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Ricordate la libreria di Chieri? Beh, diventa ancora più grande!

Posted by emma on Ott 31, 2009 in librerie del cuore

Carissima Paola, ce l’abbiamo fatta!!  ci piacerebbe tanto che riuscissi a partecipare alla nostra inaugurazione… e che continuassi a portarci fortuna! Avremmo voluto avvisarti con un po’ più di anticipo, ma abbiamo organizzato davvero tutto di corsa! Speriamo di vederti, un abbraccio forte. 

 

 Elena & Giorgia

sono liete di invitarvi

sabato 7 novembre, nel corso del pomeriggio,

per brindare insieme

all’inaugurazione dei nuovi locali

 della Libreria della Torre!

 

Alle ore 16,00

 presentazione della mostra “Il mio paese”

 pensieri a colori dell’amico Cesare Roccati

 

 

 
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Le bellezze oscurate dalla voglia di happy hour

Posted by emma on Ott 22, 2009 in la cerimonia degli addii

Autunno milanese, Colonne di San Lorenzo. È mezzogiorno, il turista danese (lo si capisce dalla guida che spunta dalla tasca della giacca) si guarda intorno spaesato dall’ alto del suo metro e novanta: intuisce, certo, che quelle colonne (bianche e dunque ripulite di fresco) hanno addosso la Storia. Ma il cartello marroncino a pochi metri dai suoi occhi, verdi come laghi di montagna, la occulta, cruciverba crudele dietro scritte in vernice che ne rendono illeggibile la sintetica didascalia.

Secoli di orgoglio meneghino riassunti in qualche riga: assessore, la prego, bisogna provvedere, in fondo costa pochi spicci. Il bel vichingo inchioda in un ferma-immagine la bellezza che c’ è, ma si vede a stento e mi viene voglia di essere cittadina responsabile e vanitosa (vuoi mettere con la loro Sirenetta?) e raccontargli che quelle colonne sono orgogliose superstiti della Milano imperiale, che la statua - verde di rabbia e ossido di carbonio - è una copia in bronzo di quella romana di Costantino, già ai suoi tempi furente imperatore. E provo a dirgli, al turista incuriosito, che adesso Costantino fa la guardia e pare piacergli stare al Ticinese, in queste ore tarde del mattino, quando anche la movida è lenta, quasi pigra, se si esclude il tram rumoroso e impertinente, le biciclette di signore un pò distratte che deviano il percorso dalla strada al marciapiede, un cane che sfugge al controllo del padrone paletta-privo.

Il bel danese scatta con la digitale, si incammina a falcate verso Corso di Porta Ticinese e mi va di raccontargli che dietro quei portoni in legno spesso, sovrastati da incomprensibili graffiti, c’ è la Milano discreta e fascinosa dei cortili e delle case di ringhiera e i laboratori di artigiani e della moda vintage anni Settanta per i giovani; gli spiego, sperando che mi creda, che sono loro i padroni della zona, ma questa è un’ altra storia. Adesso è quasi l’ una e questo è il quartiere dei bambini: le facce arrossate dal liberi-tutti, corrono incontro a mamme di ogni etnia, uniti in un melting-pot di cui essere orgogliosi, scalpitano, si danno gli spintoni all’ uscita dell’ asilo di via Arena (al civico 21), si mescolano ai compagni più «anziani» delle scuole elementari e ai rumorosi adolescenti dell’ Istituto Leopardi, pochi portoni più in là: Milano è anche loro, spiego al turista soddisfatto, anzi è soprattutto loro. Hanno i giardini, e fa niente che in piazza Vetra ci sono cancellate da galera e qui all’ Asl di Conca del Naviglio ci vanno quei corpi disperati a cercare salvezza nel metadone e più avanti, lì, tra panchine anch’ esse ferite dai graffiti e sulle aiuole non proprio rigogliose cresce erba grigia più che verde. Non le vedono, gli occhi ancora velati di innocenza, le brutture e le sciatterie: sono bambini milanesi, ai parchi e agli alberi frondosi non sono abituati; il danese invece sì. Lo distraggo e lo porto al bar Rattazzo, c’ è la Storia anche tra queste mura, è un locale spartano, gli racconto, che da generazioni «fa da spartiacque alcolico tra l’ happy-hour e la disco-night» (così dice il passaparola online tra nottambuli, non tutti maggiorenni), uno fra i tanti - troppi - locali vecchi e nuovi che, in questo tratto di via Vetere, trenta metri o poco più, a quest’ ora sonnecchiano, in attesa delle sbronze. «E la movida?», mi interrompe il viaggiatore solitario, che volevo interessare alla Milano che non c’ è, senza scritte sui portoni, né carta svolazzante sui marciapiedi, né vuoti di bottiglia, con le piante in buona salute e le aiuole rigogliose, la segnaletica culturale su ogni monumento, le botteghe dalle insegne storiche, i marciapiedi puliti e via sognando. Già, la movida, ha ragione il giovanotto. Eppure siamo in Piazza Sant’ Eustorgio, la bellezza austera della Basilica pare non distrarlo dal suo pensiero fisso, neanche se gli dico che vi sono conservate le reliquie dei Re Magi e lo porto a vedere da vicino la magnificenza della cappella Portinari. «La movida? E’ lei la vera padrona della notte, che non ha sottomesso soltanto la cronista speranzosa, ma anche il fiero imperatore Costantino, rassegnato residente del quartiere Ticinese».

