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scritto il Luglio 1st, 2009 da alphabetcity
Oggi ci prendiamo una pausa da contest, test e ci rilassiamo un po’. Ci dedichiamo ai lavori che sono giunti per il solo piacere di essere pubblicati. Questo blog è tanto bello soprattutto per la vostra partecipazione.
Il disegno che vedete qui di seguito è stato realizzato da Francesca, che ci scrive:
“Le immagini di Nihal si ispirano a quelle del fumetto delle “Cronache del Mondo Emerso”. Quella di Sofia, invece, è famosa a tutti per essere la copertina del primo libro de “La Ragazza Drago”. Infine il drago in basso a destra è una mia creazione. Forse lo rivredete presto nel mio oggetto per partecipare al nuovo contest.”

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scritto il Giugno 24th, 2009 da alphabetcity
Benissimo, mancano pochissimi racconti da pubblicare, dopodiché termineremo la rilettura dei racconti per annunciarvi i finalisti. Quanti finalisti? Non molti, ma il numero preciso non lo abbiamo voluto decidere a priori, infatti preferiamo scegliere i migliori a prescindere da quanti saranno.
Oggi, intanto, godetevi gli ultimi partecipanti del contest di scrittura. Dario ci ha inviato questa storia senzatitolo:
“Oh miei dei, che cosa ho fatto?” Fu la prima domanda che le venne in mente.
Gli occhi pieni di lacrime si guardavano intorno, ma un pensiero la colpì come un pugno nello stomaco: morte. Dovunque guardasse non si vedeva altro che morte e distruzione.
Le lacrime sgorgavano abbondanti dai suoi tristi occhi verdi.
Sono un mostro, pensò. “Perché a me?” gridò, con lo sguardo rivolto al cielo. “Cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo? Che cosa ho fatto per avere questo potere, capace di portare solo morte e dolore?”
Una scossa di dolore le percorse tutto il corpo.
Nell’accampamento anche Galyliel percepì. Un grido di dolore lacerò l’attesa dei dragoni. Il Re e le guardie accorsero nella tenda della Regina e la trovarono piegata in due dal dolore, che piangeva.
“Cosa ti è successo?” le chiese il Re preoccupato.
“Soffre, soffre tremendamente, riesco a sentirla. Qualcosa di terrificante deve essere accaduto sul campo di battaglia. Percepisco morte, tanta morte e l’immensa sofferenza di Naurel!”
Poi, guardando i soldati , gridò “Sellatemi il mio drago, presto!”
“Non puoi andare nelle tue condizioni!” protestò il marito.
“Devo andare, lei ha bisogno di me, la sento. Se non vado adesso, la perderò per sempre.”
Aggrappandosi al marito, raggiunse il drago rosso sellato e pronto al volo.
Con fatica gli montò in sella, si strinse al collo del possente animale e gridò “Vai!”. Gli mandò il pensiero del luogo della battaglia, dove c’era Naurel.
Nel frattempo nel campo di guerra regnava un’ aria di distruzione e soltanto i lunghi singhiozzi di Naurel rompevano il tetro silenzio.
Dopo circa venti minuti di volo, Galyliel era vicina al campo: c’erano alberi bruciati dappertutto, una lugubre aria di morte giaceva ovunque intorno a Naurel.
I corpi dei soldati erano disseminati nel campo, semi carbonizzati.
La Regina era senza parole. Finalmente il potere si era rivelato. Un potere antico, che per secoli era rimasto celato. Non c’erano più dubbi. Naurel era la detentrice del potere del Drago di Fuoco.
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Andiamo avanti con la storia di Chiara, dal titolo L’ultima battaglia:
Il sangue bagnava l’erba verde della valle e l’acre odore si confondeva con il leggero profumo dei fiori della primavera. Anche il vento non aveva un profumo di stagione. Maskan ansimava, il sudore che scivolava sul suo collo e la mano sulla ferita al fianco. Sapeva di essere stato ucciso, ma non era ancora il momento. Doveva mantenere la sua promessa: sconfiggere ed esiliare la Squadra Nera, i cavalieri nemici che da anni terrorizzavano il suo mondo, il mondo magico di Alone. Il nemico si avvicinò a lui e gli conficcò di nuovo la spada nella carne, trapassando la spalla destra.
Maskan avvertì la clavicola rompersi e urlò dal dolore
Che idiota era stato ad unirsi a loro! E solo per ricevere l’addestramento e la gloria che un cavaliere poteva guadagnarsi vincendo in battaglia. Ma la squadra Nera non puntava alla gloria: contava soltanto il potere, la potenza e la crudeltà. Per questo quando aveva incontrato June, un giovane mago che per la sua purezza di cuore aveva ottenuto l’immortalità, gli aveva fatto capire la vera strada. E così, assieme a lui, aveva fondato un’altra compagnia di cavalieri, l’Ordine della Croce. Aveva addestrato giovani, radunato truppe che aveva guidato in sanguinose battaglie per la libertà.
Avevano lottato e perso molti alleati. Per quella battaglia lui e June avevano riunito quasi tutto il popolo, anche donne avevano addestrato alla guerra. Tra quelle Sana. Lei era la donna della sua vita, una ragazza audace e combattiva, in lei viveva lo spirito guerriero di un uomo. Si amavano entrambi e presto avrebbero anche avuto un figlio. Pensò intensamente a lei lo pregava di non arrendersi, fino all’ultimo respiro.
“Ho una missione da compiere. Dipende tutto da me.” Si rialzò, la spada impugnata nella mano destra, mentre con la sinistra si reggeva la spalla ferita, e con la furia di una tigre si scagliò contro il suo nemico. Quando l’individuo lo colpì con l’elsa, Maskan si gettò su di lui facendolo cadere. Lo tenne immobile con un ginocchio sul ventre, la spada puntata alla gola. Il suo nemico rise:
- Così ti dimostrerai un cavaliere puro? Uccidendo un uomo disarmato? Fallo e basta.- Maskan esitò poi si rialzò calciando l’uomo al fianco:
-Basta uccidere: tu e la Squadra Nera dovete sparire da questo mondo che non vi ha mai voluto.- disse. L’uomo si alzò con un sorriso sinistro:
–Peccato che tu mi precederai nella tomba!- e trafisse con un pugnale il torace del giovane.
