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emma on
Mar 21, 2010 in
Emma
Questo articolo è tratto dal blog Girl Geek Life, con link a www.girlgeekdinnersitalia.comRingrazio l’autrice di averne concesso la pubblicazione sul blog.Ho prenotato il Kindle non appena Amazon, l’autunno scorso, ne ha annunciato l’edizione International; così il mio Kindle è arrivato con il primissimo cargo diretto per l’Europa, e l’ho avuto in mano 21 ottobre. Da allora non me ne sono mai pentita
Dalla più tenera età sono sempre stata una divoratrice di libri, ma, col tempo, ho iniziato a considerare con distacco il possesso del libro come oggetto in sè. Traslochi, raptus di space clearing, l’arrivo di un figlio (divoratore di spazio e tempo) mi hanno fatto constatare che molti dei libri che ho in casa non li ho mai riletti e mai li rileggerò, e restano ad occupare spazio e prendere polvere togliendo respiro alle novità; così qualcuno l’ho regalato, qualcun altro l’ho lasciato in un bookcrossing corner, e ho cominciato a considerare con più attenzione se valesse la pena comprare piuttosto che prendere in prestito (il servizio bibliotecario di Ravennaè piuttosto fornito).Negli ultimi anni ho anche comprato (spesso per lavoro) molti libri su Amazon, sopportando il disagio di doverli aspettare per settimane prima di leggerli. E, a ogni partenza per le vacanze, ho affrontato il dilemma se fosse meglio appesantire la valigia piuttosto che rischiare di trovarmi a metà della vacanza senza nulla di interessante da leggere.Il Kindle ha radicalmente cambiato (in meglio) la mia vita di lettrice.Chi, senza averlo provato, dice che l’iPad sarà meglio, o che gli eBook si possono leggere anche sul computer, con tutto il rispetto non sa di cosa parla. Sullo schermo E-Ink gli occhi si stancano molto meno che su un video retroilluminato: un conto è fare zapping fra un sito e l’altro, usare la posta elettronica, leggere due cartelle, cose che facciamo comodamente ogni giorno sul nostro computer e che presumibilmente faremo altrettanto bene sull’iPad, e un altro è affrontare un testo più lungo di qualche pagina: alzi la mano chi di voi non si è stampata un documento un po’ lungo “per leggerlo con comodo”.Oltre che riposante per gli occhi, il Kindle è una salvezza per schiena e polsi: in tre etti scarsi (meno del peso e dell’ingombro di un numero di Wired) mi porto nella borsa più libri di quanti ne riuscirò a leggere in mesi di viaggio, e leggo la sera a letto senza stancarmi. Grazie ai consumi ridottissimi (l’E-Ink usa energia solo quando si cambia la pagina), se lo carico bene prima di partire posso tranquillamente lasciare a casa il caricabatteria, perché durerà almeno una settimana.Parlando di risparmio, ho pagato il Kindle circa 250 euro, compresa iva, dogana e spedizione. Da quando l’ho comprato, ho acquistato 11 libri, con un risparmio medio di 5 euro sul prezzo d’acquisto rispetto all’edizione normale, più (considerando i costi medi di spedizione da Amazon UK e il fatto che di solito compro un paio di libri alla volta), altri 5 euro abbondanti per l’invio; posso quindi considerare di aver già ammortizzato oltre il 40% del costo d’acquisto, in soli quattro mesi e mezzo. Inoltre, ho la soddisfazione di aver risparmiato anche un bel po’ di CO2, materie prime, costi ambientali di stampa, trasporto e smaltimento rifiuti: per me anche questo risparmio è una bella motivazione.Non solo ho avuto a disposizione i miei libri un minuto dopo averli acquistati, ma, nel frattempo, mi sono capitati sotto gli