_gat._anonymizeIp(); pageTracker._initData(); pageTracker._trackPageview();
Archivio articoli contenenti il tag: ‘Contest’

News da La ragazzo drago 3!

scritto il novembre 22nd, 2010 da alphabetcity

Pensavate che ci fossimo dimenticati di voi?!? E invece no! Al contrario, stavamo lavorando per voi! Cari ragazzi drago ecco news fresche, fresche sui cntest organizzati:

– I 5 racconti scelti per il contest Scrivi il tuo fantasy e incontra Licia Troisi sono in viaggio verso Licia! Finalmente la nostra amata scrittrice ha un po’ di tempo per leggerli e scegliere il suo preferito! EVVIVA! :)

– Stiamo organizzando gli incontri con Licia… non disperate e incrociate le dita!

La pazienza è la virtù dei forti… non demordete! Noi ci siamo sempre!

Pubblicato in Contest | | 330 Commenti »

La fine?!?

scritto il ottobre 25th, 2010 da alphabetcity

Carissimi e fantasiosissimi ragazzi drago, l’ultima puntata sta per scorrere di fornte ai vostri occhi… Curiosi?

Il nostro genellaggio continua e perciò la prima parte di questa attesissima decima puntata la potrete trovare su Licia Fantasy!

Ho molto altro da dirvi, ma immagino quanto voi siate curiosi e quindi lascio le chiacchere per dopo la lettura! :)

Solo i saggi occhi di Camlost videro la scena, solo i suoi occhi atti a comprendere le scienze arcane videro la fitta rete di fili che il destino stava  tessendo con crudeltà e precisione. Un filo, una trama. Una trama, un sogno. E, per Tilly, un sogno, un incubo. La fatica stava per avere la meglio su Kevrah quando la grotta gli apparve dinnanzi come per incanto illuminata di rosso da una luna impietosa. Si avvicinò all’antro tremante e stremato mentre la sua protetta nel sonno si agitava a tal punto che anche solo tenerla in braccio era diventata una impresa impossibile. Ainwen si rivelò uscendo dall’ombra, strane e profonde rughe solcavano quel viso che fino a un attimo prima era apparso giovane e radioso: “Ho infranto il patto che avevo con Guglielmina e che tutti gli abitanti del mondo magico mi invidiavano senza sapere quanta crudeltà quella donna fosse in grado di covare dentro di sé. Non sono più sua serva, aiutandoti mi sono ribellata e la vita fugge da me come avrebbe dovuto fare man mano in questi anni. Tra pochi minuti sarò solo polvere” I capelli le si fecero bianchi e radi, la voce divenne un rantolo sottile: “Se vuoi davvero aiutare Tilly dovrai spargere sui tuoi occhi la polvere magica del vecchio Camlost e ti ritroverai nell’incubo della guardiana. Potrai aiutarla, sarai persino più potente di Guglielmina, ma…” un rantolo le spezzò il fiato in gola: “Ma?” le fece eco Kevrah impaziente: “Ma tutto ha un prezzo ragazzo” il viso invecchiato stava perdendo sottili starti di epidermide e lasciava intravedere le ossa del cranio: “Dovrai rinunciare alla tua libertà mezzelfo. Per sempre”. Quella che era stata la più bella strega del regno si tramutò in polvere spazzata via da una folata di vento.
Kevrah sgranò gli occhi: era paralizzato. Pallido in volto e con la bocca spalancata rimase fermo e muto per un istante che parve non avere mai fine. Tilly continuava a lamentarsi e a delirare.

Stava soffocando. Nessuna speranza, nessuna alternativa. Stava soffocando. Stanca di divincolarsi Tilde pensò al suo triste destino. Proprio in quel momento la zia mollò la presa:

“Ora che hai capito chi è la più potente tra noi hai due scelte: morire o consegnarti a me. Avanti piccina, fai la scelta giusta”

“…”

“Prendi pure fiato. La tua resa sarà epocale, voglio sentirti scandire le parole”

“…”

“Ti suggerisco una frase semplice del tipo: sarò la tua umile schiava”

“Non mi avrai mai vecchia strega!”

Una lampo di luce squarciò il cielo. Tilde si ritrovò catapultata sulla cima di un monte con di fronte la sua nemica giurata: “Sono io che comando insulsa marmocchia!” furono le sue ultime parole prima di lanciarsi in una folla corsa verso il nulla. Quando i piedi della donna si staccarono da terra la figura della vecchina scomparve per lasciare posto a quella di un enorme drago violaceo nero. Le sue fauci, i suoi artigli e l’odio nei suoi occhi rossi di rettile fecero indietreggiare la ragazzina che, terrorizzata, urlò con tutto il fiato che aveva in gola.  Il drago le si parò di fronte e la folata di vento causata dal movimento delle sue ali spinse la sua preda verso il precipizio. È la fine pensò. E lo pensò indietreggiando verso il baratro. Tilly, con le lacrime agli occhi, nella sua disperazione si decise. “Non mi avrai!” E di colpo saltò. Ma un altro drago ne impedì la caduta. Le sue scaglie emanavano una luce potente e prima di accasciarsi sulla sua schiena la ragazzina sussurrò abbozzando un sorriso: “Kevrah…” In un attimo i due furono in piedi l’uno accanto all’altra pronti a lottare per difendere Onyrism. Le fiamme del drago lucente invasero l’intera scena, per la prima volta Kevrah rivolse il muso verso la compagna e il suo sguardo le disse tutto in un istante.
Solo in quel momento Tilly intuì per quanto tempo lui doveva averla osservata nei sogni, mentre cresceva e come quell’incontro nel giardino, avvenuto pochissimo tempo prima, per lui fosse stato solo l’ultimo passo di una lunga serie di eventi cercati e desiderati.
Lei era più importante della libertà a cui Kevrah anelava.
Kevrah, il mezzelfo era innamorato di lei.
E per questo amore ora lui rinunciava a tutto pur di salvarla.

Tilde si risvegliò ai bordi della cascata con accanto il vecchio Camlost: “Sei stata brava ragazza e questa è la tua ricompensa!” A pochi passi da lei Earine le sorrideva finalmente libera dalle acque: “Per fare in modo di poter interferire sulla tua educazione, anche se ciò non mi era concesso, ho accettato una maledizione che mi imprigionava in questo luogo. Ma ora, ora che Guglielmina ha preso il mio posto restando per sempre intrappolata, sono libera, libera di chiamarti figlia e di donarti il cristallo”. La ragazzina toccò la pietra magica e si sentì improvvisamente piena di una nuova energia. Il mondo intorno a lei si riempì di voci: poteva sentire i sogni di tutto il regno, poteva avvertirne l’immenso potere. Da quel momento solo i sogni che lei avrebbe avvertito come profondamente sinceri e pieni d’amore si sarebbero realizzati. Ma la felicità passò in fretta dal suo volto: “Kevrah? Kevrah dove sei?”. Il vecchio Camlost le mise una mano sulla spalla: “Potrai venire qui a trovarlo, ogni volta che vorrai. Ora questo fiume è la sua casa, la sua finestra
su questo mondo, la sua prigione.”
Tilly restò li a lungo, a piangere e gli sbuffi vaporosi di acqua parevano prendersi gioco di lei. Kevrah la prendeva in giro anche ora.

Nel suo cuore la ragazza sapeva che, però, non tutto era perduto. La guardiana dei sogni non avrebbe mai lasciato che uno dei desideri più puri mai espressi dalla notte dei tempi cadesse nel vuoto rimanendo inascoltato. Tilly avrebbe lottato per riavere la sua guardia, il suo amico, il suo amore…

Cosa?!?! Diranno alcuni di voi: perché il finale è aperto?

Semplice: perché arriverà venerdì insieme all’annuncio del nuovo contest in associazione con Licia Fantasy! L’idea è questa: dato che questo nostro Minifantasy verrà consegnato a Licia in persona, non è il caso di disegnare una cover adatta? Cominciate aspolverare matite e pennarelli cari ragazzi drago e… intanto decidete se preferite un finale aperto oppure l’happy end suggerito nei commenti alla nona puntata, o, ancora, sbizzarritevi di nuovo!!!

:) VI ASPETTO!!!

Pubblicato in Contest | | 86 Commenti »

La Guardiana dei sogni…

scritto il ottobre 19th, 2010 da alphabetcity

Cari ragazzi drago, PRIMA DI LEGGERE QUESTA PUNTATA correte subito sul sito Licia Fantasy

Ovviamente, non solo perché è un altro bel blog che ha a che fare con il mondo di Licia Troisi ma perché, in occasione di queste ultime due puntate del contest abbiamo istituito un gemellaggio!

