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Uno sguardo malinconico come quello di Sofia…

scritto il Luglio 15th, 2010 da alphabetcity

Questa volta sembra che la vostra fantasia sia stata colpita da un sentimento simile a quello che a volte attanaglia Sofia… una malinconia che non sempre è dolce…

Così Cristina ci racconta una favola dietro la quale si cela un insegnamento importante per la vita…

Il folletto veritiero

Il viso di Derek le riapparve per come l’aveva visto la prima volta, quando scappata dal palazzo voleva andare a giocare in riva al fiume, poco le importava se a sera si sarebbe presa una bella strigliata dalla governante, voleva divertirsi e l’avrebbe fatto! Con sé portava come sempre Mensy il suo folletto veritiero. Lo zio di Alina lo aveva portato da uno dei suoi viaggi, era un bottino di guerra, appartenuto ad un grande regnante ed era ovviamente parso un degno regalo per la principessa Alina, futura regina di Cares.

Una volta raggiunto il fiume Alina decise di fare il bagnetto al suo piccolo Mensy il quale non parve affatto gradire, sembrava molto infreddolito ma a lei la cosa divertiva e ignorò il disagio del suo piccolo amico.

<<Hey, perché non gli chiedi se gli piace? I folletti veritieri non possono mentire giusto?>>  Si voltò di scatto e dietro di sé vide un ragazzino che la stava osservando da un’altura.

<<Come osi rivolgerti in questo modo alla tua principessa? Straccione!>> Alina era furiosa, non amava essere contestata, forse era per questo che la lista dei suoi amici si riduceva ad un folletto che parlava solo se interrogato…

<<Se davvero sei una principessa dovresti preoccuparti del bene di chi dipende dalle tue decisioni e non mi pare che quel folletto sia contento del trattamento che gli stai riservando. Non vedi come trema poverino?>>

Dovette ammettere che il ragazzo aveva ragione, Mensy stava tremando tutto, lo tirò fuori dall’acqua sentendo una strana sensazione alla bocca dello stomaco, voleva credere fosse rabbia ma assomigliava preoccupantemente alla vergogna.

<<Vieni, andiamo al sole o si prenderà un raffreddore poverino.>> Il ragazzo le stava porgendo la mano, l’aiutò ad alzarsi e l’accompagnò in una radura oltre gli alberi dove il sole scaldava dolcemente la pelle e dove Mensy asciugò in breve tempo. Senza nemmeno rendersene conto la ragazza si trovò a ridere alle battute del suo nuovo amico, Derek era il suo nome, si era presentato poco dopo averla fatta sedere sull’erba.

Da quel giorno ogni volta che poteva Alina scappava dal palazzo per andare sulla riva del fiume dove sapeva di trovare Derek, insieme a lui si divertiva davvero, un giorno lui la portò anche a vedere dove abitava, una piccola casa ai bordi di un campo poveramente coltivato, volle tenersi a distanza, forse si vergognava della sua povertà.

Ma davvero i sudditi di suo padre erano così poveri? Alla corte cibo e leccornie non mancavano mai e poco oltre le mura la gente viveva a stento.

 

Un giorno…

<<Sai dovresti trovare il coraggio di chiederglielo>>  Derek era seduto su un tronco d’albero abbattuto da un fulmine e la stava guardando con occhi stranamente tristi.

<<Cosa? E a chi?>>

<<A Mensy, dovresti chiedergli se è felice di stare con te… e dovresti chiedergli chi sono io>>

<<Io lo so chi sei, Derek il mio migliore amico! Ed è ovvio che Mensy sia felice di stare con me, abita in un grande palazzo ed è il folletto di una futura regina!>>

Quel giorno Derek la lasciò presto dicendo di dover aiutare suo padre nei campi. Alina rimuginò a lungo sulle parole dell’amico, alla fine non resistette e rivolse a Mensy le due domande, <<Derek è morto anni fa, ucciso dai soldati di tuo padre perché pescava al fiume del re per vendere pesce al mercato. E sì, io sono infelice qui con te.>>

Alina sentiva le lacrime scendere calde sulle guance osservando Mensy che si allontanava felice, avrebbe sempre portato nel cuore il ricordo di un folletto ed uno spirito che le avevano insegnato che il bene più grande per una regina è essere amata dai suoi sudditi.

Valeria, invece, trova il coraggio di affrontare il dolore anche nei sogni…

Nelle acque del patimento

Ognuno di noi, si aspetta di vivere esperienze straordinarie, che lascino un segno indelebile nella propria anima. Quando però, non lo sono, comprendi che la strada non è sempre spianata ma piena di buche. Ci sono poi, quelle troppo dolorose, che vuoi sigillare in uno scrigno in fondo al cuore, giurando che mai sarebbe stato aperto.

Così avevo fatto, da quando era successo. E pareva funzionare fino a qualche notte fa. In un sogno che appariva tranquillo, l’acqua iniziò a filtrare attraverso i muri, dalla fessura della porta, da sotto il letto.  Più lo rigettavo, più l’incubo voleva riemergere. Fu allora che la vidi, aprendo gli occhi. Era lì, sostava sul petto. Non si muoveva, non un vibrare d’ali. Una farfalla, d’un nero intenso. Inquietante ma bella a tal punto da non riuscire a distogliere lo sguardo. Andai per toccare le ali vellutate, ma volò via.

Senza pensare corsi fuori. Stavo cercando una farfalla? Assurdo per quanto potesse essere, cresceva il bisogno dentro di me di vederla ancora. Un profumo intenso di rose m’indusse a volgere lo sguardo alle mie spalle. Seduto sul muretto, un ragazzo stava in silenzio. Lunghi capelli neri contornavano il viso pallido. Occhi che brillavano con la luce della luna.

 

Si alzò e mi venne incontro. Sussultai quando mi sfiorò con tocco delicato la guancia.

- Lascia che mi nutra del tuo dolore, ne ho bisogno. Dammi ciò che desidero e andrò via.

Nonostante quelle parole avrebbero fatto scappare chiunque, io restai. Era un’attrazione pericolosamente intensa, ma volevo goderne ogni istante. Una folata di vento si levò all’improvviso, quando riaprii gli occhi, era scomparso.

Delusa, tornai a letto. Avvolta nelle lenzuola, non tardai a entrare nel mondo onirico dove in una piazza, il silenzio regnava sovrano. Vagai, in cerca di aiuto fino a entrare in una chiesa, non una qualsiasi ma il riparo durante le assidue liti dei nostri genitori. Fermandomi per riprendere fiato, mi accorsi dell’acqua che sgorgava dalle fughe del pavimento.

- Cosa vuoi? – urlai spaventata – Che ricordi tutto? Non posso!

- Giochiamo a nascondino – disse una voce che non sentivo da sei anni.

- Chiara?