Maskan aprì la bocca pronto ad echeggiare un altro urlo di dolore ma non ne uscì un suono. Cadde a terra riuscendo a fatica a togliersi il pugnale. La testa sembrò essere sul punto di scoppiargli. Il suo nemico gli strappò dalle mani la spada e l’alzò per dargli il colpo di grazia e finirlo. Maskan attese paziente il colpo, ma non venne. L’uomo indietreggiò, una freccia conficcata nel petto e quando si fermò sull’orlo di un burrone la terra mancò sotto i piedi e precipitò. Era finita.
-Maskan!- June gli tirò su la testa. –Abbiamo sconfitto i nostri nemici per sempre!-
-Non li abbiamo distrutti definitivamente, mio caro amico June. E io non potrò esserci quando questo accadrà: mi sto spegnendo. Ma prima, June, tu devi farmi un grosso favore: Sana aspetta un figlio da me e questo sarà il primo di una discendenza di cavalieri. Ti prego! Quando sarà il momento dovrai prenderti cura del mio erede: sarà lui o lei a sconfiggere i nostri nemici. Promettimelo.- June aveva le lacrime agli occhi ma gli disse:
-Te lo prometto.- e i due amici si strinsero in un caloroso abbraccio finché Maskan non cadde inanime tra le braccia del mago.
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scritto il Giugno 23rd, 2009 da alphabetcity
Concetta Eleonora ci ha inviato La Missione:
Osservava la sua mano, chiusa ad artiglio, sulla pelle squamosa dell’essere sotto di lei. Ansimava. Il battito cardiaco accelerato. Un velo di sudore sulla fronte. La lotta era stata impari. Il nemico era troppo forte, astuto e preparato per poter anche solo pensare di poterla avere vinta. Eppure ci aveva provato. Nonostante tutto. Nonostante il mago avesse ampiamente spiegato che gli esseri di tal genere sono impossibili da vincere. La sua mano, ora, era macchiata da un liquido strano. Denso, lucido. L’essere, con uno scatto, si girò, atterrandola. Si era distratta. Come aveva potuto? In un attimo le parti si erano invertite, adesso era lei nelle condizioni di doversi difendere. Per non soccombere. Eppure sembrava che la bestia non avesse più un briciolo di energia. Ma, mai sottovalutare il nemico. Mai. Era la prima regola, e lei, ingenuamente, l’aveva dimenticata. Schivò i suoi colpi con agilità. La stanchezza si faceva sentire, ma il suo fisico era ben allenato. Cominciava ad esser tardi. Tra pochi minuti il secondo sole sarebbe sorto, vanificando i suoi sforzi. Doveva fare presto se voleva che la sua missione andasse a buon fine. Cercò di divincolarsi, ma la presa dell’essere era ferma, d’acciaio. La flebile luce del primo sole faceva capolino tra il fogliame. Una luce brillò a pochi metri da lei: la sua spada! L’aveva persa nel momento in cui era riuscita a piegare l’essere. Ora doveva solo cercare di riprenderla. Tese il braccio in sua direzione. Le dita sfioravano appena l’elsa. Cercò di allungarsi ancora di più. Tese ogni tendine, ma non era alla sua portata. L’essere capì cosa lei aveva in mente. Strinse allora la presa sul suo collo. Elenor si sentì soffocare; l’aria passava con sempre maggiore difficoltà attraverso la sua trachea. Con un ultimo, disperato tentativo, Elenor graffiò gli occhi dell’essere e approfittando dell’effetto sorpresa del suo gesto, con l’altra mano riuscì ad afferrare la spada, mentre la bestia gettava la testa all’indietro in un riflesso condizionato. Elenor approfittò di quel momento per trafiggerlo. Gli inflisse la ferita mortale nel suo unico punto vulnerabile, in mezzo al petto. Dalla ferita cominciò a sgorgare il liquido denso e lucido di cui aveva bisogno. L’essere non emise alcun suono. Semplicemente, la guardava sbalordito. Lentamente si accasciò su di un fianco. Non c’era nessun segno di sofferenza nel suo volto. Anzi sembrava sollevato. Eleanor si rimise in piedi. L’essere continuava a guardarla. Elenor non riusciva ancora a credere di aver compiuto la missione. Prese la boccetta dalla sua bisaccia e la riempì con la linfa vitale del suo nemico. Prima del sorgere del secondo sole. L’avrebbe portata al mago che avrebbe guarito il regnante e la povera gente delle sue terre. La pestilenza finalmente sarebbe stata debellata. La bestia l’aveva portata, la bestia l’avrebbe portata via. La guardò ancora una volta. Gli occhi chiusi. Le squame che ne ricoprivano il corpo, ancora lucide. Il respiro debole ma ancora vitale. Le ali chiuse, ferite, inservibili. Le zampe artigliate vicino al petto, vicine alla ferita. La bestia aprì gli occhi e la supplicò con lo sguardo. Nei suoi occhi il desiderio di terminare lì la sua esistenza. Lei, elfo di nobile rango, a questo punto aveva il potere di dargli la morte o di salvarlo. Ne ebbe pietà. Lottò con la sua coscienza. Lottò con le immagini di atroce sofferenza che la bestia aveva inflitto alla sua gente. Si disse mille volte sì e mille volte no. Alla fine decise. Gli tese la mano tremante, mentre il secondo sole illuminava fieramente la sua terra.
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Il racconto di Francesca è senza titolo:
Per lunghi sette anni la Guerra dei Draghi imperversò sul Mondo Antico generando più vittime che vittorie.
Da una parte i Draghi e i loro alleati Elfi, dall’altra gli umani con cui si allearono Nani e Maghi.
Ghalin osservava la scena dall’alto. Non poteva più combattere. Aveva esaurito tutte le energie con la magia. Non aveva più forza fisica, ma soprattutto mentale.
Davanti ai suoi occhi scorrevano le immagini dell’ultimo scontro, quello finale. Quello che avrebbe finalmente nominato un vincitore.
Ma non vi furono né vincitori né vinti. Solo sangue…
Ghalin camminava su quello che fino a poco prima era un campo di battaglia. Ora solo un tappeto di cadaveri. Avanzava lentamente, gli occhi che si posavano da un corpo a un altro alla ricerca di qualche superstite. Nessuno era stato risparmiato.
Ad un tratto si fermò. Davanti a lui si stagliava un enorme sagoma scura. La salma di un drago.
La bocca aperta. Un lungo e profondo taglio sul ventre dal quale scorreva ancora sangue caldo. Le ali spezzate. Le squame ora di un verde spento. L’occhio sinistro aperto, di un verde brillante, vivo, su quel corpo senza vita. Da esso spuntava una lacrima.
