Il senso di vergogna per un familiare che decide di morire
LA TESTIMONIANZA
Non cedete alla vergogna se un familiare decide di morire
Due ragazzi di 15 anni che si lanciano da una finestra nell’ arco di poche ore finiscono sui giornali. La commovente lettera di una loro coetanea che chiede «perché è stato possibile, che lui non abbia trovato neanche un motivo per fermarsi», va in prima pagina sul Corriere. La professoressa sospende le lezioni per timore di una tragica «emulazione». Un gruppo di genitori scrive ai giornali per chiedere di non rubricare come suicidio una morte forse accidentale. La mia memoria torna al 6 dicembre 1986.
Faceva tanto freddo, a Milano, come in questi giorni. Era mattina. Squillò il telefono di casa. Una voce maschile, gentile ma senza particolare inflessione, né imbarazzata esitazione, mi disse: «Dovrebbe venire qui, suo fratello si è ucciso». Andrea aveva 18 anni. Chiamarono me perché mia madre non era a casa. Anche allora i giornali parlarono di rischio emulazione. Era il periodo di quelli frettolosamente definiti «suicidi da caserma». Andrea era il numero 16, tanti erano stati i giovani che in una manciata di mesi si erano tolti la vita durante il servizio militare. Mio fratello era entrato nelle statistiche. E cambiato per sempre, con un gesto mai spiegato ma che ho sempre rispettato e, da subito, perdonato, la vita della sua famiglia.
Ovvio, in queste ore, ripensare al freddo di 24 anni fa, dopo avere letto la lettera che la studentessa milanese ha scritto al Corriere chiedendo - invocando, quasi - a noi adulti di «aprire gli occhi e il cuore». Condominio. Scuola. Caserma. Ma aggiungerei metropolitana, stazione ferroviaria, cavalcavia. Ci sono tanti luoghi dove è possibile lanciarsi nel vuoto. La morte è lì, a un passo. Severa e seducente. E, con quelle modalità, quasi certa. Pronta ad accogliere un corpo e un’ anima ancora acerbi, come quelli di un ragazzo di 15, 16, 18 anni. La morte di un giovane suscita sempre sentimenti di profonda pietà. Il suicidio di un giovane scatena un senso di rabbia furiosa. Ha l’ odore dell’ irragionevolezza. Travalica ogni clinica analisi psicologica. Instilla dubbi nella più granitica delle fedi. La morte volontaria di un giovane dichiara «nulla» la vita dei suoi genitori. Tanti, fra noi, che ne hanno letto in queste ore sul giornale o ascoltato scarni resoconti televisivi o radiofonici, hanno provato un sentimento identico: la paura. E se successe a me? A mio figlio? Tanti, fra noi, con una scusa qualsiasi si sono attaccati al cellulare per controllare «se andava tutto bene». E’ umano.
Davanti al corpo di un giovane o di una giovane steso sul tavolo di un obitorio ci si interroga. Sempre. Come quando se ne deve scrivere un pezzo in cronaca, trovando parole che superino la retorica e indaghino sulle ragioni di un gesto così «insano»: cattivo voto, fragilità nelle relazioni familiari, «affari di cuore». Ci si interroga per sopravvivere. Leggendo la lettera della studentessa che invitava i lettori a «guardare con il cuore», ho ricordato il volto di mia madre. Quel momento, indelebile, quando dovetti andare da lei e dirle che Andrea era entrato nella casistica dei suicidi «da caserma». Ho ricordato, oggi, il suo volto: distorto, come «Il grido» di Munch. E, subito dopo, quello che, con innocenza mi replicò: «come faccio, adesso, a spiegarlo ai miei colleghi?». Non capii, allora, cosa intendesse dire. «Dare la notizia» era l’ ultimo dei problemi. Attribuii quella frase allo sconcerto, all’ impotenza emotiva, al suo animo devastato da qualcosa di insopportabile. Le era toccata in sorte la peggiore delle sentenze: sopravvivere a suo figlio. Ieri, leggendo di quei due ragazzi, forse, ho capito. Quella frase, apparentemente assurda, esprimeva un sentimento tanto semplice quanto indicibile persino a se stessi: la vergogna. Davanti al suicidio di una persona amata, ci si vergogna. Ci si vergogna persino di vergognarsi. Come accade di fronte a tutto ciò che ci fa sentire, per un solo istante, da lettori di una cronaca cittadina, o per il resto della nostra vita che quel suicidio sta cambiando per sempre, semplicemente, umanamente, terribilmente e meravigliosamente fragili.