Agitava la mano, invitando a seguirla. Lo feci, anche se non volevo al tempo stesso. Fino a giungere sul retro, dove, oltre il buco nella recinzione, scorreva un fiume.

- Non nasconderti lì, è pericoloso – avvertii.

Un urlo insopportabile si elevò, accorsi senza pensarci due volte rivivendo la tragedia. Avevo dieci anni quando accadde, Chiara solo sei. Toccava a me proteggerla, ma, anche se mi tuffai, fallii nel tentativo. Era morta, ed io, l’avevo lasciata all’Ade.

Potevo ora salvarla? Era una seconda possibilità? Mi tuffai alla sua ricerca e vidi la manina che si allontanava. Nuotando oltre le mie capacità la toccai. Una luce intensa mi avvolse, trasmettendo un piacevole tepore.

- Va tutto bene, Sara. Non è colpa tua - mi baciò sulle labbra prima di scomparire.

 

Destandomi dal sogno, in lacrime, trovai quella piccola creatura sul petto. Allungando la mano questa volta non fuggì ma salì sul mio indice.

- Grazie qualsiasi cosa tu sia, mi hai liberato. Adesso anch’io posso volare – tesi il braccio e volò via, fuori dalla finestra, immedesimandosi con l’oscurità della notte.

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Fuoco e aria in due racconti…

scritto il Luglio 14th, 2010 da alphabetcity

In questo caldo, caldissimo, pomeriggio estivo vi proproniamo di riscaldarvi ancora di più con il furore della battaglia contro il Signore del fango immaginata da Tomas  e poi respirare la freschezza della visone  creata dalle parole di Cesare, l’ideale da leggere al tramonto.

Dunque tutti pronti ad impugnatre le spade…

Vargo

Finalmente, per la vita di Vargo era giunto il momento della svolta. L’orda  nemica in lontananza ricopriva quasi per intero le sconfinate Paludi di Fango, il luogo dell’ultima battaglia. Inevitabilmente, il ragazzo pensò a tutto quello che gli era accaduto negli ultimi mesi prima di ritrovarsi al capo di un esercito di ribelli insieme a quelli che erano diventati i suoi più fedeli compagni: Alibel, Leofer, Alia e Nernel.

Tutto aveva avuto inizio una fresca mattinata di inverno, mentre Vargo  era in giro per i boschi circostanti la piccola città di Araval con la sua migliore amica Alibel. I due avevano subìto l’attacco di una dozzina di mostri simili ad orchi, ed erano scampati  da una morte certa grazie al vecchio stregone che viveva nella foresta. Questi poi aveva spiegato a Vargo e Alibel che quelle creature erano gli emissari di Caster, il signore di  Fango che, dalle paludi di Fango del sud-est, stava cercando di creare un potente esercito per riuscire ad avere il dominio totale sulla terra di Buckringor. Non a caso, infatti, egli aveva fatto uccidere i quattro più potenti sovrani del Nord, dell’Ovest, del Sud e dell’Est e tutti i loro familiari per riuscire più facilmente nel suo intento. Tuttavia, spiegò loro lo stregone, i quattro legittimi eredi erano stati fortunatamente messi in salvo in modo da fornire in futuro una resistenza contro Caster. Occorreva quindi partire subito  per ritrovare i Conti e porre fine alla sete di potere del signore del Fango.

Durante il viaggio per la terra di Buckringor, Vargo ed Alibel avevano scoperto che uno dei conti, quello dell’ Ovest, altri non era che lo stesso Vargo, e avevano recuperato il conte del Nord, Leofer, e le contesse dell’ Est e del Sud, Alia e Nernel. Successivamente, dopo aver stretto alleanza con i popoli delle montagne e delle foreste, i quattro Conti erano riusciti a mettere in piedi un esercito capace di fronteggiare Caster.

Ora si trovavano tutti lì, davanti alle paludi, assaporando gli ultimi momenti di calma prima del giro di boa delle loro vite. Nel  cuore, Vargo aveva un’ enorme voglia di vendicarsi per tutto ciò che aveva subito la sua famiglia affiancata dalla paura di non riuscire a sostenere quello che sarebbe accaduto di lì a poco.

Voltandosi, vide il terrore negli occhi dei guerrieri che lo accompagnavano. Era giunto il momento di spronarli con parole di cui nemmeno lui era tanto sicuro, ma che sicuramente avrebbero fatto effetto sugli animi di quegli uomini costretti da un giorno all’altro a partire verso morte certa.

Cercando nel profondo del cuore le parole migliori, disse con tono deciso ai suoi guerrieri:

“Uomini, né io né voi avremmo voluto essere qui oggi. Avremmo preferito probabilmente restare a casa dalle nostre mogli, giocare con i nostri bambini o andare a caccia con i nostri amici. Eppure, è proprio in nome di ciò a cui abbiamo rinunciato che siamo arrivati fino a queste paludi a fronteggiare questo esercito. Un esercito che, se avesse il sopravvento, distruggerebbe le nostre case e farebbe strage delle nostre famiglie. Vi invito, guerrieri miei, a combattere con quanto più amore serbate nel cuore verso ciò che vi è più caro e che vi aspetta alla fine di questo terribile giorno. Pensate a questo mentre sarete laggiù. Mi fido di voi e delle vostre spade. Ed ora… Carica!!!”

Ed ora è il momento della visione celestiale di Cesare, di cui segnaliamo il blog: http://trarealtaeillusione.blogspot.com/

Fireflies in a jar [Aspetta, fanciulla dalla maschera di farfalla]

Sdraiato sul davanzale della finestra, osservo, fuori, le tenebre che avvolgono la campagna intorno. Gli alberi si muovono lenti e il leggero fruscio delle foglie sembra una serenata alla luna. Alzando gli occhi verso il cielo vedo infinite stelle che brillano flebili, occultate dalla luce lunare. L’odore della brezza estiva ferma lo scorrere del tempo. Sento un pizzicore all’indice e noto una flebile luce che pulsa, docile. Una lucciola. La osservo e sorrido, ma pochi istanti dopo prende il volo e scompare, senza salutare.

***

Credo di essermi addormentato. Adesso sono in una piccola radura, appoggiato ad un tronco d’albero. La corteccia ruvida pressa sui miei palmi, mentre alle orecchie arriva lo scroscio delicato di un piccolo rivolo d’acqua che, quasi immobile, riflette una figura angelica e lucente adagiata sulla sua riva. È un’incantevole fanciulla; sulla parte destra del volto indossa una maschera a forma di farfalla, decorata con piume policrome che, soavi, le avvolgono parte del volto. Strabuzzo gli occhi e noto che piccole luci le volteggiano intorno leggiadre. Lucciole. Muove le mani nell’aria, sembra giocare con i piccoli insetti sfolgoranti, perché sorride. Un sorriso serafico, che mi paralizza e mi purifica al tempo stesso.

