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Gen 2, 2010 in
Emma

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Sabato 02 Gennaio 2010 |
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di LUCA DI FULVIOÈ un’impresa provare ad avere una risposta dagli scrittori su chi sia il loro maestro, reale o ideale. Una delle ragioni secondo me è stata espressa, con feroce lucidità, da Edward Hopper, il grande pittore della solitudine: “L’unica influenza che io abbia mai avuto sono io stesso”. Ed effettivamente un artista ha un obiettivo bisogno di percepire la propria assoluta unicità, perché è ciò di cui necessita la sua opera per non essere la replica di un’altra preesistente.Le risposte che mi hanno dato gli scrittori, in più, non sempre mostravano con chiarezza l’apparentamento col maestro che indicavano. Era come se avessero fatto (giustamente) fatica a vedersi in maniera asettica. E così sono giunto alla conclusione che ingabbiarli in una “discendenza” sarà opera dei critici.Quindi, come un Freud dilettante, ho cercato di stanarli sulle prime letture, quelle da bambini e adolescenti. E le risposte, in certi casi, sono state addirittura infantilmente eccitate. I blocchi e le seriosità culturali sono svaniti d’incanto e gli scrittori si sono messi “in pantaloncini corti” con gioia.Così, se la Susanna Tamaro adulta mi racconta di avere i suoi pilastri letterari nei russi e nel Rilke delle Elegie Duinesi, in realtà scopriamo una bambina che grazie a Jack London entra in un mondo che «è stato mio da subito e che non mi ha abbandonato più. Il mondo dei cacciatori d’oro di Zanna Bianca vive dentro di me, anche se non ho mai messo piede in Alaska, e sarà un patrimonio per sempre mio». Zanna Bianca spopola, infatti anche Margherita Oggero lo cita e mi dice: «Forse perché già allora amavo il grande Nord e le storie con animali». O forse, mi verrebbe da ragionare, perché certe straordinarie storie ci infondono quell’amore che poi facciamo nostro. Cristina Comencini, che ha nella Ginzburg la sua maestra (l’ha anche aiutata a pubblicare il suo primo romanzo), in realtà si emoziona per le favole di Andersen, “atroci e profonde”, e per Il buio oltre la siepe(«libro e film», specifica, ma non avevamo dubbi che la sua crescita fosse stata fortemente influenzata dal cinema). Mario Desiati salta la fase del bambino per passare a quella dell’adolescente, con una lettura raffinata (che fa molto scrittore, si potrebbe dire), ovvero Le Metamorfosi di Kafka. Ma non sta atteggiandosi perché con candore dice: «Avevo 14 anni e ogni giorno della mia vita sino a 16 ne rileggevo una pagina e non riuscivo più a finirlo». Che abbia ascendenze in quell’altro signore del “Volli, fortissimamente volli”? Un altro lettore adolescente e non bambino è Luca Bianchini. Ma cita Cristiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino con la passione di un ragazzino: «Lo ordinai in edicola, lo divorai, lo lessi e lo rilessi allo sfinimento. A 14 anni. Christiane, Detlef, Babsi, Stella, me li ricordo ancora questi tossici tedeschi con cui non avevo niente a che fare, ma io ancora adesso, ogni tanto, li penso». Paola Calvetti è un’altra bambina piena di entusiasmo: «Il mio primo libro, la folgorazione, è stato Piccole donne (e tutti gli altri della serie) di Louise M. Alcott: ero persa per il personaggio di Jo, volevo assolutamente essere come lei. La mitica Jo delle quattro sorelle March voleva fare la scrittrice. Ci è riuscita. Anch’io. Pensa che sono persino andata a visitare la casa natale della Alcott».Un altro insospettabile ragazzino è il magistrato Giancarlo De Cataldo, che a dieci anni incontra Salgari. Ne parla quasi come un feticista, lo immagino con gli occhi lucidi mentre mi scrive: «Jungla Nera, riedizione Il Gabbiano, Roma, lire 300 a cadenza settimanale, in edicola. C’erano le meravigliose copertine di Karel Thole (quello del Giallo Mondadori), le avventure, l’esotismo, gli eroi, le belle donne, i vulcani in eruzione e c’era il più seducente avventuriero mai raccontato, Yanez de Gomera. Che