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Gen 31, 2010 in
Emma
Oggi Milano chiude per smog: definizione impropria. Dipende dal punto di vista. Per una “patente-priva” che in automobile ci va a scrocco, meritando la tessera fedeltà dell’ATM, oggi Milano “apre”, anzi si spalanca, causa smog: ai passeggini dei piccini che così non tossiscono, ai ciclopedisti, ai vecchietti che senza assedio di motori e tacitata l’insolente vocetta del navigatore saputello, riscoprono la fiducia in Milano e vanno in centro con l’amica o il nipotino. La domenica senza auto, per noi talebani del passeggio e del silenzio, è una pacchia. I fighetta ci chiamano “flaneuse”, ma io preferisco essere una vagabonda, un po’ come la signora Dalloway di Virginia Woolf che con la scusa di comprare un paio di guanti, se ne va in giro per le strade di Londra. E scrive un capolavoro. Più modestamente mi limito a queste righe e stendo il mio programma di piccola felicità cittadina: niente cellulare, niente cuffiette dell’iPod nelle orecchie, no anche all’inutile mappa turistica, vagabondaggio in libertà con benefica sosta-panchina. Non scendo mai dai tacchi, dunque la camminata è prudente. La metodologia? Vaga. Solo qualche punto fermo: un poco di esercizio fisico, un poco di cultura, qualche sbirciatina alle vetrine dove gli ultimi saldi implorano l’acquisto, una concessione al vizio: se ci arrivo, un panzerotto da Luini. Esco puntuale alle 10, quando inizia l’ora d’aria per noi bipedi felici. Paolo Sarpi va via a passo rapido, si comincia a flaneggiare in via Legnano dove il Parco si costeggia che è un piacere. Qui, tra ciclisti prepotenti sulla “loro” pista ciclabile, butto l’occhio sull’Acquario Civico restaurato: fuori un Liberty delicato, memento dell’Expo d’inizio secolo; dentro bambini eccitati alla vista di pesci, rettili e barriere coralline. Confesso: è la prima volta che ci metto il naso ed è una meraviglia. Abbandono al loro destino trote, cavedani e persici reali e devio verso Largo La Foppa, per la prima sosta in Piazzetta Vergani: qui le panchine sono vere, verdi, a onda, di legno. In assoluto, le migliori. Tutte occupate, tranne la mia. Un vecchietto solitario sfoglia il suo giornale, giovani africani con borse piene di merce e le calze a righe, una coppia da invidiare: appiccicati l’uno all’altra si baciano e si sorridono nella beata convinzione di essere soli al mondo. Li saluto mentalmente. Come fossero parenti. Transito davanti alle vetrine dei negozi in Garibaldi, esito… il saldo è lì.. ma no: resisto. Non c’è niente di meglio che vagabondare per pensare e spunta il pensiero-desiderio accantonato da mesi: le chiese intorno a via Torino. Sono mesi che ci penso e nemmeno un’occhiatina. E’ il giorno giusto. Allungo il passo (le vagabonde camminano senza logica, ma questo è il bello) e naso all’insù arrivo in Cordusio dove i milanesi liberi da smog sfrecciano verso i bar di via Dante con spettrali dehors e funghi riscaldanti. Da lì, scansando gli adolescenti a caccia di magliette in via Torino, riscopro Santa Maria presso San Satiro, in una viuzza stretta che raggiungo dopo aver girato due viuzze strette: io la conosco ma chi non la conosce fatica persino a capire che è una chiesa tanto è assediata dai palazzi e poco segnalata (la segnaletica Sindaco!): è la chiesa del miracolo del Bramante che vedendola così piccola e garbata, ma senza l’abside, pensò bene di scavare nell’immagine del muro fino a ricavarci, a colpi di pennello, il pezzo che mancava. Mi siedo sulla panca, che asseconda la sosta ancor più della panchina. L’immancabile vecchietto è anche qui, stavolta senza il giornale. Le flaneuses, si sa, sono attacca-bottoni. “Bello senza auto”, gli faccio. Annuisce. Compiacente. Sono almeno tre ore che cammino, ma lo confermo: si sta bene a Milano chiusa per smog. Ve lo posso assicurare e mi perdonino gli automobilisti, ma Milano, senza auto, riprende colore, come un bambino dopo l’influenza. Mi devo un regalo, prima di riprendere la via verso casa: il panzerotto, quanto di meno salubre esista per il colesterolo, ma nutriente per l’umore. Un ricordo del liceo: ci passavamo ore davanti a quel negozio profumato. Fuori, la coda è lunga, adesso come ai tempi della scuola. Aspetto. Non c’è fretta. Se volessi approfittarne, ho ancora qualche ora d’aria e me le prendo tutte. Domani, infatti, torna tutto come prima. La carrozza torna zucca, i bambini in passeggino con la tosse, i vecchietti chiusi in casa davanti alla tv. Amen.