occhi decine di libri che mi facevano voglia: per molti di questi, mi sono scaricata un free sample, normalmente l’indice e uno o due capitoli che mi danno un’idea più chiara del fatto che valga o no la pena di comprare tutto il libro: molto più di quanto potrei fare sfogliando qualche pagina fra gli scaffali di una libreria.. Se alla fine del sample mi convinco a comprare il libro, mi basta cliccare su buy e, nel giro di un minuto, sono accontentata.Sul Kindle non ho solo libri acquistati da Amazon: ho convertito (gratuitamente) decine di documenti PDF nel formato AZW, con risultati accettabili quando si trattava di testi formattati in modo semplice, meno brillanti in caso di layout complessi o pagine illustrate. Devo ammettere che, quando ho visto dal vivo un Kindle DX (la versione più grande, in vendita al momento solo negli USA), ho invidiato il proprietario, che ci legge tranquillamente sopra documenti che io ancora devo sfogliare sul MacBook o stampare.Ho anche scaricato l’iPhone App, con la quale posso avere sull’iPhone tutti i libri acquistati nel Kindle Store. Molto comoda per impiegare utilmente quelle inevitabili pause – code, sale d’aspetto, brevi spostamenti sui mezzi – nelle quali non ho in borsa il Kindle, ma sicuramente ho in tasca il telefono. Ogni volta che leggo uno dei miei eBook sull’iPhone, mi viene in mente un’intervista a Umberto Eco, in cui il professore consigliava di avere sempre in tasca un libro per sfruttare tutti i tempi morti della vita quotidiana; e sorrido fra me al pensiero che ora non rischio più di dimenticarmene.Mi sono interrogata sulla natura ambigua dell’acquisto dei libri dal Kindle Bookstore: in effetti, la natura di questa transazione è più quella di un prestito a vita, in cui non solo Amazon sa quali libri ho acquistato, ma tiene anche traccia dell’ultima pagina che ho letto (e infatti me la ripropone cortesemente se apro sull’iPhone un libro che avevo chiuso sul Kindle). Per il momento accetto di lasciare queste informazioni, allo stesso modo in cui accetto che Google sappia quali siti frequento e cosa faccio in rete, in cambio dell’infinita comodità di uso che ne ho in cambio. Anche sulla questione formato proprietario vs. formato aperto, ho rinunciato volentieri a impegnarmi nei numerosi flame in rete, preferendo laicamente spegnere il computer e mettermi a leggere.Ovviamente, ci sono libri che non ha senso acquistare in versione elettronica: fra gli ultimi che ho comprato, slide:ology, che è un piacere per gli occhi a sfogliarlo, ma anche l’ultimo romanzo di Carofiglio in edizione Sellerio (qui la scelta è obbligata, vista la scarsità dell’offerta di eBook da parte di editori italiani..), e ogni libro illustrato o – per qualche motivo – prezioso.Non penso (né mi auguro) che il libro di carta scomparirà, ma spero che in futuro si sprechi molta meno carta e inchiostro, girino molti meno TIR e rotative, e gran parte dei testi – ad esempio quelli su cui studierà mio figlio a scuola – si dematerializzino. Useremo la carta quando serve, ma leggeremo il resto (qualunque forma abbia preso il libro) su lettori di eBook che nel frattempo saranno diventati molto migliori del Kindle
Nota a margine: Kindle mi ha fatto anche sperimentare nuovamente il fatto che i prodotti veramente buoni trasformano spontaneamente i clienti in evangelisti: di Kindle ho parlato a tutti i miei conoscenti e amici, e ne ho scritto più volte sul mio blog, qui e qui. La “viralità” non si crea a tavolino in agenzia, ma scaturisce da sola dalle idee migliori!