Le gambe mi tremano alla vista del quadro etereo che ho davanti. Prego che non sia un sogno e, mosso da un sentimento che non conosco, muovo un passo. Un ramo però si spezza sotto il peso del mio piede e, con lui, la perfezione della scena. Lo spirito celeste si accorge della mia presenza. L’ho spaventata.

Lei si alza con grazia e maestosità e inizia a correre, inesorabile, verso la radura.

«Aspetta» proferisco. Ma la fanciulla non si ferma.

Salto il rivolo d’acqua e mi addentro nella foresta; la vedo, perché emana una luce aranciata che fa fuggire le tenebre. Le foglie cadute sul terreno, non scricchiolano, ma mi sembra quasi di sentirle tintinnare al suo passaggio, grate di essere toccate dalla fanciulla. D’un tratto riesco a scorgere la parte scoperta del suo volto e mi accorgo che il sorriso non è andato via, è ancora lì, ammaliante, gaio. Lei mi sta guardando con il suo sguardo pieno di tutto l’universo. La sua iride si muove densa, volubile, come fuoco liquido. Le ciglia più lunghe del normale fanno illudere la mia vista, confondendola. Sta giocando, ancora. Libra veloce tra gli alberi secolari e non riesco a stare al suo passo. Rallento fino a fermarmi. Sono stordito dall’essere celestiale e poco a poco il suo alone di luce scompare nella tenebra. L’ho persa, per sempre.

Una lacrima mi riga la guancia, e una mestizia profonda mi avvolge. Non so perché ma sento che la fanciulla dalla maschera di farfalla è l’essenza più preziosa del mondo. Ne ho bisogno, ma non come si ha bisogno dell’acqua o del cibo. È qualcosa di immensamente più profondo.

***

Il risveglio è violento, quasi traumatico. Mi ritrovo sulla finestra, di nuovo, tristemente. Ricordo ogni particolare del sogno e voglio catturarlo. Subito. Prendo il quaderno e la matita che ho accanto e inizio a disegnare la fanciulla, meglio che posso, alla luce selenica. Un’emozione prorompente e irrefrenabile mi colma il cuore. Poi un soffio di vento mi accarezza il volto e porta con sé qualcosa che si posa sul foglio su cui sto disegnando. Una piuma arancione, sulla cui punta c’è una lucciola. Qualche istante dopo la lucciola riparte verso la radura vicina e stavolta la seguo con gli occhi. Si dirige verso una luce calda e riposante, fra gli alberi. Poi scompare anche quella. Sono felice.

Perché i miei sogni stanno facendo esplodere le cuciture.

Cosa ne pensate?

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Doppietta per farmi perdonare dell’assenza!

scritto il Luglio 14th, 2010 da alphabetcity

Bentrovati ragazzi drago, prima di cominciare con i racconti di oggi un paio di precisazioni su questo contest: visto che ci avete SOMMERSI di racconti nell’ultima settimana disponibile per inviarli (Grazie! Grazie! Grazie!), ci vorrà ancora qualche giorno prima che riusciamo a pubblicarli tutti e quindi ad annunciare la fortunata cinquina; questo, ovviamente, vuol dire che anche il secondo contest, di cui potrete trovare qualche indizio sul mio FB (http://www.facebook.com/?ref=home#!/profile.php?id=100000057342628), slitterà di qualche giorno!

Ma ora è il momento di lasciare spazio a due vostri racconti accumunati da un titolo che ha a che fare con la perdita totale della memoria, di sé stessi, con la cancellazione del ricordo… in una parola? Con l’oblio!

Ecco l’affascinante racconto di Dania…

Oblio

Quegli occhi. Sono bloccata da quegli occhi. Non riesco a distogliere lo sguardo, tutto quello che ho intorno ormai non conta più. Non mi accorgo degli alberi che sembrano toccare il cielo che tanto adoro, non mi accorgo che le creature incantate sono sparite tutte insieme, del silenzio che cala improvvisamente.

Se non fossi bloccata dentro quegli occhi forse capirei di trovarmi in pericolo, ma non me ne rendo conto. Sono immersa completamente dentro quegli occhi, verdi, come il prato immenso in cui mi ritrovo a correre. Intorno a me volano tanti uccelli screziati, e affondo i miei piedi tra fiori variopinti.  Improvvisamente di  fronte a me appare una casa, ad un piano solo, simile ad un mulino ad acqua, fuori si trova un bambino, avrà non più di 10 anni. Non riesco a vedergli il viso, ma questo stranamente non mi preoccupa. Ha i capelli castano scuro. Lo seguo senza esitare dentro la casa. I miei occhi si abituano velocemente al cambio di luce, la stanza è spoglia, dentro ci sono solo un tavolo e due sedie. Mi accomodo su una delle sedie, mentre il bambino si siede sull’altra, di fronte a me.

Non mi sembra per niente strano il fatto che continui a guardarsi le scarpe.

Piano piano, mi sento strana. É come se mi entrassero dentro delle informazioni, come se il bambino me le stesse trasmettendo.

Piano piano, comprendo. Capisco chi è quel bambino e come mai mi trovo in quello strano luogo. Dentro di me iniziano a propagarsi immagini, non mie, di luoghi strani, per niente simili a quelli da me conosciuti; di persone, che non ho mai visto in vita mia; di animali, di un altro mondo.

Perdo la percezione del mio corpo. Sono inebriata da tutto questo che mi ruota intorno. Non riesco più a percepire dove finisce il mio corpo e dove inizia quello delle persone delle immagini che mi trovo dentro.

Ancora poco e non riuscirò più a tornare in me.

Poi, sento qualcosa, del calore, inizialmente non riesco ad individuare dove, poi sento la mia pelle, mi rendo conto che è il mio braccio, riesco ad avvertire il busto, la testa, il bacino, le gambe. Torno di nuovo nel mio corpo. Il calore si espande in me, con il recupero dei miei sensi. Tutto quello che mi aveva inebriato, inizia a scomparire, riposto in un angolo remoto della mia mente. Sono di nuovo padrona di me, ma ora sono le forze ad abbandonarmi. Cado nel buio profondo del sonno.

Apro gli occhi. La casa è sparita, il bambino è sparito, così come il prato e i colori. Davanti a me ci sono solo quegli occhi. Mi rendo conto di non essere mai stata in quel luogo, è stato solo un’illusione, causata dal colore verde intenso di quegli occhi.

Questo, finalmente, mi spaventa e distolgo lo sguardo. Ora posso osservare la persona che mi sta di fronte. Oltre agli occhi verdi, sui quali cerco di soffermarmi il meno possibile, noto che è un ragazzo. Ha dei capelli castano scuro e mi sembrano famigliari.

Ho un giramento di testa, ma riesco a mantenere l’equilibrio senza far notare nulla al ragazzo.

Ci fissiamo per quella che a me sembra un’eternità.

