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Doppietta per farmi perdonare dell’assenza!

scritto il luglio 14th, 2010 da alphabetcity

Bentrovati ragazzi drago, prima di cominciare con i racconti di oggi un paio di precisazioni su questo contest: visto che ci avete SOMMERSI di racconti nell’ultima settimana disponibile per inviarli (Grazie! Grazie! Grazie!), ci vorrà ancora qualche giorno prima che riusciamo a pubblicarli tutti e quindi ad annunciare la fortunata cinquina; questo, ovviamente, vuol dire che anche il secondo contest, di cui potrete trovare qualche indizio sul mio FB (http://www.facebook.com/?ref=home#!/profile.php?id=100000057342628), slitterà di qualche giorno!

Ma ora è il momento di lasciare spazio a due vostri racconti accumunati da un titolo che ha a che fare con la perdita totale della memoria, di sé stessi, con la cancellazione del ricordo… in una parola? Con l’oblio!

Ecco l’affascinante racconto di Dania…

Oblio

Quegli occhi. Sono bloccata da quegli occhi. Non riesco a distogliere lo sguardo, tutto quello che ho intorno ormai non conta più. Non mi accorgo degli alberi che sembrano toccare il cielo che tanto adoro, non mi accorgo che le creature incantate sono sparite tutte insieme, del silenzio che cala improvvisamente.

Se non fossi bloccata dentro quegli occhi forse capirei di trovarmi in pericolo, ma non me ne rendo conto. Sono immersa completamente dentro quegli occhi, verdi, come il prato immenso in cui mi ritrovo a correre. Intorno a me volano tanti uccelli screziati, e affondo i miei piedi tra fiori variopinti.  Improvvisamente di  fronte a me appare una casa, ad un piano solo, simile ad un mulino ad acqua, fuori si trova un bambino, avrà non più di 10 anni. Non riesco a vedergli il viso, ma questo stranamente non mi preoccupa. Ha i capelli castano scuro. Lo seguo senza esitare dentro la casa. I miei occhi si abituano velocemente al cambio di luce, la stanza è spoglia, dentro ci sono solo un tavolo e due sedie. Mi accomodo su una delle sedie, mentre il bambino si siede sull’altra, di fronte a me.

Non mi sembra per niente strano il fatto che continui a guardarsi le scarpe.

Piano piano, mi sento strana. É come se mi entrassero dentro delle informazioni, come se il bambino me le stesse trasmettendo.

Piano piano, comprendo. Capisco chi è quel bambino e come mai mi trovo in quello strano luogo. Dentro di me iniziano a propagarsi immagini, non mie, di luoghi strani, per niente simili a quelli da me conosciuti; di persone, che non ho mai visto in vita mia; di animali, di un altro mondo.

Perdo la percezione del mio corpo. Sono inebriata da tutto questo che mi ruota intorno. Non riesco più a percepire dove finisce il mio corpo e dove inizia quello delle persone delle immagini che mi trovo dentro.

Ancora poco e non riuscirò più a tornare in me.

Poi, sento qualcosa, del calore, inizialmente non riesco ad individuare dove, poi sento la mia pelle, mi rendo conto che è il mio braccio, riesco ad avvertire il busto, la testa, il bacino, le gambe. Torno di nuovo nel mio corpo. Il calore si espande in me, con il recupero dei miei sensi. Tutto quello che mi aveva inebriato, inizia a scomparire, riposto in un angolo remoto della mia mente. Sono di nuovo padrona di me, ma ora sono le forze ad abbandonarmi. Cado nel buio profondo del sonno.

Apro gli occhi. La casa è sparita, il bambino è sparito, così come il prato e i colori. Davanti a me ci sono solo quegli occhi. Mi rendo conto di non essere mai stata in quel luogo, è stato solo un’illusione, causata dal colore verde intenso di quegli occhi.

Questo, finalmente, mi spaventa e distolgo lo sguardo. Ora posso osservare la persona che mi sta di fronte. Oltre agli occhi verdi, sui quali cerco di soffermarmi il meno possibile, noto che è un ragazzo. Ha dei capelli castano scuro e mi sembrano famigliari.

Ho un giramento di testa, ma riesco a mantenere l’equilibrio senza far notare nulla al ragazzo.

Ci fissiamo per quella che a me sembra un’eternità.

“Chi sei?” gli chiedo finalmente.