Ghalin si avvicinò tremante. Allungò una mano e toccò la lacrima.
Un bagliore accecante nella mente e si sentì risucchiato in un altro luogo e in un altro tempo.
Fu un attimo che sembrò eterno, mentre un istante dopo era ancora lì. La mano appoggiata al drago laddove un secondo prima c’era la lacrima. L’occhio ora chiuso.
Senza accorgersene Ghalin cominciò a piangere. Un pianto silenzioso, senza sussulti o singhiozzi. Solo le lacrime a scorrere copiose sulle guance.
Adesso sapeva quanto fosse stato alto il prezzo di quella guerra, quale fosse il suo vero volto.
Fu così che Ghalin prese la decisione che per sempre avrebbe cambiato la sua esistenza. Giurò a se stesso che gli avrebbe dedicato la vita. Avrebbe dato tutto, perché nulla, neanche questo, poteva lavar via il peso per ciò che aveva contribuito a creare.
***
Non fu facile convincere il suo maestro. Tuttavia riuscì ad ottenere il suo aiuto.
Ricevettero il permesso di indire un’assemblea nella città di Lor. Vi avrebbero partecipato, non solo l’Ordine dei Maghi, ma anche i sovrani di ogni popolo, protagonisti della Guerra dei Draghi.
La loro proposta di un accordo di pace sconvolse i presenti, i quali presero a dargli contro. Poi cominciarono ad azzuffarsi tra di loro. Invano il maestro di Ghalin tentò di riportare la calma. Era iniziata una guerra fatta di insulti.
Non funzionerà mai pensò Ghalin.
Il peso che gravava sulle sue spalle si fece ancor più pesante all’idea di non poter far nulla per cambiare le cose.
Intanto nella sala la situazione degenerò. Molti sguainarono le spade. Gli Elfi tesero gli archi. I Draghi presero a ruggire.
…Poi tornarono alla mente le immagini, le parole, che premettero con più forza sulla coscienza di Ghalin.
Non devo arrendermi.
Iniziò piano, con incertezza. Le grida ricoprivano completamente le sue parole.
Poi, inconsapevolmente, il tono della sua voce si fece sempre più alto, finché non sovrastò le altre. Tutti nella sala si voltarono verso di lui.
Finalmente ottenne l’attenzione che meritava. Le parole ora fluivano con decisione.
I presenti abbassarono le spade, gli Elfi riposero gli archi, il ruggito dei Draghi si spense.
Ghalin non seppe spiegarsi come ci riuscì. Sapeva solo che la Pace di Lor fu firmata.
Ebbe inizio la Ricostruzione. Il Mondo Antico sembrò rigenerarsi come da nuova vita. Aveva finalmente trovato il suo equilibrio.
Eppure nessuno si sarebbe mai aspettato che questo equilibrio venisse nuovamente distrutto…
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scritto il Giugno 18th, 2009 da alphabetcity
Non mancano tanti racconti da pubblicare e la prossima settimana ci sarà qualche novità… promesso!
Il lavoro è tanto, ma per fortuna è divertentissimo e noi non ci stanchiamo mai di rispondere ai commenti, leggere i racconti e scrivervi. In questo post pubblichiamo un disegno a matita, purtroppo dall’email che ci è giunta non siamo riusciti a capire chi lo ha realizzato. Chiunque sia l’artista, lo scriva tra i commenti!

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scritto il Giugno 17th, 2009 da alphabetcity
Per chi si è chiesto da dove vengono i nomi dei draghi che Sofia, Lidja e Fabio custodiscono dentro di loro, per chi è sempre curioso di conoscere nuovi particolari sulla saga della Ragazza Drago, e anche per chi non vede l’ora che arrivi la notte di San Lorenzo per sdraiarsi sotto un cielo stellato. per tutti voi, sappiate che: Thuban, Rastaban ed Eltanin esistono davvero!

Sono tre stelle della costellazione del Drago che si snoda tra l’Orsa Maggiore e quella Minore. I loro nomi provengono dall’arabo o e significano rispettivamente “drago” il primo e “testa di drago il secondo”.
Stranezza: pur non essendo la più luminosa della costellazione, Thuban è comunque la stella primaria e nell’antico Egitto era la Stella Polare.
Curiosità: il profilo descritto da questi astri sembra sia quello del drago Ladone che era a guardia dell’albero delle mele d’oro custodito nel giardino delle Esperidi. Ercole durante l’undicesima delle sue fatiche, per poter rubare i pomi uccise la bestia, il cui corpo agonizzante fu ritrovato dagli Argonauti. Giunone, allora, mossa a compassione dal pianto delle Esperidi lo trasformò in una costellazione.
Quindi non è la prima volta che Thuban si trova a dover proteggere un albero!
Esistono ben sette stelle del Drago che possiedono un nome antico, oltre a quello scientifico. Chi di voi pensa che compariranno altri quattro Dormienti e quindi altri quattro draghi, nella saga della Ragazza drago? E come potrebbe il professor Schlafen riuscire a proteggere ben sette ragazzi?
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scritto il Giugno 16th, 2009 da alphabetcity
Continua la pubblicazione di oggi con altri due, nuovi racconti:
Quando… di Matteo:
“Lama danzante alla luce della luna.,lama danzante sotto il sole del caldo deserto,lama danzante tra le barriere della vita”la poesia dei Cavalieri Antichi,cantata da quella voce infantile,un bambino,il cui volto era celato nella nebbia,nel cuore di Rimazu.
Più il testo giungeva al termine,più un verde paesaggio di montagna iniziava a fuggire dalle tenebre della nebbia,la nebbia che avvolgeva i ricordi del giovane cavaliere.
Accanto al bambino dagli occhi verde smeraldo era seduta una ragazzina di poco più grande di lui,Haray,la sua amica.Le cantava la poesia perduta,nota solo ai Cavalieri Antichi,e al suo animo che dal giorno in cui era venuto al mondo portava scolpita dentro,senza conoscerne il motivo.
Il ragazzo continuò a osservare ipnotizzato quel ricordo,celato nel suo profondo e solo ora tornato.
Nella realtà non era passato un secondo da quando era sceso nel profondo della sua anima,ma quei pochi istanti erano per lui ore.
Improvvisamente il paesaggio sfumò fino a far cadere il giovane cavaliere che si rialzò in mezzo al fango,sotto la pioggia in un villaggio nella terra di Cerety-Burn,di notte.