Quindi la prima parte di questa nona puntata non la troverete qui sotto ma proprio su Licia Fantasy, mentre la seconda parte è quella che potete leggere qui di seguito!

Tutto questo anche perché i nostri amici di Licia Fantasy si sono offerti di lanciare un contest che troverà il disegno per la cover del nostro minifantasy! Non pensate che sia fantastico? (La prossima volta vi farò avere maggiori dettagli, ma già non sto nella pelle!)

Dunque ora vi lascio alla penultima parte delle avventure di Tilde… (ma ricordatevi prima di leggere l’inizio del racconto su Licia Fantasy! -scusate se mi ripeto! 😉 – )

… Quando arrivarono nel fitto della foresta i due ragazzini erano bagnati fino all’osso. Come al solito Camlost si fece trovare di spalle. “Tornate pure sulla vostra strada viandanti. Qui non c’è e non ci sarà nulla per voi. Il mio sapere non è a disposizione di chi vuole sovvertire i princìpi secolari di questa terra magica: nessun mezzelfo è mai stato sciolto dal suo voto da quando la mia secolare memoria è in grado di ricordare! Questa è la regola.”
“E chi l’ha scritta questa regola?” chiese Tilly animosamente “Chi ha stabilito che questa regola sia immutabile? Come può rispedirci al mittente senza neanche degnarci di uno sguardo? Avanti, si volti e si renda conto che io sono qui per voi, per il vostro mondo, per i vostri sogni. I sogni sono ciò che dà colore alla vita…” Stava perdendo di nuovo le forze, ma non voleva mollare: “Quindi ora la pianti di fare resistenza e ci aiuti”. Camlost sgranò gli occhi e aprì la bocca per ribattere a tanta insolenza ma Tilly era un fiume in piena, ne aveva le tasche piene di queste creature antiche come le montagne e altrettanto immobili nelle loro prese di posizione: “Lei non capisce, è solo un vecchio in mezzo ad una foresta antica. Io ho perso mia nonna e tutto ciò che credevo fosse reale nella mia vita si è dimostrato una menzogna, un inganno, persino mia zia non è altro che una traditrice”.

Quest’ultima affermazione destò l’interesse del saggio che finalmente si voltò mostrando il suo volto rugoso: “Quella donna ha tradito di nuovo? Questo cambia tutto, avvicinati, ragazza dal carattere focoso…lascia che io legga nel tuo animo la storia che porti con te…”

Furono minuti di grande pace, ogni creatura vivente restò in silenzio, si udiva solo lo scrosciare della pioggia in lontananza. Camlost conobbe Tilly attraverso le immagini che il suo cuore conservava con un misto tra dolore e tenerezza: la culla colpita dall’incantesimo, i quadri della nonna, il racconto dell’elfa e la tavolozza. La ragazzina si sentiva riavere, lo sguardo del vecchio la rinvigoriva di secondo in secondo, rendendole sopportabile l’eccesso di energia che affatica eccessivamente un umano quando si trova in un mondo magico a cui ancora non sente di appartenere.

“Tilde, vuoi veramente diventare la Guardiana dei sogni di Onyrism?”

“È il mio destino”

“Ma tu lo desideri davvero?”

“Voglio diventare colei che mia nonna sperava sarei diventata. Lo voglio con tutta me stessa.”

“E sia! Domani mattina riceverai il cristallo che ti consacrerà Guardiana per tutta la vita”

Camlost si portò una mano sul cuore, estrasse da una tasca segreta della polvere magica e la soffiò su Tilde. Lei sprofondò in un sonno profondo e cadde a terra.

“Cosa le hia fatto? Sei forse impazzito? È la punizione per aver tentato di sovvertire delle sciocche regole?” Kevrah si lanciò al capezzale della sua compagna e continuò: “ Come ti sei permesaso di farle questo? Dovevi aiutarla a sopportare l’energia magica di questo posto, dovevi addestrarla… Guglielmina regnerà su tutti noi e realizzerà solo i sogni che più la aggraderanno dando sfogo alla sua immensa sete di potere; e tutto questo solo perché tu, stupido vecchio presuntuoso e retrogrado, non potevi permettere che un mezzelfo come me assaporasse la libertà che dovrebbe spettare di diritto ad ogni creatura!”

“Ogni Guardiana deve superare una prova, un addestramento. La giovane Tilde sta avendo il suo. Puoi starle accanto se vuoi e se supererà la notte tu avrai il tuo premio. Lascio un pizzico si polvere magica su questa pietra, conservala, potrebbe esserti d’aiuto. Ma tu fai pure come preferisci, dopo tutto, questo è solo il parere di un vecchio retrogrado.”

Kevrah non potè scusarsi. Camlost era scomparso.

Questa volta niente A e B per voi! Cari ragazzi drago, ci si avvia alla conclusione definitiva: sbizzarritevi! Come sappiamo, Guglielmina invierà un incubo a Tilly (era l’opzione A della scorsa volta e vi era molto piaciuta) ma cosa accadrà di preciso? Come può Kevrah aiutare Tilly? Ruscirà il mezzelfo ad avere la sua libertà? come mai la mamma di tilly è stata confinata in una cascata? Questo ha a che fare con il ruolo della ragazza? Cosa metterà in funzione la pietra? Che fine farà la zia Guglielmina? Queste e altre domande (tutte quelle che volete!) aspettano solo voi e la vostra imbattibile fantasia!

Pubblicato in Contest | | 186 Commenti »

Le cose si complicano…

scritto il ottobre 8th, 2010 da alphabetcity

Cari ragazzi drago,  che piacere ritrovare la vostra brillante fantasia e scoprire qualche nuova firma nei commenti!

Questa volta mi sono davvero sbizzarrita e quindi vi lascio all’ottava puntata…

 

La radura che li accolse era la stessa del quadro ma copletamente deserta.

“Piacere Kevrah. Le regole di Onyrism mi impeddivano di rivelarti il mio nome fino a che tu non ti fossi dimostrata degna di essere accolta nel regno” il ragazzo pronunciò questa frase di presentazione con grande solennità accorgendosi solo dopo che Tilde, nonostante avesse lo stupore ancora dipinto sul viso, stava scimmiottando i suoi movimenti con aria stizzita. Stava  per rimproverarla quando la vide accasciarsi al suolo. “Fantastico” pensò tra sé e sé: “Cosa sta succedendo? Devo salvaguardare la vita di questa creaturina altrimenti per il mondo magico e per me sarà la fine. Non mi resta che portarla dal vecchio Camlost e sperare che per una volta si dimostri gentile col prossimo.”

Sollevò Tilly e si mise in cammino: “Lo so che non puoi sentirmi, ma forse è meglio così, avevo pensato di raccontarti la mia storia, come mai sono qui, come mai proprio io, ma mi rendo conto che già non mi sopporti e che forse non ti importa un bel niente di sapere qualcosa che mi riguarda. Nel dubbio, cara mia, te lo racconto adesso, così non potrai rimproverarmi di non averti detto niente. Dunque: molto tempo fa, su Onyrism, quando ancora agli uomini era permesso accedere in tutta libertà a questo mondo fatato, una sanguinosa e lunga guerra vide scontrarsi elfi ed umani per la custodia del cristallo dei sogni. Ora che ci penso, cara, sarebbe meglio che tu stessi un minimo attenta perché è questa la pietra che ti consegnerà ufficilamente al tuo destino, ma se preferisci dormire fai pure. In ogni caso io vado avanti. Così, i mezz’elfi come me, frutto dell’unione delle due razze, vennero rinnegati da tutti e perseguitati. L’allora capo della comunità mezz’elfa, per salvare ciò che restava della nostra razza, si rivolse alle ninfe in cerca di protezione e accettò un patto che avrebbe cambiato le vite di tutte le generazioni a venire: i mezzelfi di Onyrism sarebbero stati i guardiani delle ninfe per sempre, non uno di noi, una volta compiuti i quindici anni sarebbe

sfuggito al suo destino. Beh, io ho quattordici anni e mezzo e non ho nessuna intenzione di fare questa fine. Voglio decidere per me stesso in totale autonomia, e tu sei la mia unica speranza: tua madre mi ha promesso la libertà se riuscirò a proteggerti e a guidarti in questo cammino. Quindi…” In quel momento una vocina flebile lo interruppe

“Kevrah”

“…”

“Sono sveglia da un po’”

“Quantifica po’”

“Circa dall’inizio”

“…”

“Non è vero che non ti sopporto”

“Stai zitta e risparmia le forze. Sei bollente e devo portarti dal vecchio Camlost al più presto”

 

Il dialogo tra i due ragazzi echeggiava ancora nell’aria dell’antro della caverna. Guglielmina si voltò verso la stupenda strega che le aveva mostrato la nipote e Kevrah nell’enorme sfera di Cristallo che emanava una luce rossastra e le disse: “Non scuotere la testa Ainwen, hai già imparato moltissimo tempo fa che non puoi evitare di sottostare al mio volere. La catena che ti imprigiona in questo luogo ti terrà in mio potere ancora per un mese.” :”Non essagerare vecchia megera” fu la risposta: “La purezza d’animo che quella ragazza possiede è la più forte delle armi. Se prenderà coscienza di sé diventerà imbattibile. Tua sorella con lei ha fatto un’ottimo lavoro.” :”Taci!” le ordinò la donna che, salita in sella al drago appena fuori dalla grotta volò via in un lampo.

