Librai…. libraie…clienti…
Esilarante, tratto dalla BBC, dispiace per chi non capisce bene l’inglese… ma credo che a Michele (Mondadori nel centro commerciale), Francesca (libreria Feltrinelli di Roma), Chiara (Libreria Ubik di Como) che ho visitato in questi folli giorni tra Istanbul, Roma, Milano, Como si ritroveranno nella gentilezza verso il cliente (cieco… come vedrete) del libraio londinese. La mia visita a Michele meriterebbe un racconto… immaginate Emma, con sandali tacco 12, scaricata da un taxi nel garace del Centro Commerciale che “ospita” la libreria dove lavora il mitico Genchi…sola, tra automobili grifagne (non guido, come è noto), caracollante sui tacchi, con valigia, borsetta e computer… persa al PIANO ZERO, quando la libreria è al secondo… ci ho messo mezz’ora a trovare l’ingresso al Centro Commerciale e finalmente abbracciare Michele e tutto il suo staff, compresa deliziosa magazziniera (avete letto bene, il magazzino-libri di una Libreria Mondadori bellissima, spaziosa, colorata nonostante la location (ops in inglese… è diretto da una giovane donna, a dimostrazione che siamo più ordinate e organizzate noi dei maschi). Bellissima libreria, Michele una conferma di intelligenza, affetto, passione per i libri e per il suo lavoro. Poi, sempre sul tacco 12, un’ora di raccordo e Michele mi scarica in Piazza Venezia e vado a piedi, in ritardo, verso la mitica Feltrinelli di Via Del Corso. Il cuore galoppava, sono precisima, mai arrivata in ritardo a una presentazione… invece… e lì le amiche, le clienti che mi ascoltavano parlare di libri, il mio, certo ma non solo… sempre in cima ai tacchi… non devo essere stata un bello spettacolo. Poi Taxi, aereo e via, a Milano. Ieri, infine, dopo una giornata di lavoro, sono arrivata a Como e ho conosciuto Chiara ( e le sue clienti), giovane libraia che ha fatto una tesi di laurea sul rapporto tra Liala e il suo editore, la Mondadori: non vedo l’ora di leggerla, la tesi, anche perchè pare che la mitica Liala venisse tenuta nascosta ai più perchè era una scrittrice “rosa” (aghhhhhh), e dunque da celare ai più. Quando la smetteranno di definire ROSA il mio romanzo? Difatti Michele, previdente e forse conoscendomi, ha messo NOI DUE COME UN ROMANZO sia tra la narrativa italiana che allo scaffala AMORE. Ecco tutto. Domani libreria di Pinerolo. Oggi un meraviglioso e meritato DOLCEFARNIENTE.
Istanbul, Roma, Milano, Como: sei una forza, pensa che io nel frattempo ho fatto una lunghissima passeggiata lungomare, veramente epica nel mio piccolo. Il video non l’ho capito perché l’inglese non lo parlo ma era divertente (non è che sono tutt’e due ciechi, cliente e libraio? boh, non l’ho capito); immaginarti (o meglio, emmaginarti) nelle situazioni che hai raccontato non è difficile.
Il solito attacco al mio sesso non lo raccolgo, noi maschi siamo superiori e non litighiamo con le donne (che in quanto sesso inferiore è ovvio che siano frustrate nei nostri confronti): noi apparteniamo al genere di Einstein Cervantes Tiziano Velasquez Galileo Gesù etc etc, perciò non abbiamo Bisogno di organizzarci, ci riesce tutto male lo stesso senza sforzo.
comunque, fortunati quelli di Pinerolo che ti vedranno arrivare, noi qui al 42° mi sa che possiamo scordarcelo. Un bacione lo stesso dal tuo capofan di fiducia.
