Una doppietta (di racconti) tutta per voi!
scritto il Giugno 24th, 2010 da alphabetcityDato che cominciate a mandarci un po’ più di racconti oggi ne pubblichiamo ben due in un colpo solo!
Pronti? Cominciamo con il racconto di Francesca che, dato che ha un suo, blog personale, ci chiede di pubblicare il link. Eccola accontentata: http://blu-aquamarine.blogspot.com/. Edo ora ecco il suo racconto davvero suggestivo.
Amaranth Lily-L’inganno
Il porto di Londra, gelido nella sua tormentata solitudine di mezzanotte, sibila nel vento. Ogni folata s’infiltra fra il legno scricchiolante, fra i barili accasciati nell’ombra. Io, bambina, canto una sorda nenia nei pressi della nebbiosa luce di un lampione. Io, finché qualcuno ne porterà memoria, ancora me stessa, fantasma degli anni.
La porta della baracca sul porto s’apre, e una donna m’invita ad entrare. Le mie ballerine non fanno suono sull’impiantito: è strano sapere che nessuno saprà mai del mio passaggio. Spazzerà via domattina, il mozzo, queste mie lacrime amare?
«Ann, sai cosa sono i ricordi?»
M’accoglie nell’astruso rifugio. Fuoco. Fiamme nel camino. Fuoco caldo che non riscalda, fuoco ardente che non brucia. È ghiaccio oltre i mattoni cotti delle pareti. Sono lunghe stalattiti che pendono dal soffitto, sfiorano le teste lasciando scivolare gocce d’acqua pura, il risveglio di un’armonia d’argento.
«Sono ciò che mi tengono in vita.»
«È vero, sì. Niente ricordi, niente Ann.»
La dama bianca indossa abiti leggeri, veli che coprono il suo pallido corpo, ricamati con fiori di giglio. Sul polso, ha legata una benda rossa e umida. Mi ha richiamato dalla mia dimora di assenze e rinunce, siamo ospiti entrambe del tempo fugace. Ha promesso che mi racconterà una storia.
«Però non sono solo questo. Dimmi, Ann, cos’altro sono i ricordi?»
I suoi occhi sono immobili, di un azzurro polare e cieco.
«Sono… non sono…»
Il rollare della barca, la tempesta. La pioggia che s’abbatte continua sul mio volto, quasi mi ferisce. La odio. Odio mio padre, che mi ha gettato in mare per poi riprendere la via del Tamigi. L’aria che diventa solo un sogno, il sale che mi brucia i polmoni e che è incubo insano. Le ventole del motore incredibilmente vicine, ruotano, ruotano, come un girasole macchiato di rosso, è la cromoterapia dell’inferno. I miei capelli corvini s’impigliano fra i petali cremisi, la mia mano li carezza. Ma la mia mano va oltre, troppo lontana per essere ancora la mia, e io che la inseguo, che mi frammento come uno specchio pugnalato da una regina gelosa.
«Giusto.»
Sorride, riportandomi al presente. È inquietante.
«I ricordi… sono e non sono. Sono fogli rinchiusi nelle pareti dell’oblio, magici, deturpati dal tempo e da chi sfrutta i loro poteri. Non hanno ali, strisciano nel fango della nostra memoria. «C’è una vergine senz’occhi e bendata da nastri di seta imbevuti nel sangue, che spesso li afferra e ghermisce; non sazia, li strappa dal loro languire nei bizzarri recessi delle loro stanze oblunghe, lascia affiorare i più antichi da quella che è una vasca piena di un liquido che contrasta la pur lenta decomposizione, affoga quelli più brillanti di un passato recente e lieto. Strattona i reduci dal buio, rompe i legami di una carcere forzata. Il suo è il sorteggio nelle mani stordite del male e del caso infausto.»
«Voglio ucciderla. Se è lei che mi fa così male… la voglio morta.» Se è lei che riprende lo spasimo della fustigazione e me lo imprime nell’iride spenta, allora la riporterei in quel mare per trucidarla io stessa. Tacqui quest’ultimo pensiero.
Ed ora passiamo al racconto di Vincenzo, una cronacadai toni ricercati di un viaggio davvero speciale.
Departures
Attorno a me solo il lento sciabordio del fiume, che va a incresparsi scintillando nel suo impasto di olio denso e scuro. E, se sto attenta, riesco a percepire le misere gocce d’acqua che stillano da un cielo plumbeo, dove pian piano nubi già incupite si divertono a giocare, diradandosi per far spazio a un sole che sparuto fa le sue ultime comparse in cielo. Impercettibile e distante, pioviggina e sfiora le mie guance pallide.
Mi sento come trafitta da proiettili che mi si fiondano addosso scaraventati da un vento tagliente, e così anche la pioggia corre.
Tutto fa parte di un flusso. La vita scorre fragile come il fiume che va a irrorare un alveo costellato di ciottoli.
La vita è un percorso troppo arduo. E come ogni percorso ha un inizio e una fine, ma io non appartengo a quel percorso, o semplicemente cerco di eludermi da esso.
Le assi di legno del ponte scricchiolano sotto le mie suole. Sono quasi sicura che fra poco cadrà in sfasciumi anche lui, come tutti. È insopportabile lo sfrigolio che mi accompagna, percorro il corrimano con dita affusolate che vogliono farsi penetrare da minuscole schegge, incuranti del breve e ineluttabile dolore.
Nel mio campo visivo si contraddistingue un prato rorido, i cui filamenti verdeggianti sono orlati da brina. Qua e là fiori emaciati vengono rigurgitati dal terreno. I loro petali sembrano dilatarsi a ogni mia occhiata su di loro, ondeggiano flebilmente, assumono colori cangianti, quasi mi spavento. Sembrano crescere, sempre più alti e slanciati con vigorose foglie verdi e vivide, anch’esse madide di rugiada che scivola lenta fra le sottili arterie. Ora sono alti quanto me, fra poco mi guarderanno dall’alto fieri e decideranno sulla mia sorte.
Avanzo.
Giacciono due altalene, le loro catene sono intrighi di anelli che, come funi, s’avvinghiano fra loro sferragliando. Una donna vi è accovacciata e, mentre le sue cianche si divincolano furiosamente sollevando strati di terra scavata attorno al prato, sembra osservarmi. Indossa una tonaca rosa adorna con farfalle agonizzanti, lentamente si muovono sulla veste. Ha lunghi capelli neri, come viscide serpi di petrolio che paiono volermi agguantare. Alza il volto e mi punta addosso occhi d’inchiostro. Si alza dal suo giaciglio e mi tende una mano esile che io afferro e stringo forte. Non so chi è.
«Chiudi gli occhi» dice.
Sottraggo allora le palpebre alla tenue luce del tramonto.
Mi sento trasportare, percorrere viali impervi e inerpicarmi per alture. I miei passi riecheggiano in un ambiente dove tutto risuona stranamente ovattato, e sento la mia fiducia avviticchiarsi sempre più energica al fato. Apro gli occhi. Avanti a me il ponte di una nave si srotola, il parquet è abbagliato dal riverbero di lamine giallastre che s’infiltra come uno spillo nella mia iride. Mi accorgo che siamo immersi in un oceano cosparso da meduse di aria condensata. Voliamo.
La fanciulla ora è accanto a me. Indica l’orizzonte, ha un’unghia uncinata smaltata di nero. Inarco timidamente le labbra in un lieve sorriso.
«Allora via verso l’orizzonte, fra fragili bolle di legno e fatui esseri di zefiro, via! Via traversando nembi dai contorni sfavillanti, abbagliati dai fulgori del tramonto. Via oltre fragili ciondoli incandescenti, che ho sempre sognato sfiorare. Via verso l’infinito» lei annuisce contenta, mi comprende.
E adesso sarà la fine dei sogni, l’inizio di un’avventura che non avrà termine, l’inizio dell’ignoto da cui non tornerò mai, perché solo questo non avrà morte. Intanto il sole si è già gettato, e il suo capo dondola, mozzo e macchiato di rosso vermiglio, da un’incontaminata luna.
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Giugno 24th, 2010 at 13:20
Belli…
anche se cmq questi due acconti mettono in chiara evidenza, almeno in parte, che 3.600 batutte sono effettivamente poche….uff….
Io al momento ho 3 racconti….ma devo riuscire a capire cosa togliere e cosa meno…
uff…
Giugno 24th, 2010 at 13:32
è vero.. 3600 sono pochine.. anche perchè da un racconto più lungo non si sa bene cosa estrapolare..
complimenti a tutti!
Giugno 24th, 2010 at 13:36
è incompleto!!! Il mio racconto è incompleto!
Troncato così non si comprende il significato 