Un uomo correva nel buio,senza fermarsi,senza guardarsi dietro,la spada in mano ed il volto intriso di sudore,pallido.
Indossava l’armatura di cuoio e pelle tipica dei maghi guerrieri,ma non una barriera spiritica circondava il suo corpo atletico forgiato dai duri allenamenti,ed il ciondolo spiritico tipicamente luminoso non emanava il minimo bagliore,come se fosse stato privato di tutti i suoi poteri.
Dietro di lui buio ed ombre proiettate dalle poche fiaccole ai margini della via,era come inseguito da un nemico invisibile.
Pochi attimi e Rimazu vide il suo “io”correre a per di fiato urlando il nome di quell’uomo dal viso terrorizzato,come a volerlo richiamare alla vita ,per dargli forza,per dirgli di non arrendersi.
Sibilio nell’aria,pochi rumori di armi che si scontrano ed il tonfo di un corpo che cade,morto.
Il ragazzo era arrivato troppo tardi,l’assassino già scompariva nell’ombra,sui tetti di paglia delle case,in cui ignare famiglie dormivano beate al tepore del fuoco domestico,sorvegliate dalle satatue degli antenati,senza sapere ciò che accadeva a pochi metri da loro.
Rimazu rimase ad osservarsi nel fango,bagnato dalla pioggia chino sul corpo,piangendo,implorando il giovane ormai deceduto di aprire gli occhi.
Pochi secondi ed una ragazza dai capelli corvini sopraggiunse,Haray,nell’oscurità riconobbe l’amico con la katana in mano china sul corpo dell’uomo che amava,non aspettò che il ragazzo le parlasse e sguainò il pesante spadone a due mani che portava sulla schiena.
Lui non si rese conto di ciò che stava accadendo,e comprese troppo tardi l’errore commesso dall’amica,Rimazu si rivide colpito da quel micidiale spadone della ragazza guerriero,sacerdotessa della ninfa Terish-ki.
Il sangue gli uscì copioso dalla spalla destra e dal colpo al torace,troppo superficiale per ucciderlo,ma abbastanza profondo per impedirgli di parlare,di spiegare.Rimazu sputò sangue amaro,apri gli occhi e si trovò steso a terra,uno squarcio lieve sulla tempia sinistra,raggi di luce passanti tra le foglie gli scaldavano il viso,la sua katana,dono del suo maestro Yabutsu-sensei a pochi palmi da lui,e Haray ancora ansimante per lo sforzo di quel colpo che lo aveva sbalzato per oltre cento piedi,con gli occhi di chi cerca vendetta,sangue,morte.
Si alzò,la barriera spiritica non aveva permesso al colpo di ucciderlo.
Brandì la sua lama lucente,non potette cacciare l’immagine di loro due sul prato,felici,e della sera che li separò.Il triste pensiero gli turbò l’animo,voleva,doveva,farle capire che non aveva ucciso lui il suo amato Leon,che dovevano trovare insieme l’assassino,che in tutti quegli anni non aveva fatto altro che cercarlo ,ovunque,non aveva che sperato di trovarlo per vendicare l’amico,per ritrovare il legame con Haray.Ora non poteva che combatterla,colei che aveva considerato e considerava la sua amicaera dinanzi a lui,pronta a massacrarlo.
La ragazza era partita all’attacco con una carica poderosa,non potette più esitare,emanò la sua forza spiritica e si preparò allo scontro,decisivo,per loro due,e per il futuro dei propri Ordini.
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E poi è la volta di Marianna con Il destino di Selia:
-Selia!- una voce urlava il suo nome dall’alto della collina, ma lei cercava di ignorarla e continuava a fuggire. Lacrime amare cercavano di soffocare il ricordo delle risposte che aveva avuto da Rhenas. Risposte che fino a poco prima erano state tanto ambite e cercate, ma che in quel momento apparivano solo come una pugnalata all’anima. Raggiunse il pendio e si gettò con le spalle sull’erba umida. Pianse ancora, e quando non ebbe più lacrime rimase a fissare il cielo spennellato di arancio, senza guardarlo veramente. In verità la sua mente vagava. Si sentiva indifesa, ora che aveva appreso la sua vera identità non riusciva ad accettarla. Le risposta che aveva cercato avevano placato la sua sete di sapere, ma l’avevano denudata del guscio che si era formato intorno a lei nel tempo. Non era più Selia, ormai. Era una Reehja. La predestinata del mitico drago Arsha. Ne aveva impresso sul braccio il suo segno. Lei era stata scelta ancor prima di nascere e le era stato affidato un compito: riportare la pace. Ma ancora non si spiegava il perché. Doveva compiere il suo destino, privandosi di una vita normale? Non seppe trovare risposta.
Proprio in quel momento il suo maestro, Rhenas la raggiunse, ma non si fermò vicino a lei, raggiunse il margine del prato e lasciò perdere lo sguardo all’orizzonte. Trasse un respiro profondo.
-A volte nella vita accadono cose che non possiamo spiegarci.- disse il maestro, e Selia lo ignorò. –Capisco come ti senti. Ma non devi abbatterti. Devi compiere la tua scelta: vuoi andare incontro al tuo destino o ignorarlo?- La risposta non arrivò immediata.
-Io non credo che ognuno di noi ha il destino segnato. Siamo noi con le nostre azioni che ci costruiamo la vita. Siamo il passato e il futuro di oggi. Il destino ci impone una via, è vero, ma chi ti obbliga a cambiare strada?-.
A quel punto la ragazza si destò, e quasi si stupì delle parole del vecchio maestro. Davvero c’era un futuro alternativo? Rhenas avvertì la sua incertezza e riprese a parlare:-Hai ben capito, puoi anche continuare a fare una vita normale, se vuoi. Ma non ci sarà nessuno che seguirà il tuo destino al tuo posto. Nessuno ci può liberare. E se tu ti rifiuti nel farlo, allora il mondo intero è destinato a scomparire e anche la tua stessa vita…-
-Ma perché io? Cioè, non ho saputo proteggere la mia famiglia e non sono nessuno, solo una come tante altre.-
Il maestro allora affermò:-Tu sei stata scelta come Reehja perché hai l’animo più buono di tutte le persone che vivono su questa terra e la tua bontà saprà tener testa alla malvagità che ci circonda. Tu sei speciale dentro, Selia.-
Sembrò che la ragazza stesse per dibattere qualcosa, quando Rhenas si allontanò e la lasciò sola.