“Chi sei?” gli chiedo finalmente.

“Non c’è bisogno che ti risponda. Lo sai benissimo”

E questo, invece, è quello di Gilbert, che ci porta in un mondo completamente diverso dove la dimensione da sogno lascia il posto all’azione…

La carezza dell’oblio

Se i miei calcoli sono esatti, arriveranno fra un minuto…

Coperta da capo a piedi dal pesante mantello nero, avanzavo guardinga nelle ombre di quel lurido vicolo di Gerusalemme, stringendo al petto l’antico rotolo di pergamena.

Il dado mistico ne ha previsti Sette… – ripetevo fra me i postulati della Kabbalah – Come le braccia del Sacro Candelabro, la Menorah…

Un rumore alla mia destra attirò la mia attenzione. Erano loro, tutto stava andando secondo i calcoli! Come previsto, tre viscide ombre sgusciarono fuori dall’oscurità sulla mia destra. Alle mie spalle apparvero altri due. In tutto, erano cinque assassini vestiti di nero con delle orrende maschere a coprire il loro viso.

– Addio Aaron! – urlò l’insolente mascherato dinanzi a me, scagliando un pugnale all’altezza del mio cuore.

Sapevo che l’avrebbe fatto.

Avevo calcolato al millesimo la traiettoria: feci un agile balzo sul lato sinistro ed evitai di un soffio la letale lama.

– Ma tu…– esclamò il sicario con meraviglia –Tu non sei…

Lo spostamento d’aria aveva fatto cadere all’indietro il cappuccio nero che fino ad allora aveva mantenuto segreta la mia identità.

– Purtroppo no– risposi, posizionando come meglio potevo il rotolo di pergamena nel cappuccio dietro la mia testa, –Non sono il Rabì Aaron. Per cui, se volete scusarmi, andrei di fretta…

– Maledizione! – gracchiò il sicario alle mie spalle – Il vecchio ci ha giocati! Ed ora cosa facciamo?

– Chi se ne frega del vecchio!– disse il sicario che aveva lanciato il pugnale –Levi vuole la pergamena. Getta le armi e vieni avanti con le mani alzate, bellezza…-

Sapevo che l’avrebbero chiesto. Tutto secondo i piani…

Sfilai i candidi guanti che col Sigillo di Salomone avevano fino ad allora protetto le mie mani ed avanzai lentamente verso i cinque. I sicari di colpo ammutolirono, allorché un flebile raggio di sole illuminò le mie mani, che brillarono in tutto il loro accecante splendore. Fra le arcuate nocche e l’esile polso, scintillavano ai raggi solari le quattro lettere del Tetragrammaton, il nome di Dio, sapientemente disegnate con polvere d’oro.

Con un tonfo metallico, le armi dei sicari caddero al suolo. Sebbene le loro maschere non lo dessero a vedere, la luce divina aveva annullato i loro propositi bellicosi e le loro anime vagavano ora felici in un limbo di beatitudine. Li accarezzai uno ad uno, pregando il signore che dimenticassero i loro cattivi propositi e che d’ora in avanti conducessero una vita improntata alla rettitudine.

Reinfilai i guanti e mi guardai attorno: nessun’altra minaccia sembrava essere presente nel vicolo. Ricontai i sicari: erano sempre cinque.

Eppure, il dado mistico ne aveva previsti sette… Com’era possibile tutto ciò?

Improvvisamente, un forte tonfo alle mie spalle mi fece trasalire. Mi voltai, e con mia grande sorpresa notai due figure in più accasciate per terra. Erano quel farabutto di Levi e suo figlio. Guardai in alto: di sicuro erano sul malfermo cornicione decine di metri più in alto, ed ora, sommersi nell’oblio, avevano perso l’equilibrio. Il terreno sotto di essi, pian piano, si stava tingendo di rosso.

Il dado mistico aveva ragione… Ed io che ero arrivata addirittura a dubitare dei sacri insegnamenti!

Giunta alla fine del buio vicolo, mi voltai indietro per l’ultima volta.

– Sarò capace – domandai a me stessa, frugando nella bisaccia appesa alla mia cintura – di non cedere alla tentazione dell’oscurità? Riuscirò a rimanere per sempre nella strada che conduce alla luce?

Il dado mistico mostrò il suo risultato, avvolgendo anche il Sigillo di Salomone con la sua luce azzurra: zero.

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Cosa c’è in soffitta?

scritto il Luglio 9th, 2010 da alphabetcity

In soffitta ci sono: cianfrusaglie, vecchi mobili, le foto della mamma quando andava all’asilo, il baule della nonna… oppure???

Chiedetelo a Marilù, il suo racconto offre un’alternativa niente male!

Sotto il tetto

La luna filtrava debolmente dalla finestra socchiusa, inondando di un lucore lattiginoso le lenzuola ammassate in un angolo del letto.
Astrid sedeva immobile, le mani premute appena sul materasso rigido; i suoi limpidi occhi verdi erano concentrati su un punto indefinito del soffitto buio, lì dove le travi di legno si intrecciavano sinuose a formare il sottotetto della stanza.
Pressoché impercettibile, uno scricchiolio composto risuonò nel silenzio. Lo sguardo della ragazzina si fece più intenso, mentre gli zigomi, le labbra e la curvatura della bocca si increspavano in un’espressione quasi famelica.
Si erano svegliati, finalmente.
Felpata come un gatto, Astrid si alzò. Nonostante i muscoli irrigiditi dal nervosismo, riuscì ad arrampicarsi sulla sedia senza sforzo e da lì a salire sulla scrivania; un unico cigolio della trama di noce tradì i suoi movimenti, e per un attimo il sommesso rosicchiare proveniente dal soffitto si interruppe.
La ragazza trattenne il fiato, immobile come il marmo; passarono alcuni minuti prima che gli occupanti del sottotetto appurassero che era stato un falso allarme e si decidessero a riprendere le loro attività, in un frullio di ali metallico. Astrid espirò, gli occhi socchiusi: grazie al cielo non si erano spaventati. Poi, cercando di non fare rumore, si alzò in punta di piedi ed appoggiò un orecchio alla parete, a circa due metri di distanza dalla tana.
Erano mesi che si svegliava nel cuore della notte, angosciata, ascoltando i sussulti, gli squittii ed il raspare fastidioso di artigli che grattavano il legno. Da un anno lei e i genitori abitavano in quella casa di montagna, vicino al bosco, e dopo qualche mese di silenzio le creature avevano cominciato a farsi sentire.
Astrid sapeva bene cosa fossero; sua madre era convinta si trattasse di ghiri, ma lei… lei, che veniva destata dal sonno, che passava ore ad interpretare i loro movimenti, che spesso era distratta dalla lettura di un libro per colpa di quel raschiare lento ma insistente, si era fatta un’idea molto diversa.
Uno stridio, un verso sibilante risuonò proprio allora dall’altro lato della parete; Astrid sobbalzò per la sorpresa  e calcò il viso contro il legno: non esistevano ghiri che emettessero un suono così sottile e vibrante.
I secondi passarono lenti. All’interno della cavità si udirono schiocchi e artigliate, accompagnati da sibili furiosi. Evidentemente le creature stavano litigando.
Astrid approfittò di quel momento per guardarsi intorno; con la scusa di voler appendere un quadro alla parete, nel pomeriggio – di giorno, quando loro dormivano in attesa della notte - si era fatta prestare il trapano da suo padre ed aveva profanato il legno con un buco di proporzioni abnormi per un chiodo ma non così grande da attirare l’attenzione delle creature.
Ed ora era lì, ad un passo da quella finestrella aperta sulla verità, bramosa si scoprire se le sue congetture fossero esatte.
Con il cuore che le martellava nel petto, mosse un passo verso destra e si alzò in punta di piedi; il foro si apriva in un’oscurità impalpabile, più fitta delle tenebre che aleggiavano sul bosco, più cupa della notte stessa.
Tremando di eccitazione, la ragazzina insinuò l’occhio nel buco, pronta a vedere il nido di quelli che – ne era sicura – non erano ghiri ma pipistrelli.
La sua pupilla ci mise un istante infinitesimale ad abituarsi al buio pesto; poi, Astrid guardò.
Minuscole creature brulicavano nell’ombra, gli occhi di fuoco brillanti come braceri ardenti risplendevano poco lontano da lei. Qualcuna si librava in aria descrivendo archi circolari, qualche altra rischiarava il buio soffiando azzurrine lingue di fuoco; alcune dormivano acciambellate, con la coda arrotolata introno al corpo scaglioso, altre rivoltavano la carcassa di quello che probabilmente era stato un topo.
Un sibilo crepitante risuonò nella tana, mentre una di loro si voltava verso Astrid.
Non erano ghiri e neanche pipistrelli.
Erano draghi.

