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C’era una volta il libro

Posted by emma on Gen 16, 2010 in Emma

Dall’Espressodi Daniel LyonsSì, i volumi di carta spariranno. Ma quelli digitali regaleranno una nuova primavera alla letteratura. Parola dell’inventore di Kindle. Colloquio con Jeff BezosNel 1994 Jeffrey Preston Bezos, aveva appena 30 anni. Nato ad Albuquerque, nel New Mexico, dopo essersi laureato a Princeton, in quell’anno Bezos aveva fondato Amazon. La libreria on line ha rivoluzionato l’idea stessa di vendita al dettaglio. Ma a Bezos (il cui patrimonio è valutato in 10 miliardi di dollari), quel successo non è bastato. Tanto che ora, dopo aver lanciato Kindle, il lettore digitale dei libri, sta cercando di sovvertire anche il modo in cui leggiamo. Come spiega in questa intervista.Jeff Bezos, Amazon ha avuto un anno eccezionale, nonostante la crisi economica. Come ci siete riusciti?“Grazie a principi basilari: ci siamo concentrati su una selezione accurata di prodotti, su prezzi bassi e spedizioni affidabili, convenienti e veloci. Abbiamo un approccio simile da 14 anni, in pratica da quando esistiamo. Il nostro successo è, per così dire, frutto di un’accumulazione. Per esempio, se ci capita di aver avuto un buon trimestre, sappiamo che ciò era dovuto al lavoro che abbiamo svolto tre, quattro, cinque anni prima, e non per il buon lavoro immediatamente precedente”.Amazon è nato come un sito di vendita al dettaglio. Ora sono disponibili prodotti informatici e siete nel business dell’elettronica di consumo con Kindle. Come potrebbe definire Amazon, oggi?“Prendiamo le mosse dal consumatore, e lavoriamo ‘con lo sguardo all’indietro’. Acquisiamo tutte le capacità utili a soddisfare il cliente, costruendo ogni genere di tecnologia per soddisfarlo. Inoltre inventiamo prodotti nuovi, non calchiamo strade già percorse da altri: ci piace invece camminare per strade inesplorate per vedere cosa c’è alla fine. Alcune volte sono vicoli ciechi, ma altre si trasformano in ampi viali, pieni di eccitanti opportunità. Desideriamo proiettarci nel futuro e muoverci in una prospettiva a lungo termine, una caratteristica rara di questi tempi. Il senso di prospettiva non è virtù comune nel mondo delle aziende. Tuttavia la maggior parte delle cose che abbiamo fatto ci ha richiesto tantissimo tempo”.Lei ha parlato di Kindle come un esempio del concetto di guardare all’indietro, rispetto al cliente. Può spiegarci in che senso?“Esistono due modi possibili, per le compagnie, di ampliare il proprio operato. Primo: possono creare un inventario delle loro capacità e competenze e dirsi: ok, con questo tipo di capacità e competenze, cos’altro possiamo fare? Una tecnica estremamente utile, che ogni azienda dovrebbe mettere in atto. Ma esiste un secondo metodo, che richiede un orientamento a lungo termine: invece di chiedersi in cosa si è bravi, e cos’altro fare con le proprie abilità, ci si interroga sull’identità e i bisogni dei potenziali clienti. E poi si dà loro ciò che desiderano, anche se non se ne possiedono ancora le capacità. Tutto si può imparare, non importa quanto ci vorrà. Kindle ne è un esempio vincente: è sul mercato da due anni, ma abbiamo lavorato tre anni prima di lanciarlo. E ne abbiamo parlato, ancora prima, per un anno. Abbiamo assunto un team di ingegneri elettronici per costruire il dispositivo e acquisire nuove conoscenze. In genere, nelle aziende, i dirigenti seguono pedissequamente una tendenza: pensano che il modo giusto di procedere sia continuare a fare ciò che si sa fare al meglio. Può essere, forse, una buona regola. Ma il problema è che il mondo cambia continuamente sotto i nostri occhi, e non ci si può adattare a questo cambiamento senza acquisire nuovi strumenti e capacità”.Il successo di Kindle l’ha sorpresa?“Francamente, sono rimasto di stucco. Due anni fa nessuno si sarebbe aspettato tutto questo. È il prodotto più venduto, desiderato e regalato su Amazon. E non sto parlando solo dell’informatica, ma di tutte le categorie disponibili. Abbiamo trascorso anni a lavorare al business dei libri, e ora, per i titoli esistenti in edizioni Kindle, le vendite sono cresciute del 48 per cento. Ma per noi non è soltanto un business. È quasi uno zelo missionario, perché riguarda la cultura. Pensiamo che Kindle sia più grande di noi”.(11 gennaio 2010