-Ti trovi a un grosso divario. Se sceglierai la strada di Arsha ci vediamo domani nella foresta.- gli fece eco la voce del maestro, prima di svanire dietro la collinetta.
Selia rimase ancora un po’ ad indugiare, poi raggiunse da subito la foresta aspettando il giorno seguente.
Il maestro venne e con un incantesimo le permise di compiere la sua missione. Si sarebbe addormentata mentre la sua anima affrontava il combattimento contro il Male e la cattiveria.
Si stava compiendo il destino che Arsha le aveva riservato. Il suo destino, a cui non poteva sfuggirle, perché sarebbe morta e con lei anche la vita di tutti gli altri che l’aspettavano. Doveva combattere e salvare il mondo per la pace. Non aveva scelto lei questo destino, ma a volte le cose accadono e basta. Bisogna accettarle. E Selia lo aveva fatto, ricevendone come ricompensa pace e gloria eterna.
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scritto il Giugno 11th, 2009 da alphabetcity

I draghi, creature mitico-leggendarie, grandi serpenti alati o non, in grado di sputare fuoco e incutere terrore seminando una vasta scia di fascino e mistero. Alle origini di queste creature che tanto popolano il mondo del fantasy e i sogni di Sofia vi è la parola latina draco proveniente dal corrispondente greco che aveva il significato di serpente, ma forse anche il verbo, sempre greco, che significava guardare. Dunque: corpo di serpente, zampe da lucertola, artigli da aquila, fauci di coccodrillo, denti di leone, ali di pipistrello, poteri sovrannaturali, una saggezza infinita (ecco cosa succede a sopravvivere centinaia di anni) e una vista acutissima.
Dormireste sonni tranquilli se sapeste che questa bestiola alberga dentro di voi?
Dipende.
Se il vostro drago segue le orme dei suoi perfidi antenati occidentali forse no, ma se invece preferite i saggi cugini orientali le cose cambiano notevolmente.
Infatti in Europa i draghi erano simbolo di lotta, di violenza e di guerra la loro immagine veniva spesso utilizzata come araldo in battaglia. In epoca medioevale queste creature sono state al centro di moltissime leggende tra cui la più famosa è quella di San Giorgio e il drago; storia di un santo che ammansisce, e poi decapita, una gigantesca bestia che faceva razzia di pecore e belle fanciulle indifese nel villaggio vicino al suo nascondiglio.
D’altro canto, invece, in Oriente i draghi, simbolo della famiglia imperiale, sono, assieme alla fenice, alla tartaruga e all’unicorno, uno dei quattro spiriti benevoli e vengono considerati sia esseri malefici che guardiani e difensori di antichi tesori e luoghi magici, e, naturalmente, portatori di grandissimo sapere e conoscenza. Senza le famose ali, ma dotati di baffi, zampe corte e un lungo corpo flessuoso, hanno popolato per anni le fantasie di grandi e piccini.
Pensate di saperne abbastanza o preferite studiare di più come Lidya e Sofia?
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scritto il Giugno 8th, 2009 da alphabetcity
I due racconti che vi apprestate a leggere sono molto diversi fra loro, ma sicuramente vi piaceranno entrambi.
Iniziamo con Il drago e il guerriero di Raffaele:
Il vento soffiava impetuoso, e ad un tratto un bagliore accecante investi l’intera città .La città era quella che aveva il più grande castello che ospitava i prigionieri di guerra : della guerra dei nani e dei troll.
Mi svegliai vicino a un muro crollato e subito mi resi conto di che cosa era successo, e mi misi a camminare per cercare qualche arma o qualche strumento in caso avessi bisogno di difendermi. Trovai delle guardie senza corazza e armi quindi capii subito che altri prigionieri erano scappati prima di me . Dopo un po’ di ricerca trovai il corpo del capitano delle guardie con ancora addosso le armi e la corazza, allora le presi e cominciai a incamminarmi verso l’ignoto.
Il sole stava tramontando quando vidi un accampamento nemico bruciare. Mi misi a correre in direzione dell’accampamento quando vidi un drago che cercava di volare via, e mi avvicinai per liberare il drago dalla grande catena attaccata al collo. Ma appena mi avvicinai cominciò a sputare palle di fuoco incandescenti, però ad un tratto crollò una trave che prese in pieno l’ala del drago. Il drago subito si mise a gridare e allora io mi gettai sotto di lui per rompere la catena con la spada, che dopo primi tentativi falliti si ruppe, e il drago volò via. Io mi misi a correre per scappare dalle fiamme ma un telo infuocato mi bloccò la strada. Il drago che era già in volo mi vide e mi prese portandomi via dal fuoco.
Dopo un paio di minuti di volo il drago atterrò, mi lasciò cadere sul morbido terreno, sedette e mi guardò con due enormi occhi. Dopodiché mi addormentai.
Mi svegliai appoggiato all’enorme pelle ruvida, mi alzai di colpo per la paura, ma poi mi ricordai della sera prima. Mi incamminai per andare a caccia, quando il drago si alzò, dispiegò le ali e cominciò a volare una ventina di metri sopra il bosco poi, d’un tratto si gettò in picchiata nel folto. Feci per andare a cercarlo quando lo vidi risalire di quota con in bocca tre cinghiali, tornò da me e mi spinse un cinghiale addosso. Come segno di gratitudine lo accarezzai, e mentre lui mangiava io tagliavo il cinghiale e preparavo il fuoco. Dopo circa mezz’ora il drago stava ripulendo tutto e io mi affrettavo a mangiare, i resti li avvolsi nella pelle e li misi nel sacco che avevo fatto con tutte le pelli di cinghiale. Partimmo dopo circa un ora, cercai di salire sul drago ma appena ci provai lui si girò e sbuffò, però io continuai e malgrado il mal umore del drago alla fine riuscii nel mio intento, e partimmo per altre avventure e combattimenti dato che io e il drago eravamo uniti per sempre.
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Ed ora passiamo a Dannata per sempre, scritto da Ilaria:
Brucia. Incide. Soddisfa.
La lama del pugnale striscia sulla mia pelle come fuoco freddo, con un suono acuto, per donarmi quel minimo di liberazione a cui aspiro da ormai troppo tempo.
L’argento è il mio nemico, il mio opposto, eppure lo affondo nella carne con veemenza, con rabbia, con disperazione, e cerco ogni volta di affliggermi più sofferenza possibile.