Ainwen, la strega che si era sottomessa a Guglielmina in cambio di un ritratto della sorella che le aveva donato l’eterna giovinezza, sospirò e scosse la testa rassegnandosi al destino che aveva scritto per se stessa tanto scioccamente.

 

A

Il drago e Guglielmina sorvolarono l’inetra Onyrism fino a che non furono sulle tracce di kevrah e Tilde, ma si tennero abbastanza lontani da passare inosservati. La diabolica donna aveva in mente un piano folle: seguire la ragazza in tutte le sue mosse, lasciare che scoprisse la sua vera natura e che venisse sottoposta alla prima fase dell’addestramento e poi, durante la sua ultima notte nel mondo magico, quella precedente al mattino in cui le sarebbe stato donato il cristallo, inviarle un incubo orribile in cui sarebbe rimasta intrappolata per sempre.

(qui si potrebbe utilizzare il suggerimento per cui Kevrah è anche guardiano degli incubi, o comunque attribuire al mezzelfo la capacità di aiutare a superare le paure)

 

B

Il drago e Guglielmina sorvolarono l’inetra Onyrism fino a che non furono sulle tracce di kevrah e Tilde, ma si tennero abbastanza lontani da passare inosservati. “Arriverò prima di loro e convincerò in qualche modo il vecchio Camlost e tutte le più antiche creature del regno che non sono degni di ricevere il loro aiuto… nessun anziano vorrà bche un mezzelfo venga sciolto dall’accordo che lo lega alle ninfe e, a quel punto, una volta rimasta sola, Tilly non potrà fare altro che rivolgersi a me.

 

Allora: A o B?

Ma soprattutto: Cosa succederà? O meglio: Cosa vorreste che succedesse?

Forza! Forza! Forza! L’epilogo è dietro l’angolo…

Pubblicato in Contest | | 101 Commenti »

L’arrivo nel mondo magico (o settima puntata che dir si voglia)

scritto il ottobre 1st, 2010 da alphabetcity

Oggi niente preamboli, accendete la fantasia e partiamo subito per il mondo di Tilly, dove molte cose fondamentali stanno per accadre! 😉

 

Tilde lo capì fin dai quei primi istanti che niente sarebbe più stato lo stesso, ma in fondo quegli occhi le ispiravano fiducia e poi, a dirla proprio tutta, guerriero o giardiniere che fosse, quello che aveva di fronte era davvero un bel ragazzo. “Come ti chiami? Come facciamo a tornare nella radura? Chi è la mia vera mamma? La zia Guglielmina è davvero un’infida traditrice? Qual è il mio vero compito? Da cosa devi proteggermi?” non poteva smettere di fargli domande. Per tutta riposta lui le mise con fermezza una mano sulla bocca e la trascinò in una angolo lontano da sguardi indiscreti: “ Dì un po’, sei per caso impazzita? Così, in pieno giardino, ti metti a fare queste domande? Tua zia ci metterà un attimo a scoprirmi!”. La ragazzina arrossì violentemente, un po’ per l’imbarazzo un po’ perché era la prima volta che si trovava così vicino a un ragazzo. “Senti Tilde” continuò lui: “levati dalla faccia quella espressione da adolescente in preda agli ormoni e apri bene le orecchie” improvvisamente non le erà più tanto simpatico, ma Tilly non smise di ascoltarlo: “ Abbiamo poco tempo, perché tra meno di un mese compirai quattordici anni e sarà troppo tardi per addestrarti. La prima cosa da fare è scoprire se, nonostante la tua fantasia sia stata frenata dall’incantesimo che ti impediva di sognare, è in grado di farti dipingere. Quindi non perdere tempo, corri a prendere la tavolozza della nonna,  e tutto il necessario, mettili in uno zaino e, dopo aver detto a tutti che vai a fare un pic nic per stare un po’ da sola, raggiungimi vicino al torrente prima del paese.”

L’unica risposta che ottenne fu un cenno col capo e il rapido allontanamento della sua interlocutrice che, per altro, sembrava avere un’aria decisamente urtata. Rimasto solo Kevrah, questo era il nome del guerriero, ritornò di fronte alla porta, la aprì e scese le scale e attraversò l’intera sala. Si fermò di fronte ad un grande quadro con una cornice dorata a forma di drago che seguiva il perimetro dell’immensa tela piena zeppa di disegni fantastici (è l’opzione A del primo racconto che vi era tanto piaciuta e che finalmente è tornata! Contenti?). In lontananza si intravedevano, oltre un fitto bosco in cui lampeggiavano piccole fate, le figure avvolte in una fosca nebbia di una strega incatenata al dorso di un drago che, a guardar meglio, poteva sembrare in procinto di spiccare il volo. La parte centrale della raffigurazione, che invece ritraeva una radura luminosa nel mezzo della boscaglia, sembrava una sorta di limbo in cui un elfo senza pupille teneva fieramente incoccata una freccia nel suo arco, come mirando verso qualcosa al di fuori del dipinto, e un giovane di una rara bellezza sedeva su di un masso pizzicando una cedra quasi a cercare di strappare un sorrsio ad una piccola ninfa dall’aria assente che guardava assorta qualcosa nel fitto del bosco. In primissimo piano una cascata riempiva la scena di schizzi dai colori cangianti, e sotto la parete d’acqua scrosciante si intravedeva la sagoma di una donna. Proprio a questa donna si rivolse Kevrah: “Non fallirò mia signora, ti riporterò tua figlia, ma tu non deludermi, sai bene cosa ti ho chiesto in cambio”

 

Poco dopo i due si ritrovarono vicino al torrente. Quando il ragazzo arrivò, Tilly tentava con caparbietà di bagnare i colori secchi sulla tavolozza nel tentativo di scioglierli: “ Se era così semplice perché mai avrebbero mandato me?” :”Già, perché mai avrebbero mandato te?” rispose lei con aria seccata. Cominciava a non sopportarlo più. Era carino, questo era vero, ma aveva una atteggiamento che la mettava a disagio. “Perché hai bisogno di me. Lo capisco; non ti piace, ma questo non è il momento di fare le bizze. Quindi ecco l’unico indizio che posso darti: per ridare vita ai colori devi far vivere lo spirito che è dentro di loro”.

Tilde si coprì il viso con le mani e scosse la testa: “Ora lo strozzo!” pensò: “Non solo fa il gradasso ma ora è anche saccente”. Poi si sedette sull’erba e cominciò a pensare a sua nonna, alle passeggiate che mille volte avevano fatto mano nella mano per i parti e le colline nei pressi della casa. Ricordò il suo profumo, e le favole, la fatica e la gioia di raccogliere un piccolo tesoro ogni volta: un petalo di rosa, un filo d’erba, una goccia di rugiada intrappolata in un fazzoletto di seta… : “Ma certo!” la scattò in piedi uralmdo trionfante e cominciò a raccogliere nei dintorni i più diversi doni della natura per ricomporre, con molta grazia, tutti i colori della tavolozza. Quando ebbe finito si avvicinò al suo nuovo compagno di avventure e gli staccò un capello: “Scusa! Mi mancava il nero!”.

Quando ogni cosa fu finalmente al suo posto la tavolozza, come per magia, tornò al suo antico splendore.