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Gli opposti non sempre si attraggono!

scritto il Luglio 7th, 2010 da alphabetcity

Dato che il tempo stringe e ci sono ancora diversi racconti da pubblicare, eccone un altro tutto per voi. il giovane scrittore in erba Lorenzo ci narra una lotta senza esclusione di colpi…

Acqua e Fuoco

Il calar del sole disegnava una scia arancio sul mare. E proprio da questa scia una figura nera emerse dalle acque.

Lentamente si avviò verso la riva. Una piccola folla di curiosi si avvicinò ad ammirare quello spettacolo insolito.

Le bastò una semplice parola e quella gente incominciò a bruciare.

Nonostante la soddisfazione di vedere quelle persone che si contorcevano dal dolore, nella sua mente c’era un unico chiodo fisso: vendetta.

Vendicarsi della persona che la aveva esiliata, facendola marcire nelle profondità marine per secoli.

Così si incamminò verso la città.

Luca si incamminava, come ogni pomeriggio, verso il lago vicino casa sua.

Era un ragazzo alto, biondo, fisico perfetto da atleta e occhi azzurri come le acque dei fiumi.

Per qualche strana ragione si addormentò. Fu un grave errore, perché non si era accorto che qualcuno nell’ombra lo aveva seguito e ora lo stava fissando.

La figura nera si avvicinò silenziosamente verso di lui, sussurrò due parole e Luca iniziò a bruciare.

Dolore. Ecco cosa provò Luca quando si risvegliò. Vide il suo corpo andare in fiamme e pensò che sarebbe morto.

Ma incredibilmente riuscì a far emergere dal lago una figura d’acqua simile a un drago che lo investì spegnendo le fiamme che lo lambivano.

Guardò il suo aggressore e ne rimase sconvolto. Davanti a lui c’era la ragazza più bella che avesse mai visto. Tutto il suo corpo era fatto di fuoco ed era impossibile definirne l’età.

Una fiamma partì dalla mano della ragazza. Luca la evitò. Si concentrò e dal lago un getto d’acqua colpì in pieno la ragazza.

Le fiamme che la lambivano non si spensero. La ragazza formò una sfera di fuoco, Luca creò una sfera d’acqua. Contemporaneamente, i due ragazzi lanciarono le sfere e nel medesimo istante acqua e fuoco si scontrarono.

L’impatto tra le due sfere provocò una forza inimmaginabile che distrusse tutto ciò che circondava i ragazzi, i due si ritrovarono in un deserto di macerie.

Proprio mentre il duello era al culmine, la ragazza di fuoco gli ricordò il motivo per cui si stava scontrando con lui.

Qualche secolo prima, lei aveva cercato di creare un mondo che fosse circondato completamente dalle fiamme, affinché vi abitasse la sua specie.

Anche Luca aveva cercato di creare un mondo fatto solo d’acqua, in modo che la sua specie avrebbe potuto continuare a sopravvivere.

Nacque uno scontro che durò mesi, concludendosi con la vittoria di Luca.

Egli esiliò la sua rivale nelle profondità degli abissi. Il mondo che voleva distruggere in un istante  gli parve meraviglioso, ed ebbe pietà per esso.

Luca abbandonò la sua specie e iniziò a vivere come un uomo. Era passato tanto tempo che Luca ne aveva perso memoria. Solo adesso, ascoltando il racconto della ragazza, tutto gli stava tornando in mente.

La ragazza, con la forza dell’odio che provava nei suoi confronti, aumentò l’energia della propria sfera, distruggendo quella dell’avversario che cadde a terra rovinosamente.

Luca si ricordò della tecnica con cui l’aveva sconfitta. Si concentrò. Lentamente le acque del lago iniziarono a vorticare sempre di più fino a formare una serie di draghi.

Li lanciò verso lei, colpendola in pieno.

Ma lei era ancora lì, come se l’attacco di Luca non fosse mai avvenuto.

Lui aveva perso e lei aveva vinto, perché le energie di Luca erano esaurite.

La ragazza si avvicinò a lui, alzò una mano e urlò: “Brucia!”. Lei vide il corpo del suo nemico bruciare e vide lui che si contorceva dal dolore. Le sue urla le gelarono il fuoco. Fu un istante, cessarono subito.

Finalmente il suo unico nemico era stato sconfitto e il nuovo mondo era possibile.

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Una profezia che ci raggelerà

scritto il Luglio 7th, 2010 da alphabetcity

E con questo caldo forse non sarebbe una cattiva idea direte voi! Dunque, dopo aver avuto qualche problemino ieri eccoci di nuovo qui e questa volta speriamo di non mancare all’appuntamento pomerdiano con il secondo racconto!

Vi lasciamo al racconto di Gabriele… davvero suggestivo!