Emma, è la vergogna che deriva da un’infrazione alle regole del famigerato “decoro” piccolo borghese: è noioso e superato prendersela ancora coi “piccolo borghesi”, lo so, pure questa mi sembra l’unica analisi valida. Uno dei migliori amici della mia famiglia si tolse la vita, ormai anziano, ma nessuno, né i suoi splendidi figli (un’avvocata
e un ingegnere) né i suoi amici si sognò neppure per un istante di vergognarsi, perché nessuno appunto era di estrazione “piccolo borghese”. Sembra banale e semplicistico ma è così.
Il militare: anch’io l’ho fatto giovanissimo -avevo 18 anni e 7 mesi quando sono partito: decimo ‘82, mute le spine!
- e ho presente qualcuno dei “fragili” che per conto mio ho sempre difeso… è che il militare come si faceva allora era di un assurdo assoluto che più assoluto non si può: ci sono quelli “estroversi” che ragiscono (come il mio “tipo”, che pure l’ho vissuta malissimo almeno per i primi sei mesi. ero ribelle e sempre in “tabella puniti”, posto fisso! ho avuto complessivamente oltre due mesi di “consegna”, che consiste nel non poter uscire la sera) e quelli introversi che in un momento di sconforto possono arrivare fino alle estreme conseguenze (il tutto è aggravato dalla stupidità del nonnismo, che io non ho mai subito perché reagivo istantaneamente, ma la gran parte subiva… non so come stiano le cose oggi, ma all’epoca c’era: la stupidità del meccanismo è tale che quando ero “nonno” io, non volevo che mi venisse preparato il letto, per dirti… ma ho dovuto ricorrere a metodi da “nonnismo” per fargliela capire, continuavano a farmela comunque, il meccanismo era “automatico”
ciao
tabella puniti “stai punito!” gridava il sergente, un marsicano..
nottetempo io scrivevo anche il suo nome (quello del sergente) in “tabella puniti” e la mattina era un sollazzo vederlo sbraitare
Cara Paola,
non sai quante volte, in quelle poche volte, fortunatamente, in cui i miei figli si sono chiusi in un riserbo inspiegabile, ho avuto paura.
Sopravvivere alla morte dei propri figli è allucinante. Figuriamoci al suicidio.
Manuel due mesi fa ha avuto uno scontro durissimo con mio marito. Da quel giorno è rinato.
E siamo rinati noi. Perchè quelle parole urlate addosso al padre sono state la sua liberazione.
Manuel ha trascorso l’estate chiuso nella sua camera, i lunghi capelli che gli nascondevano gli occhioni, il peso di una materia da recuperare, e uno squilibrio ormonale che non riusciva a gestire. E’ uscito dal tunnel. Ho individuato il problema. Era suo padre. Doveva comunicargli anche in maniera violenta quello che aveva dentro. Lui e mio marito non si sono parlati per due giorni. Poi la luce. E un abbraccio, una morsa dentro la quale ho ritrovato la serenità.
Questa la mia picola testimonianza. A chiunque legga, i vostri ragazzi hanno solo bisogno di parlare. E voi che siete padri e madri dovete ascoltarli sempre e comunque. Anche a costo di sentire delle verità scomode, perchè è li che si annida il germe di un dolore che può condurre a gesti inspiegabili.