Il critico? Non serve più. Cinema, teatro, libri: in crisi il ruolo di chi giudica
DAL MESSAGGERO
di Goffredo Fofi
ROMA (14 marzo) - Tutto cambia con accelerazioni impreviste e spaventanti, cambiano le persone, cambia l’ambiente, cambiano le cose. Cambia anche il rapporto con la cultura, e cioè con la conoscenza e con la trasmissione del sapere.
Cambia il rapporto con i modi della trasmissione di ciò che vale sapere e che ci viene dal passato o dal presente, con l’idea stessa del bello e del brutto e con i modi di goderne o di ritrarsene.
Cambia è cambiata anche la critica. Il sistema in cui viviamo non ha bisogno di mediatori altro che mercantili. Il ciclo della trasmissione delle parole scritte e recitate, delle immagini, dei suoni continua a comprendere tre figure, secondo la tradizione: l’autore, il critico e il lettore-spettatore-ascoltatore, cioè il cosiddetto pubblico. Tutte e tre sono state invase e mutate dalla logica della merce, fanno più che mai parte del ciclo delle merci, del mercato. Chi crea ha bisogno di chi investe su di lui, che ha a sua volta bisogno di chi diffonde, di chi accosta i suoi prodotti a un pubblico pagante. Continuano a essere indispensabili dovunque le figure di mediazione, di trasmissione, e il critico è una di queste, ma a patto che stia dentro il ciclo, che svolga la sua funzione diligentemente, alla pari del distributore e del libraio e dell’esercente, del funzionario e del pubblicitario. Tutto è merce, e la sua autonomia è da tempo inesistente, come l’autonomia dell’artista, come l’autonomia del pubblico.
Guardando più da vicino, cos’è diventato oggi il critico letterario o cinematografico, teatrale o d’arte? Questa figura è cambiata in più direzioni: quella della trasmissione universitaria (e allora agisce lontano dal destinatario delle opere, se ne sta al chiuso della sua istituzione da imbalsamatore o da analista-sezionatore, spacca in quattro le opere, alla pari degli insegnanti di anatomia nelle facoltà di medicina, come fossero cadaveri e non sa più bene per chi e perché), quella della trasmissione giornalistico-televisiva che lo avvicina più agli informatori e pubblicitari che non agli analizzatori, e quella del funzionario di ente (festival o musei o altro).
In questo meccanismo economicamente così rigido e diviso, dove sta la sua libertà, la sua capacità di farsi, come si diceva una volta, “critico militante” militante della cultura necessaria? Non si deve certo confondere la militanza con l’appartenenza a una conventicola quelle ci sono ancora, e il sistema ne ha bisogno, forniscono l’olio che evita le inceppature e dà l’illusione della libertà, come accade in politica, e in ogni medium, in ogni merce; ma anche se i suoi membri si danno un’impettita importanza, contano pochissimo, e niente se non stanno al gioco stabilito dagli editori, dai produttori. Il critico, disse un buon critico di cinema in anni che sembrano ormai lontanissimi, spedisce una lettera al pubblico perché la legga l’autore (o la spedisce all’autore perché la legga il pubblico: forse ricordo male, ma non ci vedo comunque una grande differenza).
