fosse un sacrilegio e un insulto a Dio e lui, pur essendo una creatura dell’Inferno, era molto religioso.
In quel momento vidi riflessa nei suoi occhi la mia immagine. Zalder mi prese tra le braccia e mi strinse forte a sé. Nonostante fosse difficile per un vampiro amare, sentii in quell’abbraccio un affetto così dolce e sincero che ogni mia paura passò all’istante.
Non mi importava più di quello che mi sarebbe capitato. Ora ero pronta ad andare incontro al mio destino e sentivo che, nonostante non approvasse la mia decisione, Zalder mi era vicino.
“È mezzanotte, è ora di andare Kira”
Gli strinsi forte la mano “Si, sono pronta”
Lanciai un’ultima occhiata fuori dalla finestra. Un lupo ululò alla luna.
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Ma non solo storie di vampiri, in redazione sono giunti tantissimi racconti e tutti di vario genere, quindi con la prossima storia entriamo in atmosfere più vicine al fantasy classico, con Un’altra possibilità, scritto da Marco:
«Io, Eiwynn, re degli elfi, condanno te Ishar colpevole di tradimento. Mostrandoti agli umani hai minacciato la sicurezza dei tuoi fratelli che ti hanno accolto come una di loro nonostante nel tuo corpo si mischi sia sangue umano che sangue di elfo. Lascio la decisione della tua sorte agli Irshwin, gli spiriti del fiume».
La folla esultò. Ishar pianse. Nessuno era mai tornato dal fiume.
Re Eiwynn accompagnò Ishar verso la riva e la spinse in acqua. Fu un attimo. Ishar, nel panico, si aggrappò al Re e caddero insieme nel fiume. I presenti rimasero in silenzio, erano sgomenti, ma nessuno si avvicinò all’acqua per aiutare il loro Re, avevano troppa paura degli spiriti.
Il contatto con l’acqua gelida fece svenire Ishar.
«Ishar!!».
Sentendosi chiamata Ishar si voltò e vide una giovane donna vestita con un abito bianco.
«Ishar! Sono Kahalan, tua madre».
Ishar non aveva mai conosciuto sua madre, gli dissero che era morta dandola alla luce.
«Re Eiwynn mi gettò nel fiume subito dopo la tua nascita, per punirmi di aver amato un uomo, ed ora la storia si ripete. Anche tu ti sei innamorata di un umano e hai subito la mia sorte».
Ishar non seppe cosa dire, era la prima volta che vedeva sua madre ed era ipnotizzata dalla sua voce e dalla sua bellezza.
«Devi sapere, figlia mia, che Re Eiwynn ha agito così per amore verso il suo popolo, lui teme gli umani come tutti gli elfi, ma in verità ne ha paura perché non li conosce. Purtroppo le poche volte che gli elfi incontrarono degli umani vennero alle armi per paura di venire assaliti. Gli uomini fecero lo stesso. Gli scontri si concludevano sempre nello stesso modo: i pochi rimasti in vita, sia uomini che elfi, fuggivano verso i rispettivi villaggi raccontando di aver incontrato dei demoni assetati di sangue. Gli umani non sono tutti malvagi, così come non tutti gli elfi sono buoni. Bisogna conoscerli, solo così tutto questo odio potrà avere fine. Ora vai, figlia mia, unisci i due popoli, questo è il tuo compito. Comincia dove io ho fallito».
Ishar si svegliò e si rese conto di essere ancora nel fiume. La corrente l’aveva trascinata verso un’insenatura più a valle. Conosceva quel posto. Vide Re Eiwynn ancora svenuto in mezzo al fiume in balia della corrente. Cominciò a nuotare verso di lui e lo trascinò a riva.
«Re Eiwynn» disse Ishar. Il Re aprì gli occhi e capì di essere ancora vivo solo grazie ad Ishar. «Grazie Ishar per avermi salvato. La paura verso gli Irshwin mi aveva immobilizzato e in più sapevo che la corrente del fiume mi avrebbe portato verso gli umani. Speravo solo di morire in fretta».
«Re Eiwynn, voi non dovete temere gli Irshwin» disse Ishar, «quando mi avete spinta nel fiume ho parlato con lo spirito di mia madre. E vi chiedo perdono per avervi trascinato con me nel fiume. Ero terrorizzata, non ragionavo». «Non preoccuparti» disse il Re, «mi hai salvato la vita e questo dimostra che anche tu hai a cuore il bene dei tuoi fratelli. In più, se sei qui, è perché gli spiriti hanno deciso così. E’ il momento di tornare al villaggio, non è bene farli preoccupare».
I due elfi si alzarono e, con gli abiti completamente bagnati, si avviarono verso il villaggio. «Re Eiwynn?» chiese Ishar. «Dimmi sorella» rispose lui. «Le devo parlare di ciò che mi è successo nel fiume, di mia madre e sopratutto degli umani». Il Re, sentendo nominare gli uomini, sbiancò ma rispose «Certo cara. Parla pure, la strada verso il villaggio è ancora lunga».
Il Re Eiwynn e Ishar si inoltrarono nel bosco e Ishar cominciò a parlare.
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