Paola mannaggia a te, mi hai fatto commuovere.
addestramento al Car di Orvieto (granatieri): “LEI!” strillava il caporale firmaiolo… io avrei dovuto rispondere “comandi!” a voce alta e squillante uah uah…


invece rispondevo “cmand” biscicando
e il caporale “LEI!”
e io “..mand..”
il mio migliore amico lì fu uno di Melzo, che mi veniva sempre appresso e rideva come un pazzo…
però poi mi “trattennero” per il Car avanzato, che vuol dire guardie e p.a.o. a ripetizione per un mese, in pratica si sta sempre vestiti e si dorme -vestiti- quasi sempre al corpo di guardia direttamente su certi “materassi” di spugna lercissimi… allora si montava con il “colpo in canna”… un ragazzino di 18 anni con in mano un vero fucile da guerra con il colpo già pronto… c’è da meravigliarsi che gli “incidenti” siano così pochi, piuttosto… mah
Lui e mio marito non si sono parlati per due giorni.
Catia, io e mio padre non ci siamo parlati per dieci anni…

quello che hai raccontato non è che il normale scontro col padre che ogni giovane di sesso maschile a un certo punto “deve” avere, è perfettamente contemplato anche dalla psicoanalisi freudiana
per cui nulla di preoccupante, tutto nella norma, tranquilla…
lo so Capofan, per il maschio il confronto con la padre è fondamentale…
Appena sveglia, Paola, ho letto la tua testimonianza e spero ti giunga il mio abbraccio silenzioso.
Non sono madre, ma con il mio lavoro ogni giorno sono in contatto con ragazzi di quell’età. Certo, bisogna dialogare, è fondamentale, ma quante volte, senza farmene accorgere, mi soffermo sui loro occhi, a volte nascondono una bugia, altre sono tristissimi, vagano per un mondo che non conosco. Poi gli incontri con i genitori mi svelano tanto delle loro vite e capisco che sono di una fragilità disarmante. Tante difficoltà, ma è fondamentale stare dalla loro parte, per dare loro anche “un motivo per fermarsi”.
un bacio
C.
non ci siamo parlati per dieci anni
dai 18 ai 28, più o meno

ma ancora adesso che ha 80anni spesso mi parla attraverso mia madre, in mia presenza: “Di’ a ’ss’imbecille… ” questo è il tipico esordio
però non lo cambierei con nessun altro padre, non fosse che per l’umorismo nero, l’unico che conosce
capofan, catia, il celebre complesso di edipo.
vado. Catia, ci sentiamo nel pomeriggio?
giusto Chiara, e per il pomeriggio come no, verso le sei io ci sarò.
ciao, a dopo
La vergogna non dovrebbe mai accompagnare il dolore, tanto meno uno di simili proporzioni. L’educazione, sia pure in tempi lontani, avrebbe dovuto insegnare che certi sentimenti non si devono provare, mai. Un figlio o un parente sono una parte di noi, come si può pensare di provare vergogna se la debolezza li ha colti impreparati e ha avuto la meglio? Al contrario, credo si dovrebbe provare un grande senso di inadeguatezza, per non aver saputo cogliere i segnali di un disagio tanto profondo.
I ragazzi, troppo spesso, sono lasciati soli a fare i conti con la loro crescita. Se i genitori la smettessero di pensare a quanto sia importante un posto al sole, e si curassero maggiormente dei propri figli, sarebbe tutto meno complicato.
E’ inutile nascondersi dietro un dito, un figlio è un impegno enorme, sia dal punto di vista psicologico che da quello materiale. Non conta solo la qualità del tempo, ma anche la quantità. Basterebbe un pochino di buon senso in più e i problemi si affronterebbero con maggiore serietà.