Profezie

C’è odore si sangue nell’aria…

Il vecchio eremita si rigirò malvolentieri nel suo letto di paglia della sua antica grotta ai confini del mondo dove aveva deciso si andare a vivere poco prima della Grande Guerra.  Mormorando qualcosa nella lingua dei Colti, si strofinò energeticamente gli occhi e si alzò dal suo giaciglio. Afferrato il suo vecchio bastone di quercia, si incamminò ancora titubante per il sonno verso l’apertura della grotta.

C’è odore di sangue nell’aria…

L’ora era giunta. Scrutando nervosamente le nebbie spandersi sulle pianure del Throndaw capì che tutti i suoi incubi stavano per avverarsi.  Ora che i draghi si erano estinti, ora che il Popolo degli Uomini e la Dinastia degli Elfi si erano annullati a vicenda nella lunga guerra che aveva segnato l’ultimo millennio e ora che i Nani avevano deciso di rinnegare il Mondo, rifugiandosi nelle loro miniere colme d’oro, come se questo potesse aiutarli, nessuno avrebbe potuto interferire contro di Lui, contro la Sua avanzata, contro la Sua sete di sangue sopita nel lungo oblio del tempo. Neanche i pochi maghi superstiti avevano l’energia necessaria per fronteggiarlo.

C’è odore di sangue nell’aria…

Lontano, sulle vette innevate ai margini del Regno, già si intravedevano i primi segni di morte. Allontanando pigramente con il suo bastone una piccola lucertola che, chissà per quale motivo, aveva deciso di infastidire il suo piede sinistro, il vecchio ripensava agli anni addietro e a quando, ancora Grande Saggio presso la biblioteca della capitale, studiava e vegliava sugli oscuri segreti del Libro delle Profezie. Quasi sogghignava quando pensava al giorno in cui aveva scoperto la realtà e a quello che di lì a poco sarebbe successo.

C’è odore di sangue nell’aria…

Nessuno aveva voluto ascoltare un povero vecchio, sporco della polvere dei suoi stessi libri; nessuno aveva prestato attenzione a quello che lui diceva o a quello che l’antico Libro riportava. D’altronde lui stesso faceva fatica a credersi, talmente era forte e crudele la verità che aveva scoperto. Quante volte aveva voluto morire, privandosi per sempre di quel sapere, ma ancora oggi, dopo 800 anni, era lì, solo, a cospetto del destino da lui stesso rivelato. Il tempo era stato sarcasticamente generoso con lui, permettendogli di vedere la fine di tutto.

C’è odore di sangue nell’aria…

Ormai sicuro di quel che stava per accadere, il vecchio scosse malinconicamente la testa e, voltandosi, si avviò lentamente nelle profondità della sua grotta, alla ricerca di un po’ di fresco dalla calura del giorno estivo pensando che probabilmente questo sarebbe stato l’ultimo giorno prima che Lui arrivasse, inesorabile con la Sua spada. Forse se l’Erede si fosse risvegliato una speranza ci sarebbe stata, ma ormai anche l’eremita, per quanto saggio, non ci credeva più. Era troppo tardi. Come diceva un vecchio proverbio nano: se aspetti troppo che la frutta diventi matura prima che tu te ne renda conto essa sarà già marcia.

C’è odore di sangue nell’aria…

Il marcio si era già esteso in quel mondo, e nessuno poteva più fermarlo…

C’è odore di sangue nell’aria…

Il MALE stava arrivando, questa è la fine…

C’è odore di sangue nell’aria…

C’è odore di sangue nell’aria…

Arriva….

C’è odore di sangue nell’aria…

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Acqua e aria… libertà e poesia

scritto il Luglio 6th, 2010 da alphabetcity

Il racconto di Claudia, il primo della giornata di oggi è un viaggio unico tra dragoni molto particolari…

Blu..

Le piaceva andare sulla scogliera, soprattutto al tramonto e alla mattina presto. Tutto era avvolto dalla brina gelida, sospeso. Rabbrividiva e si stringeva le braccia al petto, continuando a camminare con la sua falcata felina fino ad arrivare al ciglio della scogliera. Si sedeva e guardava giù, nel vuoto. Aspettava che la nebbia mattutina si diradasse, che all’odore salmastro dell’Oceano, allo sciabordio delle onde si aggiungessero anche i colori. Quei colori indefiniti, sfumati e sfilacciati come le nuvole al tramonto.

Gwin ci andava da sola, spesso, ma a volte la sua De’von, Nahili, insisteva per accompagnarla. Gwin saliva sulla sua groppa,  le accarezzava  le squame e, preso un bel respiro, scivolava giù in picchiata, diventava tutt’una con Nahili. La De’von aveva le squame di un bel colore turchese cupo, ma le venature delle sue ali erano sfumate di viola. Erano gli stessi colori degli occhi di Gwin: lo stesso verde cupo, il blu e le sfumature viola. Gwin lasciava che il vento le scompigliasse la zazzera nera, che le stampasse il sorriso. Amava quella voglia di sentirsi ancora più libera.

Era orfana e da sempre viveva con i De’von. Quei dragoni l’avevano accolta ad Hacelya, la grande Città Bianca. La bambina aveva imparato ben presto ad essere indipendente, a maneggiare le armi per difendersi, e ancora da ragazzina aveva difeso Nahili dall’attacco di un De’von giovane che si era ribellato a quella pace. Diceva di seguire un Drago, Carsius, che  aveva spronato la guerra contro i De’von. Carsius aveva scagliato una maledizione contro la Città di Hacelya. Le onde dell’Oceano, in una notte di luna piena, sarebbero insorte e la avrebbero sommersa. Il potere dei De’von, e la loro capacità di volare, era legata a quella città. Se fosse stata sommersa, i De’von si sarebbero estinti. Una collana che possedeva Gwin, regalata da una Principessa del Mare alle due razze era stata il motivo del loro litigio. L’unico modo per fermare quella guerra era distruggere la collana, gettandola in fondo all’Oceano. Gwin conosceva da tempo la storia e ci aveva riflettuto molto. L’orgoglio delle due razze avrebbe impedito che la collana venisse distrutta, perfino se questo avrebbe significato sommergere un’intera città. Quella notte, Gwin non riusciva a dormire. Si alzò dal letto e indossò il mantello, dirigendosi alla scogliera. Nahili decise di andare con lei. La ragazzina avrebbe preferito la solitudine, ma all’improvviso un boato interruppe i suoi pensieri. Saltò agilmente sul dorso di Nahili e la incitò a volare verso la scogliera. Molti De’von e Draghi li seguivano, curiosi. La scogliera era quasi sommersa, il cielo una tempesta di fulmini che si scaricavano sulle onde furibonde. Gwin seppe all’istante cosa fare. Vide la luna piena in cielo e, senza esitazione, gettò la collana. Quella però tornò indietro, perfino quando Gwin, esasperata, la ruppe in mille pezzi. Allora volse un sguardo sospeso a Nahili dietro di lei. E si gettò.