E se il sistema della merce non ti dà più i mezzi per farlo (la carta, la busta. i francobolli, gli uffici postali, i postini)? Da dove si può mettere in crisi il meccanismo di cui si è diventati ostaggio? Non certo dal pubblico, che è la più condizionata delle tre parti? Gli artisti dicono, più o meno in buona fede, dall’arte. I critici (ma non illudiamoci, non lo fa quasi nessuno) potrebbero dire dalla critica. Parlo è ovvio pro domo mea; anche se come critico so di non valer molto, mi riconosco il pregio dell’ostinazione e di una certa dose di irriconciliabilità. Ma far critica a questo punto non è soltanto spiegare e discutere un libro un film un concerto una mostra, è ampliare il quadro, è ricollocare le opere nel loro contesto (anche di mercato), è vederne e svelarne quasi sempre la superfluità e serialità e la funzione di anestetizzante dei bisogni veri del fruitore, è porsi domande molto più generali a monte della “semplice” recensione, è spiegare a se stessi e al lettore (e all’autore) la ragnatela del contesto. Capire, qualcosa di più della singola opera, e spiegare, dandosi anche, necessariamente, una funzione “pedagogica”, che ridesti il fruitore e anche l’autore…
Questo compito sono ben pochi a darselo, perché a loro va bene il mondo così com’è, anche se è quello che dovrebbero fare oggi più che mai. È parlare non solo di romanzi e film, canzoni e quadri, ma del mondo tremendo in cui vengono prodotti e in cui autori critici fruitori ci troviamo a vivere. Se non vogliamo vivervi da bruti, e cioè da autori e fruitori di merci scadenti e drogate che hanno lo scopo di renderci sempre più impotenti, sempre più consenzienti.
———————–
Vedi Paoletta? proprio quello che ti dicevo qualche giorno fa, la critica non esiste ecco perché non ti recensisce: convinta?
http://www.youtube.com/watch?v=zld-HaXcWac&feature=related
Grazie Capofan,
credo che Fofi abbia ragione ed è molto triste quello che scrive. Nonper Noi due…ma per la società in cui viviamo, che non ci piace eppure siamo noi a farla. Non se ne esce…
Il mestiere del critico
dal MESSAGGERO (qualcuno, Reggiani, ha replicato a Fofi. Mi sembra interessante)
Contrariamente a quello che dichiara Goffredo Fofi circa l’attualità del fenomeno dell’oramai conclamata inutilità del critico d’arte e contrariamente alle sue elucubrazioni sulla figura del critico come mediatore, in sintesi, tra l’artista e il “cosiddetto pubblico”, il “fruitore” (siamo ancora semanticamente costà allocati, caro Fofi?) dell’opera d’arte, l’imbarazzante faccenda veniva già additata in tempi non sospetti nientepopodimeno che da Oscar Wilde il quale, birichino biricò, dichiarava “Tutti i critici teatrali hanno il loro prezzo, e, a giudicare dal loro aspetto, non devono costare poi molto”.
In epoca recente uno dei massimi ricercatori ed umanisti europei, Elèmire Zolla, scriveva in diverse occasioni, come nel capitolo “Esoterismo e Fede”, in “Verità segrete esposte in evidenza”, che «Se si comprassero opere d’arte perché a guardarle si prova diletto, pagandole il prezzo di quel piacere, non potrebbe esserci nessun imbroglio. Viceversa si ambisce l’etichetta, la tiritera critico-storica che all’ opera sia stata appiccicata, e questo è di per sé un ludibrio: come se la bellezza d’un’opera dipendesse dai discorsi critici e non viceversa questi da quella».
Nel campo teatrale, dagli anni Sessanta in poi, abbiamo assistito ad una invasiva politicizzazione, in senso di militanza “de sinistra”, tale che pur straordinari registi quali Strehler o Ronconi (per fortuna il più geniale di tutti, Aldo Trionfo, se ne impipava beatamente, così come Carmelo Bene sfidava i critici-gazzettieri a duello decretandone l’insussistenza) erano praticamente obbligati ad appendere un’etichetta “giustificativa” social-progressista anche a capolavori del Teatro Classico per non esser stroncati da Signorine Grandi Firme che proseggiando distribuivano encomi e reprimende in ampi spazi sulle pagine di quotidiani e periodici, spesso decretando il successo o meno di un evento teatrale, visto che molto del “cosiddetto pubblico”, la “massa” dei “fruitori” babbioni, era stata indottrinata a prestar fede a loro e non alla propria capacità di godere dell’opera senza intermediari, così come la cosiddetta “arte d’avanguardia”, essendo spesso incomprensibile, obbligava l’intimidito popolo a considerarsi ignorante e quindi a rivolgersi al critico per avere un parere “autorevole” su una tela bucata spacciata per capolavoro epocale o per acquistare un biglietto per andare a vedere una qualche sovvenzionata Compagnia di Teatro d’Avanguardia che spacciava la propria inadeguatezza nell’emettere vocaboli come frutto di faticosa ricerca sociologica sul “Logos” come “strumento di potere del Potere”: ricordo sovvenzionatissimi “eventi teatrali” in piazze italiane realizzati da teatranti avanguardisti che consistevano in un camion dal quale salivano e scendevano persone (attori?) che facevano finta di faticare portando sacchi sulle spalle, con contorno di bandiere rosse e dell’immancabile Internazionale deflagrante dagli altoparlanti, a significare la fatica del proletariato in attesa del “Sol dell’Avvenire”.