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Gen 30, 2010 in
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Gen 16, 2010 in
Emma
Dall’Espressodi Daniel LyonsSì, i volumi di carta spariranno. Ma quelli digitali regaleranno una nuova primavera alla letteratura. Parola dell’inventore di Kindle. Colloquio con Jeff Bezos
Nel 1994 Jeffrey Preston Bezos, aveva appena 30 anni. Nato ad Albuquerque, nel New Mexico, dopo essersi laureato a Princeton, in quell’anno Bezos aveva fondato Amazon. La libreria on line ha rivoluzionato l’idea stessa di vendita al dettaglio. Ma a Bezos (il cui patrimonio è valutato in 10 miliardi di dollari), quel successo non è bastato. Tanto che ora, dopo aver lanciato Kindle, il lettore digitale dei libri, sta cercando di sovvertire anche il modo in cui leggiamo. Come spiega in questa intervista.Jeff Bezos, Amazon ha avuto un anno eccezionale, nonostante la crisi economica. Come ci siete riusciti?“Grazie a principi basilari: ci siamo concentrati su una selezione accurata di prodotti, su prezzi bassi e spedizioni affidabili, convenienti e veloci. Abbiamo un approccio simile da 14 anni, in pratica da quando esistiamo. Il nostro successo è, per così dire, frutto di un’accumulazione. Per esempio, se ci capita di aver avuto un buon trimestre, sappiamo che ciò era dovuto al lavoro che abbiamo svolto tre, quattro, cinque anni prima, e non per il buon lavoro immediatamente precedente”.Amazon è nato come un sito di vendita al dettaglio. Ora sono disponibili prodotti informatici e siete nel business dell’elettronica di consumo con Kindle. Come potrebbe definire Amazon, oggi?“Prendiamo le mosse dal consumatore, e lavoriamo ‘con lo sguardo all’indietro’. Acquisiamo tutte le capacità utili a soddisfare il cliente, costruendo ogni genere di tecnologia per soddisfarlo. Inoltre inventiamo prodotti nuovi, non calchiamo strade già percorse da altri: ci piace invece camminare per strade inesplorate per vedere cosa c’è alla fine. Alcune volte sono vicoli ciechi, ma altre si trasformano in ampi viali, pieni di eccitanti opportunità. Desideriamo proiettarci nel futuro e muoverci in una prospettiva a lungo termine, una caratteristica rara di questi tempi. Il senso di prospettiva non è virtù comune nel mondo delle aziende. Tuttavia la maggior parte delle cose che abbiamo fatto ci ha richiesto tantissimo tempo”.
Lei ha parlato di Kindle come un esempio del concetto di guardare all’indietro, rispetto al cliente. Può spiegarci in che senso?“Esistono due modi possibili, per le compagnie, di ampliare il proprio operato. Primo: possono creare un inventario delle loro capacità e competenze e dirsi: ok, con questo tipo di capacità e competenze, cos’altro possiamo fare? Una tecnica estremamente utile, che ogni azienda dovrebbe mettere in atto. Ma esiste un secondo metodo, che richiede un orientamento a lungo termine: invece di chiedersi in cosa si è bravi, e cos’altro fare con le proprie abilità, ci si interroga sull’identità e i bisogni dei potenziali clienti. E poi si dà loro ciò che desiderano, anche se non se ne possiedono ancora le capacità. Tutto si può imparare, non importa quanto ci vorrà. Kindle ne è un esempio vincente: è sul mercato da due anni, ma abbiamo lavorato tre anni prima di lanciarlo. E ne abbiamo parlato, ancora prima, per un anno. Abbiamo assunto un team di ingegneri elettronici per costruire il dispositivo e acquisire nuove conoscenze. In genere, nelle aziende, i dirigenti seguono pedissequamente una tendenza: pensano che il modo giusto di procedere sia continuare a fare ciò che si sa fare al meglio. Può essere, forse, una buona regola. Ma il problema è che il mondo cambia continuamente sotto i nostri occhi, e non ci si può adattare a questo cambiamento senza acquisire nuovi strumenti e capacità”.Il successo di Kindle l’ha sorpresa?“Francamente, sono rimasto di stucco. Due anni fa nessuno si sarebbe aspettato tutto questo. È il prodotto più venduto, desiderato e regalato su Amazon. E non sto parlando solo dell’informatica, ma di tutte le categorie disponibili. Abbiamo trascorso anni a lavorare al business dei libri, e ora, per i titoli esistenti in edizioni Kindle, le vendite sono cresciute del 48 per cento. Ma per noi non è soltanto un business. È quasi uno zelo missionario, perché riguarda la cultura. Pensiamo che Kindle sia più grande di noi”.(11 gennaio 2010