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Mar 12, 2010 in
Emma
Quello che fa male, nella voce e sugli “appunti” presi dalla studentessa con la maglietta incriminata durante la discussione con compagni e insegnante, è la frase “cagna in calore”.Fa male e offende perché pronunciata da una donna – adulta - a una donna, adolescente.Fa male a cinque giorni dal bistrattato e abusato 8 marzo che proprio lunedì festeggiava i suoi primi cento anni. Invano, viene da pensare. Inutili le lotte delle bisnonne d’inizio secolo, delle nonne di ieri e delle mamme di oggi se un’insegnante, per eccesso di zelo e magari in buona fede, impartisce una lezione di bon-ton scolastico ad una studentessa definendola “cagna”.Avrebbe reagito allo stesso modo la docente del Virgilio se ad indossare quella pudica t-shirt a maniche lunghe fosse stato un maschio? Non è dato saperlo poiché la classe in cui si è svolto il fatto è tutta al femminile, ma anche “Kiss me before my girlfriend comes back?” sporca il senso dell’amore puro, fedele e assoluto, istiga al tradimento e alla promiscuità sessuale. Forse - il dubbio viene - indossata da un maschio, quella t-shirt non avrebbe disturbato. Sul sito del Corriere sono decine i commenti, le fazioni, i giudizi. Maschili e femminili. Si sono levati più scudi per una t-shirt (e per le conseguenze scatenate) che per i tagli alla scuola, per i licei allagati in passato o per gravi episodi di violenza e bullismo. Moltissimi genitori e figli, insegnanti e allievi si sono “confrontati” in rete sul senso di un gesto (indossare una maglietta sconveniente per andare a scuola) e sulle reazioni che quel gesto ha suscitato.Non ci sono vincitori, almeno in rete. C’è, però, chi invoca il ritorno al “grembiulino” o alla divisa anche per i ragazzi delle scuole superiori.Come se nascondere un corpo, insegnasse a rispettarlo.Ci andavo (nel secolo scorso) a scuola in divisa. Un liceo pubblico milanese dove, nel 1974, sotto il grembiule nero con il colletto bianco, era vietato indossare i pantaloni. I nostri non erano corpi di ragazze “facili” (per dirla come l’insegnante del Virgilio) o semplicemente venivano nascosti in nome di una maggiore praticità e di “un’unitarietà di messaggio che non facesse distinzione di classe tra ricchi e meno abbienti”? I professori ci sbattevano fuori dalla classe per molto meno di una maglietta con le scritte, bastava che si alzasse la voce, si copiasse dal vicino di banco, ci si ribellasse anche solo un po’.Ci rispettavano, però, questo è certo, senza guardare sotto il grembiule, lo scafandro in cotone nero del quale ci liberammo per sempre nel 1976 .La scuola, oggi, ha tali e tanti problemi, ben più gravi di una t-shirt appena irriverente, in fondo giocosa, magari comprata per il colore o la foggia e senza eccessi di malizia, che di fronte all’episodio viene da scuotere la testa. Essere insegnanti oggi è diventato molto più complesso di un tempo. Essere ragazzi, oggi, lo è, se possibile, ancora di più. Con il grembiule o senza.Ma se per spiegare a una giovane donna che il corpo è sacro e va rispettato, che l’amore - magari il primo, che non si scorda mai - fra un ragazzo e una ragazza può essere pulito e non ridotto a slogan, si prende a prestito, per eccesso di zelo spero, un linguaggio da magnaccia, festeggiare l’8 marzo insieme alle nostre figlie è quanto di più utile - e urgente - si debba fare.
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Gen 31, 2010 in
Emma