E’ facile dire “era una ragazza normale, non avremmo mai pensato che…” e poi si scopre che tanti adolescenti si rifugiano su fb per non sentirsi soli, bevono e fumano in compagnia perchè altro modo di stare insieme non conoscono.
Ma chi fa i figli deve mettere in conto che questo comporta dei cambiamenti e dei sacrifici. Troppa gente li fa con leggerezza… e poi si separano perchè non reggono alle difficoltà.
I figli bisogna seguirli, esserci per loro, gli anni non ti tornano indietro e se fai degli errori poi sono loro a pagarli.
“dai 18 ai 28, più o meno
ma ancora adesso che ha 80anni spesso mi parla attraverso mia madre, in mia presenza: “Di’ a ’ss’imbecille… ” questo è il tipico esordio ”
E come non dargli torto Capofan Capdstuzz come si dice a Bari…papà di Capofan siamo con lei, ha tutta la nostra solidarietà, suo figlio si merita un bel pagliatone così la smette di fare il piacione con tutte le donne dei blog di ogni dove!
Ciaooooo Capofaaaaaaan
La morte la rispetto e la temo… mi fa paura e mi lascia indifferente… mi affascina e mi seduce… la ripudio e la cerco…
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ppp 2009
Emma, ho trovato su internet un servizio di Repubblica. Durante una guardia, indossava più maglie…
dal servizio
“E allora i giovani militari confessano che più d’ uno di loro ha pensato di farla finita proprio durante il turno di guardia: Ieri notte c’ erano almeno cinque gradi sotto zero e in cima all’ altana c’ è anche il vento. I vestiti che ci mettiamo per ripararci non bastano mai. Anche Andrea la notte scorsa si era ben imbottito per poter sopportare il freddo: addosso gli hanno trovato, sotto la tuta mimetica, due giacche, la tuta da ginnastica, il maglione e la maglia di lana”
—
posso capire perché anch’io ho fatto un bel po’ di guardie a Orvieto proprio durante il mese di Dicembre (una nebbia e un’umidità insopportabili) e una notte non bastandomi più i tre pantaloni e “sette” maglie che avevo addosso, mi attaccai alla campanella suonai l’allarme e chiesi il cambio: ne facevo una ogni 24 ore, 24 di guardia (che vuol dire che ogni due ore nel cuore del sonno -a 18anni dormi comunque anche se vestito e su un materasso di spugna- vengono a svegliarti e te ne stai due ore al freddo, e questo ogni due giorni: questo significa “car avanzato”) e 24 di “riposo” Dopo Orvieto però non sono più riusciti una volta a farmi montare di guardia una volta, e su questo potrei davvero scrivere un racconto alla Kafka… ma mi fermo qui
ecco, c’è chi in queste situazioni reagisce in modo “estroverso” e da un certo punto di vista diciamo pure “da stronzo” (così perlomeno cercano di farti credere)
e chi in modo “introverso”, che può fiinire come nel caso di tuo fratello… beh, Emma, non c’è molto altro da aggiungere, era solo per dirti che quello che ha passato Andrea su quell’altana posso capirlo (anche se per fortuna io l’altana non l’ho mai sperimentata, stavo sempre a terra in “garitta”)
ciao e un abbraccio fraterno, consentimelo
Leggo quello che hai riportato, capofan, e rimango sempre più basita.
Ma quanto è anacronistico (davvero kafkiano) stare di guardia sul’altana???? e soprattutto, tutto l’apparato del ministero della difesa, a che serve? ci sono micro sedi, ognuna con i propri ufficiali, militari, autisti. Che fanno tutto il giorno? si esercitano a fare la guerra?
per me è assurdo.