E forse non è un caso che i militanti colleghi di Fofi scrivessero lenzuolate di magnificat su tali drammaturgicamente impegnative performances, visto che i loro osannanti scritti venivano poi portati alla commissione dell’allora Ministero del Turismo, Sport e Spettacolo in modo da poter usufruire di più grasse sovvenzioni: quanti sedicenti registi del sedicente “Teatro di Ricerca” si son fatti la villa fuoriporta!
Ma anche tale aberrazione che ha portato al suddetto noiosissimo “teatro impegnato” e quindi abbisognoso di critici-cantori che ne certificassero la validità artistica, ha origini antiche, visto che uno dei massimi studiosi-amanti d’arte dell’Ottocento, celebrato dallo stesso Proust, l’inglese John Ruskin, enucleava il problema sottolineando che “L’anima informulabile è soggetto, predicato, oggetto dell’Arte. Euripide, nel dramma, per primo procurò di sostituire all’anima un’idea: da tale errore si cala sempre di più in basso, fino all’arte nutrita di morale o di politica”.
Pertanto è per le ragioni suesposte che oggi i colleghi di Goffredo Fofi, salvo rare eccezioni, si trovano a subire lo stesso destino di coloro che negli Usa, attuando il pensiero economico della sinistra americana che sta all’origine di quella dissennata legge voluta dal democratico Carter che spinse Freddie e Fannie a finanziare mutui agli insolventi, il “Community Reinvestment Act”, hanno dato vita a quella gigantesca bolla finanziaria basata sul nulla che ora è fragorosamente crollata, così come è crollata la fiducia nell’autorevolezza delle recensioni dei nostri critici d’arte. Saranno sempre più inascoltati, considerati inaffidabili.
Aldo Reggiani
(14 marzo 2009)
———-
le argomentazioni di Reggiani sono interessanti, a parte lo sciocco paragone con la crisi dei mututi che non c’entra un bel niente, ma la vis polemica, che io comunque apprezzo quando non è fine a se stessa, fa ben altri scherzi.
Speriamo che il dibattito non si fermi qui, e lode al Messaggero.
un Ron Wood in forma smagliante, da non perdere!!!
http://www.youtube.com/watch?v=EnKvEVsz6aE&feature=related
Ron Wood ripassa la scaletta prima del concerto
http://www.youtube.com/watch?v=4KpcI0OWXJ0
Keith in conferenza stampa, sa benissimo quello che dice e soprattutto da che parte andare (ci credo, non inclina più di 30°, segno che è perfettamente sobrio)
http://www.youtube.com/watch?v=C25474zcrX0&feature=related
Come ti chiami? Mi chiamo Italo Calvino.
E dove sei nato? Sono nato a Sanremo, tanto che sono nato in America.
E che mestiere fai? faccio lo scrittore. Mah, essere intervistati da uno così…
http://www.youtube.com/watch?v=rT8pGWrUuw8
Devo pagarti l’affitto, cara Emma: questo blog self-service mi diverte un bel po’. Va bene, per oggi la smetto (forse) ma domani ricomincio più impunito che pria!