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Gen 16, 2010 in
Emma
LA TESTIMONIANZA
Non cedete alla vergogna se un familiare decide di morire
Due ragazzi di 15 anni che si lanciano da una finestra nell’ arco di poche ore finiscono sui giornali. La commovente lettera di una loro coetanea che chiede «perché è stato possibile, che lui non abbia trovato neanche un motivo per fermarsi», va in prima pagina sul Corriere. La professoressa sospende le lezioni per timore di una tragica «emulazione». Un gruppo di genitori scrive ai giornali per chiedere di non rubricare come suicidio una morte forse accidentale. La mia memoria torna al 6 dicembre 1986.
Faceva tanto freddo, a Milano, come in questi giorni. Era mattina. Squillò il telefono di casa. Una voce maschile, gentile ma senza particolare inflessione, né imbarazzata esitazione, mi disse: «Dovrebbe venire qui, suo fratello si è ucciso». Andrea aveva 18 anni. Chiamarono me perché mia madre non era a casa. Anche allora i giornali parlarono di rischio emulazione. Era il periodo di quelli frettolosamente definiti «suicidi da caserma». Andrea era il numero 16, tanti erano stati i giovani che in una manciata di mesi si erano tolti la vita durante il servizio militare. Mio fratello era entrato nelle statistiche. E cambiato per sempre, con un gesto mai spiegato ma che ho sempre rispettato e, da subito, perdonato, la vita della sua famiglia.
Ovvio, in queste ore, ripensare al freddo di 24 anni fa, dopo avere letto la lettera che la studentessa milanese ha scritto al Corriere chiedendo - invocando, quasi - a noi adulti di «aprire gli occhi e il cuore». Condominio. Scuola. Caserma. Ma aggiungerei metropolitana, stazione ferroviaria, cavalcavia. Ci sono tanti luoghi dove è possibile lanciarsi nel vuoto. La morte è lì, a un passo. Severa e seducente. E, con quelle modalità, quasi certa. Pronta ad accogliere un corpo e un’ anima ancora acerbi, come quelli di un ragazzo di 15, 16, 18 anni. La morte di un giovane suscita sempre sentimenti di profonda pietà. Il suicidio di un giovane scatena un senso di rabbia furiosa. Ha l’ odore dell’ irragionevolezza. Travalica ogni clinica analisi psicologica. Instilla dubbi nella più granitica delle fedi. La morte volontaria di un giovane dichiara «nulla» la vita dei suoi genitori. Tanti, fra noi, che ne hanno letto in queste ore sul giornale o ascoltato scarni resoconti televisivi o radiofonici, hanno provato un sentimento identico: la paura. E se successe a me? A mio figlio? Tanti, fra noi, con una scusa qualsiasi si sono attaccati al cellulare per controllare «se andava tutto bene». E’ umano.
Davanti al corpo di un giovane o di una giovane steso sul tavolo di un obitorio ci si interroga. Sempre. Come quando se ne deve scrivere un pezzo in cronaca, trovando parole che superino la retorica e indaghino sulle ragioni di un gesto così «insano»: cattivo voto, fragilità nelle relazioni familiari, «affari di cuore». Ci si interroga per sopravvivere. Leggendo la lettera della studentessa che invitava i lettori a «guardare con il cuore», ho ricordato il volto di mia madre. Quel momento, indelebile, quando dovetti andare da lei e dirle che Andrea era entrato nella casistica dei suicidi «da caserma». Ho ricordato, oggi, il suo volto: distorto, come «Il grido» di Munch. E, subito dopo, quello che, con innocenza mi replicò: «come faccio, adesso, a spiegarlo ai miei colleghi?». Non capii, allora, cosa intendesse dire. «Dare la notizia» era l’ ultimo dei problemi. Attribuii quella frase allo sconcerto, all’ impotenza emotiva, al suo animo devastato da qualcosa di insopportabile. Le era toccata in sorte la peggiore delle sentenze: sopravvivere a suo figlio. Ieri, leggendo di quei due ragazzi, forse, ho capito. Quella frase, apparentemente assurda, esprimeva un sentimento tanto semplice quanto indicibile persino a se stessi: la vergogna. Davanti al suicidio di una persona amata, ci si vergogna. Ci si vergogna persino di vergognarsi. Come accade di fronte a tutto ciò che ci fa sentire, per un solo istante, da lettori di una cronaca cittadina, o per il resto della nostra vita che quel suicidio sta cambiando per sempre, semplicemente, umanamente, terribilmente e meravigliosamente fragili.