A

Emozionata come non era da tempo, Tilde cominciò a dipingere con foga la radura che aveva visto nella visione e nel sogno, le immagini le riaffiorvano con facilità, come se fossero familiari, e in un attimo arrivavano al pennello. “Voglio tornare lì. Voglio capire. Voglio impadronirmi di ciò che mi spetta di diritto” Il quadro era quasi finito quando, sotto gli occhi fino a quel momento soddisfatti della sua guardia personale, un enorme drago viola spuntò dal nulla e la trascinò via con sé, in alto, verso le nuvole e verso uno strano cielo rosa che profumava di un odore di fiori forte e dolciastro che risvegliava in lei una profonda nostalgia dqualcosa, anche se non riusciva a capire bene cosa.

Kevrah la guardò scomparire nel cielo e, afferrando la tela esclamò: “Ci siamo Tilly, non avere paura!”.

 

 

B

Emozionata come non era da tempo, Tilde cominciò a dipingere con foga la radura che aveva visto nella visione e nel sogno, le immagini le riaffiorvano con facilità, come se fossero familiari, e in un attimo arrivavano al pennello. “Voglio tornare lì. Voglio capire. Voglio impadronirmi di ciò che mi spetta di diritto” Il quadro era quasi finito quando, come colpita da un’improvviso momento di collera si girò verso il ragazzo e disse: “Basta! Non lo vedi che non funziona? Non succede niente! Tanta fatcia per non arrivare da nessun aprte! E intanto tu te ne sti lì a fissarmi con un’espressione da beota senza enanche avermi detto come ti chiami…”Per un attimo le sembrò che la sua rabbia stesse facendo tremare la terra, poi si accorse stava succedendo davvero. Tremava il cielo, tremava l’erba e tremava anche l’acuq del fiume. Tutto intorno a lei stava cambiando. Era entrata nel quadro.

 

Questa volta cari i miei ragazzi drago, la questione è semplicissima:

–         Ao B?

–         Cosa ha promesso la vera madre di Tilde  a Kevrah?

–     Cosa accade una volta che Tilde è arrivata nell’altro mondo? Come verrà addestrata? La zia Gulgielmina riuscirà a raggiungerla per metterle i bastoni tra le ruote? Siamo alla settima puntata; tra tre sarà tutto finito: la nostra storia deve viagggiare verso una conclusione!

Pubblicato in Contest | | 53 Commenti »

Fuori dal contest ma dentro il mondo della fantasia…

scritto il luglio 23rd, 2010 da alphabetcity

Troppo lungo per partecipare al nostro contest ma non per essere pubblicato! Ecco il racconto di Rebecca, che merita comunque di essere letto.

Il Natale di Melissa


Avete mai sentito parlare dei topolini ballerini? No, non sono criceti in tutù come qualcuno di voi starà pensando! Magari li avrete visti in uno dei vostri libri di scuola o in qualche documentario…

Sono dei piccoli topini, più piccoli di quelli di campagna, possono essere bianchi, o neri, o bianchi e neri come dei dalmata e vengono chiamati ballerini perché passano il loro tempo, oltre che a mangiare, a girare in tondo, come delle trottole! I bambini adorano i topolini ballerini e la storia che vi voglio raccontare è proprio quella di uno di questi bambini…

Erano i primi giorni di dicembre di qualche anno fa e la piccola Melissa, che aveva sei anni, non vedeva l’ora che cominciassero le vacanze di Natale. Era il suo primo anno di scuola e le piaceva andarci, anche se, ancor di più, le piacevano le vacanze. Durante la lezione pensava a quando avrebbe fatto l’albero di Natale e il Presepio con la mamma, a cosa avrebbe chiesto a Babbo Natale… Melissa non aveva né fratelli né sorelle, non le mancavano però i cugini.

Tra questi, quella che preferiva era la sua cugina di dieci anni, Veronica. Ogni volta che poteva, si faceva accompagnare dal papà a casa di Veronica e lì passavano interi pomeriggi a giocare insieme. Da qualche mese però le sue visite alla cugina erano diventate più frequenti a causa di alcuni nuovi “ospiti”…

Al papà di Veronica, infatti, avevano regalato due topolini ballerini, un maschio e una femmina, in una gabbietta verde a cui era stata aggiunta una reticella con le maglie strette, affinché i topolini, che erano grandi quanto un pollice, non potessero scappare.

Melissa se ne innamorò nel primo istante in cui li vide: non aveva mai visto dei topolini così piccoli e cosi simpatici! Le piaceva stare a guardarli mentre giravano, mentre mangiavano i semi di girasole con le loro zampine, che sembravano mani in miniatura, e chiedeva a Veronica di toglierli dalla gabbia, per poterli tenere in mano. Era affascinata da quei morbidi animaletti così piccoli e così movimentati e, da quando la topolina aveva avuto due topolini, non faceva altro che chiedere alla mamma e al papà di poterne tenere uno.  I genitori le avevano ricordato che i topolini ballerini avevano bisogno di tante attenzioni e, dato che Melissa la mattina andava a scuola, avrebbero dovuto pensare loro a far tutto. Anche questo però non era possibile perché al papà gli animali così piccoli non piacevano e inoltre, lavorando fino a tardi, quando tornava a casa, aveva voglia solo di mangiare e andare a dormire. Anche la mamma lavorava, e poiché faceva i turni, spesso la mattina non era a casa. Questo però Melissa non lo capiva, così insisteva, esasperando sempre più i genitori.

Mancavano ormai pochi giorni a Natale. Quell’anno Melissa desiderava un’unica cosa e l’aveva scritto in grande, nella sua letterina.

“Caro Babbo Natale, quest’anno voglio un solo regalo:

un topolino ballerino. Un bacino, Melissa”

Babbo Natale leggeva tutte le letterine in anticipo e, quando gli arrivò quella di Melissa, non ne fu molto felice. Lui osservava tutti i bambini del mondo per capire se facevano da bravi o meno e si era accorto che, a causa dei topolini ballerini, Melissa era diventata capricciosa e testarda. I genitori l’avevano avvertita, ma lei non ascoltava pin nessuno.

Il 25 dicembre arrivò e Melissa, tutta eccitata, si alzò presto e andò a cercare i suoi regali sotto l’albero. Con delusione però, trovò solo una gabbietta vuota con dentro un foglietto, vi infilò la sua manina, tirò fuori il foglio, lo svolse e lesse:

Uno, due, oplà

La magia è questa qua!

Passarono alcuni secondi durante i quali Melissa si chiese cosa volessero dire quelle parole, poi sentì un leggero prurito sotto il nasino, si toccò e sentì di avere un paio di lunghi e sottili baffi!

Spaventata provò a chiamare la mamma, ma dalla bocca le usci solamente un debole squit e, all’improvviso, si rese conto di essere in gabbia! Non ci volle molto perchè Melissa capisse di essere diventata un topolino ballerino. Avrebbe voluto piangere e chiamare mamma e papa, ma non riusciva a stare ferma: aveva cominciato a girare, girare e non sapeva come fare per smettere. Dopo un po’ arrivarono i genitori che si arrabbiarono molto vedendo quell’animaletto sotto l’albero. Pensarono subito che fosse opera di Veronica, cosi le telefonarono, ma naturalmente lei non ne sapeva niente. Pensarono che Melissa fosse ancora addormentata e decisero di non svegliarla. Videro che il topolino non aveva niente da mangiare e gli misero qualche pezzo di biscotto. Melissa-topolina, poiché era affamata, divorò il biscotto,ma era molto triste e sperava che tutto tornasse come prima. Provò ad arrampicarsi sulle sbarre della gabbietta, ma, una volta in cima, si accorse che non c’era via d’uscita e sentiì la mamma che diceva al papà che sarebbe stato meglio portare il topolino, prima che Melissa si fosse svegliata, da Veronica, che lo avrebbe potuto mettere insieme agli altri che già possedeva. Per quanto amasse i topolini ballerini, Melissa non aveva la minima voglia di avere con loro incontri ravvicinati di questo tipo. Cosa sarebbe successo poi, se gli altri topolini si fossero accorti che lei era diversa da loro? E come avrebbe potuto mangiare semi di girasole per tutta la vita? Si vide cosi portare via da casa sua: il papà la mise in macchina e dopo non molto entrarono a casa della cugina. Melissa aveva tanta paura e, anche se le lacrime non le scendevano, stava piangendo. Veronica disse che per lei non era un problema ospitare un altro topolino, aprì la sua gabbietta verde e prese in mano Melissa-topolina che chiuse gli occhi e cominciò a dimenarsi perché non voleva essere messa insieme agli altri! Riuscì a liberarsi dalle mani di Veronica ma cominciò a precipitare verso il basso, sempre più giù e già pensava che, una volta toccato il pavimento, si sarebbe spiaccicata. Improvvisamente si accorse che stava accadendo qualcosa al suo corpicino, ur1ò e, sempre con gli occhi chiusi, senti di essere finita su qualcosa di duro.

