36

Le bellezze oscurate dalla voglia di happy hour

Posted by emma on ott 22, 2009 in la cerimonia degli addii

Autunno milanese, Colonne di San Lorenzo. È mezzogiorno, il turista danese (lo si capisce dalla guida che spunta dalla tasca della giacca) si guarda intorno spaesato dall’ alto del suo metro e novanta: intuisce, certo, che quelle colonne (bianche e dunque ripulite di fresco) hanno addosso la Storia. Ma il cartello marroncino a pochi metri dai suoi occhi, verdi come laghi di montagna, la occulta, cruciverba crudele dietro scritte in vernice che ne rendono illeggibile la sintetica didascalia.

Secoli di orgoglio meneghino riassunti in qualche riga: assessore, la prego, bisogna provvedere, in fondo costa pochi spicci. Il bel vichingo inchioda in un ferma-immagine la bellezza che c’ è, ma si vede a stento e mi viene voglia di essere cittadina responsabile e vanitosa (vuoi mettere con la loro Sirenetta?) e raccontargli che quelle colonne sono orgogliose superstiti della Milano imperiale, che la statua – verde di rabbia e ossido di carbonio – è una copia in bronzo di quella romana di Costantino, già ai suoi tempi furente imperatore. E provo a dirgli, al turista incuriosito, che adesso Costantino fa la guardia e pare piacergli stare al Ticinese, in queste ore tarde del mattino, quando anche la movida è lenta, quasi pigra, se si esclude il tram rumoroso e impertinente, le biciclette di signore un pò distratte che deviano il percorso dalla strada al marciapiede, un cane che sfugge al controllo del padrone paletta-privo.

Il bel danese scatta con la digitale, si incammina a falcate verso Corso di Porta Ticinese e mi va di raccontargli che dietro quei portoni in legno spesso, sovrastati da incomprensibili graffiti, c’ è la Milano discreta e fascinosa dei cortili e delle case di ringhiera e i laboratori di artigiani e della moda vintage anni Settanta per i giovani; gli spiego, sperando che mi creda, che sono loro i padroni della zona, ma questa è un’ altra storia. Adesso è quasi l’ una e questo è il quartiere dei bambini: le facce arrossate dal liberi-tutti, corrono incontro a mamme di ogni etnia, uniti in un melting-pot di cui essere orgogliosi, scalpitano, si danno gli spintoni all’ uscita dell’ asilo di via Arena (al civico 21), si mescolano ai compagni più «anziani» delle scuole elementari e ai rumorosi adolescenti dell’ Istituto Leopardi, pochi portoni più in là: Milano è anche loro, spiego al turista soddisfatto, anzi è soprattutto loro. Hanno i giardini, e fa niente che in piazza Vetra ci sono cancellate da galera e qui all’ Asl di Conca del Naviglio ci vanno quei corpi disperati a cercare salvezza nel metadone e più avanti, lì, tra panchine anch’ esse ferite dai graffiti e sulle aiuole non proprio rigogliose cresce erba grigia più che verde. Non le vedono, gli occhi ancora velati di innocenza, le brutture e le sciatterie: sono bambini milanesi, ai parchi e agli alberi frondosi non sono abituati; il danese invece sì. Lo distraggo e lo porto al bar Rattazzo, c’ è la Storia anche tra queste mura, è un locale spartano, gli racconto, che da generazioni «fa da spartiacque alcolico tra l’ happy-hour e la disco-night» (così dice il passaparola online tra nottambuli, non tutti maggiorenni), uno fra i tanti – troppi – locali vecchi e nuovi che, in questo tratto di via Vetere, trenta metri o poco più, a quest’ ora sonnecchiano, in attesa delle sbronze. «E la movida?», mi interrompe il viaggiatore solitario, che volevo interessare alla Milano che non c’ è, senza scritte sui portoni, né carta svolazzante sui marciapiedi, né vuoti di bottiglia, con le piante in buona salute e le aiuole rigogliose, la segnaletica culturale su ogni monumento, le botteghe dalle insegne storiche, i marciapiedi puliti e via sognando. Già, la movida, ha ragione il giovanotto. Eppure siamo in Piazza Sant’ Eustorgio, la bellezza austera della Basilica pare non distrarlo dal suo pensiero fisso, neanche se gli dico che vi sono conservate le reliquie dei Re Magi e lo porto a vedere da vicino la magnificenza della cappella Portinari. «La movida? E’ lei la vera padrona della notte, che non ha sottomesso soltanto la cronista speranzosa, ma anche il fiero imperatore Costantino, rassegnato residente del quartiere Ticinese».