E’ il mio modo di espiare i peccati che non posso evitare di compiere, giorno dopo giorno, notte dopo notte, perché la mia sete è implacabile. Terribilmente implacabile.
Eterna, come la mia inutile esistenza. E non vi è possibilità di scampo.
Provare non basta. Il terrore di quei raggi di luce mi impedisce di fare ciò che dovrei, di togliermi la vita come sarebbe giusto che avvenga, invece sono troppo codarda per attendere allo scoperto l’ascesa della temuta alba, di compiere quel fatidico passo che potrebbe liberarmi da ogni supplizio.
Ma non per questo rinnego tutto il male che ho commesso, tutto il sangue innocente che io stessa ho versato.
I tagli del giorno prima sono già scomparsi, completamente rimarginati, opera del mio inumano organismo, e mi compiaccio nel vedere la profonda ferita che lentamente disegno dalla piegatura del gomito sino al polso. Gioisco e piango nel guardare le gocce di sangue scuro che sporcano il pavimento di quel freddo tugurio.
Voglio morire. Voglio morire, dannazione!
Sono stanca di desiderare solo e unicamente quel cocktail dolciastro che pulsa sotto la pelle della gente, sono stanca di essere sempre alla ricerca di quel calore che da secoli mi è stato sottratto, di nascondermi furtivamente in ogni singola ombra della notte.
Questa non è vita, è una maledizione!
Allento la stretta sull’elsa, lasciando cadere il pugnale d’argento. Il tonfo metallico riempie il sotterraneo sinistro, lanciando vibrazioni che sento correre lungo tutti i corridoi e rimbalzare sui muri, spaventando le miriadi di animaletti che percepisco tra le grate di ferro.
Lascio che il mio corpo si addossi stancamente al muro umidiccio e pieno di muffa di quell’orrido seminterrato, mentre brividi pulsanti percorrono il taglio con una velocità che quasi non si avverte. Ma i sensi sviluppati non lasciano sfuggire nulla.
Conosco ogni giuntura che tenta di rimarginarsi tanto lestamente da provocare più dolore di quanto non me ne sia fatta poco prima. Distinguo il particolare bruciore e l’ustione che si delinea ai lati slabbrati dello sfregio, quello stesso bruciore che mi fa ansimare, gemere, soffrire, desiderare di farlo ancora e ancora, all’infinito, sino a quando il potere inarrestabile del metallo benedetto diventi tanto intenso da costringermi ad esalare l’ultimo, agognato respiro.
Singhiozzo e mi lascio scivolare sino a terra, graffiandomi la schiena nuda contro la ruvida parete in mattoni.
La semplicità nella mia vita non esiste.
E’ inutile sperare ancora.
Il futuro si staglia davanti ai miei umidi occhi come un buco nero dal quale io non uscirò mai. Questo, per noi Vampiri, è l’Inferno. Il nostro circolo vizioso.
Tante domande senza risposta, un’unica certezza.
Perché io, Roxanne, sono Dannata. Dannata per sempre.
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scritto il Maggio 27th, 2009 da alphabetcity
Il primo racconto ci parla di un legame inscindibile tra un’umana e un drago. Lo scrittore è Manuel e il titolo è: Annie e Hara
“Hara”,così doveva chiamarsi il drago,almeno credo,visto che per colpa della nebbia non riuscivo a leggere il nome inciso sul piccolo ciondolo dorato appeso al suo collo.Era uno dei pochi,o forse il solo drago rimasto in vita sulla terra, ipotesi che avevo dedotto basandomi su fatti storici,i quali narravano di una grande guerra tra umani e draghi.I draghi,sconfitti,morirono tutti; pochi se ne salvarono.Dedussi che era l’ultimo drago rimasto anche perché non se ne vedevano da un pezzo a Sherka, anche detta “cuore del drago”,il mio villaggio natale.Accarezzai dolcemente la testa squamata del drago, lei mi fissò, poi si alzò in piedi e mi leccò sulla guancia destra: era forse segno di affetto? Fatto sta che la portai via con me e la nascosi in una piccola grotta nei boschi,vicino al villaggio: non potevo certo portarla a casa, avere rapporti con un drago o con animali simili significava la pena di morte,questa era una delle regole fondamentali,nel villaggio in cui vivevo.- Stai buona qui, tornerò domani – le dissi,“daccordo?” Il drago sembrò aver capito,si avvicinò e mi si strusciò addosso.Dal giorno in cui trovai Hara ogni sera andavo a trovarla e le portavo sempre del cibo: carne,avanzi,che lei divorava velocemente.I fiori cominciarono a sbocciare, e come loro anche gli alberi germogliarono:era arrivata la primavera.Alcune persone del paese però cominciarono a sospettare qualcosa visto che ogni sera mi avviavo nel bosco.Fu questo uno dei motivi per cui decisi di condividere il segreto di Hara con il mio migliore amico,Alan. - Questa è Hara – dissi ad Alan.Per un secondo lo sguardo di Alan sembrò quello di una persona che aveva appena visto un fantasma; poi scrutò gli occhi e si placò: - Ma dove l’hai trovata,Annie? – mi chiese. - si chiama Hara.O almeno così c’era scritto sul ciondolo che aveva sul collo,era in cima alla montagna — Annie! Lo sai che puoi essere uccisa,per questo? È una delle regole del villaggio – esclamò Alan. - Ne sono consapevole- dissi,- ma non me ne importa niente.-Passarono diversi giorni e l’autunno era di nuovo alle porte.Lo ricordo bene però quel giorno.Era un martedì,stavo tornando dalla vecchia collina e avevo raccolto molti bei fiori, quando da lontano qualcosa attirò la mia attenzione.C’era molta gente,se non ricordo male,forse troppa.Avevano spranghe, bastoni e torce di ogni tipo erano tenute in mano dalle mani grinzose di alcune persone:- Eccola,è lei,la traditrice! Si,Traditrice! –Due soldati sbucarono da dietro,con aggressività mi bloccarono i polsi legandoli con una fune.Non opposi resistenza, era inutile,non potevo fare niente. I due soldati cominciarono a incamminarsi e a dirigermi verso la grotta. - Annie,no! – esclamò mia madre. Io per un secondo la guardai negli occhi,erano lucidi, stava per piangere.Abbassai lo sguardo e le guardie mi spinsero ancora avanti.Una persona in special modo attirò la mia attenzione,era Alan.Lo guardai per un istante nel tentativo di intuire cosa facesse.Infine le guardie mi portarono all’interno della grotta,dove c’era anche Hara.- Non preoccuparti – le dissi. Hara mi guardò,distolse lo sguardo e mi guardò nuovamente, poi emise un sibilo.Entrambe leguardie sguainarono le spade,si fissarono negli occhi finchè una delle due non fece cenno all’altra muovendo la testa in su e giù.L’ultima cosa che ricordo è che io ed Hara ci guardammo nuovamente negli occhi,poi un forte dolore interruppe quel momento.Dall’albero cadde una foglia secca, era arrivato l’autunno.