Aprì gli occhi e vide che si trovava di nuovo nella sua cameretta! Era caduta dal letto ed era di nuovo una bambina: era stato solo un sogno! Si alzò per tornare a letto, quando si accorse di avere delle briciole sul pigiamino… Sembravano quelle del biscotto che la mamma le aveva dato quando era nella gabbia… Forse si era davvero trasformata in un topolino…o forse… Melissa non aveva voglia di pensarci, era solo felice di essere ancora, o di nuovo, una bambina. Sospirò, s’infilò bene sotto le coperte e, poiché era ancora notte fonda, si riaddormentò. La mattina seguente si alzò, aprì i suoi regali e passò un bellissimo Natale con la sua famiglia da cui era tanto amata.

Oggi Melissa ha qualche anno in più, ha smesso di fare la capricciosa e va ogni giorno in palestra per imparare a fare la ballerina. Forse fu solo un brutto sogno o forse fu una lezione che volle darle Babbo Natale, fatto sta che Melissa ricorda ancora di come girava, quando era un topolino. Ora può continuare a farlo, ma da bambina.

Bello vero? Sarebbe stato un peccato non condividerlo con voi…

Pubblicato in I vostri racconti | | 14 Commenti »

Chi dice donna dice danno?

scritto il luglio 16th, 2010 da alphabetcity

Scusate il titolo un po’ provocatorio, ma a volte un  po’ di ironia non guasta! Come avrete capito i racconti di oggi hanno per protagonista due ragazze diciamo non esattamente della porta accanto!

Anita Book (che ci tiene a firmarsi con il suo pseudonimo e quindi eccola accontentata!) dà vita ad una ragazza pericolosa…

Mors mortis

Il cimitero era vuoto e silenzioso, quella notte. Lei si inginocchiò di fronte alla lapide ricoperta di edera e muschio e posò la sua rosa nera sull’erbetta umida. Chiuse gli occhi, respirando a pieni polmoni l’aria bagnata di pioggia scrosciante. Ogni volta un temporale, ogni volta un pianto del cielo. Cicatrici di vecchiaia sul viso giovane, ragnatele scure intorno agli occhi infossati, iridi di un buio luccicante e inguardabile. Gettò la testa all’indietro, uno scatto improvviso, e dalla sua bocca si levò un grido disperato. Lacrime scivolose, le mani strinsero ciuffi d’erba e sradicarono piccole zolle di terra sporcando le unghie perfette. L’acqua lavò tutto in un baleno, i segni di ciò che si era appena compiuto scomparirono. Lei chinò il capo, i capelli rosso fuoco a bruciarle le spalle ossute, fremiti nel cuore. Si alzò, a fatica, e camminò affondando i piedi nudi nel terreno. Il suo passo era incerto, barcollante, e la vista offuscata. Sbucarono velocemente, come erano solite fare, strappandole via pezzi di stoffa dal corpetto nero. Ali possenti, enormi, sbatacchianti. Alcune piume volteggiarono in aria, danzarono insieme alla pioggia. Lei resistette al dolore e continuò a camminare. Si inoltrò nel bosco, si appoggiò ai tronchi scrostati degli alberi per riprendere fiato, inciampò più volte ferendosi i palmi delle mani. Non riusciva ad abituarsi alla trasformazione. La testa le girò vorticosamente fino a privarla di tutte le energie. Crollò al suolo, inghiottita dalle ombre di chi aveva generato il mostro che abitava in lei. Brava, mia dolce bambina, le risuonò una voce nelle orecchie.

*

– Aiutatemi, presto! Accorsero in quattro, dopo un paio di ore. Il temporale imperversava ancora, violenza inaudita della natura. La trovarono riversa su un tappeto di foglie marroni, il capo molle piegato di lato, la pelle imbrattata di fango e pioggia. Vincent, il più forte, la sollevò dolcemente e insieme ai suoi compagni la sistemò su di una barella arrangiata. La portarono nel capanno nascosto tra gli alberi, avamposto segreto per combattere le imboscate nemiche, e la adagiarono su di un letto decente. Tutti la osservavano con circospezione e ammirazione al contempo. Era bella, su questo non c’era dubbio, tuttavia la grazia del suo viso contrastava con l’avvenenza e la dominanza del suo corpo. Forme sensuali, muscolatura perfetta, un’aura di potenza e prestanza ad aleggiare su di lei. Cosa le era capitato? E poi quelle ferite sulla schiena, raccapriccianti. Tagli netti, slabbrati ai bordi, dalle scapole in giù, dove ancora sgorgava del sangue denso e vermiglio. Una donna, la saggia guaritrice del villaggio, cercò di tamponargliele come meglio poteva e intanto recitava parole antiche, sconosciute. D’un tratto, la ragazza spalancò gli occhi e atterrita dalle sagome che la circondavano si mise a urlare.

Pianse lacrime nere, calde, che fecero sfrigolare la pelle, alla vista delle quali i cinque umani inorridirono.

– Riportatemi indietro! – gridava come un’ossessa. – Riportatemi indietro!

Ma nessuno si muoveva e la voce che solitamente le rimbombava nella testa tornò a farle visita. Ecco il tuo prossimo sposo, mia bambina. Il suo nome è Vincent e tu lo attirerai a te. Non voglio, avrebbe voluto sbraitarle contro. Mi rifiuto di obbedire al destino. La voce le lesse nel pensiero. Ricordati chi sei, Mortisia, e per cosa sei votata. L’amore non appartiene a chi toglie il respiro della vita. Sottomessa, così, ancora una volta alla triste volontà del fato, ridiede inizio al suo mortale gioco.

La ragazza di Irma appartiene ad una dimensione onirica e leggera… ma basta poco a trasformare un sogno in un incubo…

Sogno in catene

Un soffio di vento le accarezzò il viso.

Era giunto il momento, come ogni sera, quando apriva lentamente gli inconfondibili occhi: uno blu e uno verde e congiungeva le mani alzandole lentamente verso il viso. Lo stesso vento leggero e caldo la investiva. I suoi capelli guizzavano in aria come lingue di fuoco e poi all’improvviso ricadevano morbidi sulle spalle, confusi.

Il lungo vestito che portava si gonfiava in mille pieghe che girarono a ruota. Poi si fermavano.

A mezz’aria compariva il Lyfren, il pennello magico che con l’oro del suo manico, mandava riflessi tutt’intorno. 

Lo afferrava e lo stringeva tra le mani. Una musica lenta, leggera e melodiosa prendeva a suonare investendola con le sue note. Le sue mani guidavano il pennello che senza intingersi in alcun colore dipingeva l’aria. Il pennello le ondeggiava in mano e le sue setole morbide disegnavano scie di colori intorno a lei.

Volteggiava luminosa, a passo con la musica, dirigendo in quella danza anche il suo pennello.

Immagini e scene riempivano il vuoto intorno a lei. Scene gioiose, allegre, ma anche macabre e orrende ognuna con un destinatario preciso.

E così lei creava i sogni.

I suoi dipinti confluivano nelle menti delle persone ignare di tutto che si lasciavano cullare dall’onda dolce e rassicurante del sonno.

Tutto come accadeva sempre, ogni sera, all’imbrunire. Era un’azione solita. Ma quel giorno no. Quella sera nessuno avrebbe sognato più nulla, o almeno cose dolci e belle. Perché lei non sarebbe stata lì ad impugnare il pennello e a danzare.

Quella sera lei purtroppo era confinata lontano.

Con il busto piegato in avanti piangeva sommessamente con il capo chino; i capelli che le ricadevano in grossi grovigli su entrambe le guance. Le braccia tese all’indietro e bloccate al muro da grosse catene, erano ricoperte da una patina argentata, e il suo bellissimo abito di seta a pezzi.

A terra in una piccola pozzanghera, formatasi dall’acqua che penetrava dalla grata sulla sua testa, c’era ciò che restava del suo pennello, un solo crine, quasi invisibile.

Pioveva sul suo capo, si sentiva fradicia, ma per quanto cercasse di invocare aiuto, nessuno poteva sentirla, rinchiusa com’era tra quei muri grigi e spenti che si chiudevano intorno a lei come braccia nel tentativo di afferrarla e di impedirle di fuggire.