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Gen 11, 2010 in
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Gen 5, 2010 in
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Per il 90% delle donne (lascio un 10% alle fanatiche della morigeratezza), la parola “saldi” è sinonimo di emozione, eccitazione, rivincita da mesi di frustranti attese. Per otto bambini su dieci (i due che avanzano o sono troppo freddolosi o sono secchioni e in queste ore stanno facendo i compiti delle vacanze) la parola neve significa poter fare casino, infradiciarsi mani e piedi in libertà, mentre le mamme sono distratte dalle vetrine che traboccano occasioni. Figurarsi il binomio saldi+neve: una pacchia assoluta, per i fortunati che non lavorano e si godono le ultime ore di vacanza in città, per le mamme, per i bambini, per la Confcommercio e anche per il vice-sindaco che ha la coscienza a posto perché ci ha avvertiti che il 4 gennaio ci saremmo svegliati sotto un manto bianco. Difatti, il sale anti-ghiaccio questa volta c’è. Sotto la neve, in una giornata né troppo feriale, né ancora festiva, andare per saldi può voler dire inseguire un piccolo-grande sogno a portata di tutti, è un antidepressivo ad effetto immediato, anche se per affrontare saldi e neve senza scivolare nell’acquisto sbagliato o sul marciapiede, ci vogliono metodo, scarpe adatte e l’animo predisposto all’incanto della sorpresa. Che arriva puntuale e inattesa (altrimenti che sorpresa è?), smentendo ogni previsione e ogni allerta. Milano stupiscimi, pensavo, già fantasticando sull’affare a portata di mano. E lei lo fa, mentre a piedi attraverso le sue strade prendendomela comoda, da Paolo Sarpi all’Arena e poi verso Corso Garibaldi e su per via Mercato, fino al Duomo. Sto in allerta, con le antenne rivolte alle vetrine e alle commesse sorridenti, ma di neve non si avverte né il profumo e nemmeno il presagio, se non guardando il cielo, che è grigio perla tendente al bianco, un colore che promette e non mantiene. “Nuova allerta neve a Milano”, abbiamo titolato presuntuosi quando erano tutti in coda davanti ai negozi delle griffe – gli italiani e gli stranieri – pur di coronare il sogno della borsa o dello stivale. Milano mi stupisce perché la guardo e la attraverso senza pregiudizi. Senza saldi preconfezionati. Milano, oggi, quarto giorno del nuovo decennio, mi sorprende: d’improvviso, e senza bisogno della neve, è diventata … lenta. E dunque, bellissima. Slow-city: un inedito, per milanesi in trasferta d’occasione o cittadini residenti, turisti di passaggio in visita rapita al Cenacolo vinciano e passeggio d’obbligo nel Quadrilatero. Tralascio lo stivaletto tacco 12 scontato del 40%, inebriata dalla nuova lentezza che mi circonda: un sentimento nuovo, questo sì inaspettato, uno schiaffo ai miei pensieri prevenuti. Me lo dicono la coppia di anziani sposi che si tengono per mano con rinnovata tenerezza, i teenagers che si ammucchiano senza i soliti eccessi davanti ad Abercrombie&Fitch, le due amiche dall’accento americano che in via della Spiga se la raccontano con gridolini di garbata eccitazione, la coppia di neo-genitori con il piccino nel marsupio che si guardano negli occhi, ancora meravigliati, forse, di quel minuscolo miracolo accoccolato in grembo. Gentilezza. Compostezza. Educazione. Manciate di sorrisi. Falcate brevi. Scarseggiano persino i cellulari incollati alle orecchie dei pedoni. Una decrescita urbana che piacerebbe a Serge Latouche, cantore dell’economia a misura d’uomo. Peccato per la neve, o forse grazie a lei, che si fa aspettare e non arriva. Almeno oggi. Regalandoci, per qualche ora, una Milano in attesa. Dei suoi fiocchi. Del bottino da boutique a prezzo stracciato. Dell’anno che verrà ma è già iniziato. Un ottimo inizio, senza asfissia da traffico automobilistico, con una nuova ecologia dei sentimenti. Lasciatemelo credere, mentre, senza avere comprato niente, salgo in tram e torno a casa. Scivolando sui binari. In attesa.