altro poteva chiedere un ragazzino grassoccio di provincia, precocemente miope, al mondo dei suoi sogni?». E Salgari, con le famigerate Tigri di Mompracem, è anche il primo stimolo di Giuliano Paravella. Eraldo Baldini cita Steinbeck, amore sbocciato per amor di mamma, ma soprattutto sente di essere figlio, essendo nato e cresciuto in campagna negli anni Cinquanta, «delle innumerevoli fiabe, leggende e racconti che ho potuto ascoltare dalla viva voce dei miei nonni». Giuseppe Culicchia incappa nelleAvventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, come molti bambini, ma ha una precoce esperienza a soli 12 anni di Fiesta, di Hemingway. E chissà cosa ha percepito di un personaggio che ha il problema dell’impotenza un ragazzino che scopre in quei giorni i richiami del sesso. Ma è una domanda oziosa perché in realtà i messaggi dei libri passano per via subliminale, non hanno bisogno della ragione, come mi racconta Carla Vangelista, a occhi spalancati e sognanti: «Il libro che mi ha più influenzato ed emozionato è stato Il giardino segreto. Avevo solo nove anni ma, senza ancora capirlo razionalmente, devo aver sentito che quel giardino segreto poteva essere dentro di noi, e credo che questo abbia condizionato non solo la mia scrittura, che cerca di scavare dentro, ma la mia vita di tutti i giorni, rendendomi una persona fortemente introspettiva». Sandrone Dazieri mi racconta: «A dieci, undici anni, mi innamorai perdutamente della serie di Nero Wolfe. Non tanto per i gialli ma per come lui, investigatore obeso rinchiuso in una casa di arenaria a New York, interagiva con il suo braccio destro Archie Goodwin. Erano una coppia di investigatori geniali: uno dei due capiva tutto (Wolfe) e l’altro prendeva le botte (Goodwin)». Grazia Verasani invece si è trovata già da piccola nella letteratura alta. Per caso, anzi, per costrizione: «Avevo nove anni, mio fratello maggiore, già al liceo, era a letto con l’influenza. Mi chiese di leggergli Guerra e pace a voce alta per intrattenerlo durante la convalescenza. Ed è stato amore a prima vista, una rivelazione che ti incatena a una successione di amori». Licia Troisi, che ha nel Nome della Rosa il suo modello ideale, ha però avuto il suo primo approccio entusiasmante al fantasy (nonostante la Rowling e Bradley all’attivo) con Il Signore degli Anelli. «È stata proprio un’immersione in un mondo altro, che ti cattura e non ti lascia andare fino alla fine. Quindi in qualche modo è il responsabile della mia scelta di scrivere fantasy. E mi ha insegnato che la fantasia deve poter essere libera di vagare dove vuole. Mi ricordo che mentre leggevo ogni tanto mi fermavo a pensare: in un libro può esserci anche questo!».Gli unici due che non vogliono regredire allo stato infantile e rimangono scrittori seri sono Stefano Benni («La letteratura è un mare in cui cambio rotta in continuazione») e Simonetta Agnello Hornby («Omero mi ha influenzata quanto Foscolo»).Ma tutti gli altri invece si trasfigurano. E paradossalmente il loro percorso artistico più ancora che in ciò che dichiarano da adulti si legge meglio in quel che dicono da bambini, ridendo.In ogni caso, che belli questi “piccoli scrittori”. Mi hanno lasciato con un sorriso beato sulle labbra. |
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emma on
Dic 23, 2009 in
Emma
cari amici, questa bella libreria a forma di albero è il mio modo di dirvi grazie. voi sapete perchè. Non sarà un Natale memorabile (e sapete anche questo), ma noi andiamo avanti. Catia, non so perchè, ma so cosa vuole dire.Ed è questa condivisione che ci fa capire quanto anche un piccolo blog, nato per parlare di libri, si sia trasformato in un gruppo di amici.Auguri a tutti voi. Davvero. Davvero. Davvero.Emma
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Dic 6, 2009 in
Emma

Leggere Cuore di tenebra sulle pagine del Kindle
Repubblica — 21 novembre 2009 pagina 43 sezione: CULTURA