 
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Recensione dal Canada

Posted by emma on Ott 18, 2009 in l'amour est a la lettre a

L’amour est à la lettre A

 1001067_gfDu bonbon…À la moindre seconde de répit qui s’offrait à moi, je ne pouvais faire autrement que d’ouvrir cette petite douceur…  Cette communication maintenant hors du commun de ces deux personnages (Frederico et Emma) est tout à fait savoureuse.  Je ne m’en lassais pas.  Sous ses airs plutôt banales, la délicatesse et la tendre subtilité qu’ils nous offrent est un véritable délice tant pour les yeux que pour le coeur.  Chacun, trouvant sa façon de tisser un lien entre sa propre passion et celle de l’autre (lui étant architecte et elle, libraire).  C’est avec un sourire charmé que j’ai fait cette lecture.  Lecture, que nous devons prendre le temps de déguster…À tout moment, je me disais que j’allais finir par être déçue.  Que tôt ou tard, j’allais me lasser de cet échange.  Alors je poursuivi ma lecture à petites doses, de peur que toute cette magie s’arrête.Même si on ferme définitivement ce livre… ce que je viens de faire à l’instant.  Cette magie, cet amour, ne peuvent s’arrêter .    Parce que l’Amour.  Le vrai.  Celui que l’on accepte comme il est.  Celui qui nous fait accepter les choses telles qu’elles sont.  Cet amour ne meurt pas, il chemine, il évolue, il s’enrichi.Ce livre me touche… au plus profond de mon être.  Il me touche trop, parce que c’est trop près de moi dans la réalité qui est la mienne…  Mais merci infiniment à cette auteure…  pour nous offrir cette lecture d’Amour et aussi pour nous proposer autant d’autres romans d’amour oubliés…

 
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domenica, davanti al camino

Posted by emma on Ott 18, 2009 in Emma

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Da Il sole24 ore di oggi. grazie delle vostre considerazioni

Posted by emma on Ott 13, 2009 in Emma
13 ottobre 2009

In e out - Scrivere bene, lavoro difficile: dritte “d’autore” per scrivere testi efficaci e corretti