Chiara, assurdo è la parola giusta. Più che altro non si capisce in nome di quale concezione un giovane di 18 anni debba passare tanti guai per nulla, praticamente senza paga (ai miei tempi era 50.000 al mese, che io spendevo il giorno stesso di riscossione): un conto è scegliere il mestiere delle armi, diciamo così, e allora, ben retribuito, può sopportare tutto perché è il mestiere che ha scelto…
ma una medievale “corvè” gratuita in nome di non si sa che al signor stato, proprio no: lo stato paga tutti i mestieri, non si capisce perché il militare uno dovrebbe farlo gratis… anzi quasi quasi gli faccio causa e gli chiedo un risarcimento
(perderei e verrei condannato per “lite temeraria”)
ormai l’hanno capita, per fortuna, e questa buffonata del militare a gratis è finita… peccato per chi ci ha rimesso la vita, però…
Il freddo che “ti penetra nelle ossa”, che si intende con questo l’ho capito proprio quella notte di Dicembre a Orvieto, chi non l’ha provato non lo sa
eh?
un’altro freddo così l’ho provato durante il tragitto L’Aquila-Sora (perché poi, dopo un altro mese a Civitavecchia -lì era come stare all’estero, una compagnia di 90 persone di cui almeno 60 sardi, non si capiva un’acca quando parlavano -granatieri di Sardegna non a caso- ehm, fui trasferito all’Aquila, alla “buffa”, come viene detta la fanteria in gergo militare… che cu@o
L’aquila-Sora (a Sora per tre giorni di esercitazioni a fuoco) su un camion militare aperto… provate a fare una gitarella così il mese di febbraio-marzo o che era… so solo che quando partimmo di prima mattina, dopo un po’ dovetti rannicchiarmi sul pavimento del camion e battevo i denti del freddo, una tremarella inarrestabile, proprio “rattle rattle”
la cosa grave non è tanto il freddo in sé, ma la mancanza di motivazione: un conto è sceglierlo ed essere pagati. Altro essere obbligati senza aver scelto e nemmeno retribuiti e passare tanti guai per nulla. ormai non è più così, ma ce n’è voluta… e quelli che non ce l’hanno fatta a sopportare, per cosa sono morti?
mah, lasciamo perdere… ciao
(forse il motivo è simile a quello per cui sono morti migliaia di italiani durante la prima guerra, lanciati sotto il fuoco delle mitralgliatrici in attacchi frontali inutili per conquistare una collinetta che poi si perdeva il giorno dopo L’INCAPACITà e L’INDIFFERENZA DEGLI ALTI COMANDI ITALIANI è nota e storica… fu solo grazie a sacrifici enormi che la guerra fu vinta, e quanti “giovinetti del ‘99″ tra i quali mio nonno materno furono chiamati dopo Caporetto e messi sotto il fuoco in prima linea a 18anni: per fortuna mio nonno la pelle a casa la riportò, anzi a giudicare dal fatto che divenne graduato si fece pure “onore”. Ma se penso che lui si faceva onore mentre i pescicani invece si arricchivano e gli “alti comandi” se ne fregavano della vita altrui, come nel caso di quel @@@@@ di Cadorna, tanto il peggio che rischiavano era di essere promossi e trasferiti… vabbè, ciao
ogni due ore vengono a svegliati: ho sbagliato, è ogni quattro ore e monti per due ore
Concludo sul militare dicendo che nel mio caso posso dividerlo in due fasi: i primi sei mesi di “guai” e gli ultimi sei di divertimento e “nullafacenza” totale
il mio incarico era “scritturale” e quando dal comando della brigata arrivò la richiesta per uno scritturale, dal btg spedirono me, pur di togliermisi di torno… era l’ufficio più importante della caserma (che comprendeva 4 battaglioni, la caserma ospitava circa 2000 persone, così si diceva, centinaio più centinaio meno), e da lì si “governava” il tutto (detto infatti “comando alla sede”)
passai “dalle stalle alle stelle”, letteralmente
“divenni esente”… da tutti i servizi e cerimonie, adunata a alzabandiera compreso (ma su questo dovrei scrivere un racconto kafkiano, l’ho già detto e non esagero), e mi fermo qui…
va bene, basta così
(avanti marsh! unoppe unoppe dietrofrunt! faceva un caporale ciociaro
no, ricordando meglio faceva: “uroppe uroppe dietrofrunt-frunt!” chissà che gli diceva la testa
questa è la caserma in cui ho passato quel mese del dicembre ‘82 che vi ho raccontato
ero un marmittone come questi
ciao
http://www.youtube.com/watch?v=gpmGiLlFh6Y
Il mio ideale politico è la democrazia. Ciascuno deve essere rispettato come individuo e nessuno deve essere idolatrato. E’ una ironia della sorte che io sia divenuto per i miei contemporanei l’oggetto di una eccessiva ammirazione e venerazione, senza colpa né merito da parte mia.