Ho riletto Cuore di tenebra sul Kindle. Anzi, Heart of darkness, perché in italiano non c’ è. Non c’ è quasi niente in italiano nel negozio virtuale di Amazon, dove sei obbligato ad acquistare i tuoi libri elettronici. Ho scelto il romanzo di Conrad perché è breve. Senza sapere quanto la brevità si sarebbe rivelata cruciale, molto più di quello che immaginavo quando, entusiasta, tiravo fuori dalla scatola il mio libro elettronico. Così simile, bianco ed elegante, a un Corallo Einaudi, o un qualsiasi volume Gallimard. L’ oggetto in sé è bello. Comodo, leggero, somiglia a un libro tradizionale quanto basta per non averne nostalgia. Lo accendi, ti registri e pagando con la tua carta di credito ci scarichi dentro il libro che vuoi. Non serve nessuna connessione internet perché funziona come un telefonino, col sistema 3G. Il tuo libro, una volta acquistato, viene archiviato in un posto che si chiama “home”. Per raggiungerlo basta schiacciare un tasto. La prima sorpresa del Kindle è quanto è bello, la seconda quanto è semplice. Usa una tecnologia elementare: cinque tasti e un joy stick. Lo schermo grigio e le lettere non troppo nere, rendono la lettura agevolee riposante.A patto che intorno ci sia luce sufficiente. Nella penombra, sotto il getto fioco dell’ abat jour, a letto, non si riesce a leggere. Lo poggio sul comodino e lo lascio lì qualche minuto. Mi alzo, accendo una luce più forte. Quando lo riprendo, trovo sullo schermo un ritratto in grigio e nero di Alexandre Dumas. In stand by, Kindle produce immagini di scrittori dell’ Ottocento. Riparto da pagina venti, anzi no. Pagina è espressione impropria. Kindle indica infatti la porzione di storia già letta con un numero percentuale. Non più pagina venti, ma tredici per cento di libro, per capirsi. Chi se ne frega, certo. Così come chi se ne frega se manca la vecchia sensazione tattile della carta e il suo troppo famoso odore. Kindleè leggero e maneggevole. Molto più di un libro. Il lettering e lo spazio tra le righe hanno perfezione auree: se non fosse per le dimensioni dello schermo, un po’ più piccolo della pagina alla quale siamo abituati, sarebbe perfetto, altro che carta. He has to live in the midst of incomprehensible… leggo, e mi scatta il riflesso condizionato della sottolineatura. Non si può. Si può invece inserire una nota, anche se l’ operazione è un po’ macchinosa. Apro lo spazio a disposizione. Ci penso un attimo e poi lo richiudo: cosa dovrei scrivere? Che bella frase? Rinuncio. Vado avanti. Arrivata al quattordici per cento lo appoggio di nuovo sul comodino, solo per il gusto di vedere apparire dopo qualche minuto il volto di un altro scrittore: Jane Austen! Poi con un tasto torno nello shop Amazon, per vedere se per caso trovo un libro di qualche scrittore italiano che conosco per poterlo chiamare e dirgli ehi, sei su Kindle! Digito qualche nome: niente. Torno alle impostazioni. Poi vado nel menu e scopro che c’ è un comando “cover”. È la cosa più triste che abbia mai visto in vita mia: il disegno di un libro grigio con su scritto Heart of darkness e sotto Joseph Conrad 1857-1924. Sulle copertine siamo molto scarsi. Poi torno al menu e …Sì, ma cosa sto facendo? Ci ho messo un tempo esagerato a leggere quelle misere cento pagine, quel 100 per cento del libro. E, lo confesso, non l’ ho proprio finito. Perché? Se avessi letto Cuore di tenebra per la prima volta sul Kindle, avrei pensato che è un libro ostico, e un po’ noioso? Mi sa di sì. Non ho mai planato, non ho mai ceduto alle storie di Marlow e di Kurtz come mi era successo ogni volta che le avevo lette su carta. Appena stavo per arrivare nei mari del sud, qualcosa mi riportava in fretta nella mia stanza o nel vagone della metropolitana. Leggevo, ma non mi abbandonavo. Non sono mai entrata in quello stato di grazia che mi ha consentito di divorare le migliaia di pagine de La Recherche o di scalare i classici russi. Quella condizione di malia, che è il dono della letteratura, e che ha salvato milioni di adolescenti dal suicidio, promettendo e accordando un’ altra vita, una sospensione dal pungolo del dolore e della disperazione. Il Kindle è figo, comodo, facile. Non odora di carta ma chi