di Fabrizio Buratto

Scrivere bene sul lavoro e nella vita è molto importante: essere chiari permette di fare bene il proprio lavoro, in alcuni casi di fare carriera, mentre toccare le corde giuste con una lettera, una mail, un sms può risultare determinante nella sfera privata. La sovrabbondanza di comunicazioni che ci raggiunge e che inviamo ogni giorno non favorisce la cura della scrittura. Questione di padronanza della lingua, di sensibilità, di galateo, di etica. Eccole le parole chiamate in causa da Paola Calvetti. Direttrice della comunicazione del Touring Club Italiano,”direttrice, non direttore, siccome noi donne dobbiamo tornare sulle barricate perché c’è un maschilismo di ritorno nelle aziende”, ha gestito l’ufficio stampa del Teatro alla Scala dal 1993 al 1997; prima ancora si è occupata a lungo di spettacoli per le pagine milanesi di Repubblica. Ed è autrice di cinque romanzi, tradotti in diverse lingue. Ma non le piace essere definita scrittrice: “quando mi chiamano così sono a disagio, non mi sento all’altezza, preferisco narratrice. Mi sembra meno arrogante, perché in realtà la cosa che amo è scrivere delle storie. Ci sono tanti scriventi e ancora pochi scrittori.” Le regole per scrivere bene Il mio abc è: accuratezza, brevità, chiarezza. Una parola che non sopporta ”Evento”. E’ stata mutuata dall’inglese “event”, che vuol dire semplicemente avvenimento. Ormai tutto è un evento, anche se tu mi inviti a casa tua con altre quattro persone. Non sopporto le parole abusate, in genere, perché purtroppo le parole si corrodono. Più vengono pronunciate, più perdono di significato. Altro esempio: “polisensoriale”. Era geniale all’inizio degli anni Novanta, ora è tutto polisensoriale, anche il biglietto del tram. La polisensorialità ha sostituito, a volte danneggiandola, la funzionalità. Dunque polisensoriale è una parola da non usare più, anche se si sta descrivendo qualcuno che viene immerso in una vasca di Nutella. Una parola caduta in disuso che le piacerebbe resuscitare ”Villeggiatura”. Invece che dire turismo, travel, “villeggiatura”, senti che senso di riposo. Ma anche “accuratezza” mi piace molto, e si usa poco. Quando ero bambina negli uffici c’era il servizio accuratezza. Adesso si chiama “customer care”. Un errore ricorrente che fa chi scrive per lavoro Esprimersi con un linguaggio aggressivo. E’ un tipo di linguaggio da considerare obsoleto. Per molti anni si è usata una terminologia come se si andasse in guerra: “invadere il mercato” è un linguaggio di guerra, non è un linguaggio di pace. Il sotteso inconscio di questo linguaggio era la guerra. Oggi, invece, il sotteso deve essere la condivisione, la pace, l’amore, la tenerezza. La comunicazione, qualsiasi tipo di comunicazione, è vincente solo se riesce a comunicare sentimenti, anima. Altre espressioni da evitare? Al Touring club mi occupo di turismo. Chi scrive “nell’incantevole scenario”, secondo me va licenziato senza giusta causa. Così come i cronisti che usano “fragoroso silenzio”. Al TG5 si sente spesso. C’è stato un periodo in cui l’aggettivo più pronunciato al TG5 era “clamoroso.” Cosa la infastidisce di più nel modo di porsi di chi scrive? L’uso del tu: “vieni”, “vai”, “compra”, “abbonati”, “iscriviti”. E’ una questione di galateo. Come per “evento”, l’abbiamo mutuato dall’inglese, e poi dal marketing: “go”, “let’s go”. Con i termini inglesi, come la mettiamo?Va vietato, con decreto legge d’urgenza, l’uso dell’inglese quando ad una data parola può corrispondere un termine italiano. In qualsiasi forma di scrittura, in qualsiasi comunicazione, dal comunicato stampa al depliant, ma anche in una mail di comunicazione interna, si deve usare il termine italiano quando non sia prettamente necessario il termine inglese. Ormai più nessuno scrive a mano, se non i bigliettini di auguri. Che differenza c’è fra una lettera e una e mail? Se devo scrivere una lettera a mano, il mio tempo di scrittura cambia. E’ una questione morfologica, fisica. Mentre sto scrivendo, assumo un senso di responsabilità diverso. E’ una questione di lentezza del gesto. Siamo corpi, ce lo stiamo dimenticando. Se invece scrivo e invio una mail, tutto accade subito. Nel linguaggio amoroso le e mail hanno evirato, evaporato, eliminato, il senso dell’attesa. Quindi la scrittura privata via internet ha un altro valore, ma anche usare la mail in modo inconsulto, specialmente nella comunicazione interaziendale, ci ha rovinati tutti. Quando si scrive una mail di lavoro, quali criteri bisogna seguire? Sono diverse le ragioni per cui si manda una mail di lavoro, dunque occorre usare un vocabolario specifico a seconda dell’interlocutore, e anche un galateo specifico. Non parlo solo di educazione, ma di efficacia. Anche se la buona educazione non guasta mai. Chi usa solo acronimi, diminutivi, verbi compressi, non si sta servendo di un nuovo linguaggio, bensì ha perso di vista la ragione per cui sta mandando la mail. La sovrabbondanza di mail crea nevrosi, fa perdere tempo, ed è una finta liberalizzazione delle comunicazioni. In realtà, nelle grandi aziende, questa proliferazione di comunicazioni provoca un maggior controllo. Un ufficio stampa quali regole deve seguire? Nella prima fase di internet il problema per un comunicatore era: come faccio a comunicare? Poi, fino ad un paio di anni fa, era: come faccio a farmi riconoscere? Adesso il problema è etico: cosa devo fare per non diventare uno spamming, per non disturbare? Un concetto che mi sta a cuore è questo: l’ufficio stampa è al servizio non della sua azienda, ma del suo interlocutore. Io riesco a ottenere un risultato da un giornalista, ovvero farmi pubblicare una notizia sulla mia azienda, se penso all’interesse del giornalista. Il comunicato va scritto in funzione del ricevente, non del mittente. La moltiplicazione dei media, con il web, ha moltiplicato i comunicatori, e le occasioni per scrivere… Certo, ma non ha moltiplicato le persone che lo sanno fare. La mia generazione ha ricevuto un altro tipo di formazione, e se vuole si può aggiornare, mentre i giovani laureati non sanno scrivere. E’ un paradosso: tanti mezzi e poi manca il contenuto Sì, perché alla moltiplicazione dei mezzi di comunicazione non ha corrisposto la formazione di diversi linguaggi. Ma il paradosso ancora più grande è che i primi a non conoscere le tecnicalità della comunicazione sono i manager. Non sanno qual è il lavoro del loro direttore di comunicazione, dunque o si fidano, o non conoscendone il lavoro danno disposizioni sbagliate. Quindi spesso c’è un doppio errore: quello del comunicatore e quello, a monte, del manager.