L’impatto fu tremendo. L’acqua era ovunque, sotto sopra di lei. Blu. Ovunque. Sentì il bisogno di respirare. Aprì la bocca e il sale entrò nei polmoni. Blu. Si lasciò andare, senza forze. Blu. Un cavallo. Bianco, fatto di spuma di mare e soffio di vento. Con le ultime forze, Gwin si aggrappò alla sua criniera, e il cavallo , in un lampo di luce, si trovò sulla scogliera. Gwin lo accarezzò. Si volse verso i De’von, in tempo per vedere Nahili che la abbracciava con le ali nervose e in tempo per guardare il capo dei De’von avvolgere Carsius con le sue ali. In tempo per un lieto fine.

Piaciuto? Non perdetevi l’appuntamento pomeridiano con un altro nuovo racconto tutto da scoprire!

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Oggi doppietta! Il racconto di Elena

scritto il Luglio 5th, 2010 da alphabetcity

Dopo il racconto di Maria ecco quello di Elena ad allietravi il pomeriggio! Tornano di scena draghi e viverne…

 Erano finalmente l’uno davanti agli altri.

Il cuore di Sora ormai era pieno solo di rabbia e di rancore verso quella Viverna e il suo cavaliere, che pochi giorni prima avevano ucciso il suo drago.

Sora tremava, e pensava alle ultime parole del suo drago: <<Il mio spirito sarà sempre con te, io ci sarò, e nell’ultima battaglia potrai affidarti ai miei poteri. Il mio spirito ti guiderà fino alla fine, fino alla tua morte, fino a quando non ci rincontreremo. Te lo prometto!>>

Ora lo sentiva meglio che mai; il sangue del suo drago scorreva insieme al suo nelle sue vene.

Quella era l’ultima battaglia: un solo cavaliere, un solo uomo contro un altro uomo e una viverna.

Martix, il cavaliere della viverna, era lì, davanti a lui insieme alla sua bestia. Solo loro due separavano Sora dal ritrovare la sua pace, e il suo villaggio.

<<Se volevi morire potevi dirmelo, ti avrei ucciso insieme alla tua bestia; ti saresti risparmiato la fatica della battaglia>> Matrix usò queste parole per far capire a Sora la sua sicurezza.

<<I miei antenati hanno parlato per secoli di questa battaglia, e quelli che mi hanno preceduto nei secoli ti hanno sempre battuto Matrix, o dovrei dire Halmond?!>>

Matrix era la reincarnazione di Halmond, signore del male, mentre Sora era la reincarnazione di Holdest, signore del bene.

<<Come vuoi tu allora, Holdest, ma non ci sconfiggerai, e io tornerò a regnare>>

Sora non se lo fece ripetere due volte.

Con una mano impugnò la sua spada, e con l’altra invocò il potere del suo drago. Subito la sua mano si ricoprì di fuoco, ma Sora non percepì il benché minimo calore. Si lanciò all’attacco verso Halmond, incurante della Viverna che si stava già preparando a lanciare una fiammata. Ma Sora non aveva paura del fuoco: evocò di nuoco i poteri del suo drago, e questa volta tutto il suo corpo fu avvolto da fiamme che respinsero l’attacco della Viverna.

Halmond lanciò un’occhiata alla sua Viverna, un’occhiata che parlava, che le diceva di stare ferma e che avrebbe combattuto in caso della morte di Halmond.

 Le spade dei due combattenti si toccarono, e il rumore violò il fragile equilibrio della notte.

<<Sora, usa i miei poteri, so che puoi farcela, avvolgilo e evoca le fiamme.>> Era il drago di Sora che gli aveva parlato.

Sora non ebbe possibilità di avvolgere Halmond, fino al momento in cui lo colpì violentemente. Allora lo abbracciò e evocò le fiamme. I due corpi erano coperti dalle fiamme, l?unica differenza era che uno bruciava, l’altro no.

Tutto finì in un minuto.

Sora ce l’aveva quasi fatta, ora doveva battere quella Viverna.

<<Sora, un solo attacco ti basterà per ucciderla, la tua spada dritta nel suo cuore>>

Sembrava la cosa più facile del mondo, ma appena Sora fece cenno di attacco, la Viverna si alzò in volo.

<<Lasciati andare e fidati di me>>

Si lasciò andare, e dalle sue mani uscirono delle saette. Ora sapeva come doveva fare.

Le puntò dritte sulla Viverna, la quale schivò le prime due, ma la terza andò in buca!

La colpì dritto all’ala, e la Viverna planò poco distante da Sora.

Sora le corse in contro, e quando arrivò la si blocco. Era così simile a un drago.

<<Sora, non esitare o si riprenderà!..lei non è un drago, la sua stirpe combatte contro i draghi da secoli!>>

A quelle parole Sora le si scaglio contro, e senza indugiare oltre la colpì dritto al cuore. La Viverna lancio un urlo di dolore, poi si accasciò al suolo, e non si rialzò.

Era finalmente tutto finito, Sora poteva tornare al suo villaggio, era stremato, ma una cosa lo rassicurava: lo spirito del suo drago sarebbe stato sempre con lui, e lo avrebbe aiutato, Sempre!

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Tra elfi e nani…

scritto il Luglio 5th, 2010 da alphabetcity

Maria ci racconta di un mondo magico, misterioso e inesplorato, accende la nostra curiosità per un luogo che non conosciamo: la terra di  Remsly

L’incontro

Julian arrivò sbadigliando nella piccola cittadina, tirava qualche ciottolo coi piedi e osservava di tanto in tanto le poche figure che si muovevano nella silenziosa Remsly.

Lui era nato lì, ma ci aveva vissuto troppo poco per ricordarsi di quella desolazione. –Che noia qui– sbottò e intanto cercava di farsi strada tra la nebbia che si infiltrava per le vie. –Beh cosa ti aspettavi da Remsly? Questa è la terra delle creature dimenticate, non è luogo per quelli come te– Disse una voce femminile alle sue spalle. Julian si voltò di scatto –Eppure io son nato…– le parole non vennero fuori, una strana ragazza era li, di fronte a lui, lunghi capelli scuri, occhi neri che brillavano di uno strano chiarore, la pelle di un colorito grigiastro e due orecchie insolitamente lunghe e appuntite. Non era umana, ma era di una bellezza sconosciuta.

La ragazza rise nel vedere lo stupore del giovane –Era appunto questo di cui ti parlavo straniero. Qui non troverai quelli come te, per voi sarebbe impossibile viverci, a stento puoi vedermi– Lo guardò a lungo, spaesato, incredulo, lo afferrò per un polso –Per questa sera starai da me umano– Julian si lasciò portare, non disse nulla, “altre creature” pensava, chi e cos’era quella ragazza, cos’era successo alla vecchia Remsly, tante domande e nessuna risposta.