se ne frega. È perfetto, ma non è un libro. Intendo che non appartiene all’ universo simbolico dei tappeti magici, delle sfere di vetro. È piuttosto un cuginetto tonto del computer. E ti ci relazioni come a un computer, o a un Iphone: spippolando, giochicchiando, gironzolando. Senza fare mai una cosa per volta. Con quel tipo di concentrazione che conosciamo bene: nevrotica, incostante, affamata di qualcos’ altro. Come siamo noi. Il Kindle è come noi, questo è il suo limite, mentre il libro non è mai stato simile alle persone che lo leggevano. Non a caso esiste più o meno da quando gli uomini portavano le calzamaglie e senza aver subito grosse metamorfosi. Una copia di Che la festa cominci di Niccolò Ammanitiè quasi identica a un incunabolo del quattrocento. Chi ha inventato il Kindle ha pensato che un pezzo di plastica quasi inerte, tecnologicamente avanzato quanto un orologio al quarzo anni Settanta, potesse essere un primo passo non troppo traumatico verso l’ eliminazione simbolica del libro di carta. Ma ha sottovalutato la nostra debolezza. L’ infantilismo di noi occidentali, adolescenti giocherelloni e senza volontà. Secoli fa, uomini e donne migliori di noi resero “sacri” i libri, seria la lettura. Come faremo noi a battezzare i libri elettronici, a nobilitarli con quel po’ di rispetto che rende possibile una relazione funzionale e non ludica? Chi di noi scriverà parole tanto forti da resistere alla distrazione dello schermo, chi avrà la forza morale per divorare il 100 per cento di Proust? Mi piace Kindle, ma ho un unico timore. Non vorrei che in un mondo pieno di foreste, (gli alberi non dovranno più fornire carta alle case editrici) e in case dalle pareti sgombre dalle terribili librerie, ci troveremo tutti a leggere soltanto perfettissimi haiku: «la vecchia mano / ancora scrive versi / per dimenticare» (Jorge Luis Borges, 1899-1986).
- ELENA STANCANELLI
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Nov 15, 2009 in
Emma
Per loro - le under14 - è stato inaugurato pochi giorni fa a Milano un vero e proprio centro di bellezza (sic). Noi, alla petulante domanda “cosa vuoi fare da grande bella bambina?” rispondevamo all’unanimità: “la parrucchiera!” Nel centro vietato alle maggiorenni, agguerritissime mini clienti chiedono unghie viola ed extension fluorescenti. Noi inseguivamo la mamma, le amiche della mamma e le vicine di casa brandendo forcine, pettini e spazzole di plastica, implorando il permesso per poter praticare “se non un taglio, almeno una cotonatura”. Le bambine del terzo millennio vogliono assomigliare alla Barbie. La Barbie della mia infanzia è sopravvissuta a dieci traslochi, due mariti e due figli e sta ancora nascosta sull’ultimo scaffale in alto nella libreria di casa, con i capelli raccolti in un raffinato chignon a bottoncino.Potete immaginare la mia gioia e l’intimo senso di rivincita quando il Corriere della Sera mi ha chiesto di fare la cronista-parrucchiera in uno degli istituti più eleganti di Milano? Le ex bambine immagineranno senza troppi sforzi e capiranno la goduria: qualche volta i sogni diventano realtà.Pedalando verso il mio nuovo lavoro di coiffeuse pour dame, penso all’augusto precedente della scrittrice-estetista-parrucchiera più famosa d’Europa, Sidonie-Gabrielle Colette, prima scrittrice di Francia ammessa nella maschilissima e maschilista Académie Royale de Langue et de Littérature Françaises, donna venerata da Cocteau e da molti altri, geniale autrice che, tra un romanzo e l’altro, tra un marito e l’altro, poco più che cinquantenne aprì un salone di bellezza nel centro di Parigi.La storia della letteratura insegna che stilografica e bigodini sono un binomio possibile.Con questo confortante pensiero che si insinua nel mio ordinato caschetto di capelli (mai presentarsi al primo giorno di lavoro meno che impeccabile d’aspetto) e convinta che finalmente avrò giustizia dei torti subiti in tenera età, parcheggio la bicicletta in uno degli angoli che rendono amabile e bella Milano, Piazza San Fedele. Faccio il mio timido ingresso