3 ottobre 2010

Ricordi di carne e sangue

Provate a recuperare dalla vostra memoria quel che ricordate dei vostri anni scolastici nel rapporto con i vostri professori. La nostra memoria, umanissima, sa dimenticare rapidamente ciò che non serve alla polpa della vita e conserva solo quel che si è trasformato, nel bene o nel male, in carne e sangue.

Ci sono tre cose che non dimenticherò mai del mio professore di lettere al liceo, Mario Franchina. Non ricordo le date di nascita e morte dei poeti, la trigonometria e la formula del clorato di potassio… ma ricordo i momenti in cui quest’uomo insegnava davvero. Ho tre ricordi in particolare.

Quando spiegava Dante, cominciava a balbettare e prima di perdere del tutto la parola perdeva la grammatica. Una volta si emozionò a tal punto da urlare tra le risa generali: “Lo… lo… lo… più grande poeta di tutti i tempi”. Testimoniava l’ineffabilità di Dante perdendo la parola. Ci faceva capire che la parola è il dono più grande e terribile che abbiamo a disposizione.

Il sabato ad ultima ora, a volte, si presentava con un ridicolo stereo portatile molto anni novanta. Non si faceva lezione, si ascoltava Beethoven. Non c’erano programmi, interrogazioni. C’era la bellezza che gli gonfiava il cuore e voleva condividere. Valeva molto più di qualsiasi lezione teorica sul romanticismo. Ci faceva toccare la bellezza, invece di spiegarcela.

8804474076.jpegUn giorno in seconda liceo mi chiamò alla fine della lezione. Come un carbonaro mi diede un libro ingiallito dicendo “Tu questo potresti amarlo”. Si trattava della sua edizione di poesie di Hölderlin. Mi fece giurare che glielo avrei restituito. Tornai a casa e mi immersi in quel grande atto di fiducia. Era un poeta difficile e per certi versi noioso. Ma avevo una responsabilità: dovevo rispondere ad una chiamata di qualcuno che aveva fiducia in me. Mi perdevo a leggere le annotazioni a matita che il mio professore aggiungeva accanto ad alcuni versi. Toccavo la sua vita che rispondeva alla chiamata del poeta, assistevo a questo dialogo e ne diventavo parte. Rimasi fregato: fu uno dei motivi per cui decisi di diventare professore. Quel professore mi riteneva capace di partecipare alle cose grandi, mi dava fiducia. Faceva nascere la responsabilità dalla libertà e non viceversa. Leggevo volentieri, liberamente sceglievo di leggere, anche se era lui ad avermi dato un libro. Mi obbligava senza obbligo. Mi faceva capire dove mi sentivo a casa.

In questi tre ricordi per me è racchiuso il segreto dell’insegnamento.

Insegnare è testimoniare che quello che insegno mi cambia la vita.

Insegnare è permettere ad altri di toccare più rapidamente quello che è costato studio, tempo, fatica.

Insegnare è promuovere la responsabilità dei ragazzi a partire dai loro punti di forza ancora fragili.

Insegnare è insegnare ad essere liberi.

 

articolo.jpg Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione del 3 ottobre 2010

9 risposte a “Ricordi di carne e sangue”

  1. Rossana ha detto:

    Bellissimo!
    …pero desidererei capire meglio quando tu dici che :
    <>
    Grazie

  2. alex d'avenia ha detto:

    ?

  3. Rossana ha detto:

    Cosa vuoi dire che “il tuo professore faceva nascere la responsabilità dalla libertà e non viceversa”?