Ma lei sapeva che in qualche modo ce l’avrebbe fatta.

Strinse gli occhi e ricacciò le lacrime. Presto sarebbe tutto finito. Doveva solo stringere i denti e resistere, trovando la forza di farlo in un pensiero che l’avrebbe rincuorata. Presto gli occhi, uno verde e l’altro verde, di colui che era destinato a prendere il suo posto, si sarebbero aperti alla verità e avrebbe affrontato la pericolosa missione, cercando di rimediare lì dove lei aveva fallito: distruggere Incubo.

Pubblicato in I vostri racconti | | 15 Commenti »

Scontri…

scritto il luglio 15th, 2010 da alphabetcity

Prima di salutarvi e di darvi appuntamento a domani vi lasciamo con due racconti un po’ particoalri che, ognuno a suo modo, ci offrono un punto di vista fantasioso sugli scontri.

 

Andrea ci racconta come è nato uno tra i fiori più belli del mondo…

 

Silfio e Rosa

Le nuove anime nacquero, come sempre, nell’angolo più buio dell’universo. Apparvero subito come luci delicate, poi presero ad ingrandirsi trasformandosi, come migliaia d’altre anime prima di loro, in stelle. Per accedere a quel paradiso che era la Terra, dovevano prima superare il cielo.

La loro vita futura sarebbe dipesa dalla loro condotta presente. Il sacro Consiglio Celeste avrebbe deciso le sorti di tutte.

Rosa e Silfio, nate lo stesso giorno, avevano vissuto come stelle per lo stesso periodo.

Silfio splendeva di notte e riposava di giorno, come una buona stella dovrebbe fare. Se sulla Terra c’era nebbia brillava più intensamente, se la Luna era calante sfavillava con delicatezza… era, insomma, una stella modello.

Rosa, al contrario, brillava quando le pareva. Dormiva fino a notte inoltrata e la sua luce si accendeva ad intermittenze.

Le sorti delle due anime parevano scontate ma, per un errore burocratico, non fu così.

Rosa, una volta sulla Terra, si ritrovò a doversi prendere cura di un corpo umano, mentre Silfio si ritrovò nel corpo di un arbusto simile ad un grosso finocchio.

Rosa divenne una fanciulla di rara bellezza e tutti gli sguardi erano per lei. Silfio non veniva mai considerata. Rosa si divertiva, Silfio si disperava e covava odio.

Che senso aveva avuto splendere così tanto, rispettare tutte le regole, aiutare la Luna ad apparire sempre bella, se poi si veniva così ripagate? Molto meglio fare come Rosa! Divertirsi sia prima che dopo, tanto…

 

Un giorno, mentre Silfio si disperava, le passò davanti una strana creatura. Sembrava una formica, ma era più grossa e più bella. Aveva delle antenne luminose e profumava di lavanda.

“Buongiorno” la chiamò Siflio.

“‘giorno” rispose, indifferente, l’esserino.

“Cosa siete?”

“Ma ovvio! Sono una fata!”

“Una fata?”

“Sì!”

“E cosa sarebbe una fata?” chiese incuriosita.

“Beh, potremmo riassumere dicendo che sono una creatura magica.”

“Oh! Davvero?”

“Sì.”

“E potresti esaudire i miei desideri?”

“Sì, potrei.”

“Bene!”

“Ho detto che potrei, non che lo farò!”

Silfio, delusa, incominciò a piangere. Pianse così tanto che la fata fu costretta a promettere di aiutarla.

“Io voglio scambiare il corpo con quello di Rosa!” dichiarò decisa Silfio.

“E chi è Rosa?”

“La ragazza più bella del villaggio.”

“E sei sicura di questo tuo desiderio?”

“Sicurissima!”

Allora la fata chiuse gli occhi, si sfregò le mani e, in un istante, Silfio si ritrovò nel corpo di Rosa e Rosa nel corpo di Silfio.

 

Silfio non era mai stata così contenta. Tutti la ammiravano, le portavano doni e la trattavano come una regina. Passava le giornate promettendo baci in cambio di favori e le serate ballando fino a notte fonda. Durante uno di questi balli, si presentò un cavaliere mai visto prima. Era alto e molto affascinante.

“Finalmente vi ho trovata!” disse il ragazzo.

“Mi cercavate?”

“Sì.”

“Perché sono bella?”

“Sì, perché siete bella… e lo siete ingiustamente.”

“Cosa?” Silfio si bloccò di colpo.

“Voi, Rosa, avete ricevuto questo corpo per errore e io sono qui per porre rimedio!”

“Come?”

“Non fate la furba! Siete stata una cattiva anima e siete stata premiata col corpo che spettava a Silfio. Il Consiglio Celeste mi ha mandato qui per effettuare il cambio.”

“Il cambio?”

“Sì.” E non ci fu più tempo di parlare, perché Silfio venne trasformata in un fiore dai petali rossi, mentre a Rosa, scambiata per Silfio, venne donato un corpo umano.

“Siete ancora troppo bella!” concluse, andandosene, il cavaliere.

 

Per Marianna, invece, lo scontro e la lotta sono un vero corpo a corpo senza esclusione di colpi.

 

Un’intima lotta

 

Corro, non so più da quanto tempo, schiava e naufraga dell’oscurità. Ho completamente perso il senso del tempo e dello spazio. La mente lascia spazio a un unico pensiero, distruggere l’Ombra.

La mia spada risplende di una luce sinistra e avida di sangue. Poi, il nero che mi circonda si schiarisce. Un tempio. Possenti colonne mi accerchiano, e mattonelle scure, sbiadite dal tempo e dalla polvere. Solo aria intrisa di fumo si infiltra tra le colonne ornate di fregi antichi. So che è lì, mi aspetta ed è pronta ad annientarmi. Lei intanto mi squadra, con i suoi occhi fatti di inconsistenza, confusi con il suo corpo, un corpo che non è null’altro che un’ombra, una massa scura dai contorni a me più che familiari. Sono i miei lineamenti. Ha la mia altezza, le stesse orecchie appuntite, gli stessi fluidi capelli.
È la parte oscura di me, quella che mi rode come ruggine, un parassita che mi induce lentamente alla follia. Devo combatterla e spezzare il filo che ci lega.   

È seduta su un trono di pietra logoro e consunto, pieno di crepe che mi ricordano la mia lotta di scacciarla, le notti passate insonni cercando di liberarmene. Ma lei è ancora lì. Si alza e muove qualche passo verso di me. Una quiete opprimente cala sulla sala, la battaglia attende di essere combattuta.                

 

 

Cominciamo a lottare, ma lei è abile, almeno quanto me e schiva i colpi, quasi come un fulmine. Ci scontriamo ancora, in successioni di colpi davvero allucinanti, ma la situazione non cambia. Siamo troppo simili. Eppure lei è un’ombra, ha l’oscurità nelle sue mani, un potere tanto grande quanto fasullo, perché fatto solo di paure e rancori…Ma perché non se n’è servita? Mi faccio una domanda quasi illogica, e subito l’Ombra davanti a me si mobilita, la lama nera della sua spada si conficca al centro della mia fronte diafana e la trapassa.

 

Non urlo, ma dopo qualche secondo le palpebre mi si chiudono pesanti e cado in un’altra dimensione, in un oblio scuro e senza fondo. Un senso di freddo comincia a spandersi nel mio corpo come un serpente. Tremo. Poi qualcosa esplode e un rumore acuto nella testa mi fa riaprire gli occhi :mi trovo in una bolla di vetro e intorno a me c’è solo un turbinio di immagini sfocate, elfi, boschi, mare, angosce, paure, morte. Vari eventi rievocano la mia vita dolorosa, quella a cui sono riuscita a scampare con difficoltà. A ogni ricordo riaffiorano i sensi di colpa. Mi lascio vincere da tutto e mentre il turbine di immagini ancora mi accompagna in un viaggio senza fine appare come in flash l’immagine di un’ombra. L’Ombra. Adesso ricordo tutto. Questo è il suo gioco e io la sto assecondando, sto morendo per lei. Non riuscirò a salvare nessuno, renderò solo inutile il sacrificio di mio padre.

Non posso far vincere l’Ombra.