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Adesso passiamo alla storia scritta da Mariateresa che narra l’origine di un mondo e il cui titolo è Genesi di Isgard
(Estratto da Eorclastann, opera dello storico Gwydion)
Prima che la terra fosse plasmata,esisteva Alwalda,detto dagli uomini l’Onnipotente.Alwalda possedeva la stessa forma che in seguito ebbero i suoi figli,fonte inestinguibile ed immensa di luce ed energia.Egli creò partendo da se stesso tutte le cose ora esistenti,imprimendo in ciascuna una diversa parte di energia,detta natura e unica per ogni essere.Iniziò pronunciando il nome della luce,e da quel momento essa fu la parte essenziale di tutte le sue creature.La luce si liberò in uno splendido bagliore bianco,eppure costituito nell’insieme da tutti i colori e dalle loro infinite sfumature.L’energia che si sprigionò fu potente e vasta quanto il Creatore,si espandeva in tutte le direzioni seguendo l’inclinazione in essa già posta,e nel Vuoto vi furono lo spazio trapuntato di stelle e i corpi celesti noti e sconosciuti.Ma ammirando gli astri incandescenti e lo strato di rocce e polvere dei pianeti desiderò non essere il solo a poter amare,e così diede vita ai colori che componevano la sua luce,e nacquero gli Aesir che gli umani chiamano Dei o Angeli.Fatto questo Alwalda si ritenne soddisfatto del suo lavoro e scelse la Terra, che in seguito gli elfi chiamarono Isgard, per riposarsi assieme alle nuove creature.Ma Isgard era spoglia e desolata,informe massa di fuoco liquido ,e nessuna vita vi era compatibile.E allora Alwalda le infuse luce ed energia maggiore di quella già presente,perchè crescesse più forte e più bella di ogni altra cosa da lui creata,e la Terra lentamente prese forma.Venne l’aria,che spazzò via i vapori soffocanti che impregnavano l’atmosfera,e il suo soffio vitale era lo stesso impiegato dal Creatore per plasmare.Così il fuoco si raffreddò,la roccia fusa divenne terra solida,e il vento portò le nubi e con esse la pioggia.La pioggia colmò i solchi scavati nella terra dal fuoco,nacquero i fiumi,i laghi e i mari,e dal terreno lambito dall’acqua furono generati i germogli delle piante.Poi il Creatore lasciò che ciò che aveva creato crescesse fino a raggiungere l’aspetto definitivo,e ad ogni Aesir assegnò la protezione di una delle sue creature.Tutta la superfice terreste fu popolata da ninfe,Aesir devoti alla cura della natura nel mondo.C’erano altri Aesir,i quali ebbero a cuore la luce in tutte le sue forme,ed essi regnavano sia durante il giorno che durante il crepuscolo e la notte. Trascorsero 5 miliardi di anni,il regno di Alwalda era prosperoso e felice,l’armonia dimorava nei cuori dei suoi figli e il mondo si espandeva in pace e tranquillità.Eppure vi era uno degli Aesir che non godeva di quella felicità:Sceadu, detto anche dagli uomini l’Ombra.
L’Ombra aveva tante forme e tanti nomi,tra i quali l’appellattivo di Araer,poichè era il protettore dell’alba.Era il più bello,per corpo e per mente,dei figli di Alwalda,e nessuno lo eguagliava in potenza ,a parte suo fratello Morgen devoto al Creatore.La sua brama di luce era così grande ed insaziabile che,contrariamente alla sua natura,egli concepì l’idea di impadronirsi non solo della luce di tutti gli Aesir,ma anche di quella dell’intero universo.Ma si avvide ben presto che la sua oscura avidità non solo lo tormentava con la sua incontentabilità,ma che non riusciva a godere della luce di cui si impadroniva.E allora passò dal desiderio all’odio incondizionato contro tutto e tutti,perfino contro la luce da lui bramata,e fece del suo unico motivo di vita la distruzione di ciò che Alwalda aveva creato.
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scritto il Maggio 25th, 2009 da alphabetcity
Stefano ci ha inviato un racconto dal titolo
Memorie del regno di Kraut
Eppure era convinto di averlo lasciato lì. Chiuse per un attimo gli occhi cercando di ricordare dove lo aveva posato la sera prima. Quando li riaprì incrociò la propria immagine riflessa davanti allo specchio. Era stanco, la terra sul viso mascherava il suo colorito pallido, e le guance scavate erano il segno di quanto era stato faticoso finora quel viaggio. Poi il piede urtò qualcosa, guardò a terra e finalmente vide quello che cercava. Era il medaglione che Eveline gli aveva regalato il giorno del suo primo combattimento. Da allora non se n’era più separato.
«Maledizione, Liam! Datti una mossa!» urlò Lev battendo ripetutamente i pugni contro la porta. «Hai intenzione di mandare all’aria il piano?»
«Arrivo» rispose Liam asettico. Fece scivolare in fretta il medaglione intorno al collo, poi diede un lungo respiro e uscì dalla stanza.
Lev aveva già lo zaino in spalla e abbracciava un enorme libro polveroso.
«Dai su, muoviamoci» disse ansioso.
Abbandonarono la locanda. La nebbia che da mesi era calata sul regno era talmente fitta da rendere impossibile distinguere il giorno dalla notte.
Nessuno dei due ragazzi pareva aver voglia di parlare. Lev prese l’iniziativa:
«Sei preoccupato per lei, vero?»
Liam annuì.
«Stai tranquillo, Eveline è una ragazza in gamba. Se la sarà cavata anche stavolta» gli assicurò Lev, «e poi è l’unica capace di cavalcare un drago!»
Ma Liam non lo ascoltava nemmeno, con gli occhi sgranati fece cenno al suo amico di guardare davanti a sé.