“Non c’è bisogno che ti risponda. Lo sai benissimo”

E questo, invece, è quello di Gilbert, che ci porta in un mondo completamente diverso dove la dimensione da sogno lascia il posto all’azione…

La carezza dell’oblio

Se i miei calcoli sono esatti, arriveranno fra un minuto…

Coperta da capo a piedi dal pesante mantello nero, avanzavo guardinga nelle ombre di quel lurido vicolo di Gerusalemme, stringendo al petto l’antico rotolo di pergamena.

Il dado mistico ne ha previsti Sette… – ripetevo fra me i postulati della Kabbalah – Come le braccia del Sacro Candelabro, la Menorah…

Un rumore alla mia destra attirò la mia attenzione. Erano loro, tutto stava andando secondo i calcoli! Come previsto, tre viscide ombre sgusciarono fuori dall’oscurità sulla mia destra. Alle mie spalle apparvero altri due. In tutto, erano cinque assassini vestiti di nero con delle orrende maschere a coprire il loro viso.

– Addio Aaron! – urlò l’insolente mascherato dinanzi a me, scagliando un pugnale all’altezza del mio cuore.

Sapevo che l’avrebbe fatto.

Avevo calcolato al millesimo la traiettoria: feci un agile balzo sul lato sinistro ed evitai di un soffio la letale lama.

– Ma tu…– esclamò il sicario con meraviglia –Tu non sei…

Lo spostamento d’aria aveva fatto cadere all’indietro il cappuccio nero che fino ad allora aveva mantenuto segreta la mia identità.

– Purtroppo no– risposi, posizionando come meglio potevo il rotolo di pergamena nel cappuccio dietro la mia testa, –Non sono il Rabì Aaron. Per cui, se volete scusarmi, andrei di fretta…

– Maledizione! – gracchiò il sicario alle mie spalle – Il vecchio ci ha giocati! Ed ora cosa facciamo?

– Chi se ne frega del vecchio!– disse il sicario che aveva lanciato il pugnale –Levi vuole la pergamena. Getta le armi e vieni avanti con le mani alzate, bellezza…-

Sapevo che l’avrebbero chiesto. Tutto secondo i piani…

Sfilai i candidi guanti che col Sigillo di Salomone avevano fino ad allora protetto le mie mani ed avanzai lentamente verso i cinque. I sicari di colpo ammutolirono, allorché un flebile raggio di sole illuminò le mie mani, che brillarono in tutto il loro accecante splendore. Fra le arcuate nocche e l’esile polso, scintillavano ai raggi solari le quattro lettere del Tetragrammaton, il nome di Dio, sapientemente disegnate con polvere d’oro.

Con un tonfo metallico, le armi dei sicari caddero al suolo. Sebbene le loro maschere non lo dessero a vedere, la luce divina aveva annullato i loro propositi bellicosi e le loro anime vagavano ora felici in un limbo di beatitudine. Li accarezzai uno ad uno, pregando il signore che dimenticassero i loro cattivi propositi e che d’ora in avanti conducessero una vita improntata alla rettitudine.

Reinfilai i guanti e mi guardai attorno: nessun’altra minaccia sembrava essere presente nel vicolo. Ricontai i sicari: erano sempre cinque.

Eppure, il dado mistico ne aveva previsti sette… Com’era possibile tutto ciò?

Improvvisamente, un forte tonfo alle mie spalle mi fece trasalire. Mi voltai, e con mia grande sorpresa notai due figure in più accasciate per terra. Erano quel farabutto di Levi e suo figlio. Guardai in alto: di sicuro erano sul malfermo cornicione decine di metri più in alto, ed ora, sommersi nell’oblio, avevano perso l’equilibrio. Il terreno sotto di essi, pian piano, si stava tingendo di rosso.

Il dado mistico aveva ragione… Ed io che ero arrivata addirittura a dubitare dei sacri insegnamenti!

Giunta alla fine del buio vicolo, mi voltai indietro per l’ultima volta.

– Sarò capace – domandai a me stessa, frugando nella bisaccia appesa alla mia cintura – di non cedere alla tentazione dell’oscurità? Riuscirò a rimanere per sempre nella strada che conduce alla luce?

Il dado mistico mostrò il suo risultato, avvolgendo anche il Sigillo di Salomone con la sua luce azzurra: zero.

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Pubblicato in I vostri racconti | | 13 Commenti »

13 Commenti a “Doppietta per farmi perdonare dell’assenza!”

  1. Andrea Francesca Says:
    luglio 14th, 2010 at 16:46

    vado a gettarmi nell’oblio

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