Per favore potete postarlo per intero? Rientrava nel limite battute, non so perchè ma manca l’intera parte conclusiva, la seconda pagina…
Forse l’allegato vi è arrivato danneggiato, non so… vi prego alphabetcity di rispondermi al più presto, sono disposta anche a rinviarvi il file se mi viene richiesto.
p.s.: grazie ovviamente per aver linkato il mio blog
Giugno 24th, 2010 at 17:10
Cavolo, Francy… è vero! Voglio sapere come va a finire!

La frase “mi frammento come uno specchio pugnalato da una regina gelosa” è da brivido, come il resto del paragrafo ovviamente. Complimenti!
@alphabetcity: il titolo vale per il conteggio battute? Grazie.
Giugno 24th, 2010 at 17:34
Accontentato Cesare

L’ho postato nel mio blog
Giugno 24th, 2010 at 17:53
No Cesare, il titolo non vale! Non siamo così fiscali!
Giugno 24th, 2010 at 17:54
Franesca rinviami il racconto perché non è arrivato con una seconda pagina! Sono spiacente per il disguido!Aspetto la tua mail!
Giugno 25th, 2010 at 12:55
..tutti e due molto suggestivi!!siamo un popolo di autori fantasy!chi lo avrebbe detto?
tutti quei nomi angloamericani nelle librerie.. finalmente un pò di storie belle made in italy.. vorrei poterle leggere complete..
Grazie a Licia che ha iniziato la rivoluzione del fantasy italiano!