Oggi Milano chiude per smog: definizione impropria. Dipende dal punto di vista. Per una “patente-priva” che in automobile ci va a scrocco, meritando la tessera fedeltà dell’ATM, oggi Milano “apre”, anzi si spalanca, causa smog: ai passeggini dei piccini che così non tossiscono, ai ciclopedisti, ai vecchietti che senza assedio di motori e tacitata l’insolente vocetta del navigatore saputello, riscoprono la fiducia in Milano e vanno in centro con l’amica o il nipotino. La domenica senza auto, per noi talebani del passeggio e del silenzio, è una pacchia. I fighetta ci chiamano “flaneuse”, ma io preferisco essere una vagabonda, un po’ come la signora Dalloway di Virginia Woolf che con la scusa di comprare un paio di guanti, se ne va in giro per le strade di Londra. E scrive un capolavoro. Più modestamente mi limito a queste righe e stendo il mio programma di piccola felicità cittadina: niente cellulare, niente cuffiette dell’iPod nelle orecchie, no anche all’inutile mappa turistica, vagabondaggio in libertà con benefica sosta-panchina. Non scendo mai dai tacchi, dunque la camminata è prudente. La metodologia? Vaga. Solo qualche punto fermo: un poco di esercizio fisico, un poco di cultura, qualche sbirciatina alle vetrine dove gli ultimi saldi implorano l’acquisto, una concessione al vizio: se ci arrivo, un panzerotto da Luini. Esco puntuale alle 10, quando inizia l’ora d’aria per noi bipedi felici. Paolo Sarpi va via a passo rapido, si comincia a flaneggiare in via Legnano dove il Parco si costeggia che è un piacere. Qui, tra ciclisti prepotenti sulla “loro” pista ciclabile, butto l’occhio sull’Acquario Civico restaurato: fuori un Liberty delicato, memento dell’Expo d’inizio secolo; dentro bambini eccitati alla vista di pesci, rettili e barriere coralline. Confesso: è la prima volta che ci metto il naso ed è una meraviglia. Abbandono al loro destino trote, cavedani e persici reali e devio verso Largo La Foppa, per la prima sosta in Piazzetta Vergani: qui le panchine sono vere, verdi, a onda, di legno. In assoluto, le migliori. Tutte occupate, tranne la mia. Un vecchietto solitario sfoglia il suo giornale, giovani africani con borse piene di merce e le calze a righe, una coppia da invidiare: appiccicati l’uno all’altra si baciano e si sorridono nella beata convinzione di essere soli al mondo. Li saluto mentalmente. Come fossero parenti. Transito davanti alle vetrine dei negozi in Garibaldi, esito… il saldo è lì.. ma no: resisto. Non c’è niente di meglio che vagabondare per pensare e spunta il pensiero-desiderio accantonato da mesi: le chiese intorno a via Torino. Sono mesi che ci penso e nemmeno un’occhiatina. E’ il giorno giusto. Allungo il passo (le vagabonde camminano senza logica, ma questo è il bello) e naso all’insù arrivo in Cordusio dove i milanesi liberi da smog sfrecciano verso i bar di via Dante con spettrali dehors e funghi riscaldanti. Da lì, scansando gli adolescenti a caccia di magliette in via Torino, riscopro Santa Maria presso San Satiro, in una viuzza stretta che raggiungo dopo aver girato due viuzze strette: io la conosco ma chi non la conosce fatica persino a capire che è una chiesa tanto è assediata dai palazzi e poco segnalata (la segnaletica Sindaco!): è la chiesa del miracolo del Bramante che vedendola così piccola e garbata, ma senza l’abside, pensò bene di scavare nell’immagine del muro fino a ricavarci, a colpi di pennello, il pezzo che mancava. Mi siedo sulla panca, che asseconda la sosta ancor più della panchina. L’immancabile vecchietto è anche qui, stavolta senza il giornale. Le flaneuses, si sa, sono attacca-bottoni. “Bello senza auto”, gli faccio. Annuisce. Compiacente. Sono almeno tre ore che cammino, ma lo confermo: si sta bene a Milano chiusa per smog. Ve lo posso assicurare e mi perdonino gli automobilisti, ma Milano, senza auto, riprende colore, come un bambino dopo l’influenza. Mi devo un regalo, prima di riprendere la via verso casa: il panzerotto, quanto di meno salubre esista per il colesterolo, ma nutriente per l’umore. Un ricordo del liceo: ci passavamo ore davanti a quel negozio profumato. Fuori, la coda è lunga, adesso come ai tempi della scuola. Aspetto. Non c’è fretta. Se volessi approfittarne, ho ancora qualche ora d’aria e me le prendo tutte. Domani, infatti, torna tutto come prima. La carrozza torna zucca, i bambini in passeggino con la tosse, i vecchietti chiusi in casa davanti alla tv. Amen.