 

 
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Il Ghigno Libreria Molfetta: ecco cosa scrive il libraio

Posted by emma on Ott 11, 2009 in librerie del mondo

Inutile dire che condivido.Emma Perchè fare acquisti in una piccola libreria indipendente, in una attività economica indipendente?Quando acquistate in una piccola libreria indipendente,o in qualsiasi altra piccola realtà del vostro paese, l’intera comunità ne trae beneficio sotto molteplici aspetti:Ø EconomicamenteØ Parte del denaro speso localmente rientra in circolo nella comunità, grazie alle imposte locali e alle addizionaliØ Le piccole realtà agiscono in un’ottica più lungimirante di quella dei grandi gruppi,costretti a fornire elevati utili ai propri azionisti, a qualunque costo (con risultati sotto gli occhi di tutti, di questi tempi….)Ø L’ambienteØ Comprare locale significa meno packaging, meno trasporti, meno traffico e inquinamentoØ Fare acquisti in un centro storico anziché in un centro commerciale vuol dire meno infrastrutture da costruire in aperta campagna, meno costi per il loro mantenimento, più denaro a disposizione per la vostra comunitàØ La comunitàØ Il negoziante di una piccola realtà è vostro amico e vicino, sa consigliarvi e darvi attenzione come persona, prima che come cliente. Molte volte conosce voi e i vostri figli da decenni, e viceversa!Ø Le piccole realtà del vostro paese contribuiscono a sostenere le attività di scuole e organismi di carità, versando in beneficenza molto più delle catene, in proporzione.Ø I centri storici esistono da secoli, le piazze sono sempre state il fulcro della comunità, il luogo per incontrare persone e dare vita a nuove idee. Se i centri storici si svuotano, il degrado, sociale e culturale, avanza.Ø Più piccole librerie, più editori indipendenti . Equazione semplice per contribuire a creare una offerta culturale variegata, valore sostenuto anche dalla Comunità EuropeaØ Più piccole realtà significa più scelta, più diversità culturale, la possibilità di dare vita in ogni paese ad una comunità come nessun’altra, non standardizzata e omologata

 
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Anni Settanta in Ticinese

Posted by emma on Ott 10, 2009 in Emma

 

di Paola Calvetti

Cinquecento metri milanesi, un mondo a parte,

una via con l’anima pop. Siamo nel 2009 eppure in

Corso di Porta Ticinese tutto pare essere rinato, o

ritornato, agli anni Settanta, in una via di mezzo tra

il Flower Power da Figli dei Fiori e la svagatezza

plumbea dei Dark: accessori in pelle e gomma,

raso e garza, lattice e borchie, abitini in stile Settecento

a balze sovrapposte, pantaloni a zampa

di elefante, micro giubbotti in pelle e tela, scarponcini

militari, zeppe, capelli lunghi sulle spalle,

occhi cerchiati di trucco fuliginoso.