Un’immensa ombra gli si stagliava di fronte.
«La fortezza!» esclamò Lev.
A momenti sarebbe arrivato il carro dei rifornimenti. Liam e Lev ne avrebbero approfittato per oltrepassare le mura.
«Eccolo lì», Liam indicò il carro.
«Posa la mano sulla mia spalla» disse Lev liberandosi dello zaino, «e ricorda: l’incantesimo dura solo tre minuti, bisogna essere veloci!»
Lev sussurrò una formula presa dal suo libro di magia, e di colpo, in mezzo a quella nebbia, furono ancora più invisibili.
Iniziarono a correre. Passi trasparenti risuonavano fra il selciato e i gradini che portavano alle torri.
«Corri, Liam! Corri! Conta e corri!»
Liam era allo strenuo delle sue forze. Sguainò la spada. Quando ritornarono visibili era faccia a faccia con la sentinella di guardia alla torre ovest. Gli si lanciò addosso affondando la spada nel ventre del nemico.
I due compagni si guardarono ansimanti. Lev abbozzò un sorriso sofferente:
«Ora bisogna solo aspettare» disse con quel poco di fiato che gli era rimasto.
Attesero per un tempo interminabile.
Liam era seduto a terra con gli occhi chiusi, cercando di cogliere ogni minimo suono. Gli sembrò di avvertire il grido di un drago. Lo sto immaginando. Poi lo risentì più forte.
«Hai sentito?» gridò Liam balzando in piedi. «E’ Eveline… Lo sapevo che sarebbe riuscita a recuperare il veleno in tempo!»
Il drago puntava verso la torre ovest. Quando fu sopra le loro teste, Eveline lasciò cadere un’ampolla di vetro. Poi, così com’era comparsa, sparì nell’oscurità.
Liam prese al volo l’ampolla ed esaminò il denso liquido nero che vi si trovava dentro.
«Sei sicuro che funzionerà?» chiese preoccupato.
«Certo! Leggi tu stesso», Lev gli porse il libro. «Qui! Sotto la voce immortalità».
L’incantesimo viene spezzato solo ferendo l’essere immortale con una lama intinta di veleno di Acromantula. Inoltre chi ferisce deve possedere il medesimo sangue di chi viene ferito, ragion per cui l’incantesimo può essere annullato o dall’essere immortale stesso o da un suo diretto discendente.
Avrebbe preferito non leggere quelle ultime parole.
«Vengo con te, Liam!»
«No, Lev! E’ una questione fra me e mio padre…»
Liam strinse forte il medaglione di Eveline. Poi corse incontro al suo destino.
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Piaciuto? E ora passiamo a una storia scritta da Francesca:
Il paracadute fluttuava in quella pozza grigia di immenso cielo.
La loro vita era appesa a quel sottile filo cosi come lo è la vita di ogni uomo fra le dita di una parca.
Diario.
20 maggio
Era impossibile schivare le pallottole, ondeggiavamo aggrappati ai paracaduti incitandoci a vicenda ed augurandoci la vita.
Erano nascosti fra le fronde fitte degli alberi, simionti dai colori sgargianti si muovevano veloci e repentini tanto che era per noi impossibile individuarli e colpirli.
Mentre noi eravamo facili prede.
Io sono sopravissuto al tiro nemico cadendo fra le fitte spighe di un campo di grouton con me Adam, July e Peter degli altri non so nulla.
21 maggio.
La sveglia non ha avuto modo di funzionare, nessuno ha chiuso occhio e siamo strisciati corpo a corpo lungo il fiume denso di alghe gialle al confine con la fortezza di Ulivan, i muschi parlavano di terre antiche, un vecchio Stotik ci ha raccontato di un campo di umani poco lantono da qui, tentiamo di raggiungerli.
22 maggio
Ieri sembrava possibile una fine positiva, oggi nell’aria si spande l’odore acre di morte e putrefazione, temiamo il peggio.
July sta male, una strana spossatezza l’ha colpita dopo aver mangiato le bacche mature dell’albero dell’allegria, ne ho mangiate anche io, ma non ho alcun sintomo, le armi sono pronte al combattimento, ma dei simbionti non vi è traccia.
Ci siamo accampati per dare modo a July di riprendersi abbiamo filtrato l’acqua con il kit di sopravvivenza non vi sono residui chimici, ma qui tutto è strano e la vita non sembra vita.
Ho un vago ricordo della terra su cui ho trascorso la mia gioventù prima di aruolarmi come volontario in questo esercito di esploratori.
“Nuovi mondi e nuove vite” recitava il volantino che avevo trovato sul portone di casa, avevo diciassette anni e nulla da perdere nel partire.
Temo il peggio per July.
23 maggio
La luce fioca di questo triste freddo sole verde rende tutto privo di voglia di vivere, tutto si muove e striscia e degli uomini non vi è traccia.
Questa notte un Gorbotan si è arrampicato sulla gamba di Peter i lunghi baffi si sono insinuati sotto la tuta ed i mille aghi dei suoi tentacoli rossi hanno penetrato la carne di Peter come fosse stata di burro.
Ho visto il suo gonfiarsi e cambiare colore ed ho sentito il lento diminuire del respiro di Peter paralizzato dal veleno che velocemente fluiva nelle sue vene mentre il sangue ne usciva bevuto dal Gorbatan.
L’ho ucciso ma non so se la gamba andrà in cancrena.
24 maggio
Camminiamo da ore e l’aria filtrata dalle machere è dolorosa da respirare come polvere che si alza e ricopre tutto dopo un bombardamento, ma sulla terra sapevo sarebbe passato presto qui non ha fine.
Registro ogni cosa che accade, voglio che se non dovessi rivedere casa rimanga qualche cosa di me, anche se so che è un’illusione questo aggeggio a cui parlo mi da forza per andare avanti.
Abbiamo anche intonato una canzone siamo uniti e vigili.
Eccoli, il loro capo base dopo dovrebbe trovarsi quello umano!
Ce ne sono tanti, alcuni uniti gli uni agli altri ricoperti di spore e viscide placche blu.
I Gorbatan sono feroci ce ne sono centinaia, loro non temono nulla, macchine addestrate ad uccidere e che sanno di dover morire, null’altro per la loro vita.
Uno sfavillare di colori e l’odore di sangue è denso nell’aria, si sono alzati in volo possenti e maestosi i Sakshii con le loro ali sgargianti e le lunghe velenose linghe retrattili…
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