  4. Kalypso ha detto:

    In effetti solo se qualcuno si fida di noi talmente tanto possiamo liberamente incarnare la sua eredità riuscendo a mettere il meglio nelle cose che facciamo. I professori, oltre ai genitori, sono anche i primi modelli da cui prendiamo esempio nello stile di vita, nel modo di pensare fare e agire, e la mia memoria scivola in tempi molto più remoti…dove ho imparato soltanto le basi della letto-scrittura, perché Dante, la trigonometria, la letteratura italiana e tutto quel che segue ancora non facevano parte del mio piccolo mondo. Diciamo che il mio “qualcuno” mi ha “obbligato senza obbligo” a leggere nel mio cuore. L’unico libro fatto di una sintassi a parte, dove può anche non esistere grammatica…
    Visto che “Amare vuol dire…far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. E queste preferenze condivise popolano l’invisibile cittadella della nostra libertà”, perché non mettere vicino al verbo amare uno slash e anche il verbo “insegnare”?
    Tanto insegnare è pur sempre un atto d’amore.

  5. Gio ha detto:

    Mentre scrivevo, mi son reso conto che il commento era un po’ più lungo del previsto: mi riprometto di pubblicarlo sul blog a breve 😉

  6. Debora ha detto:

    questo tuo racconti di anni felici scolastici, mi ricordare che alcuni prof non si sa come, si incoraggiano a prendere una strada, come se sapessero che è quello che vogliamo/deisderiamo veramente x il ns futuro! un po’ mi dispiace che non ho ascoltato la mia prof, lei sì che sapeva quali erano le mie doti e come potenziarle e usarle.

  7. alex d'avenia ha detto:

    @Rossana: “faceva nascere la responsabilità dalla libertà e non viceversa” forse è chiarito nell’articolo pubblicato ieri sul blog, nel quale riprendo episodio e concetto.

  8. Maria ha detto:

    La mia invece non è stata un’esperienza felice negli anni di liceo…
    I migliori prof. che ho avuto sono stati quelli delle materie “scientifiche”…
    Mentre purtroppo proprio i prof. di letteratura italiana, latina,greca e filosofia non hanno saputo comunicare la bellezza delle materie che insegnavano (o dovrei dire piuttosto “non”-insegnavano! :D). Chi appiattito in frustrazioni personali, chi in una visione della vita parziale ed ideologica (sembrerò dura,ma è questa l’amara verità del mio percorso di studi) non coglievano la profondità delle cose, quell’ansia verso una bellezza inafferrabile eppur presente,e la domanda di senso assoluto che si vela dietro quelle pagine, nei percorsi di vita, nelle opere, degli amati classici…
    Ed anzi, mortificavano chi cercava qualcosa di più, piuttosto che accontentarsi di un sapere “nozionistico”.
    Nonostante tutto ho fatto tesoro di quegli anni così “tristi”, facendo appello alle risorse che Dio mette nello spirito di ogni sua creatura per poter trarre il bene anche dal male (mai piangersi addosso!). A quegli anni e a quelle persone devo ugualmente tanto: perchè è forse nelle difficoltà che diamo il meglio di noi stessi, e diventiamo capaci di cercare il bene e il bello quando ci circondano il nulla e la stoltezza.
    Ho colto il vuoto e l’inutilità di una “cultura fine a se stessa”, la vanità dell’idolatria del sapere…
    la tristezza di chi non riesce a scegliere e cercare qualcosa di più “alto”.
    Ed ho coltivato parimenti la pazienza e l’amore, per attendere ed accogliere chi è diverso.
    Caro D’Avenia, mi sarebbe piaciuto avere dei prof come il suo, o come lei…
    Ora che sono laureata (e in quelle stesse materie che insegnatemi a scuola a quel modo, mi erano divenute insopportabili! :D) avrò la mia occasione…Non per “cambiare” tutto il mondo, ma per impegnarmi ad essere io stessa migliore, e rendere migliore “il piccolo mondo”dei giovani che mi saranno affidati, nei loro anni più belli e delicati
    In lei ho trovato un esempio, un punto di riferimento che rende più forte questa speranza. Continui così. Grazie.

  9. Riccardo ha detto:

    mi accorgo solo ora di questo post e devo dire che leggendolo non ho potuto fare a meno di emozionarmi nel ricordare il magnifico professore Franchina e la passione che metteva nello spiegare. uno dei ricordi più belli è sicuramente l’inno alla gioia in tedesco che ci faceva cantare la mattina prima di cominciare la giornata…custodisco ancora gelosamente quel foglietto

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