Il tintinnio di piercing e i mille tatuaggi che sembrano

giardini coltivati con tenacia maniacale,

raccontano vite su braccia, polpacci, spalle tornite

e colli vampiri. La notte, qui, è fracassona

Movida milanese. Di giorno, l’atmosfera è da

passeggio e i negozi vintage sono presi d’assalto,

in una nostalgica richiesta di «come eravamo

» fatta di accessori e vestiti nero su argento

con punte di pura psichedelia, altro che H&M e

Zara e i grandi magazzini a basso costo. Nelle

microscopiche botteghe, commessi simil dj dai

lobi ricoperti di graziosa ferraglia, offrono te e

biscottini, dribblando pigri giovani e giovanissimi

a caccia di un passato che anagraficamente

nemmeno conoscono.

Umori, tendenze, gusti

Sono una cronista di strada, nel cuore della Vecchia

Milano, in un pomeriggio settembrino e

mi sento come Bill Cunningham, reporter in bicicletta

del New York Times, mentore dello Street

Style, che gli stilisti dicono (dicono…) di prendere

a modello per le loro creazioni. Hanno ragione:

è dalla strada che si intuiscono gli umori,

si colgono tendenze, si annusano i gusti e l’aria

che tira. Poi, si copia, aggiustando qua e là. Ho

sempre pensato fosse una boutade. Invece è facile

vederli, i creativi della moda in veste di flaneur

su e giù per questi marciapiedi stretti e

sgarruppati. Più che Cunningham mi sento, immodestamente,

Balzac e penso al bulimico fiume

di pagine nate nelle strade di Parigi, una

commedia umana di personaggi presi a prestito

e, almeno nel suo caso, trasfigurati dal talento.

Se avesse scelto il Ticinese, lui, lo scrittore

avrebbe amato l’umanità un po’ sudata di questa

strada libera e individualista, dove puoi pensare

di essere a Londra, quando i Fab Four suggerivano

leggeri la loro libertà.

Generazioni a confronto

Siamo a Milano, sui marciapiedi dove i ciuffi

d’erba insistono a mostrare il loro volto grigio-

verde metropolitano, i ragazzi e le ragazze

(ma anche tanti ex che portano calotte sale e pepe

sulla testa), si baciano, chiacchierano e si agitano

«tranquilli»; incrociano gli sguardi delle

coppie di anziani in cerca di una bellezza più

posata. C’è anche quella, in Piazza Sant’Eustorgio,

dove tutto diventa ragionevole: panchine

ordinate, la fontanella restaurata, tre boutique

di splendidi tessuti, l’ultima granita di stagione

che si scioglie in bocca: sono belli, svagati e frivoli

anche i vecchi. Senza immusonirsi in volto,

convivono in un mix generazionale con i loro

golfini pastello tra camicie stropicciate e pantaloni

a vita bassa sui quali domina il colore nero:

nero ottimista, però, gioioso simbolo di un corale

chissenefrega sussurrato in faccia alla crisi.

I segni di recessione si intuiscono solo sui cartelli

che offrono case nei palazzi di ringhiera, dai

cortili in beola e scalini stretti e scivolosi, pittoreschi

quanto basta per costare una fortuna, ma

la strada no. Se è vero che tutto ciò che si desidera,

in certi momenti o soprattutto il sabato, è di

piacere agli altri, qui, il Ticinese, un fiume multietnico

di pura seduzione a cielo aperto, è il posto

giusto per amare.

 
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Questo è un blog dedicato alle librerie. Metafore della realtà. Che tutti stiamo vivendo.

Posted by emma on Ott 10, 2009 in librerie del cuore

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