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Gen 2, 2010 in
Emma

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Sabato 02 Gennaio 2010 |
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di LUCA DI FULVIOÈ un’impresa provare ad avere una risposta dagli scrittori su chi sia il loro maestro, reale o ideale. Una delle ragioni secondo me è stata espressa, con feroce lucidità, da Edward Hopper, il grande pittore della solitudine: “L’unica influenza che io abbia mai avuto sono io stesso”. Ed effettivamente un artista ha un obiettivo bisogno di percepire la propria assoluta unicità, perché è ciò di cui necessita la sua opera per non essere la replica di un’altra preesistente.Le risposte che mi hanno dato gli scrittori, in più, non sempre mostravano con chiarezza l’apparentamento col maestro che indicavano. Era come se avessero fatto (giustamente) fatica a vedersi in maniera asettica. E così sono giunto alla conclusione che ingabbiarli in una “discendenza” sarà opera dei critici.Quindi, come un Freud dilettante, ho cercato di stanarli sulle prime letture, quelle da bambini e adolescenti. E le risposte, in certi casi, sono state addirittura infantilmente eccitate. I blocchi e le seriosità culturali sono svaniti d’incanto e gli scrittori si sono messi “in pantaloncini corti” con gioia.Così, se la Susanna Tamaro adulta mi racconta di avere i suoi pilastri letterari nei russi e nel Rilke delle Elegie Duinesi, in realtà scopriamo una bambina che grazie a Jack London entra in un mondo che «è stato mio da subito e che non mi ha abbandonato più. Il mondo dei cacciatori d’oro di Zanna Bianca vive dentro di me, anche se non ho mai messo piede in Alaska, e sarà un patrimonio per sempre mio». Zanna Bianca spopola, infatti anche Margherita Oggero lo cita e mi dice: «Forse perché già allora amavo il grande Nord e le storie con animali». O forse, mi verrebbe da ragionare, perché certe straordinarie storie ci infondono quell’amore che poi facciamo nostro. Cristina Comencini, che ha nella Ginzburg la sua maestra (l’ha anche aiutata a pubblicare il suo primo romanzo), in realtà si emoziona per le favole di Andersen, “atroci e profonde”, e per Il buio oltre la siepe(«libro e film», specifica, ma non avevamo dubbi che la sua crescita fosse stata fortemente influenzata dal cinema). Mario Desiati salta la fase del bambino per passare a quella dell’adolescente, con una lettura raffinata (che fa molto scrittore, si potrebbe dire), ovvero Le Metamorfosi di Kafka. Ma non sta atteggiandosi perché con candore dice: «Avevo 14 anni e ogni giorno della mia vita sino a 16 ne rileggevo una pagina e non riuscivo più a finirlo». Che abbia ascendenze in quell’altro signore del “Volli, fortissimamente volli”? Un altro lettore adolescente e non bambino è Luca Bianchini. Ma cita Cristiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino con la passione di un ragazzino: «Lo ordinai in edicola, lo divorai, lo lessi e lo rilessi allo sfinimento. A 14 anni. Christiane, Detlef, Babsi, Stella, me li ricordo ancora questi tossici tedeschi con cui non avevo niente a che fare, ma io ancora adesso, ogni tanto, li penso». Paola Calvetti è un’altra bambina piena di entusiasmo: «Il mio primo libro, la folgorazione, è stato Piccole donne (e tutti gli altri della serie) di Louise M. Alcott: ero persa per il personaggio di Jo, volevo assolutamente essere come lei. La mitica Jo delle quattro sorelle March voleva fare la scrittrice. Ci è riuscita. Anch’io. Pensa che sono persino andata a visitare la casa natale della Alcott».Un altro insospettabile ragazzino è il magistrato Giancarlo De Cataldo, che a dieci anni incontra Salgari. Ne parla quasi come un feticista, lo immagino con gli occhi lucidi mentre mi scrive: «Jungla Nera, riedizione Il Gabbiano, Roma, lire 300 a cadenza settimanale, in edicola. C’erano le meravigliose copertine di Karel Thole (quello del Giallo