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Gen 30, 2010 in
Emma
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Gen 16, 2010 in
Emma
Dall’Espressodi Daniel LyonsSì, i volumi di carta spariranno. Ma quelli digitali regaleranno una nuova primavera alla letteratura. Parola dell’inventore di Kindle. Colloquio con Jeff Bezos
Nel 1994 Jeffrey Preston Bezos, aveva appena 30 anni. Nato ad Albuquerque, nel New Mexico, dopo essersi laureato a Princeton, in quell’anno Bezos aveva fondato Amazon. La libreria on line ha rivoluzionato l’idea stessa di vendita al dettaglio. Ma a Bezos (il cui patrimonio è valutato in 10 miliardi di dollari), quel successo non è bastato. Tanto che ora, dopo aver lanciato Kindle, il lettore digitale dei libri, sta cercando di sovvertire anche il modo in cui leggiamo. Come spiega in questa intervista.Jeff Bezos, Amazon ha avuto un anno eccezionale, nonostante la crisi economica. Come ci siete riusciti?“Grazie a principi basilari: ci siamo concentrati su una selezione accurata di prodotti, su prezzi bassi e spedizioni affidabili, convenienti e veloci. Abbiamo un approccio simile da 14 anni, in pratica da quando esistiamo. Il nostro successo è, per così dire, frutto di un’accumulazione. Per esempio, se ci capita di aver avuto un buon trimestre, sappiamo che ciò era dovuto al lavoro che abbiamo svolto tre, quattro, cinque anni prima, e non per il buon lavoro immediatamente precedente”.Amazon è nato come un sito di vendita al dettaglio. Ora sono disponibili prodotti informatici e siete nel business dell’elettronica di consumo con Kindle. Come potrebbe definire Amazon, oggi?“Prendiamo le mosse dal consumatore, e lavoriamo ‘con lo sguardo all’indietro’. Acquisiamo tutte le capacità utili a soddisfare il cliente, costruendo ogni genere di tecnologia per soddisfarlo. Inoltre inventiamo prodotti nuovi, non calchiamo strade già percorse da altri: ci piace invece camminare per strade inesplorate per vedere cosa c’è alla fine. Alcune volte sono vicoli ciechi, ma altre si trasformano in ampi viali, pieni di eccitanti opportunità. Desideriamo proiettarci nel futuro e muoverci in una prospettiva a lungo termine, una caratteristica rara di questi tempi. Il senso di prospettiva non è virtù comune nel mondo delle aziende. Tuttavia la maggior parte delle cose che abbiamo fatto ci ha richiesto tantissimo tempo”.
Lei ha parlato di Kindle come un esempio del concetto di guardare all’indietro, rispetto al cliente. Può spiegarci in che senso?“Esistono due modi possibili, per le compagnie, di ampliare il proprio operato. Primo: possono creare un inventario delle loro capacità e competenze e dirsi: ok, con questo tipo di capacità e competenze, cos’altro possiamo fare? Una tecnica estremamente utile, che ogni azienda dovrebbe mettere in atto. Ma esiste un secondo metodo, che richiede un orientamento a lungo termine: invece di chiedersi in cosa si è bravi, e cos’altro fare con le proprie abilità, ci si interroga sull’identità e i bisogni dei potenziali clienti. E poi si dà loro ciò che desiderano, anche se non se ne possiedono ancora le capacità. Tutto si può imparare, non importa quanto ci vorrà. Kindle ne è un esempio vincente: è sul mercato da due anni, ma abbiamo lavorato tre anni prima di lanciarlo. E ne abbiamo parlato, ancora prima, per un anno. Abbiamo assunto un team di ingegneri elettronici per costruire il dispositivo e acquisire nuove conoscenze. In genere, nelle aziende, i dirigenti seguono pedissequamente una tendenza: pensano che il modo giusto di procedere sia continuare a fare ciò che si sa fare al meglio. Può essere, forse, una buona regola. Ma il problema è che il mondo cambia continuamente sotto i nostri occhi, e non ci si può adattare a questo cambiamento senza acquisire nuovi strumenti e capacità”.Il successo di Kindle l’ha sorpresa?“Francamente, sono rimasto di stucco. Due anni fa nessuno si sarebbe aspettato tutto questo. È il prodotto più venduto, desiderato e regalato su Amazon. E non sto parlando solo dell’informatica, ma di tutte le categorie disponibili. Abbiamo trascorso anni a lavorare al business dei libri, e ora, per i titoli esistenti in edizioni Kindle, le vendite sono cresciute del 48 per cento. Ma per noi non è soltanto un business. È quasi uno zelo missionario, perché riguarda la cultura. Pensiamo che Kindle sia più grande di noi”.(11 gennaio 2010
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Gen 16, 2010 in
Emma
LA TESTIMONIANZA
Non cedete alla vergogna se un familiare decide di morire
Due ragazzi di 15 anni che si lanciano da una finestra nell’ arco di poche ore finiscono sui giornali. La commovente lettera di una loro coetanea che chiede «perché è stato possibile, che lui non abbia trovato neanche un motivo per fermarsi», va in prima pagina sul Corriere. La professoressa sospende le lezioni per timore di una tragica «emulazione». Un gruppo di genitori scrive ai giornali per chiedere di non rubricare come suicidio una morte forse accidentale. La mia memoria torna al 6 dicembre 1986.