all’Istituto Kérastase. Mi accoglie il mio nuovo “titolare”, Angelo (di nome e di fatto) Taverniti, 36 anni, chef per pochi mesi e parrucchiere da diciannove anni, per intuizione di mamma Domenica, che lo mandò a bottega dal barbiere di Vibo Valentia e che lui, la sera, prendeva a modello guardandola incantato sciogliere le trecce e spazzolare i lunghi e setosi capelli scuri. “Lui mi capirà”, penso, perché sa cosa significa avere la vocazione. Il boss Taverniti, che di questa raffinata bottega è artefice assoluto – atmosfera calda e accogliente, parquet a listoni incerati e, soprattutto niente schermi accesi alle pareti - assegna l’aspirante cronista-parrucchiera alla istitutrice Barbara Allegretti per il primo colloquio. Immaginavo di iniziare dal basso, con il rango di shampista, invece no; lascio al piano terra le mie future clienti nella grazia da boudoir ottocentesco del salone e seguo la mia formatrice tecnico-cosmetica al primo piano. Mi invitano a rispondere a un dettagliato questionario su bisogni, abitudini e, anzitutto, desideri. “Come vorrebbe i suoi capelli?”, chiede. Tralascio un banale “lunghi, folti, biondi e corposi” (ci ho rinunciato da decenni) e rispondo un più modesto, ma sincero: “morbidi al tatto e lucidi alla vista”. Pensavo che mi spiegassero come si fa uno shampoo e come si ci deve comportare per poi infilarmi un bel grembiule e dare sfogo ai miei deliri infantili, invece no: Barbara osserva i miei capelli ciocca a ciocca, analizza il cuoio capelluto con occhi dolci da felino e, come se il mio banale desiderio fosse un ordine risponde: “facciamo una diagnosi, poi sceglieremo il rituale più adatto”. Disserta di molecole, nano-sfere, principi attivi con tono da fata delle fiabe e capisco che il mio noviziato è già finito prima di cominciare e, che nell’istituto di Angelo Taverniti il motto “uno shampoo e via” ha sapore di eresia: al Coiffeur-Conseil Kérastase si fanno diagnosi ad personam e si applicano le tecnologie più specifiche che sapranno donare ai miei poveri capelli ciò che manca loro da troppo tempo. Giovinezza ed energia. Parrucchiere fast? Archiviato. Qui è tutto slow, professionale, tecnologico, un abbraccio sensoriale di profumi e gesti lenti. Un rituale contemporaneo, da esperti che hanno studiato. Tra i vari “Rituels” ben descritti sul menu, troverò una risposta su misura ai miei bisogni. Rinuncio alla speranza di sentirmi Colette per un giorno e mi abbandono alle ancelle che mi fanno accomodare su una poltrona bianca. Bulimica, esagero: “proviamoli tutti”! Da candidata parrucchiera a cliente coccolata, inizio ad abbuffarmi: il Rituel Relax (15 minuti che valgono mezza giornata al mare) mi concilia con il mondo; il Rituel Intense (20 minuti) tratta i miei capelli e massaggia il cuoio capelluto regalando – parole di Barbara dolci come miele – “alla pelle sensazioni tattili che agiscono sulle cinque funzioni vitali del suo organismo”; il Rituel Unique (30 minuti) dà il colpo di grazia alla mia testa ribelle: ogni capello diventa protagonista tra sapienti “digitopressioni” shiatzu da geisha e prodotti da laboratorio scientifico che li rivitalizzano come vecchietti accuditi in una beauty-farm di lusso. Stremati dalle attenzioni (anche il troppo amore può stordire) i miei capelli sono pronti al tocco finale: l’asciugatura, per la vulgata “piega”, che conclude il rituale con una piastra a 180°, il calore ideale per imprigionare i principi attivi nutrienti. Il tempo è trascorso nel silenzio di un rituale di iniziazione, un vero e proprio apprendistato da cliente privilegiata. Angelo, il sorriso acceso e il pizzetto sul mento, annuisce al risultato. Ha perso un’aspirante parrucchiera. Ha conquistato una devota. Alessandro Manzoni lo scrittore, sulla statua di Francesco Barzaghi che domina la piazza, pare annuire soddisfatto. Torno a casa in bicicletta, i capelli lucidi e corposi, il corpo rilassato, il cuor contento.La mia vecchia Barbie sonnecchia sullo scaffale. Le sciolgo lo chignon e comincio a pettinarla. Lentamente. Come in un antico rituale.
