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Dal Messaggero di oggi.

Posted by emma on gen 2, 2010 in Emma


Sabato 02 Gennaio 2010 Chiudi chiudi finestra
di LUCA DI FULVIOÈ un’impresa provare ad avere una risposta dagli scrittori su chi sia il loro maestro, reale o ideale. Una delle ragioni secondo me è stata espressa, con feroce lucidità, da Edward Hopper, il grande pittore della solitudine: “L’unica influenza che io abbia mai avuto sono io stesso”. Ed effettivamente un artista ha un obiettivo bisogno di percepire la propria assoluta unicità, perché è ciò di cui necessita la sua opera per non essere la replica di un’altra preesistente.Le risposte che mi hanno dato gli scrittori, in più, non sempre mostravano con chiarezza l’apparentamento col maestro che indicavano. Era come se avessero fatto (giustamente) fatica a vedersi in maniera asettica. E così sono giunto alla conclusione che ingabbiarli in una “discendenza” sarà opera dei critici.Quindi, come un Freud dilettante, ho cercato di stanarli sulle prime letture, quelle da bambini e adolescenti. E le risposte, in certi casi, sono state addirittura infantilmente eccitate. I blocchi e le seriosità culturali sono svaniti d’incanto e gli scrittori si sono messi “in pantaloncini corti” con gioia.Così, se la Susanna Tamaro adulta mi racconta di avere i suoi pilastri letterari nei russi e nel Rilke delle Elegie Duinesi, in realtà scopriamo una bambina che grazie a Jack London entra in un mondo che «è stato mio da subito e che non mi ha abbandonato più. Il mondo dei cacciatori d’oro di Zanna Bianca vive dentro di me, anche se non ho mai messo piede in Alaska, e sarà un patrimonio per sempre mio». Zanna Bianca spopola, infatti anche Margherita Oggero lo cita e mi dice: «Forse perché già allora amavo il grande Nord e le storie con animali». O forse, mi verrebbe da ragionare, perché certe straordinarie storie ci infondono quell’amore che poi facciamo nostro. Cristina Comencini, che ha nella Ginzburg la sua maestra (l’ha anche aiutata a pubblicare il suo primo romanzo), in realtà si emoziona per le favole di Andersen, “atroci e profonde”, e per Il buio oltre la siepe(«libro e film», specifica, ma non avevamo dubbi che la sua crescita fosse stata fortemente influenzata dal cinema). Mario Desiati salta la fase del bambino per passare a quella dell’adolescente, con una lettura raffinata (che fa molto scrittore, si potrebbe dire), ovvero Le Metamorfosi di Kafka. Ma non sta atteggiandosi perché con candore dice: «Avevo 14 anni e ogni giorno della mia vita sino a 16 ne rileggevo una pagina e non riuscivo più a finirlo». Che abbia ascendenze in quell’altro signore del “Volli, fortissimamente volli”? Un altro lettore adolescente e non bambino è Luca Bianchini. Ma cita Cristiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino con la passione di un ragazzino: «Lo ordinai in edicola, lo divorai, lo lessi e lo rilessi allo sfinimento. A 14 anni. Christiane, Detlef, Babsi, Stella, me li ricordo ancora questi tossici tedeschi con cui non avevo niente a che fare, ma io ancora adesso, ogni tanto, li penso». Paola Calvetti è un’altra bambina piena di entusiasmo: «Il mio primo libro, la folgorazione, è stato Piccole donne (e tutti gli altri della serie) di Louise M. Alcott: ero persa per il personaggio di Jo, volevo assolutamente essere come lei. La mitica Jo delle quattro sorelle March voleva fare la scrittrice. Ci è riuscita. Anch’io. Pensa che sono persino andata a visitare la casa natale della Alcott».Un altro insospettabile ragazzino è il magistrato Giancarlo De Cataldo, che a dieci anni incontra Salgari. Ne parla quasi come un feticista, lo