La bolla nella quale sono rinchiusa si rompe e dal mio corpo prende ad irradiarsi una luce bianca. Non so da dove viene, ma è la fonte del mio coraggio riacquistato. Tutto scompare, e in un attimo ritorno nel tempio. L’Ombra, si dimena, infuriata, sconfitta. Mi avvicino e gli conficco nel petto la spada. La luce bianca investe anche lei e spezza il suo corpo come un vaso di cristallo, schegge nere volano ovunque e si dissolvono come fumo. L’Ombra è sconfitta. Mi sento nuovamente troppo debole per stare in piedi ed esultare. Le ginocchia cedono e si piegano. La testa riprende a girarmi, mi distendo. Sprofondo in una dimensione diversa, strana, sono pervasa da un senso di soddisfazione. Sono felice. Mi perdo in quest’atmosfera di pace e tranquillità. In essa mi crogiolo per attimi interminabili…

Pubblicato in I vostri racconti | | 15 Commenti »

Uno sguardo malinconico come quello di Sofia…

scritto il luglio 15th, 2010 da alphabetcity

Questa volta sembra che la vostra fantasia sia stata colpita da un sentimento simile a quello che a volte attanaglia Sofia… una malinconia che non sempre è dolce…

Così Cristina ci racconta una favola dietro la quale si cela un insegnamento importante per la vita…

Il folletto veritiero

Il viso di Derek le riapparve per come l’aveva visto la prima volta, quando scappata dal palazzo voleva andare a giocare in riva al fiume, poco le importava se a sera si sarebbe presa una bella strigliata dalla governante, voleva divertirsi e l’avrebbe fatto! Con sé portava come sempre Mensy il suo folletto veritiero. Lo zio di Alina lo aveva portato da uno dei suoi viaggi, era un bottino di guerra, appartenuto ad un grande regnante ed era ovviamente parso un degno regalo per la principessa Alina, futura regina di Cares.

Una volta raggiunto il fiume Alina decise di fare il bagnetto al suo piccolo Mensy il quale non parve affatto gradire, sembrava molto infreddolito ma a lei la cosa divertiva e ignorò il disagio del suo piccolo amico.

<<Hey, perché non gli chiedi se gli piace? I folletti veritieri non possono mentire giusto?>>  Si voltò di scatto e dietro di sé vide un ragazzino che la stava osservando da un’altura.

<<Come osi rivolgerti in questo modo alla tua principessa? Straccione!>> Alina era furiosa, non amava essere contestata, forse era per questo che la lista dei suoi amici si riduceva ad un folletto che parlava solo se interrogato…

<<Se davvero sei una principessa dovresti preoccuparti del bene di chi dipende dalle tue decisioni e non mi pare che quel folletto sia contento del trattamento che gli stai riservando. Non vedi come trema poverino?>>

Dovette ammettere che il ragazzo aveva ragione, Mensy stava tremando tutto, lo tirò fuori dall’acqua sentendo una strana sensazione alla bocca dello stomaco, voleva credere fosse rabbia ma assomigliava preoccupantemente alla vergogna.

<<Vieni, andiamo al sole o si prenderà un raffreddore poverino.>> Il ragazzo le stava porgendo la mano, l’aiutò ad alzarsi e l’accompagnò in una radura oltre gli alberi dove il sole scaldava dolcemente la pelle e dove Mensy asciugò in breve tempo. Senza nemmeno rendersene conto la ragazza si trovò a ridere alle battute del suo nuovo amico, Derek era il suo nome, si era presentato poco dopo averla fatta sedere sull’erba.

Da quel giorno ogni volta che poteva Alina scappava dal palazzo per andare sulla riva del fiume dove sapeva di trovare Derek, insieme a lui si divertiva davvero, un giorno lui la portò anche a vedere dove abitava, una piccola casa ai bordi di un campo poveramente coltivato, volle tenersi a distanza, forse si vergognava della sua povertà.

Ma davvero i sudditi di suo padre erano così poveri? Alla corte cibo e leccornie non mancavano mai e poco oltre le mura la gente viveva a stento.

 

Un giorno…

<<Sai dovresti trovare il coraggio di chiederglielo>>  Derek era seduto su un tronco d’albero abbattuto da un fulmine e la stava guardando con occhi stranamente tristi.

<<Cosa? E a chi?>>

<<A Mensy, dovresti chiedergli se è felice di stare con te… e dovresti chiedergli chi sono io>>

<<Io lo so chi sei, Derek il mio migliore amico! Ed è ovvio che Mensy sia felice di stare con me, abita in un grande palazzo ed è il folletto di una futura regina!>>

Quel giorno Derek la lasciò presto dicendo di dover aiutare suo padre nei campi. Alina rimuginò a lungo sulle parole dell’amico, alla fine non resistette e rivolse a Mensy le due domande, <<Derek è morto anni fa, ucciso dai soldati di tuo padre perché pescava al fiume del re per vendere pesce al mercato. E sì, io sono infelice qui con te.>>

Alina sentiva le lacrime scendere calde sulle guance osservando Mensy che si allontanava felice, avrebbe sempre portato nel cuore il ricordo di un folletto ed uno spirito che le avevano insegnato che il bene più grande per una regina è essere amata dai suoi sudditi.

Valeria, invece, trova il coraggio di affrontare il dolore anche nei sogni…

Nelle acque del patimento

Ognuno di noi, si aspetta di vivere esperienze straordinarie, che lascino un segno indelebile nella propria anima. Quando però, non lo sono, comprendi che la strada non è sempre spianata ma piena di buche. Ci sono poi, quelle troppo dolorose, che vuoi sigillare in uno scrigno in fondo al cuore, giurando che mai sarebbe stato aperto.

Così avevo fatto, da quando era successo. E pareva funzionare fino a qualche notte fa. In un sogno che appariva tranquillo, l’acqua iniziò a filtrare attraverso i muri, dalla fessura della porta, da sotto il letto.  Più lo rigettavo, più l’incubo voleva riemergere. Fu allora che la vidi, aprendo gli occhi. Era lì, sostava sul petto. Non si muoveva, non un vibrare d’ali. Una farfalla, d’un nero intenso. Inquietante ma bella a tal punto da non riuscire a distogliere lo sguardo. Andai per toccare le ali vellutate, ma volò via.

Senza pensare corsi fuori. Stavo cercando una farfalla? Assurdo per quanto potesse essere, cresceva il bisogno dentro di me di vederla ancora. Un profumo intenso di rose m’indusse a volgere lo sguardo alle mie spalle. Seduto sul muretto, un ragazzo stava in silenzio. Lunghi capelli neri contornavano il viso pallido. Occhi che brillavano con la luce della luna.

 

Si alzò e mi venne incontro. Sussultai quando mi sfiorò con tocco delicato la guancia.

– Lascia che mi nutra del tuo dolore, ne ho bisogno. Dammi ciò che desidero e andrò via.

Nonostante quelle parole avrebbero fatto scappare chiunque, io restai. Era un’attrazione pericolosamente intensa, ma volevo goderne ogni istante. Una folata di vento si levò all’improvviso, quando riaprii gli occhi, era scomparso.

Delusa, tornai a letto. Avvolta nelle lenzuola, non tardai a entrare nel mondo onirico dove in una piazza, il silenzio regnava sovrano. Vagai, in cerca di aiuto fino a entrare in una chiesa, non una qualsiasi ma il riparo durante le assidue liti dei nostri genitori. Fermandomi per riprendere fiato, mi accorsi dell’acqua che sgorgava dalle fughe del pavimento.

– Cosa vuoi? – urlai spaventata – Che ricordi tutto? Non posso!

– Giochiamo a nascondino – disse una voce che non sentivo da sei anni.

– Chiara?

Agitava la mano, invitando a seguirla. Lo feci, anche se non volevo al tempo stesso. Fino a giungere sul retro, dove, oltre il buco nella recinzione, scorreva un fiume.

– Non nasconderti lì, è pericoloso – avvertii.

Un urlo insopportabile si elevò, accorsi senza pensarci due volte rivivendo la tragedia. Avevo dieci anni quando accadde, Chiara solo sei. Toccava a me proteggerla, ma, anche se mi tuffai, fallii nel tentativo. Era morta, ed io, l’avevo lasciata all’Ade.

Potevo ora salvarla? Era una seconda possibilità? Mi tuffai alla sua ricerca e vidi la manina che si allontanava. Nuotando oltre le mie capacità la toccai. Una luce intensa mi avvolse, trasmettendo un piacevole tepore.

– Va tutto bene, Sara. Non è colpa tua – mi baciò sulle labbra prima di scomparire.

 

Destandomi dal sogno, in lacrime, trovai quella piccola creatura sul petto. Allungando la mano questa volta non fuggì ma salì sul mio indice.