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emma on
Nov 1, 2009 in
Emma
Dio arriverà all’alba
Accarezzami, amore,
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.
Dio arriverà all’alba
se io sarò tra le tue braccia.
(Alda Merini, da “Alla tua salute, amore mio”)
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Ott 18, 2009 in
Emma

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Ott 13, 2009 in
Emma
| 13 ottobre 2009 |
In e out - Scrivere bene, lavoro difficile: dritte “d’autore” per scrivere testi efficaci e corretti
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| di Fabrizio Buratto |
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Scrivere bene sul lavoro e nella vita è molto importante: essere chiari permette di fare bene il proprio lavoro, in alcuni casi di fare carriera, mentre toccare le corde giuste con una lettera, una mail, un sms può risultare determinante nella sfera privata. La sovrabbondanza di comunicazioni che ci raggiunge e che inviamo ogni giorno non favorisce la cura della scrittura. Questione di padronanza della lingua, di sensibilità, di galateo, di etica. Eccole le parole chiamate in causa da Paola Calvetti. Direttrice della comunicazione del Touring Club Italiano,”direttrice, non direttore, siccome noi donne dobbiamo tornare sulle barricate perché c’è un maschilismo di ritorno nelle aziende”, ha gestito l’ufficio stampa del Teatro alla Scala dal 1993 al 1997; prima ancora si è occupata a lungo di spettacoli per le pagine milanesi di Repubblica. Ed è autrice di cinque romanzi, tradotti in diverse lingue. Ma non le piace essere definita scrittrice: “quando mi chiamano così sono a disagio, non mi sento all’altezza, preferisco narratrice. Mi sembra meno arrogante, perché in realtà la cosa che amo è scrivere delle storie. Ci sono tanti scriventi e ancora pochi scrittori.” Le regole per scrivere bene Il mio abc è: accuratezza, brevità, chiarezza. Una parola che non sopporta ”Evento”. E’ stata mutuata dall’inglese “event”, che vuol dire semplicemente avvenimento. Ormai tutto è un evento, anche se tu mi inviti a casa tua con altre quattro persone. Non sopporto le parole abusate, in genere, perché purtroppo le parole si corrodono. Più vengono pronunciate, più perdono di significato. Altro esempio: “polisensoriale”. Era geniale all’inizio degli anni Novanta, ora è tutto polisensoriale, anche il biglietto del tram. La polisensorialità ha sostituito, a volte danneggiandola, la funzionalità. Dunque polisensoriale è una parola da non usare più, anche se si sta descrivendo qualcuno che viene immerso in una vasca di Nutella. Una parola caduta in disuso che le piacerebbe resuscitare ”Villeggiatura”. Invece che dire turismo, travel, “villeggiatura”, senti che senso di riposo. Ma anche “accuratezza” mi piace molto, e si usa poco. Quando ero bambina negli uffici c’era il servizio accuratezza. Adesso si chiama “customer care”. Un errore ricorrente che fa chi scrive per lavoro Esprimersi con un linguaggio aggressivo. E’ un tipo di linguaggio da considerare obsoleto. Per molti anni si è usata una terminologia come se si andasse in guerra: “invadere il mercato” è un linguaggio di guerra, non è un linguaggio di pace. Il sotteso inconscio di questo linguaggio era la guerra. Oggi, invece, il sotteso deve essere la condivisione, la pace, l’amore, la tenerezza. La comunicazione, qualsiasi tipo di comunicazione, è vincente solo se riesce a comunicare sentimenti, anima. Altre espressioni da evitare? Al Touring club mi occupo di turismo. Chi scrive “nell’incantevole scenario”, secondo me va licenziato senza giusta causa. Così come i cronisti che usano “fragoroso