Giunsero ai margini del bosco, una piccola casa li attendeva, semplice ma comoda per una o due persone. Lei iniziò a frugare tra le provviste, le sembrava scortese non offrire un pasto al suo ospite –Domani quando il sole sarà alto e la nebbia diradata partirai, Craamus non dista molto da qui e troverai tutto ciò di cui hai bisogno per… – lui la interruppe –Sono qui per un preciso motivo e non ho intenzione di andar via così presto– si mise a sedere –insomma, io arrivo qui e non trovo nulla di quello che mi sarei aspettato,e poi spunti tu… e non so mi parli di creature e se non ti vedessi coi miei occhi non ti crederei..dannazione, non so nemmeno il tuo nome!– Prese a sedersi anche lei –Thelys, mastro alchimista di Remsly, se dovesse capitarti di incontrare i nani non ascoltarli, sono solo invidiosi perché sono più brava e più alta di loro. Domani ti accompagnerò alla locanda e potrai fermarti finchè avrai bisogno… sempre che tu resista straniero– –Julian… il mio nome è Julian, e non andrò via di certo per un pò di nebbia, ne tanto meno per qualche nano dispettoso…Thelys, tu…– –Non sono di certo un nano!– lo anticipò –Io faccio parte degli Elfi Oscuri, quelli che per secoli sono stati l’ombra dei Grandi Elfi– scrollò la testa, sorrise –Non credere che la mia razza sia malvagia– Si alzò, finì di preparare la cena per Julian –Scusa la semplicità– disse posando del brodo di verdure e un pezzo di pane scuro in tavola –Non aspettavo visite– Non parlarono più, Julian consumava il pasto lentamente pensando ad ogni boccone cosa volesse dire ‘ombra dei Grandi Elfi’, lui di elfi aveva sentito parlare vagamente, credeva fossero leggende, favole per bambini, Thelys teneva lo sguardo basso, presa dai ricordi, giocava nervosamente con le mani. Si impose di non pensarci, tirò su il viso e si mise a scrutare i gesti del giovane, “un umano a Remsly”.

Durante la notte strani pensieri li trascinarono in un sogno identico, un vortice che li risucchiava e poi il nero più assoluto. Al mattino Thelys svegliò Julian, lo portò ancora insonnolito fuori. Era giorno, un bellissimo giorno di sole, molto raro a Remsly, Thelys rideva e a Julian sembrò ancora più bella. Lui si voltò verso la città e urlò –Da oggi hai un nuovo cittadino Remsly!–

Chissà quante altre avventure potranno vivere  Thelys e Julian…

Qui nella terra dei draghi, invece, aspettiamo le avventure che creerete per i personaggi da voi inventati!

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Dato il caldo…brividi da suspance!

scritto il Luglio 2nd, 2010 da alphabetcity

Per salutarvi nella pausa del fine settimana vi lasciamo con il racconto di Andrea Francesca che se fosse un film lo definiremmo un misto tra horror (molto soft) e azione ! Ovviamente vi auguriamo buona lettura: godetevi la suspance!

 

Ora e per sempre 

Lui con la spada in mano.

Lei con l’arco pronto.

La loro morte certa davanti agli occhi pieni di terrore: quella Viverna copriva la loro unica salvezza.

Quella dannata e tanto cercata uscita.

Per mesi avevano percorso ininterrottamente quella maledetta e infinita grotta, quel labirinto infinito di cunicoli e corridoi; e ora che erano finalmente alla fine di quel gioco assurdo la loro strada era interrotta da lei.

Quella creatura li stava guardando, li stava scrutando, per lei non erano altro che prede facili e non se le sarebbe certo lasciata scappare.

La creatura più spaventosa che uno potesse mai immaginare, con i suoi unici due arti posteriori ti afferrava e ti stritolava, con la ali e la cosa uncinata ti feriva e con quelle bianche e rosse zanne di dilaniava la carne e ne traeva il sangue.

Il solo pensare e vedere i suoi occhi rossi come il fuoco dell’inferno tagliati in due da quelle pupille allungate col notte oscura, ti faceva accapponare la pelle.

Quella era la loro morte sulla Terra ed essa stava bloccando la loro il cammino, l’unica possibilità per evitare di esalare l’ultimo respiro.

Non ne sarebbero usciti vivi, lo sapevano.

Lei gli strinse la mano guardandolo.

<<Ci siamo Patrik.

Siamo alla fine!>>.

Lui si riprese.

Quando Patrik aveva scoperto la sua vera origine Elfica aveva lasciato tutto, compresa la sua famiglia adottiva, per cercare le sue vere radici.

Da quel momento non aveva trovato altro che difficoltà e delusioni.

Si era anche pentito di quella scelta e così era tornato a casa e al suo rientro aveva trovato la madre in un letto, morente.

L’unica cura per salvarla era nella sua mano: quel dannato fiore nero e rosso gli stava costando la sua vita e quella della persona migliore che avesse mai conosciuto.

Aveva incontrato detta persona nel suo viaggio di ricerca e se non fosse stato per ella non sarebbe riuscito nemmeno ad arrivare fino a lì, un legame profondo li univa e solo ora lui se ne rendeva effettivamente conto.

Quando stava per perderla.

Quella persona era al suo fianco e avrebbe dato qualunque cosa per non lasciarla.

Ora però non sapeva che fare, non sapeva che sarebbe successo e non sapeva nemmeno se sarebbe riuscito a tornare in tempo per salvare la madre.

Strinse la mano a sua volta, Martain era lì con lui in quel momento difficile e non l’avrebbe lasciato mai.

Lei ignorò la Viverna, che in quel momento si stava alzando in volo per attaccarli, si avvicinò a Patrik che si era volto verso di lei con sguardo doloroso e lo baciò con labbra tremanti e umide di pianto.

Un bacio lieve e fugace, ma che valeva più di mille gesti

Patrik rispose con un semplice sorriso significativo che nascondeva tutta la sua reale paura.

Un bacio lieve e fugace, ma che valeva più di mille gesti.

Non si parlarono oltre, non serviva; si erano già detti tutto tramite gli sguardi veloci che si erano lanciati.

Erano giovani e innamorati, ma di un amore molto profondo e intenso che non sarebbe svanito tanto facilmente.

Quella Viverna li avrebbe uccisi, li avrebbe massacrati, avrebbe bevuto il loro sangue e goduto della loro morte, ma non avrebbe mai potuto spezzare il loro legame.

Lui alzò la spada.

Lei incoccò la freccia.

La Viverna non era molto distante da loro.

Assieme si lanciarono contro la creatura, un urlo li accompagnò in quell’impresa disperata.

Erano pronti a morire.

Qualunque cosa fosse accaduto di lì a poco a loro non importava perché sapevano che sarebbero rimasti insieme.

Ora e per sempre.

Fateci sapere cosa ne pensate e, soprattutto, scrivete, scrivete, scrivete…

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