«Il dieci Settembre scorso passai lungo la Via Salaria oltre Fara Sabina e dopo un certo tempo entrai nella Repubblica dell’Utopia, un paese placido giacente fuori dalla geografia presente. Trovando gli abitanti piuttosto allegri, io domandai la causa dela loro serenità e mi fu risposto che essa era dovuta alle loro leggi e al sistema d’istruzione ricevuta fin dai primi anni di scuola (……)
Il popolo s’educa quasi ridendo, e senza professori superflui. Dicono che è impossibile eliminare libri idioti, ma che ne è facile distribuire l’antidoto, e questo fanno con regolamento molto semplice. Ogni libraio è costretto a tenere in vendita i libri migliori; ed alcuni di valore eccelso, egli deve tenerli esposti in vetrina per qualche mese dell’anno.
Da: Ezra Pound, Lavoro ed usura.
E’ bellissimo il tuo blog…. mi è sembrato di entrare in una libreria e poi… perdermi… Adoro l’emozione che trasmettono i libri dagli scaffali, quando con le loro copertine ti fanno l’occhiolino e ti promettono sogni… Io sono un’aspirante scrittrice (ma ingegnere di professione), con la passione per i libri, ed è bello che questa mia passione venga continuamente stuzzicata da parole come le tue. Grazie.
(il mio blog è un pò più rudimentale, ma mi aiuta a coltivare il sogno che un giorno, curiosi passanti, possano posare le mani proprio sul mio libro, tra i tanti di una libreria e lasciarsi catturare dalle mie parole)…
Mi piace l’armonia, l’amore …sì, anche quello che fa rima con cuore. Un cuore non ha mai creato guerre …l’assenza dello stesso la stiamo vivendo giornalmente. Essere innamorati, amare, crea nella gente lobotizzata ancora prurito. I cattivi, sono quelli che vogliono “il sangue” ad ogni costo. Sembra quasi di leggere la “stronzissima” legge danese “chi ti credi di essere”. La stessa recita “quando non sei nessuno e hai bisogno d’aiuto, ti aiuteremo…però, ricorda, quando diventerai qualcuno, faremo di tutto affinchè tu possa ritornare anonimo”. Così la gente mediocre condanna Emma ad una nana,approfittatrice e perfida. Una persona che sogna, che ama la vita, l’amore, e che crea una libreria che parla d’amore. Com’è difficile entrare nel tema del romanzo…com’è facile reinterpretarlo e massacrarlo. La colpa della scrittrice è una sola: è viva e vegeta, non fa uso di sostanze stupefacenti, non è alcolizzata, non fa una vita spericolata, non è morta e non è falsa. Come siamo vicini ai tempi del Colosseo, quando la gente si divertiva a vedere GLI ALTRI sbranati dai leoni…
Io della Calvetti ne vado fiero. Mi ha fatto compagnia nei miei romantici weekend nell’isola di Fynn. Ho tutti i suoi libri. Amo lei come la Sagan, anche se quest’ultima venne considerata un genio quando era vicina alla morte, in bancarotta e quando si cacava addosso in piena “anticipata” demenza senile. La Sagan ha scritto dell’amore romantico, come nessun’altra …e Paola ne è l’erede in versione italiana. Sono orgoglioso di te Paola, so che mi prenderò ancora del lecca…lo… va bene lo stesso, io di essere vero e di dire quello che penso ne vado sempre fiero. Non ho niente da nascondere, voglio solo leggere… e tu, da me , sarai sempre letta!
Tuo ppp 2009
Grazie Ellele, ma mi piacerebbe che mi aiutaste, se amate le librerie, a trovare video che le riguardano. Io ne sto racogliendo parecchi… e questo piccolo blog, che asseconda la mania di catalogazione di Emma sulle librerie-sorella diventerà unico, perchè ditemi voi chi si mette a collezionare… librerie.