 
52

addio dolce meravigliosa Nanda. cantrice d’amore.

Posted by emma on ago 18, 2009 in la cerimonia degli addii

Non posso non dedicare un pensiero da convividere con voi dedicato alla “Nanda”, così dolce, intelligente, spiritosa e… dolente. Nanda bella e meravigliosa, caustica e tuttavia dolcissima. addio Nanda, che ci ha lasciato, un mese fa, l’ultima parte della sua biografia. dolce, dolcissima amica. un’anima grande, alla quale aspirare, alla quale chiedere consiglio, anche adesso, che sulla terra non ci sei più. L’ULTIMO ARTICOLO DI UN MESE FA. Da il Corriere della sera.

L’ULTIMO TESTO SCRITTO PER IL CORRIERE NEL GIORNO DEL SUO 92ESIMO COMPLEANNO

La mia giovane vecchiaiae il dono di Gore Vidal

di Fernanda Pivano Questo è l’ultimo intervento di Fernanda Pivano scritto per il Corriere della Sera. E’ stato pubblicato il 18 luglio di quest’anno, giorno del suo 92esimo compleanno. E’ un testo dedicato agli interrogativi posti dalla vecchiaia, ai ricordi e alla nostalgia degli anni della gioventù, nei quali si innamorò della nuova letteratura americana, i cui autori proprio lei contribuì a far scoprire con le sue traduzioni.Ah, la vecchiaia. Gli anni che pesano. Le parole cariche di amara rassegnazione di Guido Ceronetti, alle quali ha risposto con affettuoso ottimismo Arrigo Levi, mi hanno costretto a pensare, ancora una volta, alla mia di vecchiaia. A interrogarmi. E a scavare un po’ nella memoria.

Fernanda Pivano con Alice B. Toklas

Mi è tornata in mente Alice B. Toklas che a quasi ottant’anni aveva uno strano modo di giggling, di fare una risatina silenziosa stringendosi nelle spalle, come una ragazzina. Regale e tenerissima, era molto premurosa nei miei confronti, forse a causa dell’ ammirazione che avevo dimostrato per Gertrude Stein con cui aveva condiviso molti anni della sua vita. Nell’ aprile 1954 Alice era venuta a trovarmi nella mia casa di via Cappuccio a Milano, città a lei piuttosto sconosciuta, per «vedere» dove e come abitavo. Si era molto rassicurata quando aveva visto la terrazza deliziosa che dava sul parco di non ricordo che cardinale con la deliziosa vista sulle montagne lontane, illuminate dal tramonto rosato.

Fernanda Pivano con Allen Ginsberg

Allora ero giovane, con il sangue che scorreva veloce nelle mie vene. Solo molti anni dopo ho capito il coraggio che i ragazzi possono dare a chi è già vecchio. Ho molta nostalgia di quegli anni. Ma mi consola chi viene a farmi autografare i libri di Ernest Hemingway, di Jack Kerouac, di Gregory Corso, di Allen Ginsberg, di tutti gli autori che hanno permesso loro di sognare e che io sono orgogliosa di poter dire di aver contribuito a far conoscere. A questi sognatori ricordo sempre che devono ringraziare la follia di Gregory, la visioni di Ti Jean, le preghiere di Allen e tutti i miei amici che se ne sono andati. E che rimpiango. Tutti loro hanno raggiunto gli immensi spazi profumati dell’ eternità quando al massimo avevano compiuto settant’ anni. Troppo presto.Ma se penso ad Henry Miller, penso che anche un genio come lui se n’ è andato troppo presto. E di anni ne aveva 88. Non ho mai voluto accettare le malattie dell’ età e ne ho le scatole piene di dover prendere tutte queste pastiglie che i medici mi prescrivono. Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme.Posso confidarvi che l’ ultima volta che ho incontrato Gore Vidal per la presentazione di un suo libro, nel gennaio 2007, io ero appena uscita da un ricovero in ospedale e lui camminava aiutandosi con un bastone. Ma a cena, quando gli ho chiesto cosa potremmo fare insieme, lui mi ha risposto: «Let’ s make a baby – facciamo un bambino». Forse è questo il segreto per riuscire a sopravvivere anche a questa età. Forse è questo il segreto del vecchio Suonatore Jones dello Spoon River caro alla mia giovinezza «che giocò con la vita per tutti i novant’anni»Fernanda Pivano © RIPRODUZIONE RISERVATA

Copyright © 2013 Sogni&Bisogni All rights reserved. Theme by Laptop Geek.