Faceva tanto freddo, a Milano, come in questi giorni. Era mattina. Squillò il telefono di casa. Una voce maschile, gentile ma senza particolare inflessione, né imbarazzata esitazione, mi disse: «Dovrebbe venire qui, suo fratello si è ucciso». Andrea aveva 18 anni. Chiamarono me perché mia madre non era a casa. Anche allora i giornali parlarono di rischio emulazione. Era il periodo di quelli frettolosamente definiti «suicidi da caserma». Andrea era il numero 16, tanti erano stati i giovani che in una manciata di mesi si erano tolti la vita durante il servizio militare. Mio fratello era entrato nelle statistiche. E cambiato per sempre, con un gesto mai spiegato ma che ho sempre rispettato e, da subito, perdonato, la vita della sua famiglia.
Ovvio, in queste ore, ripensare al freddo di 24 anni fa, dopo avere letto la lettera che la studentessa milanese ha scritto al Corriere chiedendo - invocando, quasi - a noi adulti di «aprire gli occhi e il cuore». Condominio. Scuola. Caserma. Ma aggiungerei metropolitana, stazione ferroviaria, cavalcavia. Ci sono tanti luoghi dove è possibile lanciarsi nel vuoto. La morte è lì, a un passo. Severa e seducente. E, con quelle modalità, quasi certa. Pronta ad accogliere un corpo e un’ anima ancora acerbi, come quelli di un ragazzo di 15, 16, 18 anni. La morte di un giovane suscita sempre sentimenti di profonda pietà. Il suicidio di un giovane scatena un senso di rabbia furiosa. Ha l’ odore dell’ irragionevolezza. Travalica ogni clinica analisi psicologica. Instilla dubbi nella più granitica delle fedi. La morte volontaria di un giovane dichiara «nulla» la vita dei suoi genitori. Tanti, fra noi, che ne hanno letto in queste ore sul giornale o ascoltato scarni resoconti televisivi o radiofonici, hanno provato un sentimento identico: la paura. E se successe a me? A mio figlio? Tanti, fra noi, con una scusa qualsiasi si sono attaccati al cellulare per controllare «se andava tutto bene». E’ umano.
Davanti al corpo di un giovane o di una giovane steso sul tavolo di un obitorio ci si interroga. Sempre. Come quando se ne deve scrivere un pezzo in cronaca, trovando parole che superino la retorica e indaghino sulle ragioni di un gesto così «insano»: cattivo voto, fragilità nelle relazioni familiari, «affari di cuore». Ci si interroga per sopravvivere. Leggendo la lettera della studentessa che invitava i lettori a «guardare con il cuore», ho ricordato il volto di mia madre. Quel momento, indelebile, quando dovetti andare da lei e dirle che Andrea era entrato nella casistica dei suicidi «da caserma». Ho ricordato, oggi, il suo volto: distorto, come «Il grido» di Munch. E, subito dopo, quello che, con innocenza mi replicò: «come faccio, adesso, a spiegarlo ai miei colleghi?». Non capii, allora, cosa intendesse dire. «Dare la notizia» era l’ ultimo dei problemi. Attribuii quella frase allo sconcerto, all’ impotenza emotiva, al suo animo devastato da qualcosa di insopportabile. Le era toccata in sorte la peggiore delle sentenze: sopravvivere a suo figlio. Ieri, leggendo di quei due ragazzi, forse, ho capito. Quella frase, apparentemente assurda, esprimeva un sentimento tanto semplice quanto indicibile persino a se stessi: la vergogna. Davanti al suicidio di una persona amata, ci si vergogna. Ci si vergogna persino di vergognarsi. Come accade di fronte a tutto ciò che ci fa sentire, per un solo istante, da lettori di una cronaca cittadina, o per il resto della nostra vita che quel suicidio sta cambiando per sempre, semplicemente, umanamente, terribilmente e meravigliosamente fragili.