silenzio”. Al TG5 si sente spesso. C’è stato un periodo in cui l’aggettivo più pronunciato al TG5 era “clamoroso.” Cosa la infastidisce di più nel modo di porsi di chi scrive? L’uso del tu: “vieni”, “vai”, “compra”, “abbonati”, “iscriviti”. E’ una questione di galateo. Come per “evento”, l’abbiamo mutuato dall’inglese, e poi dal marketing: “go”, “let’s go”. Con i termini inglesi, come la mettiamo?Va vietato, con decreto legge d’urgenza, l’uso dell’inglese quando ad una data parola può corrispondere un termine italiano. In qualsiasi forma di scrittura, in qualsiasi comunicazione, dal comunicato stampa al depliant, ma anche in una mail di comunicazione interna, si deve usare il termine italiano quando non sia prettamente necessario il termine inglese. Ormai più nessuno scrive a mano, se non i bigliettini di auguri. Che differenza c’è fra una lettera e una e mail? Se devo scrivere una lettera a mano, il mio tempo di scrittura cambia. E’ una questione morfologica, fisica. Mentre sto scrivendo, assumo un senso di responsabilità diverso. E’ una questione di lentezza del gesto. Siamo corpi, ce lo stiamo dimenticando. Se invece scrivo e invio una mail, tutto accade subito. Nel linguaggio amoroso le e mail hanno evirato, evaporato, eliminato, il senso dell’attesa. Quindi la scrittura privata via internet ha un altro valore, ma anche usare la mail in modo inconsulto, specialmente nella comunicazione interaziendale, ci ha rovinati tutti. Quando si scrive una mail di lavoro, quali criteri bisogna seguire? Sono diverse le ragioni per cui si manda una mail di lavoro, dunque occorre usare un vocabolario specifico a seconda dell’interlocutore, e anche un galateo specifico. Non parlo solo di educazione, ma di efficacia. Anche se la buona educazione non guasta mai. Chi usa solo acronimi, diminutivi, verbi compressi, non si sta servendo di un nuovo linguaggio, bensì ha perso di vista la ragione per cui sta mandando la mail. La sovrabbondanza di mail crea nevrosi, fa perdere tempo, ed è una finta liberalizzazione delle comunicazioni. In realtà, nelle grandi aziende, questa proliferazione di comunicazioni provoca un maggior controllo. Un ufficio stampa quali regole deve seguire? Nella prima fase di internet il problema per un comunicatore era: come faccio a comunicare? Poi, fino ad un paio di anni fa, era: come faccio a farmi riconoscere? Adesso il problema è etico: cosa devo fare per non diventare uno spamming, per non disturbare? Un concetto che mi sta a cuore è questo: l’ufficio stampa è al servizio non della sua azienda, ma del suo interlocutore. Io riesco a ottenere un risultato da un giornalista, ovvero farmi pubblicare una notizia sulla mia azienda, se penso all’interesse del giornalista. Il comunicato va scritto in funzione del ricevente, non del mittente. La moltiplicazione dei media, con il web, ha moltiplicato i comunicatori, e le occasioni per scrivere… Certo, ma non ha moltiplicato le persone che lo sanno fare. La mia generazione ha ricevuto un altro tipo di formazione, e se vuole si può aggiornare, mentre i giovani laureati non sanno scrivere. E’ un paradosso: tanti mezzi e poi manca il contenuto Sì, perché alla moltiplicazione dei mezzi di comunicazione non ha corrisposto la formazione di diversi linguaggi. Ma il paradosso ancora più grande è che i primi a non conoscere le tecnicalità della comunicazione sono i manager. Non sanno qual è il lavoro del loro direttore di comunicazione, dunque o si fidano, o non conoscendone il lavoro danno disposizioni sbagliate. Quindi spesso c’è un doppio errore: quello del comunicatore e quello, a monte, del manager.
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