 
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Il senso di vergogna per un familiare che decide di morire

Posted by emma on Gen 16, 2010 in Emma

LA TESTIMONIANZA

Non cedete alla vergogna se un familiare decide di morire

 

Due ragazzi di 15 anni che si lanciano da una finestra nell’ arco di poche ore finiscono sui giornali. La commovente lettera di una loro coetanea che chiede «perché è stato possibile, che lui non abbia trovato neanche un motivo per fermarsi», va in prima pagina sul Corriere. La professoressa sospende le lezioni per timore di una tragica «emulazione». Un gruppo di genitori scrive ai giornali per chiedere di non rubricare come suicidio una morte forse accidentale. La mia memoria torna al 6 dicembre 1986.

Faceva tanto freddo, a Milano, come in questi giorni. Era mattina. Squillò il telefono di casa. Una voce maschile, gentile ma senza particolare inflessione, né imbarazzata esitazione, mi disse: «Dovrebbe venire qui, suo fratello si è ucciso». Andrea aveva 18 anni. Chiamarono me perché mia madre non era a casa. Anche allora i giornali parlarono di rischio emulazione. Era il periodo di quelli frettolosamente definiti «suicidi da caserma». Andrea era il numero 16, tanti erano stati i giovani che in una manciata di mesi si erano tolti la vita durante il servizio militare. Mio fratello era entrato nelle statistiche. E cambiato per sempre, con un gesto mai spiegato ma che ho sempre rispettato e, da subito, perdonato, la vita della sua famiglia.

Ovvio, in queste ore, ripensare al freddo di 24 anni fa, dopo avere letto la lettera che la studentessa milanese ha scritto al Corriere chiedendo - invocando, quasi - a noi adulti di «aprire gli occhi e il cuore». Condominio. Scuola. Caserma. Ma aggiungerei metropolitana, stazione ferroviaria, cavalcavia. Ci sono tanti luoghi dove è possibile lanciarsi nel vuoto. La morte è lì, a un passo. Severa e seducente. E, con quelle modalità, quasi certa. Pronta ad accogliere un corpo e un’ anima ancora acerbi, come quelli di un ragazzo di 15, 16, 18 anni. La morte di un giovane suscita sempre sentimenti di profonda pietà. Il suicidio di un giovane scatena un senso di rabbia furiosa. Ha l’ odore dell’ irragionevolezza. Travalica ogni clinica analisi psicologica. Instilla dubbi nella più granitica delle fedi. La morte volontaria di un giovane dichiara «nulla» la vita dei suoi genitori. Tanti, fra noi, che ne hanno letto in queste ore sul giornale o ascoltato scarni resoconti televisivi o radiofonici, hanno provato un sentimento identico: la paura. E se successe a me? A mio figlio? Tanti, fra noi, con una scusa qualsiasi si sono attaccati al cellulare per controllare «se andava tutto bene». E’ umano.

Davanti al corpo di un giovane o di una giovane steso sul tavolo di un obitorio ci si interroga. Sempre. Come quando se ne deve scrivere un pezzo in cronaca, trovando parole che superino la retorica e indaghino sulle ragioni di un gesto così «insano»: cattivo voto, fragilità nelle relazioni familiari, «affari di cuore». Ci si interroga per sopravvivere. Leggendo la lettera della studentessa che invitava i lettori a «guardare con il cuore», ho ricordato il volto di mia madre. Quel momento, indelebile, quando dovetti andare da lei e dirle che Andrea era entrato nella casistica dei suicidi «da caserma». Ho ricordato, oggi, il suo volto: distorto, come «Il grido» di Munch. E, subito dopo, quello che, con innocenza mi replicò: «come faccio, adesso, a spiegarlo ai miei colleghi?». Non capii, allora, cosa intendesse dire. «Dare la notizia» era l’ ultimo dei problemi. Attribuii quella frase allo sconcerto, all’ impotenza emotiva, al suo animo devastato da qualcosa di insopportabile. Le era toccata in sorte la peggiore delle sentenze: sopravvivere a suo figlio. Ieri, leggendo di quei due ragazzi, forse, ho capito. Quella frase, apparentemente assurda, esprimeva un sentimento tanto semplice quanto indicibile persino a se stessi: la vergogna. Davanti al suicidio di una persona amata, ci si vergogna. Ci si vergogna persino di vergognarsi. Come accade di fronte a tutto ciò che ci fa sentire, per un solo istante, da lettori di una cronaca cittadina, o per il resto della nostra vita che quel suicidio sta cambiando per sempre, semplicemente, umanamente, terribilmente e meravigliosamente fragili.

 

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