Ciò può forse spiegarsi col desiderio, irrealizzabile per molti, di comprendere quelle poche idee cui, grazie alle mie deboli forze, sono pervenuto nel corso di una lotta incessante.
Io sono convinto che per assicurare la riuscita di una qualsiasi impresa è indispensabile che un solo individuo pensi, diriga e porti le responsabilità.
Ma coloro che vengono governati non devono essere forzati, essi devono poter scegliere chi li dirige. Un sistema coercitivo autocratico non può, a mio avviso, che degenerare in breve tempo. La forza, infatti, attira sempre gli uomini di scarsa moralità e io sono ugualmente convinto che i tiranni geniali hanno sempre come successori dei piccoli furfanti.
L’argomento mi conduce a parlare della peggiore manifestazione della vita collettiva, il militarismo, che io aborrisco. Che un uomo trovi piacere nel marciare per quattro al suono di una banda, è quanto basta per meritargli il mio disprezzo.
Costui solo per errore ha ricevuto un cervello; un midollo spinale è tutto ciò di cui avrebbe bisogno. Occorre far scomparire nel più breve tempo possibile questa macchina infamante per la civiltà. L’eroismo comandato, la stupida violenza, lo spirito disgustoso che va sotto il nome di patriottismo, come odio tutto questo!
E quanto ignobile e spregevole mi appare la guerra! Preferirei farmi tagliare a pezzi piuttosto che partecipare a un’azione così miserabile.
Ciò nonostante, la mia considerazione nei riguardi del genere umano è così alta da farmi credere che questo fantasma malefico sarebbe da lungo tempo scomparso se il buon senso dei popoli non fosse sistematicamente corrotto, per mezzo della scuola e della stampa, dal mondo politico e da quello degli affari.
L’esperienza più bella che ci è dato di vivere è il mistero della vita; il sentimento profondo che troviamo alla radice della vera arte e della vera scienza.
Ignorando, perdere il senso dello stupore e della meraviglia, significa quasi morire, cessare di vedere.
da “Come io vedo il mondo”, Albert Einstein
beninteso non la penso come Einstein proprio paro-paro, perché è un ragionamento troppo “lirico” e semplicistico… pure mi sembrava interessante chiosare (come mi piace questa parola!!!) con il pensiero di un vero “grande” come lui
baci&abbracci
anche a me piace tanto la parola chiosare.
chissà perchè?
Emma, a me perché ricorda un po’ Totò, forse l’avrà pronunciata lui a modo suo in qualche film… boh, chissà
passo e chioso
Era questa: Caro Giuseppe cumbare-nepote… la sere me ne vache allu cabbarene e me n’esche quande chiòde
http://www.youtube.com/watch?v=8kqJb8RO7LQ&feature=related
chiòso non c’entra come significato, ma le assonanze divertono, con un po’ di fantasia
come quando peppino de filippo fa La cucina economica-la cugina economica, nel film Il segno di Venere

la Loren si irrigidisce in una smorfia sprezzante davanti a tante scemenze, perché le donne sono serie, si sa
(e noi maschietti ce la godiamo ancora di più a dirle…