Mondadori), le avventure, l’esotismo, gli eroi, le belle donne, i vulcani in eruzione e c’era il più seducente avventuriero mai raccontato, Yanez de Gomera. Che altro poteva chiedere un ragazzino grassoccio di provincia, precocemente miope, al mondo dei suoi sogni?». E Salgari, con le famigerate Tigri di Mompracem, è anche il primo stimolo di Giuliano Paravella. Eraldo Baldini cita Steinbeck, amore sbocciato per amor di mamma, ma soprattutto sente di essere figlio, essendo nato e cresciuto in campagna negli anni Cinquanta, «delle innumerevoli fiabe, leggende e racconti che ho potuto ascoltare dalla viva voce dei miei nonni». Giuseppe Culicchia incappa nelleAvventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, come molti bambini, ma ha una precoce esperienza a soli 12 anni di Fiesta, di Hemingway. E chissà cosa ha percepito di un personaggio che ha il problema dell’impotenza un ragazzino che scopre in quei giorni i richiami del sesso. Ma è una domanda oziosa perché in realtà i messaggi dei libri passano per via subliminale, non hanno bisogno della ragione, come mi racconta Carla Vangelista, a occhi spalancati e sognanti: «Il libro che mi ha più influenzato ed emozionato è stato Il giardino segreto. Avevo solo nove anni ma, senza ancora capirlo razionalmente, devo aver sentito che quel giardino segreto poteva essere dentro di noi, e credo che questo abbia condizionato non solo la mia scrittura, che cerca di scavare dentro, ma la mia vita di tutti i giorni, rendendomi una persona fortemente introspettiva». Sandrone Dazieri mi racconta: «A dieci, undici anni, mi innamorai perdutamente della serie di Nero Wolfe. Non tanto per i gialli ma per come lui, investigatore obeso rinchiuso in una casa di arenaria a New York, interagiva con il suo braccio destro Archie Goodwin. Erano una coppia di investigatori geniali: uno dei due capiva tutto (Wolfe) e l’altro prendeva le botte (Goodwin)». Grazia Verasani invece si è trovata già da piccola nella letteratura alta. Per caso, anzi, per costrizione: «Avevo nove anni, mio fratello maggiore, già al liceo, era a letto con l’influenza. Mi chiese di leggergli Guerra e pace a voce alta per intrattenerlo durante la convalescenza. Ed è stato amore a prima vista, una rivelazione che ti incatena a una successione di amori». Licia Troisi, che ha nel Nome della Rosa il suo modello ideale, ha però avuto il suo primo approccio entusiasmante al fantasy (nonostante la Rowling e Bradley all’attivo) con Il Signore degli Anelli. «È stata proprio un’immersione in un mondo altro, che ti cattura e non ti lascia andare fino alla fine. Quindi in qualche modo è il responsabile della mia scelta di scrivere fantasy. E mi ha insegnato che la fantasia deve poter essere libera di vagare dove vuole. Mi ricordo che mentre leggevo ogni tanto mi fermavo a pensare: in un libro può esserci anche questo!».Gli unici due che non vogliono regredire allo stato infantile e rimangono scrittori seri sono Stefano Benni («La letteratura è un mare in cui cambio rotta in continuazione») e Simonetta Agnello Hornby («Omero mi ha influenzata quanto Foscolo»).Ma tutti gli altri invece si trasfigurano. E paradossalmente il loro percorso artistico più ancora che in ciò che dichiarano da adulti si legge meglio in quel che dicono da bambini, ridendo.In ogni caso, che belli questi “piccoli scrittori”. Mi hanno lasciato con un sorriso beato sulle labbra. |
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Dic 23, 2009 in
Emma
cari amici, questa bella libreria a forma di albero è il mio modo di dirvi grazie. voi sapete perchè. Non sarà un Natale memorabile (e sapete anche questo), ma noi andiamo avanti. Catia, non so perchè, ma so cosa vuole dire.Ed è questa condivisione che ci fa capire quanto anche un piccolo blog, nato per parlare di libri, si sia trasformato in un gruppo di amici.Auguri a tutti voi. Davvero. Davvero. Davvero.Emma