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Gen 11, 2010 in
Emma
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Gen 5, 2010 in
Emma
Per il 90% delle donne (lascio un 10% alle fanatiche della morigeratezza), la parola “saldi” è sinonimo di emozione, eccitazione, rivincita da mesi di frustranti attese. Per otto bambini su dieci (i due che avanzano o sono troppo freddolosi o sono secchioni e in queste ore stanno facendo i compiti delle vacanze) la parola neve significa poter fare casino, infradiciarsi mani e piedi in libertà, mentre le mamme sono distratte dalle vetrine che traboccano occasioni. Figurarsi il binomio saldi+neve: una pacchia assoluta, per i fortunati che non lavorano e si godono le ultime ore di vacanza in città, per le mamme, per i bambini, per la Confcommercio e anche per il vice-sindaco che ha la coscienza a posto perché ci ha avvertiti che il 4 gennaio ci saremmo svegliati sotto un manto bianco. Difatti, il sale anti-ghiaccio questa volta c’è. Sotto la neve, in una giornata né troppo feriale, né ancora festiva, andare per saldi può voler dire inseguire un piccolo-grande sogno a portata di tutti, è un antidepressivo ad effetto immediato, anche se per affrontare saldi e neve senza scivolare nell’acquisto sbagliato o sul marciapiede, ci vogliono metodo, scarpe adatte e l’animo predisposto all’incanto della sorpresa. Che arriva puntuale e inattesa (altrimenti che sorpresa è?), smentendo ogni previsione e ogni allerta. Milano stupiscimi, pensavo, già fantasticando sull’affare a portata di mano. E lei lo fa, mentre a piedi attraverso le sue strade prendendomela comoda, da Paolo Sarpi all’Arena e poi verso Corso Garibaldi e su per via Mercato, fino al Duomo. Sto in allerta, con le antenne rivolte alle vetrine e alle commesse sorridenti, ma di neve non si avverte né il profumo e nemmeno il presagio, se non guardando il cielo, che è grigio perla tendente al bianco, un colore che promette e non mantiene. “Nuova allerta neve a Milano”, abbiamo titolato presuntuosi quando erano tutti in coda davanti ai negozi delle griffe – gli italiani e gli stranieri – pur di coronare il sogno della borsa o dello stivale. Milano mi stupisce perché la guardo e la attraverso senza pregiudizi. Senza saldi preconfezionati. Milano, oggi, quarto giorno del nuovo decennio, mi sorprende: d’improvviso, e senza bisogno della neve, è diventata … lenta. E dunque, bellissima. Slow-city: un inedito, per milanesi in trasferta d’occasione o cittadini residenti, turisti di passaggio in visita rapita al Cenacolo vinciano e passeggio d’obbligo nel Quadrilatero. Tralascio lo stivaletto tacco 12 scontato del 40%, inebriata dalla nuova lentezza che mi circonda: un sentimento nuovo, questo sì inaspettato, uno schiaffo ai miei pensieri prevenuti. Me lo dicono la coppia di anziani sposi che si tengono per mano con rinnovata tenerezza, i teenagers che si ammucchiano senza i soliti eccessi davanti ad Abercrombie&Fitch, le due amiche dall’accento americano che in via della Spiga se la raccontano con gridolini di garbata eccitazione, la coppia di neo-genitori con il piccino nel marsupio che si guardano negli occhi, ancora meravigliati, forse, di quel minuscolo miracolo accoccolato in grembo. Gentilezza. Compostezza. Educazione. Manciate di sorrisi. Falcate brevi. Scarseggiano persino i cellulari incollati alle orecchie dei pedoni. Una decrescita urbana che piacerebbe a Serge Latouche, cantore dell’economia a misura d’uomo. Peccato per la neve, o forse grazie a lei, che si fa aspettare e non arriva. Almeno oggi. Regalandoci, per qualche ora, una Milano in attesa. Dei suoi fiocchi. Del bottino da boutique a prezzo stracciato. Dell’anno che verrà ma è già iniziato. Un ottimo inizio, senza asfissia da traffico automobilistico, con una nuova ecologia dei sentimenti. Lasciatemelo credere, mentre, senza avere comprato niente, salgo in tram e torno a casa. Scivolando sui binari. In attesa.