immagino con gli occhi lucidi mentre mi scrive: «Jungla Nera, riedizione Il Gabbiano, Roma, lire 300 a cadenza settimanale, in edicola. C’erano le meravigliose copertine di Karel Thole (quello del Giallo Mondadori), le avventure, l’esotismo, gli eroi, le belle donne, i vulcani in eruzione e c’era il più seducente avventuriero mai raccontato, Yanez de Gomera. Che altro poteva chiedere un ragazzino grassoccio di provincia, precocemente miope, al mondo dei suoi sogni?». E Salgari, con le famigerate Tigri di Mompracem, è anche il primo stimolo di Giuliano ParavellaEraldo Baldini cita Steinbeck, amore sbocciato per amor di mamma, ma soprattutto sente di essere figlio, essendo nato e cresciuto in campagna negli anni Cinquanta, «delle innumerevoli fiabe, leggende e racconti che ho potuto ascoltare dalla viva voce dei miei nonni». Giuseppe Culicchia incappa nelleAvventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, come molti bambini, ma ha una precoce esperienza a soli 12 anni di Fiesta, di Hemingway. E chissà cosa ha percepito di un personaggio che ha il problema dell’impotenza un ragazzino che scopre in quei giorni i richiami del sesso. Ma è una domanda oziosa perché in realtà i messaggi dei libri passano per via subliminale, non hanno bisogno della ragione, come mi racconta Carla Vangelista, a occhi spalancati e sognanti: «Il libro che mi ha più influenzato ed emozionato è stato Il giardino segreto. Avevo solo nove anni ma, senza ancora capirlo razionalmente, devo aver sentito che quel giardino segreto poteva essere dentro di noi, e credo che questo abbia condizionato non solo la mia scrittura, che cerca di scavare dentro, ma la mia vita di tutti i giorni, rendendomi una persona fortemente introspettiva». Sandrone Dazieri mi racconta: «A dieci, undici anni, mi innamorai perdutamente della serie di Nero Wolfe. Non tanto per i gialli ma per come lui, investigatore obeso rinchiuso in una casa di arenaria a New York, interagiva con il suo braccio destro Archie Goodwin. Erano una coppia di investigatori geniali: uno dei due capiva tutto (Wolfe) e l’altro prendeva le botte (Goodwin)». Grazia Verasani invece si è trovata già da piccola nella letteratura alta. Per caso, anzi, per costrizione: «Avevo nove anni, mio fratello maggiore, già al liceo, era a letto con l’influenza. Mi chiese di leggergli Guerra e pace a voce alta per intrattenerlo durante la convalescenza. Ed è stato amore a prima vista, una rivelazione che ti incatena a una successione di amori». Licia Troisi, che ha nel Nome della Rosa il suo modello ideale, ha però avuto il suo primo approccio entusiasmante al fantasy (nonostante la Rowling e Bradley all’attivo) con Il Signore degli Anelli. «È stata proprio un’immersione in un mondo altro, che ti cattura e non ti lascia andare fino alla fine. Quindi in qualche modo è il responsabile della mia scelta di scrivere fantasy. E mi ha insegnato che la fantasia deve poter essere libera di vagare dove vuole. Mi ricordo che mentre leggevo ogni tanto mi fermavo a pensare: in un libro può esserci anche questo!».Gli unici due che non vogliono regredire allo stato infantile e rimangono scrittori seri sono Stefano Benni («La letteratura è un mare in cui cambio rotta in continuazione») e Simonetta Agnello Hornby («Omero mi ha influenzata quanto Foscolo»).Ma tutti gli altri invece si trasfigurano. E paradossalmente il loro percorso artistico più ancora che in ciò che dichiarano da adulti si legge meglio in quel che dicono da bambini, ridendo.In ogni caso, che belli questi “piccoli scrittori”. Mi hanno lasciato con un sorriso beato sulle labbra.

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