– Grazie qualsiasi cosa tu sia, mi hai liberato. Adesso anch’io posso volare – tesi il braccio e volò via, fuori dalla finestra, immedesimandosi con l’oscurità della notte.

Pubblicato in I vostri racconti | | 13 Commenti »

Fuoco e aria in due racconti…

scritto il luglio 14th, 2010 da alphabetcity

In questo caldo, caldissimo, pomeriggio estivo vi proproniamo di riscaldarvi ancora di più con il furore della battaglia contro il Signore del fango immaginata da Tomas  e poi respirare la freschezza della visone  creata dalle parole di Cesare, l’ideale da leggere al tramonto.

Dunque tutti pronti ad impugnatre le spade…

Vargo

Finalmente, per la vita di Vargo era giunto il momento della svolta. L’orda  nemica in lontananza ricopriva quasi per intero le sconfinate Paludi di Fango, il luogo dell’ultima battaglia. Inevitabilmente, il ragazzo pensò a tutto quello che gli era accaduto negli ultimi mesi prima di ritrovarsi al capo di un esercito di ribelli insieme a quelli che erano diventati i suoi più fedeli compagni: Alibel, Leofer, Alia e Nernel.

Tutto aveva avuto inizio una fresca mattinata di inverno, mentre Vargo  era in giro per i boschi circostanti la piccola città di Araval con la sua migliore amica Alibel. I due avevano subìto l’attacco di una dozzina di mostri simili ad orchi, ed erano scampati  da una morte certa grazie al vecchio stregone che viveva nella foresta. Questi poi aveva spiegato a Vargo e Alibel che quelle creature erano gli emissari di Caster, il signore di  Fango che, dalle paludi di Fango del sud-est, stava cercando di creare un potente esercito per riuscire ad avere il dominio totale sulla terra di Buckringor. Non a caso, infatti, egli aveva fatto uccidere i quattro più potenti sovrani del Nord, dell’Ovest, del Sud e dell’Est e tutti i loro familiari per riuscire più facilmente nel suo intento. Tuttavia, spiegò loro lo stregone, i quattro legittimi eredi erano stati fortunatamente messi in salvo in modo da fornire in futuro una resistenza contro Caster. Occorreva quindi partire subito  per ritrovare i Conti e porre fine alla sete di potere del signore del Fango.

Durante il viaggio per la terra di Buckringor, Vargo ed Alibel avevano scoperto che uno dei conti, quello dell’ Ovest, altri non era che lo stesso Vargo, e avevano recuperato il conte del Nord, Leofer, e le contesse dell’ Est e del Sud, Alia e Nernel. Successivamente, dopo aver stretto alleanza con i popoli delle montagne e delle foreste, i quattro Conti erano riusciti a mettere in piedi un esercito capace di fronteggiare Caster.

Ora si trovavano tutti lì, davanti alle paludi, assaporando gli ultimi momenti di calma prima del giro di boa delle loro vite. Nel  cuore, Vargo aveva un’ enorme voglia di vendicarsi per tutto ciò che aveva subito la sua famiglia affiancata dalla paura di non riuscire a sostenere quello che sarebbe accaduto di lì a poco.

Voltandosi, vide il terrore negli occhi dei guerrieri che lo accompagnavano. Era giunto il momento di spronarli con parole di cui nemmeno lui era tanto sicuro, ma che sicuramente avrebbero fatto effetto sugli animi di quegli uomini costretti da un giorno all’altro a partire verso morte certa.

Cercando nel profondo del cuore le parole migliori, disse con tono deciso ai suoi guerrieri:

“Uomini, né io né voi avremmo voluto essere qui oggi. Avremmo preferito probabilmente restare a casa dalle nostre mogli, giocare con i nostri bambini o andare a caccia con i nostri amici. Eppure, è proprio in nome di ciò a cui abbiamo rinunciato che siamo arrivati fino a queste paludi a fronteggiare questo esercito. Un esercito che, se avesse il sopravvento, distruggerebbe le nostre case e farebbe strage delle nostre famiglie. Vi invito, guerrieri miei, a combattere con quanto più amore serbate nel cuore verso ciò che vi è più caro e che vi aspetta alla fine di questo terribile giorno. Pensate a questo mentre sarete laggiù. Mi fido di voi e delle vostre spade. Ed ora… Carica!!!”

Ed ora è il momento della visione celestiale di Cesare, di cui segnaliamo il blog: http://trarealtaeillusione.blogspot.com/

Fireflies in a jar [Aspetta, fanciulla dalla maschera di farfalla]

Sdraiato sul davanzale della finestra, osservo, fuori, le tenebre che avvolgono la campagna intorno. Gli alberi si muovono lenti e il leggero fruscio delle foglie sembra una serenata alla luna. Alzando gli occhi verso il cielo vedo infinite stelle che brillano flebili, occultate dalla luce lunare. L’odore della brezza estiva ferma lo scorrere del tempo. Sento un pizzicore all’indice e noto una flebile luce che pulsa, docile. Una lucciola. La osservo e sorrido, ma pochi istanti dopo prende il volo e scompare, senza salutare.

***

Credo di essermi addormentato. Adesso sono in una piccola radura, appoggiato ad un tronco d’albero. La corteccia ruvida pressa sui miei palmi, mentre alle orecchie arriva lo scroscio delicato di un piccolo rivolo d’acqua che, quasi immobile, riflette una figura angelica e lucente adagiata sulla sua riva. È un’incantevole fanciulla; sulla parte destra del volto indossa una maschera a forma di farfalla, decorata con piume policrome che, soavi, le avvolgono parte del volto. Strabuzzo gli occhi e noto che piccole luci le volteggiano intorno leggiadre. Lucciole. Muove le mani nell’aria, sembra giocare con i piccoli insetti sfolgoranti, perché sorride. Un sorriso serafico, che mi paralizza e mi purifica al tempo stesso.

Le gambe mi tremano alla vista del quadro etereo che ho davanti. Prego che non sia un sogno e, mosso da un sentimento che non conosco, muovo un passo. Un ramo però si spezza sotto il peso del mio piede e, con lui, la perfezione della scena. Lo spirito celeste si accorge della mia presenza. L’ho spaventata.

Lei si alza con grazia e maestosità e inizia a correre, inesorabile, verso la radura.

«Aspetta» proferisco. Ma la fanciulla non si ferma.

Salto il rivolo d’acqua e mi addentro nella foresta; la vedo, perché emana una luce aranciata che fa fuggire le tenebre. Le foglie cadute sul terreno, non scricchiolano, ma mi sembra quasi di sentirle tintinnare al suo passaggio, grate di essere toccate dalla fanciulla. D’un tratto riesco a scorgere la parte scoperta del suo volto e mi accorgo che il sorriso non è andato via, è ancora lì, ammaliante, gaio. Lei mi sta guardando con il suo sguardo pieno di tutto l’universo. La sua iride si muove densa, volubile, come fuoco liquido. Le ciglia più lunghe del normale fanno illudere la mia vista, confondendola. Sta giocando, ancora. Libra veloce tra gli alberi secolari e non riesco a stare al suo passo. Rallento fino a fermarmi. Sono stordito dall’essere celestiale e poco a poco il suo alone di luce scompare nella tenebra. L’ho persa, per sempre.

Una lacrima mi riga la guancia, e una mestizia profonda mi avvolge. Non so perché ma sento che la fanciulla dalla maschera di farfalla è l’essenza più preziosa del mondo. Ne ho bisogno, ma non come si ha bisogno dell’acqua o del cibo. È qualcosa di immensamente più profondo.

***

Il risveglio è violento, quasi traumatico. Mi ritrovo sulla finestra, di nuovo, tristemente. Ricordo ogni particolare del sogno e voglio catturarlo. Subito. Prendo il quaderno e la matita che ho accanto e inizio a disegnare la fanciulla, meglio che posso, alla luce selenica. Un’emozione prorompente e irrefrenabile mi colma il cuore. Poi un soffio di vento mi accarezza il volto e porta con sé qualcosa che si posa sul foglio su cui sto disegnando. Una piuma arancione, sulla cui punta c’è una lucciola. Qualche istante dopo la lucciola riparte verso la radura vicina e stavolta la seguo con gli occhi. Si dirige verso una luce calda e riposante, fra gli alberi. Poi scompare anche quella. Sono felice.

Perché i miei sogni stanno facendo esplodere le cuciture.

Cosa ne pensate?

Pubblicato in I vostri racconti | | 8 Commenti »
« Previous Entries